mercoledì 27 novembre 2013

In exitu fidei. Oggi su il Foglio la disputa tra Emmanuel Exitu e Gnocchi&Palmaro



Oggi il Foglio pubblica una lettera indirizzata ad Alessandro Gnocchi e a Mario Palmaro da parte del regista Emmanuel Exitu. Emmanuel Exitu, che secondo una filiazione più letteraria che carnale si dice "figlio illegittimo" di Giovanni Testori, rivendica la propria appartenenza a Comunione e Liberazione e declina tutti gli argomenti dell'esperienza giussaniana del Cristo contro la fede cattolica (guareschiana) di  Gnocchi&Palmaro. Questi ultimi rispondono e ne scaturisce un'interessante disputa sulla fede. Pubblichiamo qui di seguito i due scritti con partigiana e cattolica simpatia per i contraddittori di Exitu.

Emmanuel Exitu vs Gnocchi&Palmaro

La premiata ditta d’imbalsamazioni Gnocchi&Palmaro dispiace perché pretestuosa nel maneggio delle fonti e piena di risentimento. Sarebbe divertente ribattere colpo su colpo con la gioia maligna del vandalo, ma non c’è spazio né cultura sufficienti. Si può però ribattere sul piano dell’esperienza, che poi sulle faccende di vita è l’unico piano che davvero conti. Non a difesa del papa, che sa benissimo difendersi da solo, ma a difesa di me stesso, della mia esperienza di moderno che vive oggi la fede seguendo l’esperienza viva di testimoni afferrati da Cristo oggi. G&P cita tutti, tranne Cristo: del rapporto con Lui non racconta. Quel rapporto bisogna viverlo, non basta avere in memoria tutti i libri cattolici fino all’ultima nota per poi mitragliare senza pietà chiunque ritenga fuori dalle righe. Il testo scritto ha il difetto che puoi fargli dire quello che vuoi. Un testo vivente, invece, è più scomodo da maneggiare: se fai il furbo, si ribella. G&P usa molti testi scritti (nessuno creda però che gli autori citati siano così noiosi: sono presi come farfalle inchiodate al velluto e non osservate in volo, ma in realtà pompano sangue nelle vene); ma non usa testi viventi, gli unici che potrebbero davvero convincere un uomo, e in particolare un moderno. E i testimoni che abbiamo sotto gli occhi non sono pataccari: portano prove che si toccano e si vedono. P.e. Aldo Trento, sacerdote che ha ispirato alle reducciones la sua parrocchia in Paraguay: clinica per malati terminali, scuole, giornali, opere che però sono nulla rispetto ai frutti di conversione. Qual è la sua pastorale? Lo dice con Ruiz de Montoya, primo gesuita laggiù: “«Per due anni ci siamo guardati dal giudicare intorno al sesto e al nono comandamento, del tutto incomprensibili per i Guaranì poligamici. Ci siamo preoccupati di non distruggere quelle tenere e giovani piante, annunciando solo l’avvenimento della bellezza di Cristo». Dopo due-tre anni i Guaranì, diventati cristiani, hanno cominciato a chiedere il matrimonio monogamico: con la nascita della famiglia nasce il primo popolo cristiano della selva. Il rapporto gesuiti-indios era definito dalla libertà.” Non è roba fantastica? A leggere G&P vien da pensare che avrebbe invece mandato i droni per bombardare i Guaranì con i più massicci tomi di teologia morale: e chi non ha il fisico, peggio per lui. Oppure, Chiara Corbetta e Francesca Pedrazzini, due bellissime tutte casa&chiesa morte per tumore raccontato come di una festa perché andavano a scoprire il posto che Gesù ha preparato per loro. Non erano impazzite, basta una googlata per vederlo, ma è anche impossibile credere che vivessero così perché avevano le istruzioni per l’uso desunte dai santi libri: lo facevano solo per l’esperienza dell’amicizia di Gesù, come bimbe in braccio al padre, impadronendosi delle sue mani attraverso l’amicizia sacramentale di familiari e amici. Non si può dire che G&P sbaglino il materiale vertiginoso e razionale della liturgia, della morale, della teologia e chi più ne ha, ne metta. Ma le case che costruiscono sono brutte e soffocanti, inospitali. Esistono esperienze che con lo stesso materiale – di cui nessuno nega l’essenzialità – costruiscono cattedrali, ospedali, rifugi, dimore aperte a tutti, perfino a Scalfari. Gesù (oddio: sarà blasfemo scrivere il nome di Gesù di fianco a quello di Scalfari?) l’ha detto meglio: il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato. Se riti, preghiere, tutto il deposito tradizionale non fa più vita la vita di tutti i giorni, quella solita, che taglia le gambe, si può obiettare che qualcosa non torna nelle loro proposte? Non è il materiale, quindi, ma l’uso che ne fanno. Rimango cristiano perché la mia vita è più vita: e, sia chiaro, nessuno mi ha mai fatto uno iota di sconto su verità di fede e morale. Fede e morale, però, mi sono sempre state offerte in un’amicizia che non mi ha mai imposto nulla, ma mi ha fatto desiderare tutto, innamorandomi sempre più fino ai sacramenti, o al gusto del gregoriano, o all’inchino durante il Credo, o alla storicità dei Vangeli! Perfino alla verginità, alla povertà, e chi più ne ha, ne metta! Chi l’avrebbe detto che la vita può essere così vita? Ma il fascino non è partito dai predicozzi, è nato nell’incontro con persone vive e liete che hanno scatenato in me la voglia di quella vita.
