martedì 31 agosto 2021

Apologia dei cattolici libertari. Una risposta al professor Pietro De Marco

Dale Nichols - Arizona's Twilight,1934
Come si educe dalla breve biografia riportata da il Sussidiario (vedi qui), il professor Pietro De Marco, nato a Genova nel 1941, non è inquadrabile come studioso cattolico tradizionale, anche se ora sembra voler esercitare generosamente il proprio magistero anche in questo campo. Nell’articolo Apocalittici e libertari. Il ribellismo suicida dei cattolici no-vax pubblicato recentemente da Sandro Magister nella sua pagina Settimo Cielo nel sito de l’Espresso (qui e ripreso da Corrispondenza Romana qui; poi recensito da Stefano Fontana nella NBQ qui) De Marco sostiene una tesi interessante perché indice dell’incomprensione di alcuni aspetti fondamentali del passaggio dalla politica antica alla politica moderna nonché di una conseguente polemica mal esercitata contro chi oggi si oppone ai metodi e alle forme della “dittatura sanitaria” (qui in una nostra iniziale configurazione del fenomeno).

La tesi di De Marco sembra essere infatti questa: la difesa diffusa delle libertà personali di fronte ai provvedimenti anti-Covid dei governi rappresenta un processo di dissoluzione dell’“autorità” ancora esistente a tutto favore di una post-umanità indifferenziata e messa finalmente a disposizione di un tiranno, questo sì, veramente anticristico; il Cattolicesimo (tradizionale) dovrebbe, per evitare il suicidio, riaffermare il doppio katéchon dello Stato e della Cristianità. Formalmente la tesi di De Marco potrebbe essere condivisibile, soprattutto nelle sue conclusioni. In realtà, appena che si passi alla definizione dei concetti risulta del tutto fuorviante, almeno in una prospettiva tradizionale.

L’equivoco concettuale, che sembra condizionare tutto il discorso del Professor De Marco e di coloro che oggi ritengono di dover salvare a tutti i costi la decisione statale da ogni critica liquidata come “libertaria”, sta nella tralatizia immedesimazione del potere pubblico con lo Stato e dello Stato con un (il) katéchon. Una simile confusione non rende ragione al fondamento ontologico del politico da Esiodo fino alle monarchie del XVIII secolo, un fondamento che continua a sussistere (come osservò Otto Brunner nel suo bel saggio su La ‘casa come complesso’ e l’antica ‘economica’ europea, in Per una nuova storia costituzionale e sociale, Milano 1968, Vita & Pensiero) ancor oggi nonostante più di due secoli di sedimentazione rivoluzionaria: la struttura della casa e il signore della casa, il re nella sua accezione originaria come ancora lo intendeva Robert Filmer al di qua e al di là di Hobbes e di Locke, il pater familias o oikodespotes. Le monarchie antiche furono case sovrapposte a case e le democrazie antiche confederazioni di case. Questo sistema fu offuscato dalla decapitazione di Luigi XVI che instaurò, in luogo di uno stato di case e di padri, un “governo dei fratelli” (già parricidi) la cui chiusura fu necessariamente la sovranità dello Stato. Su questi passaggi scrisse cose notevoli Otto Brunner, e anche Carl Schmitt, citato parzialmente da De Marco, non li ignora, soprattutto nel suo imprescindibile dialogo con l’amico Álvaro d’Ors. Accanto allo Schmitt della Dottrina della costituzione (1928) c’è, infatti, lo Schmitt del Nomos della terra (1950) e dell'epocale superamento della forma politica statale. 

Se si accetta questo equivoco concettuale, come fa de Marco, fino a fare dello Stato un ente necessario nel contesto moderno e a individuare nel sistema statale l’ultimo freno alla dissoluzione anticristica, è giocoforza limitare e fondare le libertà in questo stesso sistema come se appartenessero definitivamente alla sua immanenza. Così infatti inequivocabilmente De Marco in un passaggio chiave, anche se un po' sfuggente, del suo articolo:
Se l’unica o almeno l’ultima autorità, nella tarda modernità dei diritti è assegnata, non per un abuso contingente ma per necessità, alle leggi e alle corti costituzionali, essa non può che agire minando le politiche e dissolvendo le società che incorporino autorità e in quanto la incorporano.

Una costatazione che si accompagna a un’altra costatazione secondo cui «l’intero “munus” imperativo (ovvero la cura dell’unità politica) è con la secolarizzazione (ovvero con la crisi della cristianità nell’età moderna) depositato nelle mani dei giuristi». Poiché si tratta qui evidentemente dei "giuristi curiali" del principe-Stato, ancora una volta De Marco legge parzialmente Schmitt che certamente individua nel “sileant theologi in munere alieno” di Alberico Gentili uno snodo fondamentale nella formazione dello Stato moderno, ma attribuisce, su un fronte opposto, allo jus non statale di Friedrich von Savigny (si veda il saggio di Schmitt, La condizione della scienza giuridica europea, Pellicani, Roma 1996) e della sua scuola il compito di una forza frenante, di un katéchon appunto, all’interno di quello stesso processo formativo dello Stato in fondo al quale c’è il detto di Julius von Kirchmann: «I giuristi sono diventati, tramite la legge positiva, come vermi che vivono soltanto di legno marcio», mentre «tre parole del legislatore bastano a trasformare intere biblioteche in carta da macero» (J. H. von Kirchmann, Die Wertlosigkeit der Jurisprudenz als Wissenschaft, Muntius Verlag, Heidelberg 1988, pp. 28-29). Oggi il processo è persino oltremodo avanzato, poiché al legislatore che uccide il diritto è subentrata un’amministrazione materiale, la così detta governance, che pretende di indirizzare le società attraverso interventi puntuali e condizionanti, difficilmente sussumibili sotto qualche diritto anche soltanto legislativo, e perciò non processabili. L’armamentario dei dpcm, del lock-down e ultimamente del green-pass si inquadra in questo fenomeno al di là della sua occasione concreta.

Letta in questo contesto evolutivo, l’affermazione di De Marco sulla necessità del sistema statale come «l’ultima autorità … assegnata, non per un abuso contingente ma per necessità, alle leggi e alle corti costituzionali» appare persino superata, mentre doppiamente minacciosa nella sua attualità risulta la seconda parte della proposizione: «Essa non può che agire minando le politiche e dissolvendo le società che incorporino autorità e in quanto la incorporano». Qui allora l’affermazione della/e libertà può essere letta come dissoluzione libertaria soltanto nel quadro di una recidiva metafisica (o teologia) dello Stato, che De Marco sembra fare propria. In realtà e in un senso opposto, si tratta ancora una volta dell’affermazione dello jus come katéchon di fronte alla perfezione tecnica del Leviatano. Affermare il diritto è un esercizio di katéchon. Si tratta di un’insorgenza della storicità degli individui e delle famiglie come tempo non riducibile al normativo e come ricettacolo costante di istituti giuridici tradizionali e naturali. È la politica antica, come appena descritta, che si riprende i propri spazi, l’ontologia che forza la fantasmagoria statale. Un ordine politico libero (epperò autenticamente giuridico) e non statale, e in questo senso, se si vuole, anche libertario, che si affianca naturalmente (e non in maniera contraddittoria, come soltanto potrebbe fare lo Stato, secondo le conclusioni di De Marco) al più grande Katéchon costituito dalla Chiesa e dalla Cristianità. Qui la decisione sui vaccini cesserebbe di essere una minaccia sovranamente incombente.

Postilla: le presenti considerazioni possono essere anche riferite all'articolo del Professor Corrado Gnerre che, pur cercando di mantenersi nell'ambito interpretativo della dottrina sociale della Chiesa e della filosofia tomista, approda a una tesi analoga a quella di Pietro De Marco (vedi qui; e ripreso da CR qui).

Andrea Sandri

domenica 15 agosto 2021

Su nostra Signora nel corpo. Una meditazione del Cardinale John Henry Newman sulla Festa dell'Assunzione

Juan Martin Cabezalero - Assunzione di Maria
Delle annotazioni di John Henry Newman sui propri sermoni abbiamo già pubblicato il testo sulla Pentecoste (vedi
qui con una breve introduzione all’opera). Riportiamo ora, nella nostra traduzione,  il testo per l’Annunciazione che il Santo teologo inglese pone sotto il titolo “On our Lady as in the Body”. Nel solco della Tradizione della Chiesa e con evidenti richiami agli scritti dei Padri (specialmente, come sembra, a San Giovanni Damasceno), Newman offre un prezioso schema di riflessione le cui connessioni teologiche (con l’Immacolata Concezione e con il mistero dell’Incarnazione e della morte e resurrezione del Signore) possono portare a una visione profonda del dogma che oggi si festeggia. Ricorrono in particolare i temi della preservazione di Maria dal peccato originale, della sua esistenza “inviolata e intemerata”, dell’attesa della Vergine sulla terra, preceduta dai Padri dell’Antico Testamento nella visione del volto del Figlio, mentre tutto il sermone finisce per soffermarsi sulla «spada nel cuore» della Madre di Dio, spada di dolore e di amore che fu contemporaneamente ragione della sua morte e della sua assunzione in cielo. 

