martedì 10 novembre 2015

Il problema di Radio Spada. Chiosa alla "Lettera ai conservatori perplessi"

Radio Spada è una presenza nella rete e una casa editrice. Sotto entrambe le forme è divenuta negli ultimi anni un importante punto di riferimento per il cattolicesimo tradizionale. Le note che appaiono quotidianamente nel suo sito (vedi qui) sono per lo più caratterizzate da particolare scienza e intelligente approfondimento, talvolta dalla notevole capacità di anticipare temi e notizie. Anche le proposte editoriali (vedi qui) sono tutt’altro che banali, benché rivelino in alcuni titoli la radice politica dell’intera iniziativa. Evidentemente, però, non l’unica radice.

Chi conosce il gruppo degli autori e degli editori di Radio Spada, sa bene che questa intrapresa si regge, oltre che su consolidate amicizie cristiane, su una neutralizzazione teologica che permette la circolazione di testi, di analisi e di posizioni dottrinali sia in campo tradizionale cd. sediplenista sia in campo tradizionale sedeprivazionista (detto volgarmente, sommariamente e con tutta l’imprecisione del caso: sedevacantista). Come tutte le neutralizzazioni, anche questa neutralizzazione, mentre garantisce l'unità interna del gruppo, è destinata a produrre qualche necessaria, forse non sempre desiderata ma in molti casi ingiusta, discriminazione verso l’esterno. Non tutte le discriminazioni sono ingiuste, anzi la cattolicità stessa della Chiesa produce la discriminazione di pagani ed eretici, ma le neutralizzazioni sogliono generare discriminazioni ingiuste ed è forse questo il problema irrisolto di Radio Spada.

Il 25 ottobre è comparsa nel sito di RS una Lettera aperta ai conservatori perplessi (vedi qui il testo integrale) che nel merito è per lo più condivisibile. Essa invita giustamente i “conservatori” (una categoria in verità già reinterpretata a suo tempo sotto il concetto di "normalisti" da Alessandro Gnocchi e da Roberto de Mattei) a prendere atto dell’attuale sfacelo dottrinale e liturgico nella Chiesa cattolica. Si legge infatti nella Lettera:

Vi scriviamo, cari interlocutori, giunti ormai alla fine di questo Sinodo, mentre contempliamo il cumulo fumante di macerie della dottrina cattolica sul matrimonio. Di quell’imponente edificio, sul cui basamento per secoli si è edificata la civiltà cristiana, non rimane quasi nulla. Derubricato il divorzio, epocata l’indissolubilità, intronizzata sull’altare del diritto canonico la più sfrenata soggettività, dell’antica sacralità delle nozze cattoliche non rimangono che le ombre, affidate alla buona volontà dei singoli e relativizzate da una pastorale che ha neutralizzato la dottrina. Si badi: il tutto fatto esaltando simbolicamente la dottrina ma spingendola alle spalle nel fango di una falsa pastorale.

Come non condividere? E quindi:

Annibale non è alle porte, è dentro la cittadella di Dio, Annibale è intronizzato nella rocca. Quello che vi chiediamo quindi è un atto di Fede e quindi, naturalmente, di coraggio e al contempo un atto di ricognizione storica del passato all’insegna di una efficace e coerente “ermeneutica della discontinuità”. Il “cattolico conservatore” ha creduto di poter ridimensionare la portata rivoluzionaria ed eversiva del Concilio Vaticano II, si è cullato con le illusioni della “Nota Praevia”, ha pianto sul “Credo” di Paolo VI, ha giurato sull’ “Humanae vitae”, ha accettato l’imposizione universale del “Novus Ordo”, abbandonando spesso la Messa romana alla custodia di pochi e liberi. Quando è arrivato Giovanni Paolo II ha inneggiato al suo anticomunismo restauratore, accontentandosi che reggesse (almeno giornalisticamente) sulla morale, mentre la vergogna dell’ecumenismo e di un’ecclesiologia sgangherata e fracassona disseminavano di scandali il Corpo Mistico. Ancor più con Benedetto XVI il “cattolico conservatore” ha creduto di aver avuto partita vinta, mentre gli esili e modernistici sofismi del dotto bavarese, come in una falsa restaurazione, quasi invocavano nuove tappe del percorso rivoluzionario.