La verità è un bastone, certo, ma da usare per sostenere il cammino, non da dare in testa agli altri – e se s’irrompe in un ospedale da campo, si mena tutti, si disprezzano i feriti dicendo che se lo sono meritato e si sbeffeggiano gli operatori perché hanno i camici sporchi di sangue, poi non ci si può lamentare se arriva qualche calcio nei denti. Quando non c’è coscienza chiara della propria identità, che per un cristiano corrisponde alla coscienza di Chi lo sta facendo ora, le forme hanno una cristallizzata e intoccabile priorità per cui ogni scostamento è la fine del mondo (G&P replicherà che riporta solo la tradizione, con una sicumera che fa sospettare che lo Spirito Santo, in volo verso la Sistina, sia stato abbattuto e fatto precipitare a casa sua: vorrei vedere le prove, però).
È roba che scotta, invoco mani più sante delle mie. Il focus però è chiaro: nel cammino di fede, a cosa si guarda? A cosa guarda G&P? Non riuscivo a capirlo, poi ha descritto scandalizzato la visita del Papa alle grotte vaticane: “Volgendosi al chierichetto che teneva le mani giunte, il Papa gliele ha aperte chiedendo se fossero incollate. Ma il bambino evidentemente educato alla lode e all’adorazione le ha prontamente offerte a maggior gloria di Dio ricongiungendole.” Intrigato, sono andato su youtube e ho visto. Il papa entra, ci sono due chierichetti, si accorge di loro: non “si volge” per caso, ma proprio li punta. Il primo lo guarda arrivare con la faccia che avremo tutti in paradiso: stupita e beata. Il papa l’abbraccia e il sorriso del bambino si espande ancor di più nel calore di quell’attenzione inattesa e dedicata solo a lui (fior di monsignori, attorno). Il secondo è impalato nella cerimonia, occhi sbarrati, e così rimane nell’abbraccio del papa, che se ne accorge e cerca di scioglierlo. Sembra dire: “Se tenere le mani incollate non ti facilita il riconoscimento dell’Amore, a cosa serve? Posso insegnarti un modo per cui le mani così aiuteranno la tua felicità. Intanto abbracciami.” Francesco non disprezza le mani incollate, né tanto meno impone “voglio che tu sia bravo”: con quel gesto così scandaloso grida “voglio che tu sia! senza condizioni!”: questo non è amore vero e razionale, a cui non basta la ragione per realizzarsi? G&P ci vuole imbalsamati, il Papa ci vuole vivi e combattivi ora: cos’è più razionale e desiderabile? Questo è il focus. Sto dalla parte del Papa non perché è il Papa, ma perché lo desidero io, sulla mia vita, quello sguardo che ha avuto sui chierichetti! Che commozione! Che tenerezza! Che invidia!