1. INTRODUZIONE. QUESTIONE. Ci si chiede se questa festa non sia incompatibile con l’Immacolata Concezione. Infatti come potrebbe nostra Signora morire, se non ha ereditato il peccato di Adamo? 

2. RISPOSTA. Perché Ella era sottoposta alle leggi della natura caduta, e ne ereditò i mali, eccetto ciò che concerne il peccato. Così nostro Signore benedetto patì fatiche, dolore e morte. Allo stesso modo Ella non ebbe perfetta conoscenza sin dall’inizio. Ebbe bisogno di un riparo, di vestiti etc., non trovandosi in un giardino come i nostri progenitori.

3. Quindi, dal momento che tutti gli uomini muoiono, anch’Ella morì. Nostro Signore morì. 4. Eppure anche per ciò che riguarda il suo corpo, nostro Signore osservò una speciale dispensazione che la riguardava. Infatti non fu soltanto preservata dalle malattie, ma anche dalla tortura, dalle ferite etc. 

5. Accadde così che Ella che era inviolata, intemerata, non dovesse avere alcuna ferita.

6. La differenza tra gli uomini e le donne in tempo di guerra. Le donne proteggono e rimangono a casa. Quante mogli, o sorelle o figlie, soffrono nello spirito, e le hai sentite dire: «O, se fossi un uomo!». Ed esse soffrono nell’anima, come soffrirono per la Croce i santi che non furono martiri. E dunque Maria aveva una spada nel suo cuore. E questo fu il suo dolore. 

7. Perciò Ella ci mostra lo straordinario esempio di un’anima sofferente, ma non il corpo. 

8. Ella visse pertanto fino alla piena età di un essere umano. E in ciò fu differente da nostro Signore.

9. Che immagine ci è così offerta! Immaginatela a trent’anni, a quaranta, a cinquanta, a sessant’anni, con un aspetto ancora meraviglioso e giovane, ogni anno più celeste. Crebbe nella bellezza, e la sua anima crebbe nella grazia e nel merito. 

10. E poi immaginate il suo crescente dolore per l’assenza di Cristo, ché Ella visse quindici o sedici anni senza di Lui!

11. Sulla lunga vita e attesa dei patriarchi antediluviani. Giacobbe: «Ho atteso la Tua salvezza, o Signore!»; Mosè; Daniele; Maria come le anime nel Limbus Patrum, benché il tempo della sua attesa sia stato più breve. Fu come il purgatorio, un’attesa del volto di Cristo, ma qui un’attesa accompagnata dal merito e non dal peccato. 

12. Non deve dunque meravigliare la pia credenza che Ella sia morta d’amore. Soltanto l’amore poteva uccidere il suo corpo. Fu una contesa fra anima e corpo. Il corpo così forte, l’anima così desiderosa di Dio. Nessuna malattia poteva uccidere quel corpo. Che cosa l’uccise? L’anima, affinché essa potesse giungere in cielo.

13. (1) Di struggimento; e (2) di aspirazione alla libertà. 

14. Fu quindi conveniente che, quando Ella divenne libera, il Figlio non lasciasse il suo corpo così vinto e sopraffatto, e che, nello stesso tempo in cui l’anima conquistò la vittoria, Egli sollevasse il suo corpo incorrotto. 


15. L’Avvocata nostra nel cielo.

martedì 3 agosto 2021

La FSSPX tra fronte e retrovia. Intorno a una nota dell'Abbé Gleize

L’Abbé Jean-Michel Gleize
Al momento l’Abbé Jean-Michel Gleize è probabilmente il teologo più rappresentativo della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Professore di Teologia fondamentale presso il seminario di Ecône, ha preso parte, in qualità di esperto di ecclesiologia, ai colloqui dottrinali con la Santa Sede tra il 2009 e il 2011. Di questo teologo, nel 2013, sono uscite in lingua italiana le Questioni disputate sul XXI Concilio Ecumenico (Editrice Ichtys, Albano Laziale, vedi qui) in cui Gleize, se da un canto individua in «testi come Nostra Aetate sulle religioni non cristiane, Unitatis redintegratio sull’ecumenismo e Dignitatis humanae sulla libertà religiosa», gli snodi della discontinuità tra Tradizione e Concilio Vaticano II, afferma, dall’altro, che questi testi «impongono una scelta: o il Vaticano II o la Tradizione». Sicché non si può non osservare che così la teologia ufficiale, ma non sempre comune, della FSSPX ripropone, quasi in un “divergente accordo”, la tesi progressista della monoliticità del ventunesimo Concilio della Chiesa, senza tener conto di ermeneutiche che distinguono, in base al costante parametro della Tradizione, diversi livelli di vincolatività nei documenti conciliari nei quali è subentrata la confusione tra dottrina e pastorale (così, per esempio, p. Serafino Lanzetta in Il Concilio Vaticano II, un concilio pastorale. Ermeneutiche delle dottrine conciliari, Cantagalli, Siena 2014 vedi qui).

In uno scritto recente (vedi qui e qui l'originale francese) il medesimo aut-aut è applicato dall’Abbé Gleize alla lettura comparativa dei Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI (2010) e Traditionis custodes di Francesco (2021). Mentre il “conservatore” Benedetto XVI si limiterebbe a non decidere tra Novus e Vetus Ordo, proprio perché, a monte, non avrebbe deciso tra Concilio Vaticano II e Tradizione (così farebbe l’ermeneutica della continuità), Francesco assumerebbe coerentemente questa decisione in favore del Novus Ordo, dal momento che avrebbe già deciso per il Concilio Vaticano II. L’aut-aut di Gleize porta però il teologo all’omissione e all'oblivione dell’autentica decisione di Benedetto XVI nel senso della Tradizione liturgica e della sua non abrogabilità, decisione che costituisce il vero fondamento dogmatico e teologico del Summorum Pontificum e che rende questo documento solo superficialmente (su una superficie positivistica) paragonabile al procedere di Traditionis Custodes (vedi più ampiamente quanto abbiamo scritto qui). E, omesso il principio dogmatico, lo porta anche a opporre quasi positivisticamente testo a testo, rito a rito, laddove il discorso teologico, di per sé insufficiente (come ammette lo stesso Gleize nell’introduzione al libro appena citato), potrebbe servirsi del magistero. Nell’opposizione dialettica tra coloro che decidono per il Concilio Vaticano II e coloro che decidono per la Tradizione, tra coloro che decidono per la Messa tradizionale e coloro che decidono per la Messa di Paolo VI, l’Abbé Gleize non solo finisce per perdere di vista il fondamento certo del principio dogmatico dichiarato da Benedetto XVI (“la tradizione giuridica non può essere abrogata”), oltre che per contrapporsi così quasi occasionalisticamente alla decisione di Francesco, ma anche per collocare la FSSPX in una posizione, quella del fronte, che in questo momento non le spetta (e in cui la Provvidenza non sembra averla posta).

In realtà Traditionis Custodes aggredisce solo indirettamente la FSSPX: la aggredisce perché le Messe celebrate dai sacerdoti della FSSPX hanno (piaccia o no all'Abbé Gleize) la propria legittimità ultima nel principio dogmatico enunciato da Benedetto XVI, ma solo indirettamente perché la FSSPX, inserita in una missio atipica concessale da Francesco (su questo punto è tornato a esprimersi senza mezzi termini e in un modo che a taluni può sembrare ingiusto e crudele il Cardinale Burke, vedi qui), non è contemplata in termini normativi da Traditionis custodes. E sul fronte, perché invece direttamente colpiti dalle regole opposte al principio dogmatico della inabrogabilità della Tradizione giuridica, sono posti questa volta, diversamente dal 1971 e dal 1988, i parroci che si sono avvalsi fino a ieri delle regole ratzingeriane del Summorum Pontificum e ai quali è oggi interdetta la Messa nelle chiese parrocchiali, i neordinati che aspirano a un sacerdozio nella Tradizione liturgica, gli istituti ex Ecclesia Dei che si vedono minacciata la propria autonomia e la propria vocazione monoritualista, le abbazie, i conventi e le case religiose tradizionali. Tutto questo mondo è posto oggi sul fronte della Messa antica un tempo occupato dalla FSSPX, e si può credere che la vittoria di questo fronte sarà la vittoria di tutti, della Chiesa.