Si può certamente censurare il giudizio con cui è colpito Benedetto XVI e il suo pontificato – e i motivi di questa censura saranno qui subito palesati -, ma persino la condanna del “dotto bavarese” non sarebbe più che un’opinione in mezzo a considerazioni assai più fondate, se essa non assumesse un significato in rapporto ad alcune considerazioni che, nella Lettera, introducono e succedono ai passi appena citati:

Vi scriviamo dai nostri oscuri scantinati, dai nostri capannoni, mutati in decorosissime cappelle, da umide chiesuole private di provincia, vi scriviamo dai nostri barocchi sottoscala, onorati dalla celebrazione della Messa cattolica, dalla somministrazione dei Sacramenti e dall’insegnamento della retta dottrina. Vi scriviamo, ringraziando Dio, che ci ha concesso la grazia e la fortuna di scendere in questi piccoli spazi, nelle quali contiamo di rimanere ancora a lungo, e mossi da amichevole spirito di benevolenza, pur nella dolorosa separazione teologica che spesso ha contraddistinto i nostri rapporti. Potremmo volgerci al passato, rimproverando le vostre pie illusioni, le vostre cautele, le vostre studiate prudenze, anche, a volte, il calcolato vostro disprezzo verso di Noi ma non lo faremo: preferiamo riconoscere il vostro dolore sincero di oggi, l’incredulità rispetto all’attuale accelerazione della crisi nella Chiesa, la costernazione di fronte ai detti e ai fatti di Bergoglio e dei suoi accoliti.

Non ci vuole una particolare iniziazione ai contesti del Tradizionalismo italiano per riconoscere nei “capannoni mutati in decorosissime cappelle”, “umide chiesuole private di provincia” e nei “barocchi sottoscala” i luoghi che sono o sono stati le chiese del sedeprivazionista Istituto Boni Consilii e della FSSPX e che Radio Spada, velando le profonde differenze teologiche assimila in un’unica Vandea. Si deve ricorrere alla narrazione vandeana, alla memoria della petite église per convincersi che una neutralizzazione non è poi una cosa così grigia e liberale:

Questa scelta comporta una separazione, una dislocazione dei cattolici di oggi in piccoli gruppi che si sforzino e combattano un cattolico e vandeano "ritorno al bosco", nell'attesa di poter tornare alle Chiese oggi occupate dal culto dell'Uomo e delle sue passioni piuttosto che al Culto divino.

L'ipotesi è suggestiva e ricorda alcune belle pagine di padre Calmel o.p., ciò che però è lasciato fuori, abbandonato al campo infame dei “conservatori”, in compagnia e, più spesso, in balia degli Introvigne, dei fra’ Cavalcoli, dei Tornielli e degli Agnoli è il vasto ceto dei sacerdoti, dei religiosi (e dei loro fedeli) che in tutto l’Orbe celebrano la Messa antica fondando la propria posizione sul Motu proprio Summorum Pontificum. Non si tratta evidentemente soltanto di modernisti travestiti da sacerdoti cattolici o di più o meno incipriati cultori di “pizzi e merletti”, ma più di sovente di eroici difensori delle forme antiche e tradizionali del culto cattolico la cui persuasione non ha bisogno della rettorica neo-vandeana, perché è già il segno di una Vandea.

Il SP, oltre a una pluralità di transeunti norme copromissorie approvate per contenere (o favorire) l'iniquità delle Conferenze Episcopali nazionali, contiene una dichiarazione fondamentale: che la Messa antica non è stata mai abrogata. Anche se si tratta di una dichiarazione priva delle forme proprie dell’infallibilità, con essa un Pontefice si è pronunciato sulla Fede e ha stabilito ciò che indubbiamente era già contenuto della Tradizione. Di più: ha indirettamente dichiarato il dogma dell'infallibilità escludendone un'efficacia sovranista e volontaristica.
Quando un parroco nello spazio canonico della propria chiesa parrocchiale decide di celebrare con il vetus Ordo, lo fa in base a quella stessa dichiarazione che si approssima all’infallibilità; egli si pone così sulla linea ininterrotta della Tradizione apostolica e accetta spesso la dolorosa prospettiva di atti persecutori perpetrati da un episcopato infedele ed eterodosso. Inoltre, a ben vedere, ogni Messa celebrata ogni giorno nella FSSPX non conosce altri presupposti. Monsignor Marcel Lefebvre parlava di “Messe de toujours”, di una Messa che “non può essere abrogata”.