Ora però il testimone scotta troppo, bisogna proprio passarlo a Giussani (Congresso Catechistico Internazionale, 2002): “Secondo la pedagogia divina ricordata nel Direttorio, il libro della fede deve essere sempre presentato da un testimone e accompagnato da una esperienza, così da poter cogliere la coincidenza fra contenuto e metodo tipica della rivelazione cristiana. […] Le verità del catechismo diventano così, attraverso la carne del testimone, non dottrina cristallizzata, ma eco di un avvenimento vivente, di un incontro totalizzante che rende possibile la permanenza incidente del Mistero di Cristo nella storia. Chi rimane fedele ai sacramenti e al dogma, anche attraverso un uso intelligente e affettuoso del Catechismo, custodito dalla memoria, può essere facilitato nel riconoscimento della Realtà vivente espressa dai dogmi attraverso un incontro personale.” E se Giussani vi sta antipatico, Catechismo n. 25: “tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento deve essere orientata alla carità che non avrà mai fine. Infatti sia che si espongano le verità della fede o i motivi della speranza o i doveri dell’attività morale, sempre e in tutto va dato rilievo all’amore di nostro Signore, così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall’amore, come nell’amore ha d’altronde il suo ultimo fine.”
Se scopo dei cristiani fosse difendersi dal mondo, non si saprebbe da dove cominciare (e neanche dove finire, tant’è lo sfacelo così evidente ovunque). È una vita reattiva, logorante e brutta. Gesù fece qualcosa di diverso, racconta Peguy, perché “c’erano tempi brutti anche sotto i Romani. Ma Gesù non si tirò indietro, non si rifugiò dietro la disgrazia dei tempi, tagliò corto. Lui non accusò nessuno. Lui salvò. Lui non incriminò il mondo. Lui salvò il mondo.”
Per queste ragioni l’accusa a Francesco di aprire un’ignobile trattativa con il mondo moderno (cedere verità in cambio di benevolenza) è una bufala come la trattativa Stato-mafia. Le parole di G&P si attorcigliano con spirito travagliesco: uso selettivo di fonti, distorsione di dettagli fuori contesto, sguardo volutamene parziale sul magistero. Sogno un lumeggiante Fiandaca della cattolicità – con fantastico titolo: “La liquidazione della Chiesa da parte di Francesco è una boiata pazzesca” – e intanto invoco il dreamteam del Foglio: Crippa il Chesterton, SDM il Magnifico, Silva l’Esorcista, Milani il Crisostomo con rubrica “Concilio Fisso”, mastro Langone alle vettovaglie. E Smargiassi rubato a Rep.
A me stare al mondo piace da pazzi: mi piacciono le risse, mi piacciono gli abbracci. I cristiani sono nel mondo non per dare ragione al mondo, né per dargliele di santa ragione con la propria bravura (che pensieri esilaranti!). Siamo nel mondo, nel nostro mondo moderno, per dare ragione della nostra speranza. E si spera solo da un Amore vivo, perché “ci vuole pioggia, vento e sangue nelle vene e una ragione per vivere, per sollevare le palpebre. E non restare a compiangermi e innamorarmi ogni giorno e ogni ora di più, di più, di più” (Jovanotti, si parva licet).

Gnocchi&Palmaro vs Emmanuel Exitu

Non ci fosse il brillìo della scrittura, basterebbe quel suo sguardo appassionato verso Cristo a rendere degna di attenzione la cavalcata ribalda di Emmanuel Exitu fra le miserie spirituali di G&P. Anche se quello sguardo appassionato Emmanuel lo nega preventivamente con foga generosa, un po’ inquisitoria e un po’ giacobina, a un prossimo che non ha mai incontrato.
E’ vero che le sue diecimila battute ricalcano temi, argomentazioni, parole, totem e maestri conficcati a viva forza in tante altre lettere planate sulla scrivania di G&P in questi tempi: tutte uguali, tutte disperatamente aggrappate fin dalle prime righe alla dequalificazione dell’interlocutore per poi giungere, svolta dopo svolta, all’incontro con don Giussani, senza mai il brivido di trovare dietro l’angolo qualcosa o qualcuno di inatteso, senza un fremito che possa épater le bigot. Che noia. Ma qui la passione si sente davvero e si sente pure un certo fiato intellettuale che il mittente nasconde e non nasconde. Non a caso, esibisce fin dal cognome d’arte un’identità presa a prestito da un’opera letteraria, facendo di sé una semplice citazione, ma riuscendo in più di un momento a sfuggire all’abbraccio soffocante del pensiero e della vita altrui. E, quando se ne libera, parla, dice, impreca, graffia e, senza tema di venir smentiti, ama. Quel G&P trattato in terza persona singolare è frutto e segno di un interesse che riconosce almeno un po’ di umanità nell’interlocutore. Un cadeau avvolto in una piccola invenzione letteraria che non lascia indifferenti e induce G&P a rispondere in prima persona singolare: per intendersi meglio sulle questioni che contano.