E la Fraternità Sacerdotale San Pio X? A essa non è tolto un ruolo fondamentale, bensì necessariamente assegnata una nuova posizione, quella della retrovia. Una guerra senza retrovia è spesso perduta sin dal principio. Restare nel posto in cui la Provvidenza ora la pone, significa per la FSSPX portare acqua e sostegno al fronte, garantire, con la propria lunga esperienza, ogni aiuto spirituale e materiale. I modi potranno essere individuati. Certamente non si tratta di sottrarre fedeli e sacerdoti a chi sta al fronte, quasi approfittando di un fallimento non ancora dichiarato (nonostante le suggestioni del teologo di fiducia), bensì di incoraggiarli a rimanere dove già sono. In questo modo la FSSPX potrà ordinarsi proficuamente al principio della Tradizione liturgica ben al di là della opposizione positivistica di due riti, e potrà finalmente ordinarsi al bene della Chiesa tutta, ponendo le basi di un giusto e pieno riconoscimento canonico in un futuro migliore, che potrebbe non tardare, e meritandosi riconoscenza e amicizia future anche oltre le proprie mura.

In questo senso possono essere lette le parole del Superiore della FSSPX, don Davide Pagliarani, contenute nella lettera del 22 luglio “Sul motu proprio Traditionis custodes” (vedi qui), la quale, mentre evidentemente condivide alcune posizioni dell’Abbé Gleize, sembra maggiormente aperta alla cattolicità della Chiesa: «La Fraternità San Pio X ha il dovere di aiutare tutte queste anime che si trovano attualmente nella costernazione e nello sconforto. Abbiamo innanzitutto il dovere di offrire loro, con i fatti, la certezza che la Messa tridentina non potrà mai scomparire dalla faccia della terra: si tratta di un segno di speranza estremamente necessario. Inoltre, occorre che ognuno di noi, sacerdote o fedele, tenda loro una mano rassicurante, perché colui che non desidera condividere i beni che possiede è in realtà indegno di tali beni. Solamente così ameremo veramente le anime e la Chiesa. Perché ogni anima che guadagneremo alla croce di Nostro Signore, e all’immenso amore che ha manifestato con il suo Sacrificio, sarà un’anima veramente acquisita alla sua Chiesa, alla carità che la anima e che deve essere la nostra, soprattutto in questo momento».

A.S.

giovedì 29 luglio 2021

Il bollettino mondiale di Traditionis Custodes. Verso una disapplicazione differenziata del Motu Proprio?

Segnaliamo (qui) un interessante sito che sta facendo un censimento dell'applicazione del Motu Proprio Traditionis Custodes nelle Diocesi di tutto il mondo. Si distringue tra Not Suppressed (bollino verde), All Suppressed (bollino rosso) e Some Suppressed (bollino giallo). Nella categoria Not Suppressed si distinguono i Vescovi che derogano espressamente al Motu Proprio (Yes) e i Vescovi che sembrerebbero temporeggiare (tra questi ultimi il Vescovo di Stoccolma di cui abbiamo commentato recentemente il comunicato qui, e la maggioranza dei Vescovi europei). L'applicazione stretta appare ancora sparuta. Negli Stati Uniti e, in generale, nell'area anglo-sassone sembra concentrarsi la tendenza alla disapplicazione esplicita (vedi qui una testimonianza della situazione americana). 
Si può constatare che, almeno al momento, l'atto normativo vaticano sta andando incontro a una seppur differenziata disapplicazione. Come si osservava su questo sito, la violenza è nemica della vigenza della legge.

mercoledì 28 luglio 2021

American Trads. Il Wall Street Journal su Traditionis Custodes

Ci è stato segnalato un interessante testo, pubblicato nella versione cartacea del Wall Street Journal del 22 luglio 2021 (vedi qui), che riportiamo qui di seguito nella nostra traduzione. È interessante che un grande giornale americano abbia ritenuto di occuparsi del Motu Proprio Traditionis Custodes affidando un articolo a una penna amica della Tradizione cattolica. Il testo contiene una preziosa citazione del Cardinale Newman che potrebbe divenire la divisa della resistenza a un provvedimento ingiusto, e ripercorre intelligentemente, con alcuni accenni che toccano la memoria anche del lettore europeo, lo sviluppo del movimento cattolico per la Messa tradizionale (la “TLM”) negli Stati Uniti, fino alla dura prova cui è oggi sottoposto. L’Autore, Matthew Walter, che è attualmente direttore della raffinata rivista di cultura cattolica The Lamp (vedi qui), collabora e ha collaborato con First Things, The Spectator, The Catholic Herald e National Review.
 


Kalamazoo, Michigan 

I furgoni si mettono in fila ben prima delle 8 del mattino e ce ne saranno altri a mezzogiorno. Ci vuole tempo prima che tutti escano da questi grandi modelli, pieni di sedili. Poi le mamme con il velo o il cappello di paglia legano i bambini al torace e seguono attraverso il parcheggio i loro mariti, anch’essi con bambini piccoli su ogni braccio. Questi cattolici stanno affollando la chiesa di Saint Mary, sede de facto della Messa in latino nella Diocesi prevalentemente rurale di Kalamazoo, per uno specifico obbligo religioso.

A St. Mary’s, nonostante i lockdown dello scorso anno, la partecipazione complessiva è cresciuta, più velocemente che in qualsiasi altra parte della Diocesi, ed è quasi raddoppiata dal 2020. In questi giorni le Messe domenicali tradizionali della parrocchia contano una media di circa 225 fedeli. Altre parrocchie americane hanno ottenuto analoghi incrementi di fedeli offrendo ciò che i devoti chiamano TLM [Traditional Latin Mass] o Vetus ordo ("Vecchio Ordine"), un riferimento scherzoso al Novus Ordo promulgato nel 1970.

Le comunità stabili della Messa in latino, a cui appartengono famiglie come la mia, sarebbero state irriconoscibili per i cattolici tradizionalisti negli Αnni ’80 e ’90. A quei tempi molti guidavano per diverse ore per assistere a Messe scarsamente frequentate, celebrate in orari strani nelle sale dell’American Legion o negli scantinati delle case private. Poteva anche capitare che alcune famiglie arrivassero con il prete al seguito, e che lo portassero poi alla fermata successiva come un ecclesiastico di frontiera. 

Oggi molti giovani sacerdoti celebrano quotidianamente la tradizionale Messa. Vecchi messalini tenuti insieme con il nastro adesivo sono stati sostituiti da costosi volumi rilegati in pelle. Austere celebrazioni di mezz’ora hanno lasciato il posto in alcune parrocchie a regolari Messe solenni che richiedono cerimoniere, sacerdote, diacono e suddiacono. Gli standard liturgici in alcune parrocchie potrebbero ora essere superiori a quelli precedenti il Concilio Vaticano II.

Papa Benedetto XVI ha creato questo mondo. Nella sua lettera apostolica Summorum pontificum (2007) il Santo Padre ha concesso a qualsiasi sacerdote l'autorizzazione di celebrare la Messa nel rito antico e ha permesso ai laici di richiederne la celebrazione ai propri vescovi. Ciò che alcuni si aspettavano che corrispondesse a una disposizione limitata agli anziani e ad alcuni eccentrici è cresciuto in modo esponenziale.

Ora papa Francesco è determinato a porre fine a tutto questo. La scorsa settimana ha emanato un Motu Proprio che abroga il decreto del suo predecessore. Sembra insinuare che le cose siano andate troppo oltre e minaccino di annullare le riforme liturgiche degli Anni ’60. Il graduale superamento del nuovo rito emerso dopo il Vaticano II era infatti l'ambizione, espressa solo a metà, di molti tradizionalisti. Fino a poco tempo fa molti si attendevano un futuro in cui la “forma straordinaria” della Messa, come l'ha definita Benedetto, sarebbe divenuta ordinaria.

I vecchi trads, che ricordano i giorni delle Messe “don’t ask, don’t tell” [non chiedere, non dire] nelle cappelle private, si sono dimostrati tendenzialmente ottimisti. Michael Matt, direttore del Wanderer, un giornale cattolico tradizionalista, ha recentemente definito il decreto del Santo Padre una conferma del vigore del vecchio rito. E ha invitato i fedeli a resistere ai loro vescovi e persino allo stesso Papa.

Per molti versi questo è un ritorno a una norma una volta consolidata. Quando Benedetto emanò il Summorum pontificum, coloro che erano legati al vecchio rito erano stati trattati come paria per quasi 40 anni. Da allora è diventato comune che i sacerdoti di mentalità tradizionale siano incaricati della cura delle vocazioni o dei tribunali matrimoniali diocesani.