Tutto ciò naturalmente è inaccettabile per coloro - e tra questi una parte degli editori/autori di Radio Spada - che non soltanto hanno condannato questo o quell’atto di Benedetto XVI, ma hanno negato coerentemente con i propri presupposti teologici la giurisdizione e l’autorità magisteriale del “dotto bavarese”. Il SP è ultimamente l’atto di un “occupante” i cui “esili e modernistici sofismi, come in una falsa restaurazione, quasi invocavano nuove tappe del percorso rivoluzionario”. Per gli autori sedeprivazionisti e sedevacantisti può essere quasi una vittoria coinvolgere alcuni fedeli (e sacerdoti?) della FSSPX nella nuova Vandea, purché accettino fino in fondo la logica disperata della petite église, e invece una sconfitta accogliere i cosiddetti “sacerdoti motu proprio” e il loro popolo. Questo è, in fondo, il problema di Radio Spada.  A.S.

5 commenti:

  1. Buon pomeriggio. ho letto la vostra chiosa. Non riesco, però, a capire che cosa significhi la seguente frase: «[il Pontefice/Motu proprio SP:?] Di più: ha indirettamente dichiarato il dogma dell'infallibilità escludendone un'efficacia sovranista e volontaristica.» Potrei avere un chiarimento?
    Grazie. N.B.

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  2. In realtà si vuole semplicemente affermare che Bendetto XVI dichiarando che il VO non è abrogabile ha anche incidentalmente chiarito i limiti dell'infallibilità come definita dal Concilio Vaticano I: anche ricorrendo alle forme tipiche dell'infallibilità il Papa non può mutare il contenuto della Tradizione cui appartiene anche la Liturgia della Chiesa.

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    1. Ringrazio dell'illuminante e chiara risposta. Non sarebbe stato meglio, forse, scrivere direttamente con semplicità sulla Chiosa quello che avete scritto nella risposta? Premettendo che conosco da vicino l'attività di Radiospada, che non sono né sedecantista, né sedeprivazionista, né conservatore ,né neomodernista, che sono completamente d'accordo con quanto voi dite sul fatto che la Messa in rito romano antico non è mai stata abrogata né poteva esserlo, mi chiedo che significato abbia per voi la completa, totale e manifesta equiparazione fra la Messa di sempre e quella di Paolo VI, affermata dal papa Benedetto XVI nel MP SP? La nuova messa fa parte del depositum fidei o è un "impressionante allontanamento" dalla teologia cattolica della messa?
      Grazie,
      N.B.

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    2. Si riprendeva nel testo la terminologia di qualche post precedente, in particolare: http://vigiliaealexandrinae.blogspot.it/2013/10/il-nominalismo-del-vescovo-di-roma-e-la.html e http://vigiliaealexandrinae.blogspot.it/2014/04/the-ultramontanists-progress-analisi-di.html . Quanto all'ultima questione la risposta che può essere data è già nel testo: "Il SP, oltre a una pluralità di transeunti norme copromissorie approvate per contenere (o favorire) l'iniquità delle Conferenze Episcopali nazionali, contiene una dichiarazione fondamentale: che la Messa antica non è stata mai abrogata". L'equiparazione dei due riti è un compromesso con il pensiero dominante e con le Conferenze episcopali e forse di BXVI con se stesso.

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  3. Ottimo articolo. Secondo me è stato fin troppo generoso con il solipsismo sedevacantista di RS. Puoi anche crearti un gruppo omogeneo che tra amicizie e censura se la canta e se la suona , pretendendo pure di essere un faro per i poveri imbecilli che restano nella Chiesa. Poi c'è la realtà, è il bello di essere cristiani.

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