A cominciare dal Gesù che non avrei mai citato e che, invece, è il sangue e l’anima di ogni parola e di ogni spazio con cui sono state composte quelle pagine capaci di scandalizzare persino una creatura a prima vista così disincantata e anticonvenzionale come Emmanuel Exitu. Quelle parole basta rileggerle, o forse leggerle davvero, per rendersi conto che non serve confessare a ogni passo “l’incontro con Gesù” per sentire il Figlio di Dio nelle proprie vene e nella propria anima, per farne la propria vita. Se rubo le parole di Giovannino Guareschi per descrivere la lacrima con cui il Cristo crocifisso guarisce il bambino di Peppone, non sto facendo l’intellettuale. Sto solo dando forma al pudore che mi fa sentire incapace di descrivere con pensieri solo miei il mio sguardo quotidiano su Gesù in croce. E, magari, su quella lacrima pitturata con pennellate così perfette, ci ho pianto, ci ho meditato, ci ho riflettuto: ci ho pregato. Per questo non mi sento soffocare dentro la luminosità di quella splendida casa che è la liturgia, l’edificio più bello che l’uomo abbia mai contribuito a erigere, perché è di origine divina.
Per una creatura, non esiste momento più incantevole di quello in cui apparecchia la casa perché sta arrivando il Signore a offrire ancora una volta la sua morte e a portare in dono ancora una volta la sua vita. Tutto trepida d’attesa per quanto non vi è di più grande nell’universo, e profuma ancora una volta del nardo sparso sui piedi di Gesù nella casa di Simone il lebbroso la sera prima dell’ultima cena. Non c’è momento in cui torno  davvero bambino come quando, con ingenuità poveretta, riesco a catturare una goccia dell’acqua santa che il sacerdote, alter Christus, distribuisce lungo la navata prima di salire all’altare di Dio, al Dio che letifica la mia giovinezza. E’ come essere accanto a quella donna che riesce a toccare il lembo del mantello di Gesù e fare come lei. “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”. E io, che ero in ginocchio, mi alzo e mi sento in pace perché Gesù mi ha guardato.
Ma non c’è nulla di sentimentale in tutto questo. Per guarire nel corpo e nell’anima, l’uomo, che è una creatura razionale e quindi liturgica, ha bisogno di ben altro che il sentimento. La piccola ma incresciosa vicenda del bambino con le mani oranti ripreso dal Papa ha colpito tanto Emmanuel perché dice questa verità e sta alla radice del senso religioso. Ma lui, Emmanuel, non lo ha ancora capito. E’ andato a caccia del filmato su Youtube e poi ha compiuto l’operazione più inutilmente intellettuale che si potesse concepire: ha immaginato i pensieri del Papa mentre riprendeva il chierichetto con le mani giunte. Non ha compreso che qui non si tratta di discorsi, ma di gesti: di rito. Quando riconosce la necessità di adorazione che si fa strada nel cuore dell’uomo, la ragione si umilia, si purifica, si ritrae e fa spazio all’orazione: non parla. La liturgia introduce a un mondo celeste in cui leggi, gesti e parole sono stati stabiliti una volta per sempre da Dio. Farli propri non significa chiudersi in case soffocanti, preda di qualche imbalsamatore, ma accedere a una vita più bella che viene uccisa da una vivacità solo umana. Quel bambino, che ha ricomposto le mani giunte dopo che il Papa gliele aveva disgiunte, tutto questo lo ha già nel suo sangue cristiano, senza bisogno di “vacanzine”, di “scuole di comunità” e di nottate esegetiche sui testi di don Giussani. Gli è bastato imparare a servire la messa da un maestro bravo e devoto.
Naturalmente, servono anche i testimoni viventi, ed Emmanuel cita sacerdoti missionari ai confini del mondo, laici che hanno affrontato la malattia testimoniando che morire da santi è possibile. Ma la dottrina della comunione dei santi ci assicura che sono veramente vivi, oltre a questi contemporanei, tutti i membri della Chiesa di ogni tempo. A cominciare dai santi: Agostino e Benedetto, Ambrogio e Carlo Borromeo, Francesco e Domenico, Filippo Neri e Ignazio di Loyola, don Bosco e padre Pio. Sono tutti più vivi di noi, pregano per noi e ascoltano il nostro orare. Le guglie delle cattedrali gotiche pullulano di statue che rendono visibili migliaia di cristiani defunti che sono vivi nel mistero del Paradiso.