Questo spiega perché tanti di noi, che sono giunti all'età matura durante l’epoca del Summorum pontificum, si sentono come se il sole fosse caduto dal cielo. Decine di persone mi hanno detto che venerdì scorso è stato il giorno peggiore della loro vita. Mia moglie era una di loro. 

I membri della mia famiglia e migliaia come noi sono figli e figlie obbedienti della Chiesa. Facciamo di buon grado sacrifici per la fede, ma ora stiamo subendo una dura punizione che non verrebbe mai inflitta a coloro che sfidano apertamente l’insegnamento papale sull'aborto, per esempio. Mentre i cattolici liberali si compiacevano, mi sono venute in mente queste parole di San John Henry Newman: «Perché dovrebbe essere permesso a una fazione aggressiva e insolente di far piangere i cuori dei giusti che il Signore non ha addolorato? Perché non possiamo essere lasciati soli quando abbiamo perseguito la pace e non abbiamo meditato il male?».

Molti vescovi francesi, britannici e americani a quanto pare sono d’accordo e hanno annunciato che permetteranno a comunità come quella di St. Mary di rimanere così come sono. Il Vescovo Edward Scharfenberger di Albany, N.Y., è andato oltre e ha elogiato i «preziosi contributi apportati alla vita della Chiesa» dalla celebrazione della Messa tradizionale, che egli definisce un «bene pastorale e spirituale».

Ora aspettiamo. Dopo mezzo secolo di crollo delle vocazioni, come tratterà Roma i sacerdoti neo-ordinati che devono ora chiedere il permesso per dire la Messa tradizionale? Se vengono respinti, allora che cosa fare? Indipendentemente da ciò che accadrà, questo non era il futuro che molti di noi attaccati alla Messa tradizionale speravano. I furgoni continueranno a essere pieni, ma non c'è da stupirsi se i viaggi presto diventeranno più lunghi.

venerdì 23 luglio 2021

Una lettera dalla Svezia. Il Cardinal Arborelius e Traditionis Custodes

Il Cardinal Anders Arborelius, nato nel 1949 a Solengo nel Canton Ticino, da genitori luterani, si convertì al Cattolicesimo nel 1969, dopo un lungo percorso di avvicinamento alla Chiesa illuminato dalla lettura di Santa Brigida e di Santa Teresa di Lisieux. Nel 1971 entrò nel monastero carmelitano di Norraby in Svezia. Dopo aver professato i voti perpetui nel 1977, fu ordinato sacerdote nel 1979. Nominato da Giovanni Paolo II vescovo di Stoccolma, fu il primo vescovo cattolico svedese dai tempi dell’introduzione della Riforma in Svezia. Creato cardinale da Francesco nel 2017. Nel 2007 accolse con favore il Motu Proprio di Benedetto XVI e ne favorì l’applicazione nella sua Diocesi. In un paese in cui il Luteranesimo, a differenza che altrove, non appianò le forme liturgiche antiche e, anzi, permise alcune cristallizzazioni esteticamente apprezzabili, il Cattolicesimo tradizionale ha rappresentato per molti svedesi, in mezzo alla definitiva crisi liberale della Chiesa di Svezia, una porta maestra e congeniale per ritornare alla Chiesa degli antenati. E il Cardinale deve essersi avveduto dei buoni risultati del suo favore per la Messa antica (vedi qui). La lettera che qui riportiamo nella nostra traduzione (vedi qui l’originale) è apparsa sul portale della Diocesi di Stoccolma l’indomani della pubblicazione del Motu Proprio
Traditionis Custodes. È un breve testo prudente e conciliante che tuttavia, se letto attentamente, comunica le ragioni di una forte preoccupazione. 
Al centro di tutto è posta, come risulta dalla conclusione, l’opera di evangelizzazione della Svezia, che sembra essere ostacolata dal Motu Proprio giunto da Roma più come un problema che come una buona notizia (e qui c’è un riconoscimento del ruolo fondamentale della comunità cattolica tradizionale in Svezia). Il Cardinale raccomanda obbedienza e rispetto per il documento di Francesco (“comunque [sic!] un’espressione del magistero”) a chi “manifesta dolore, smarrimento o preoccupazione”, senza però condannare questi sentimenti, e si dice toccato dai fedeli legati alla Tradizione liturgica che, nonostante tutto, hanno voluto pregare per il Papa in questo singolare momento. Afferma (temporeggiando?) che si devono ancora trovare le modalità di applicazione di Traditionis Custodes (le Messe continuano dunque nell’“interregno” conformemente al SP?) e si impegna a garantire in ogni caso la continuità delle celebrazioni tradizionali. Se, come è stato osservato recentemente dal Professor Roberto de Mattei (vedi qui), Traditionis Custodes rappresenta un "atto oggettivamente violento" compiuto contro molti cristiani, la risposta del Cardinal Arborelius rappresenta un esempio di giusta e ordinata resistenza che si aggiunge a prese di posizione analoghe e anche più nette secondo le circostanze da parte di molti vescovi nel mondo. Da sempre la violenza può garantire solo una breve vigenza.


Stoccolma, 17.07.2021 

Cari fratelli e sorelle della Diocesi cattolica di Stoccolma, 

per prima cosa voglio ringraziare voi tutti che mi avete interpellato a motivo della lettera apostolica Traditionis Custodes emanata dal nostro Santo Padre Francesco in forma di Motu Proprio. Preferisco scrivere queste righe a voi tutti congiuntamente. Per alcuni di voi questa lettera è giunta come una assoluta sorpresa e ha causato sentimenti molto contrastanti. Molti manifestano dolore, smarrimento o preoccupazione. Al contempo sono grato del fatto che così tanti vi vedono comunque un’espressione del magistero della Chiesa che deve essere accolto come tale, dunque con obbedienza e rispetto. Sono rimasto particolarmente toccato dalla circostanza che alcuni tra coloro che provano grande amore per la forma straordinaria della Messa hanno voluto sottolineare di voler pregare in modo speciale per il Papa. È davvero importante considerare che questo è un tempo di preghiera e di penitenza, affinché si conservi e sia rafforzata l’unità nella Chiesa.

Probabilmente ci vorrà tempo prima che noi della Diocesi si possa individuare e definire le modalità di applicazione di questo Motu Proprio. Sono certo che si possa trovare la possibilità di celebrare la forma straordinaria della Messa, anche se ciò non sarà più possibile nelle chiese parrocchiali. Per questo esorto voi tutti di chiedere allo Spirito Santo ausilio per tutta la nostra Diocesi, affinché possa alfine aiutare tutti noi a fortificarci nell’amore della Santa Eucaristia e a lasciarci trasformare sempre più da quest’amore in fedeli discepoli di Gesù Cristo. Non possiamo rischiare di incepparci in discussioni interne su questioni liturgiche che ci rendono difficile o impediscono di intraprendere la nostra missione di evangelizzazione della Svezia.

Con la mia preghiera e benedizione, 

+ Anders Arborelius ocd

lunedì 19 luglio 2021

La Tradizione liturgica non può essere abrogata. Nota al Motu Proprio "Traditionis Custodes"


Come esige ogni ermeneutica giuridica, che non sia improntata a un mero positivismo, in ogni testo normativo deve essere cercata, sotto l’omogeneità formale dell’articolato, la decisione fondamentale e questa deve essere distinta dalle norme strumentali e secondarie, in particolare dalle norme compromissorie la cui natura è instabile e affidata al principio rebus sic stantibus cui i decisori si sono sottoposti. Si può sostenere a tal proposito che nell’ordinamento ecclesiastico la decisione costituzionale fondamentale è stata assunta definitivamente da Cristo quando, attraverso atti successivi, fondò la Chiesa, e che il contenuto di questa decisione è ricavabile dalla Scrittura, dalla Tradizione e dal magistero infallibile. Ciò nondimeno, quando esamina il documento di un Pontefice, l’interprete non può esimersi dall’individuare, se c’è, la “decisione fondamentale” che riguarda il contenuto della fede e che, se non costituisce formalmente un dogma, può essere considerata un principio dogmatico, distinguendola dal resto dell’apparato normativo in cui può confluire ogni tipo di statuizione anche transeunte, anche compromissoria. 

Un testo sul quale può essere compiuto esemplarmente questo esercizio giuridico-ermeneutico è il Motu Proprio Summorum Pontificum approvato da Benedetto XVI il 7 luglio 2007 (vedi qui). Come è risaputo, questo documento magisteriale dichiara la libertà di «celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962» (art. 1). In questo documento magisteriale sono rinvenibili alcune norme strumentali alla sua applicazione come, ad esempio, la previsione dell’esistenza di «un gruppo stabile di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica» affinché la Messa antica sia celebrata in una parrocchia (art. 5 § 1) o quella dell’intervento del Vescovo diocesano in caso di diniego da parte del parroco (art. 7) oppure quella della possibilità per l’Ordinario del luogo di erigere una «una parrocchia personale a norma del can. 518 per le celebrazioni secondo la forma più antica del rito romano» (art. 10).

Ed è riscontrabile una rilevante norma compromissoria che, rafforzata e fondata da una sostanza teologica e dottrinale, sembra fare da architrave all’intero testo. Benedetto XVI afferma infatti nell’art. 1 del Motu Proprio che «Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino» e che «tuttavia il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi”», sicché Novus e Vetus Ordo devono essere considerati «due usi dell’unico rito romano». Qui sta l’apparente radice della libertà della forma più antica del Messale romano. Si tratta di una norma compromissoria perché mira, senza però decidere tra le due forme e affrontare i problemi posti da chi ne afferma la discontinuità, a una pace liturgica dopo un conflitto mai sopito dalla promulgazione del nuovo Messale e anche perché, come ai tempi della promulgazione del Motu Proprio da più parti si disse, il Papa dovette placare la minacciosa opposizione di alcune importanti Conferenze Episcopali e di altre agenzie progressiste.

C’è però uno strato più profondo nel Summorum Pontificum nel quale Benedetto XVI sembra collocare la propria decisione sulla fede, stabilendo, seppur diffusamente, un principio dogmatico. Nell’art. 1 dichiara che il Messale del 1962 non è «mai [stato] abrogato». Dal contesto si può ricavare la portata di questa dichiarazione ed escludere che essa possa anche significare che il Messale antico potrebbe essere abrogato. Nel preambolo la citazione della massima della Regola di San Benedetto «Nulla venga preposto all’opera di Dio» (cap. 43) sembra alludere all’indisponibilità della Tradizione liturgica. Seguono il riferimento a San Pio V che curò l’edizione dei libri liturgici “secondo la norma dei Padri” e la breve descrizione dello sviluppo del Messale romano fino alla riforma di Paolo VI, accompagnata dalla constatazione della sopravvivenza del Messale antico. Nella Lettera ai Vescovi che chiarisce le ragioni del Motu Proprio (vedi qui) Benedetto ribadisce che il Messale del 1962 «non fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso». Constata poi «che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia». E osserva che «nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto». 

L’interpretazione autentica di queste proposizioni ci è data, per così dire in anticipo, dal Cardinale Ratzinger nei suoi ricordi pubblicati per la prima volta in italiano nel 1997 e usciti in Germania nel 1998 con il titolo Aus meinem Leben. Erinnerungen (1927-1987) (Deutsche Verlags-Anstalt, München 1998). Qui il futuro Papa rammenta, riferendosi agli anni Settanta, il suo sgomento di fronte «al divieto del vecchio Messale, dal momento che qualcosa di simile non c’era mai stato nella storia della liturgia» (p. 172). E continua: «Pio V fece soltanto rielaborare il Missale Romanum, come ciò è normale nel vivo sviluppo della storia attraverso i secoli. Così anche molti suoi successori procedettero a una revisione del Messale, senza contrapporre un Messale a un altro. Fu un continuo processo di crescita e purificazione nel quale la continuità non fu mai interrotta. Un Messale di Pio V, fatto da lui, non esiste. C’è soltanto la rielaborazione di Pio V come fase di una lunga storia di crescita» (ibidem). Osserva significativamente che il suo santo predecessore decise «che il Messale della città di Roma dovesse essere introdotto come indubbiamente cattolico in tutti i luoghi nei quali non si potessero esibire liturgie che fossero almeno antiche duecento anni. In questo caso si poteva continuare a celebrare la liturgia precedente, perché il suo carattere cattolico era garantito. Non si poteva pertanto parlare di un divieto» (p. 173). E sul divieto del Messale del 1962 scrive: «L’attuale divieto del Messale, che si è accresciuto senza soluzione di continuità attraverso i secoli a partire dai sacramentari della Chiesa antica, ha comportato nella storia della liturgia una rottura le cui conseguenze poterono essere solamente tragiche» (ibidem).

Da questo ampio contesto normativo ed ermeneutico si può ricavare il principio dogmatico deciso da Benedetto XVI, il principio che regge in realtà l’intero Summorum Pontificum e rimane un insegnamento magisteriale oltre lo stesso Motu Proprio e la sua occasione: la Tradizione liturgica non può essere abrogata. Il Messale con il quale Pio V e poi Giovanni XXIII trasmisero le forme apostoliche e antiche della liturgia rimane nel tesoro della Tradizione come un elemento la cui soppressione fa vacillare la cattolicità della Chiesa. Di qui il senso fondamentale del «mai abrogato» affermato nel Motu Proprio del 2007 e ribadito nella Lettera ai Vescovi. Sotto questo aspetto si potrebbe anche sostenere che la regola indecisa di Benedetto XVI («due usi dell’unico rito romano») trovi nel principio dogmatico deciso e nell’argomentazione teologica che lo avvolge una certa stabilità e logica cattolica. E ciò perché il Novus Ordo può giustificarsi come forma del Rito romano solo se si colloca nella continuità (che per molti deve ancora essere provata) della Tradizione liturgica. Se si toglie il «mai abrogato», il nuovo Messale è destinato a divenire irreparabilmente un testo di rottura, al di là di ogni considerazione di merito sulla riforma del 1970.

Anche il Legislatore del Motu Proprio Traditionis Custodes decide e lo fa scopertamente nell’art. 1 del documento, mentre le norme degli scarni otto articoli successivi sono meramente funzionali alla ferrea esecuzione della decisione: «I libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano». Apparentemente questa decisione si limita a decidere in superficie la regola indecisa di Benedetto XVI scempiando i «due usi dell’unico rito romano». Ma, più in profondità, diventa evidente che proprio questa operazione, se si segue la logica di Ratzinger, isola il Novus Ordo e lo separa dal principio dogmatico della Tradizione liturgica che, come si può facilmente constatare, automaticamente scompare dal testo di Traditionis Custodes, lasciando un mero ordine positivo senza fondamento o fondato nella mera volontà del legislatore. Pertanto, disapplicare pacificamente e ordinatamente Traditionis Custodes significa da oggi per vescovi e sacerdoti continuare a celebrare sulla roccia di Pietro e della Chiesa. Un atto di obbedienza al Papa e alla Chiesa di Cristo.

A. S.

lunedì 12 luglio 2021

"Stiamo attenti a non essere i protestanti della Tradizione". Alcune significative considerazioni di Don Alberto Secci sulla tentazione neotradizionalista

Karolina Larusdottir - La Processione
Dopo avere presentato i caratteri propri del fenomeno eterodosso del neotradizionalismo (vedi
qui) che sta inquinando le acque del movimento cattolico fedele alla Tradizione della Chiesa e dopo aver analizzato un articolo di Aldo Maria Valli in cui è affermata la fine della gerarchia cattolica insieme alla “Chiesa colata a picco” che l’Autore, già allievo del Cardinal Martini, vorrebbe sostituire con una nuova chiesa spirituale e “poco visibile” (vedi qui), abbiamo trovato nella rete un interessante intervento di don Alberto Secci che poco più di un anno fa metteva in guardia i cattolici tradizionali dalla tentazione di una Chiesa spiritualizzata, senza gerarchia, e perciò facilmente dimentica dell’Incarnazione e del Verbo incarnato che, prima di ascendere in cielo, mandò Pietro e gli Apostoli affinché lo rappresentassero vicariamente sulla terra nell’Ordnung e nell’Ortung - nell’“ordinamento” e nella “dislocazione”, secondo l’azzeccata concettualizzazione del canonista Hans Barion – della Chiesa da Lui fondata. Come è noto, don Alberto Secci è sacerdote fedele alla Tradizione che, dando coerente esecuzione al principio, stabilito da Benedetto XVI, dell’impossibilità di abrogare la Tradizione liturgica, regge da anni la comunità della chiesa di Vocogno in Val Vigezzo (vedi qui). Riportiamo qui di seguito la trascrizione delle osservazioni di don Alberto, con qualche modifica non sostanziale per favorire la lettura (qui invece il video).

La domanda di T. S. Eliot sull’ateismo moderno 

Nei Cori da La Rocca (vedi qui il testo inglese) il grande scrittore Thomas S. Eliot fa risuonare questa domanda: «È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?». Eliot, contemplando l’ateismo dei nostri tempi, dei tempi moderni, dice che «hanno abbandonato Dio per nessun Dio». Ma la causa sta nella Chiesa o nell’umanità? È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità? Tutt’e due. E nella Chiesa in che modo si è abbandonata l’umanità? Semplicemente con la protestantizzazione del Cristianesimo. Non cogliendo più il Cristianesimo nella sua interezza. L’eresia è sempre una riduzione. La Chiesa ha abbandonato l’umanità quando la Chiesa si è protestantizzata. Ma allora dobbiamo andare avanti chiedendoci: che cos’è il Protestantesimo?