Questi cristiani ci raccontano la storia di una fede che impone di cambiare vita e abbandonare l’uomo vecchio. Non chiede un’adesione intellettuale e filosofica, ma esige un cambiamento di vita. Il Nuovo Testamento mostra una predicazione che sul piano morale è letteralmente senza sconti. Paolo scrive ai dissoluti pagani del corrotto impero romano e, tuttavia, non omette nessun insegnamento che sia necessario per una vita santa. E’ probabile che, a quei tempi, tessalonicesi, romani, filippesi, efesini non se la passassero così bene dal punto di vista del sesto e del nono comandamento. Ma la Chiesa primitiva, spesso citata per contrapporla a quella costantiniana e medievale, non si è inventa un cristianesimo riveduto e corretto a beneficio dei peccatori incalliti. La verità di Cristo, della sua Persona e della sua sequela deve essere insegnata tutta intera.
La gradualità si esprime nel perdono e nella pazienza del confessionale, non deformando la dottrina per emendarla dalle spigolosità che non piacciono all’indio Guarani e, magari, neanche alla casalinga di Voghera, al giornalista milanese o al regista bolognese. Se nel confessionale la Chiesa lava il peccato e sconfigge il nemico, dal pulpito la stessa Chiesa comunica tutto l’orrore del peccato e denuncia tutta la pericolosità del tentatore.
Senza dottrina, senza distinzioni sottili, non si diventa bravi cristiani. Lo diceva Chetserton nel 1934: “Le discussioni teologiche sono sottili ma non magre. In tutta la confusione della spensieratezza moderna, che vuol chiamarsi pensiero moderno, non c’è nulla forse di così stupendamente stupido quanto il detto comune: ‘La religione non può mai dipendere da minuziose dispute di dottrina’. Sarebbe lo stesso affermare che la vita umana non può mai dipendere da minuziose dispute di medicina. L’uomo che si compiace dicendo ‘Non vogliamo teologi che spacchino capelli in quattro’, sarebbe forse d’avviso di aggiungere ‘e non vogliamo dei chirurghi che dividano filamenti ancora più sottili’. È un fatto che molti individui oggi sarebbero morti se i loro medici non si fossero soffermati sulle minime sfumature della propria scienza: ed è altrettanto un fatto che la civiltà europea oggi sarebbe morta se i suoi dottori di teologia non avessero argomentato sulle più sottili distinzioni di dottrina”.
Ma sarebbe non conoscere l’uomo, a cominciare da se stessi, se si pensasse che basta apprendere il bene per sceglierlo sempre. Lo credeva, sbagliandosi, Socrate, professando un intellettualismo che faceva coincidere conoscenza della verità morale con la coerenza di vita. Ma già Ovidio nelle “Metamorfosi” diceva: “Video meliora proboque, deteriora sequor”, vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo le peggiori. “Veggio 'l meglio ed al peggior m'appiglio” confessa Petrarca. E Paolo di Tarso nella “Lettera ai romani”: “Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”. Però questa conoscenza dell’animo umano non deve produrre il testacoda logico secondo cui conoscere la verità morale non serve: possedere la dottrina non basta, però è necessario. Come direbbe Pascal, è il ben pensare che porta al ben agire, e Chesterton, gli fa eco spiegando che la strada dell’inferno è lastricata di tutto, tranne che di buone intenzioni. La ragione indaga e insegue la verità e la volontà poi deve trovare la motivazione che la inclina al bene: l’amore per Cristo, la passione per gli altri nei quali vedo Gesù, l’incontro di veri testimoni del Vangelo.
L’esperienza, dunque, poiché il cristianesimo esige non solo di essere conosciuto, creduto, pensato, ma anche vissuto. Ma “esperienza” è concetto ambiguo che porta inevitabilmente con sé una quota di soggettivismo e rischia di relativizzare la fede. Se è vero che il cristianesimo è incontro con Cristo, bisogna insegnare dove ordinariamente avviene: nella Chiesa e nei suoi sacramenti. Certamente il Signore può trovare altre strade per intercettare un’anima, dalla bellezza di un tramonto all’affetto di una “compagnia”. Ma Cristo si incontra nei sacramenti, dal battesimo alla confessione passando per l’eucarestia, e nella preghiera. Per questo vado a messa, mi confesso, mi comunico, mi inginocchio e prego. Perché nel corso della giornata vorrei avere occhi solo per vedere Gesù, orecchi solo per ascoltare Gesù, bocca solo per lodare Gesù e baciare le sue piaghe, mani solo per carezzare Gesù, ma so che, senza di Lui, non ho la forza per farlo.