L’Incarnazione come discrimine fra Cattolicesimo e Protestantesimo 

Che cos’è questa differenza tra il Cattolicesimo e il Protestantesimo? C’è un bel capitolo del libro di Davies (vedi qui, qui e qui) sulla riforma liturgica anglicana intitolato “Cattolicesimo, religione dell’incarnazione”. E prendo da questo capitolo una citazione del grande Newman. Il Cardinal Newman a un certo punto dice che se gli avessero domandato di scegliere una dottrina come base della nostra fede, avrebbe risposto: «Io direi che, per quanto mi riguarda, l’Incarnazione è al cuore del Cristianesimo», cioè che il Verbo si fa uomo, che Dio si fa uomo, «l’Incarnazione è al cuore del Cristianesimo. È di là che procedono tre aspetti essenziali del suo insegnamento: il sacramentale, il gerarchico e l’ascetico», tutte tre gli aspetti. 

I tre aspetti discendenti dall’Incarnazione: sacramentale, gerarchico e ascetico 

Sarò brevissimo. Discendono dall’Incarnazione i tre aspetti del Cristianesimo: sacramentale, gerarchico, ascetico. Allora dobbiamo stare attenti, noi che ci sentiamo chiamati a difendere la Tradizione, o che comunque riconosciamo il Cattolicesimo compiuto come quello della Tradizione, dobbiamo stare attenti a non spiritualizzare questa ricerca della Tradizione. Occorre riconoscere che dall’Incarnazione di Cristo, dall’incarnazione di Dio, discendono i tre aspetti. Il sacramentale: e facciamo bene a difendere l’integrità dei sacramenti. Il gerarchico: non possiamo essere dei rivoluzionari nella Chiesa, e dobbiamo riconoscere che la Chiesa è visibile e che ha una gerarchia, anche quando la gerarchia non esercita pienamente la sua autorità; noi siamo in una crisi così: ci sono vescovi che non fanno i vescovi, ci sono preti che non fanno i preti, ci può essere il Papa che non sempre esercita con coraggio il mandato petrino, ma nonostante questo occorre riconoscere l’aspetto gerarchico. Come anche bisogna riconoscere l’aspetto ascetico: non è perché la Chiesa è in crisi, che io non debba farmi santo, che io non debba rinunciare al peccato, e non debba domandare la grazia di una vera conversione, e lavorare faticando, perché questa conversione avvenga in me, soprattutto in me, oltre a pregare perché avvenga negli altri e nella Chiesa tutta. Stiamo attenti allora a non ridurre in senso protestantico la lotta per la Tradizione, a non essere i protestanti della Tradizione. 

Non possiamo rifugiarci in una chiesa spirituale. Il pericolo della protestantizzazione 

No, noi riconosciamo che l’Incarnazione è il dogma fondamentale e che da questo discendono i tre aspetti: sacramentale, gerarchico e ascetico. Per essere cattolici è necessario che questi tre aspetti siano presenti. Questo non vuol dire non denunciare la crisi. Si denuncia la crisi del sacramentale, quando i sacramenti sono contraffatti e non si lavora perché le persone li ricevano secondo le condizioni che portano frutto. Si denuncia la crisi della gerarchia dove chi ha un posto di comando come pastore non lo esercita o si assoggetta alla cultura dominante (e questo è drammatico!). Di fronte al lassismo, per cui c’è la crisi dell’aspetto ascetico, noi non possiamo rifugiarci in una chiesa spirituale. La Chiesa è una sola ed è quella che vediamo! Tutto ciò dipende dall’Incarnazione, ma è questo che ci fa cattolici. I cattolici non possono fuggire dal visibile, dall’incontrabile, da un’obbedienza evidente alla Chiesa. Stiamo attenti, perché il Protestantesimo combattuto, uscito dalla porta, rientra dalla finestra, se non vigiliamo. Tutto questo può aprire mille domande, può far soffrire, ma a ciò non possiamo rinunciare, perché così rinunceremmo al Cattolicesimo stesso. Pensiamoci bene, facciamoci guidare da Maria Santissima in questa vigilanza. Sia lodato Gesù Cristo!

venerdì 9 luglio 2021

Naufragio della barca della Chiesa e nascita della nuova comunità. Analisi di un recente articolo di A. M. Valli

Lucas Cranach il Giovane, La vera e la falsa chiesa (1546) 
Su questo sito, nel tentativo di descrivere il “neotradizionalismo” come passaggio da un’essenza a un’altra - da una galassia di gruppi e individui che negli anni del post-concilio si sono mantenuti insistentemente fedeli alla Tradizione della Chiesa, rimanendo nella costituzione divina della stessa, a un movimento che, nei suoi risultati, appare sempre più una teologia della liberazione giocata “a destra” - si sono recentemente individuati (vedi qui) tre passaggi fondamentali: la negazione della Chiesa visibile, la riduzione dell’ordine ecclesiastico all’organizzazione del gruppo di riferimento e l’impostazione politico-apocalittica culminante nella malcelata elevazione dell’azione politica a “grande sacramento” di liberazione

L’articolo di Aldo Maria Valli Mentre il papa è all’ospedale… comparso il 7 luglio sul blog del vaticanista (vedi qui) si presta, per le sorprendenti affermazioni ivi contenute, a una verifica della fattispecie di “neotradizionalista” individuata. Nei giorni della degenza di Francesco, Valli si dedica, infatti, “per analogia” (sic!), a una ricognizione dello “stato comatoso” della Chiesa cattolica, facendo seguire una serie di preoccupate constatazioni che sono alla portata di qualunque cattolico che abbia conservato sufficiente ortodossia e capacità di giudizio. E fin qui si può concedere all’articolista di non avere torto. Poi, però, si precipita in una serie di affermazioni che corrispondono perfettamente al primo elemento di fattispecie del neotradizionalismo ossia nella negazione della Chiesa visibile. Tutto in un crescendo, anzi: in un irrefrenabile sprofondamento in un abisso che si potrebbe facilmente dire luterano.

Valli premette che «naturalmente la Chiesa, che è di Cristo, non può finire», concedendo qualcosa al dogma della natura divina della Chiesa, ma aggiunge subito che «è finita la Chiesa così come l’abbiamo intesa e vissuta finora» e che «la Chiesa che sta rinascendo non ha nulla da spartire con la gerarchia [sic!] e le conferenze episcopali e le congregazioni della curia romana», perché «quella barca ha fatto naufragio ed è colata a picco [sic!]». E, come si legge più oltre, «di certo, sappiamo che l’autorità papale, già minata, ha ricevuto con questo pontificato un colpo mortale». Come Lutero nella Predica del 29 giugno 1522 su Mt 16, 13-19, il Vaticanista si assume l’autorità di pronunciare la sentenza di annientamento della Chiesa come «l’abbiamo intesa e vissuta finora» e di revocare così le parole di Cristo in Mt 16, 18: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa». Si dirà che siamo di fronte a un’iperbole o a una provocazione giornalistica, ma tale è il significato dell’articolo per chi legge, e d’altronde è lo stesso Valli che dichiara di avere abbandonato la finzione distopica dei suoi scritti precedenti. E tutto ciò è aggravato dall’esplicito riferimento al rovinoso naufragio della “barca”. L’immagine della “barca” di Pietro che cola a picco non ha bisogno di mediazioni culturali, si diffonde tra i fedeli smarriti e spaventati con il suo potere simbolico, come certi spettri che entrano in circolazione appena che se ne faccia il nome.

Ecco, dunque il punto zero in cui, tuttavia, «la Chiesa, che è di Cristo, non può finire». È il momento della nascita della nuova comunità “evangelica” di riferimento, il momento del secondo elemento di fattispecie del neotradizionalismo. Anche qui l’analogia con la visione luterana non può essere trascurata. Già in Lutero e, poi, in molti esegeti luterani e protestanti, c’è l’idea che, dopo la morte di Pietro, il potere delle chiavi sia passato non a un successore di Pietro, ma all’intera comunità che detiene così un illimitato potere di riforma della costituzione della Chiesa per volontà di Cristo stesso e nello Spirito Santo. Si possono confrontare con questo modello alcune affermazioni di Valli, a ridosso dell’annientamento della Chiesa “come l’abbiamo intesa e vissuta finora” e della sua gerarchia. È la nuova comunità nascente sotto l’impulso dello Spirito Santo, lontano dal primo esperimento fallito:
La Chiesa che rinasce, sostenuta dallo Spirito, è un miracolo di fede: spes contra spem, segno di contraddizione totale nel rapporto col mondo. Una Chiesa, mi scuso per il termine, un po’ guerrigliera, perché non inquadrata, spesso non visibile. C’è, ma si vede poco o per nulla, e nemmeno vuol farsi vedere. Tiene accesa la fiammella in modi che sono allo stesso tempo antichi e nuovi. Coniuga la Tradizione con l’inventiva che nasce dall’amore. Guarda con sconforto ai documenti ufficiali, alle linee e ai piani pastorali. Anzi, ignora tutto ciò perché sa che da lì può venire, ormai, solo un attentato alla fede. Poiché ha sete di Verità, va direttamente alla fonte dell’acqua che dà la vita e si riunisce attorno ai pochissimi pastori rimasti. A loro volta nascosti e perseguitati.

Nella nuova comunità teorizzata da Valli dobbiamo «lasciare tutto ciò che conoscevamo ed entrare in una dimensione nuova, all’insegna della piccolezza, del nascondimento e della persecuzione». Non è evidentemente più la Chiesa cattolica, la “societas permixta” agostiniana, ma la comunità della purezza neotradizionalista contrapposta alla Babilonia romana. La Chiesa qui è tanto spirituale, “invisibile”, “piccola” e “nascosta” che, nonostante le premesse, sembra poter fare a meno non soltanto del Vicario di Cristo sulla terra, ma anche del Verbo incarnato, dell’Incarnazione. E, non senza qualche preoccupazione, c’è da chiedersi da dove realmente proceda lo “spirito” che la sospinge.


Il terzo elemento della fattispecie è meno accentuato che, per es., nella predicazione “triaria” del Professor Massimo Viglione, alla cui sfera di influenza culturale d’altronde Valli non si è sottratto, anche se si può facilmente constatare che non manca la dimensione apocalittica. Apparentemente è assente la politica come “grande sacramento” di liberazione, almeno per ora. Ciò nondimeno si deve osservare che Valli accenna a una possibilità militante della comunità nascosta: «Ho smesso di essere cattolico “regolare” e sono diventato “guerrigliero”». La conformazione esterna di questa “guerrilla” non è ancora definita, anche se è destino delle comunità religiose pure, senza apparato e gerarchia, cercare in una struttura politica mondana ciò a cui, per essere “più spirituali”, hanno rinunciato.


Andrea Sandri

domenica 4 luglio 2021

L'enigma Viganò. Una breve risposta a Maria Guarini

Poiché un breve articolo di Maria Guarini a proposito di un terzo scritto di Roberto de Mattei sulla questione di Monsignor Viganò (qui, qui) sembra rispondere anche ad alcune considerazioni recentemente espresse in questo sito (vedi qui), appare opportuno formulare qui di seguito qualche osservazione. 

Innanzitutto si constata con soddisfazione che l’Autrice ammette l’emergere, nei discorsi di Monsignor Viganò, di alcuni connotati di ciò che è stato definito “neotradizionalismo” ossia di un fenomeno che si allontana essenzialmente dal movimento di fedeltà alla Tradizione cattolica in Italia e nel mondo nel corso di cinquant’anni dalla fine del Concilio Vaticano II e dalla approvazione del Nuovo Messale Romano da parte di Paolo VI. Scrive infatti significativamente Maria Guarini:

Ora non nego che certe accentuazioni di Mons. Viganò sulla politica vadano mitigate e che esse non debbano mai prendere il sopravvento sull'insegnamento e sulla parenesi. Così come non nego che altrettanto mitigate debbano essere certe espressioni nei confronti del papa.

Resta tuttavia problematica l’affermazione secondo cui «l’Arcivescovo Viganò rifugg[e] dalle tribune di qualunque genere», se soltanto si considera che Monsignor Viganò ha inviato, in maniera del tutto irrituale per un vescovo cattolico, più messaggi personali al presidente dei Triarii, Massimo Viglione, affinché li rendesse noti sulla sua pagina Facebook, e che ha partecipato al Festival di Filosofia di Venezia del 30 maggio 2021 (si veda qui il contesto), facendo precedere questa sua adesione da un messaggio pubblico di incoraggiamento alla Confederazione dei Triarii, ente esponenziale delle tendenze “neotradizionaliste” in Italia e co-organizzatrice dello stesso evento. 

Certamente queste collaborazioni non consentono da sole di affermare che Monsignor Viganò sia attualmente inserito in una associazione od organizzazione ben definita. Ma Maria Guarini nel sostenere che si assiste, accanto al tentativo di delegittimare l’Arcivescovo, «al tentativo di normalizzarlo da parte del resto del mondo della Tradizione che lo vede a capo di un fantomatico fronte organizzato “di resistenza antimodernista e antimondialista” che non esiste», dimentica di riferire che questa affermazione è stata fatta energicamente da don Curzio Nitoglia durante un'intervista su Visione TV nella quale il Sacerdote (anch'egli presente al Convegno di Venezia e a molte trasmissioni di Triarii TV) sembra fare intendere di rappresentare in qualche modo Monsignor Viganò “diffamato da Roberto de Mattei”. Non si può evitare di pensare che l’Arcivescovo, come ha prontamente smentito le dichiarazioni di de Mattei sul suo “doppio” o “ghost writer”, avrebbe potuto con altrettanta solerzia e molto opportunamente smentire don Curzio che lo descrive come “il capo” di una “associazione” denominata “Resistenza antimodernista e antimondialista”.

Rimane da osservare che quello che Guarini chiama “il tentativo di normalizzare” Monsignor Viganò non è altro che l’auspicio che egli possa uscire dal proprio enigma e scendere in questa “valle di lacrime” per divenire concretamente un vescovo della Tradizione cattolica in mezzo a un concreto popolo cattolico, lontano dalla tentazione neotradizionalista. Poiché la Chiesa ha una costituzione divinamente rivelata, una Pietra posta da Cristo senza la quale il Cattolicesimo non sarebbe più che un sistema di pensiero a disposizione degli interpreti e delle ermeneutiche di destra e sinistra come qualsiasi hegelismo, e ha dislocazioni nelle quali è legittimamente attuata ogni missione (il canonista Hans Barion, un severo critico dell'ultimo Concilio, si spingeva a parlare di "Ordnung e Ortung" della Chiesa), il succedersi in rete, da spazio “remoto”, dei messaggi di Monsignor Viganò quasi rivolti a una "diocesi universale", mentre contemporaneamente dichiara che «chi presiede la Chiesa è marionetta nelle mani del burattinaio», non può che destare preoccupazioni.  (A. S.)

martedì 29 giugno 2021

Il neotradizionalismo ovvero una teologia della liberazione. Alcune considerazioni a margine della disputa de Mattei-Viganò

L’articolo di Roberto de Mattei sul “Caso Viganò: l’arcivescovo e il suo doppio”, pubblicato dall’agenzia Corrispondenza Romana il 21 giugno (vedi qui), ha il merito di aprire uno squarcio su un movimento di idee e di persone che minaccia il cattolicesimo fedele alla Tradizione della Chiesa come si è sviluppato in dieci lustri di storia post-conciliare, e, non tanto e principalmente perché lo storico romano denuncia la presenza di un “doppio” di Monsignor Viganò di cui è poi rivelato più o meno congetturalmente il nome, Pietro Siffi, nell’articolo del 22 giugno apparso sullo stesso sito a firma dello stesso Autore e di Emmanuele Barbieri (vedi qui). La tenzone non sembra essersi conclusa e si attendono ancora repliche e contro-repliche. Più importante, in realtà, è la preoccupazione che costituisce, sin dalle prime frasi, il Leitmotiv di tutta la polemica iniziata da de Mattei: “Esiste – si legge nell’articolo del 21 giugno - un’altra nube minacciosa, tanto più inquietante in quanto portata non dal vento del progressismo, ma dal vento del cosiddetto tradizionalismo”. Qual è il “vento del così detto tradizionalismo”? E da dove viene? 

Dopo l’abdicazione di Benedetto XVI, preceduta in Joseph Ratzinger da un apparente “esaurimento delle energie” durante gli ultimi anni del suo pontificato, e dopo l’(almeno) apparente cambio di rotta in Vaticano con l’elezione di Francesco, seguì in molti di coloro che (ri)scoprirono la liturgia antica e la Tradizione (non solo liturgica) con l’emanazione del Motu proprio Summorum Pontificum, una sorta di catastrofe spirituale che mutò negli animi il segno della fiducia riposta in un rinnovamento tradizionale della Chiesa e nella regola stabilita da Benedetto XVI: la tradizione liturgica non può essere abrogata. Tutto ciò con un effetto destabilizzante, indeducibile sul piano della fede, ma reale nel pensiero di molti “tradizionalisti”, presto accompagnato dalla disperazione nei confronti del papato stesso e della Chiesa. Il vuoto psicologico del papato ha portato tra numerosi fedeli della Tradizione (spesso soprattutto tra quelli che la scoprirono in seguito al Summorum Pontificum) a tre conseguenze concatenate che qui è opportuno descrivere anche nel loro pericoloso prodotto storico.