Il resto è terreno sdrucciolevole, sul quale i sentimenti rischiano di accecare la ragione e l’esperienza rischia di mangiarsi la verità. Un territorio dove concetti tremebondi e ambigui come “fascino”, “attrazione”, “risposta alla domanda dell’uomo” possono illudere che seguire Cristo sia l’assecondare una gradevole strada in discesa, mentre è proprio il contrario. L’uomo deve combattere contro tutte quelle pulsioni che lo spingono lontano da Gesù. E deve vigilare perché il peccato e il male diventano persino un veicolo privilegiato da pilotare per tenere comodamente insieme l’incontro con Cristo e una vita lontana dal Decalogo, dando del moralista a chi lo fa notare e beffando proprio quel Gesù che ammonisce “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama”.
Per uno di quei paradossi che ne fanno l’unica religione vera, il cristianesimo è esaltante perché indica a tutti il povero orizzonte di quelli che il vecchio Chesterton chiamava i cristiani comuni. Quelli che credono giusto il bere e biasimevole l’ubriachezza, che credono normale il matrimonio e anormale la poligamia, che condannano chi colpisce per primo e assolvono chi ferisce in propria difesa. Quelli che pensano, e quindi compiono, ciò che la dottrina ha sempre insegnato e, loro sì, sono avviati verso il Paradiso.
A questo punto è arrivato il momento dei saluti e, francamente, caro Emmanuel, sarebbe imbarazzante inviargieli da parte della “premiata ditta d’imbalsamazioni”, “pretestuosa nel maneggio delle fonti e piena di risentimento”, “mitragliatrice senza pietà chi esce dalle righe”, espressione di “spirito travagliesco” con tanto di “uso selettivo di fonti, distorsione di dettagli fuori contesto, sguardo volutamene parziale sul magistero”. Se le basta, li accetti dal suo G&P.
 

1 commento:

  1. Lasciamo che a Giussani e compagni risponda il grande Abate di Solesmes ...

    "E’ provato che i contemporanei non credenti da soli non intuiscono nulla dei principi religiosi. Questa impotenza deriva dal silenzio discreto che si mantiene da troppo tempo nei loro confronti e che permette loro di ignorare tutto. È impossibile non essere colpiti dalla devozione e dall'eroismo pacato delle Suore di carità. Senza dubbio ci si rende conto del principio che ispira questa devozione e questo eroismo; si sa che il sentimento religioso ne è la sorgente. Ma fra tutti coloro che chiedono il loro soccorso, le persone, che non hanno la fortuna di essere illuminate dalla luce soprannaturale, quale idea si fanno del sentimento religioso che anima queste Suore? Perché il sentimento religioso esiste là dove esiste la religione. Perché mai una tale devozione non esiste nelle religioni del mondo antico? Perché tra i tanti popoli cristiani esiste soltanto tra coloro che partecipano alla comunione romana? E’ il risultato di un dogma che non si rintraccia altrove. Sarebbe stato opportuno indagarlo a fondo in questo secolo in cui piace rendersi conto di tutto, in cui si fa la statistica di tutto. Invece non si fa nulla, ci si limita ad ammirare, accettando i benefici. In fondo la cosa è molto semplice; si tratta di dire agli interessati: "avete delle Suore di carità ai vostri ordini perché esiste un sacerdozio fondato da Gesù Cristo; i membri di questo sacerdozio hanno il potere di purificare le anime e di metterle in seguito in rapporto con Dio stesso in un mistero che si chiama la comunione di cui essi sono i dispensatori. Se questo sacerdozio cessasse di operare, se fosse respinto dalla nostra società, voi vedreste scomparire nello stesso tempo queste serve dei poveri e degli ammalati. Ciò che voi chiamate il sentimento religioso non saprebbe più produrle ormai nè moltiplicarle"." (Dom Prosper Guéranger, Il senso cristiano della storia)

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