La prima conseguenza può essere definita una crisi o tentazione luterana del “tradizionalismo” (vedi già qui), e in qualche modo aderisce immediatamente alla causa. Molti “tradizionalisti”, che assistono alle reiterate iniziative “anti-tradizionali” del nuovo “pontificato bergogliano”, sono portati – di sovente complice la loro condizione di “neofiti” – a confondere in ogni caso Simone con Pietro e a ridurre quest’ultimo a una nullità morale priva di ogni auctoritas, nonostante le promesse del Signore (Mt 16, Lc 21). Siffatta conclusione porta - ben al di là del sedevacantismo classico che continua ad affermare, seppur problematicamente, l’esistenza, benché vuota, di una sede petrina e di una ecclesiologia cattolica – a un vuoto che generalmente è connotato dalla quasi completa assenza della visibilità della Chiesa e dalla sensazione di trovarsi in un tempo apocalittico in cui il cristiano non può che determinarsi autonomamente con la propria azione.

La seconda conseguenza deriva direttamente dalla prima. Nel vuoto apocalittico, in cui si è dissolta psicologicamente la Pietra di Pietro e si crede ogni giorno di cogliere la parusia dell’Anticristo, si ritiene di poter realizzare l’unica dimensione ecclesiale “tradizionale” possibile tramite la formazione di gruppi di “fedeli alla tradizione” attorno ad alcuni personaggi carismatici che vantano esperienze e conoscenze teologiche e storiche particolari (spesso si tratta di sedicenti “professori”). Poiché il neo-tradizionalista vive più spesso di stati d’animo e della sensazione (non del tutto infondata) che le cose nel mondo stiano andando davvero male, la “predicazione” (per lo più via rete) di queste guide soddisfa il suo bisogno di un minimo di giustificazione storica e dottrinale. Il problema in questo contesto è che, una volta liquidata l’autorità di Pietro e il magistero della Chiesa, la posizione tradizionale si muta immediatamente, come immediatamente avvenne nella Riforma protestante, in una posizione intellettuale, solitamente contrapposta in maniera polemica alle posizioni di altri gruppi e soprattutto a tutto ciò che fa e dice la Chiesa cattolica “ufficiale”, ormai liquidata come “neochiesa”. Ci si dimentica allora che il Cristianesimo non è principalmente un sistema di pensiero, bensì una realtà istituzionale e ordinata, divinamente costituita dal Verbo incarnato per la salvezza dell’uomo.

La terza conseguenza appartiene a questa svolta del “tradizionalismo” nell’immanenza del pensiero e dell’ideologia, anche se si tratta per lo più di un’immanenza banale e, in definitiva, settaria. Benché nella pratica il “neo-tradizionalista”, che ha perso ogni riferimento alla costituzione e alla gerarchia della Chiesa, continui a frequentare una Messa e ad accedere ai sacramenti, egli polarizza il proprio bisogno di grazia e di salvezza all’interno del gruppo di appartenenza che garantisce non soltanto una “predicazione” appagante, ma, insieme ad essa, anche modalità di salvezza che si risolvono spesso nella lotta emozionante e liberatoria contro i grandi mostri “politici” attuali: il supercomplotto, il grande reset, il governo mondiale, la congiura delle multinazionali e della massoneria etc. La frontiera della Tradizione viene così spostata dalla vita sacramentale e sovrannaturale, che passa in secondo piano, alla lotta di liberazione del mondo dal grande complotto. E la grazia finisce per collocarsi del tutto esteriormente in questa lotta, non senza connotazioni che, nonostante le suddette premesse luterane (in realtà le eresie finiscono sempre per esibire la loro reciproca organicità), possono senz’altro definirsi pelagiane: la salvezza deve essere afferrata dall’uomo nella militanza. Non si vuole qui negare l’esistenza storica e attuale dei grandi mostri “politici” e la necessità di opporsi a essi, ma semplicemente constatare che l’evento della grazia e della salvezza viene vieppiù ridotto estrinsecamente alla lotta per la liberazione, invece di esserne il presupposto interno,come è il presupposto interno di molte altre buone opere, e ci si accorge vieppiù di trovarsi di fronte a una teologia della liberazione giocata politicamente “a destra”.

A mo’ di excursus, per constatare l’analogia tra un “cattolicesimo tradizionale” polarizzato sulla lotta contro il complotto (mondialista, vaccinista etc.) e la teologia progressista della liberazione vale qui la pena riportare un’analisi critica di quest’ultima svolta dal Cardinal Leo Scheffczyk a partire soprattutto dalla teologia di Gustavo Gutiérrez: per il teologo peruviano, scrive Scheffczyk, “la liberazione dal peccato avvenuta per mezzo di Cristo è ‘contemporaneamente’ (si potrebbe anche dire senza interpretare erroneamente: ‘co-essenzialmente’) una liberazione da ‘sfruttamento, ingiustizia e odio’. Da ciò consegue che la redenzione (ossia la donazione della grazia) si realizza sul piano economico, politico e culturale nei processi esteriori della storia. L’accadere della redenzione è un movimento iniziato per lo stabilimento di una società giusta alla quale partecipa chiunque ‘lotti contro lo sfruttamento’. L’affermazione secondo cui redenzione ed elargizione della grazia sono un interiore evento salvifico personale (naturalmente non senza conseguenze ed effetti nell’ambito storico-sociale), non ha qui più alcun peso” (Leo Scheffczyk, La realizzazione della salvezza nella grazia, Lateran University Press, Città del Vaticano 2019, p 253). 

La breve esposizione di questo fenomeno, che per la sua specificità e novità può essere definito “neo-tradizionalista”, trova in Italia un esempio concreto nella Confederazione dei Triarii il cui fondatore è lo storico Massimo Viglione. Basta un’attenta considerazione delle conferenze e dei testi diffusi da questa presenza neo-tradizionalista per constatare che essa riassume in sé, seppure talvolta sottotraccia, i tre momenti appena delineati: la negazione della Chiesa visibile, la riduzione dell’ordine ecclesiastico all’organizzazione del gruppo di riferimento e l’impostazione politico-apocalittica culminante nella malcelata elevazione dell’azione politica a “grande sacramento” di liberazione. Duole vedere che i Triarii, soprattutto attraverso la televisione in rete Triarii Web TV, che raggiunge un considerevole numero di persone in cerca della Tradizione cattolica, sono riusciti a coinvolgere intellettuali che, al contempo, continuano equivocamente a operare nel contesto “classico” del movimento italiano impegnato nella difesa della Tradizione cattolica. Esemplare è il caso del filosofo del diritto Giovanni Turco e quello del professore liceale Matteo D’Amico, tuttora attivi nelle iniziative culturali della FSSPX italiana i cui superiori non sembrano avvedersi della gravità della situazione. Ma anche quello del vaticanista e scrittore Aldo Maria Valli. Tutto ciò è pericoloso, perché cospira al deragliamento del mondo della Tradizione cattolica in Italia - che negli anni si è mantenuto insistentemente, nonostante avversità, ostacoli e inciampamenti nella costituzione divinamente data della Chiesa cattolica - verso territori nei quali lo scisma e l’eresia non sono una semplice evenienza.

Qui, più che nell’incidente di un chiacchierato collaboratore, ultimamente si colloca il problema di un vescovo, Monsignor Carlo Maria Viganò, che, forse anche per generosità e zelo, negli ultimi tempi sembra essersi avvicinato ai Triarii e al prepotente ambiente neotradizionalista. Don Curzio Nitoglia, un chierico vagante materialmente vicino a una parte della FSSPX italiana e noto per essere un convinto teorico del complotto, ha affermato in questi giorni che de Mattei non soltanto ha offeso un Arcivescovo cattolico, ma anche l’intera “associazione” (sic!) di cui è "il capo", la “Resistenza antimodernista e antimondialista”. Saprà Monsignor Viganò smentire le parole di don Curzio Nitoglia e raggiungere i cattolici fedeli alla Tradizione per essere Vescovo in mezzo a un popolo cattolico reale che chiede fede, sacerdoti, Messa e sacramenti?

Andrea Sandri

mercoledì 14 aprile 2021

La "liceità del vaccino" e il cono normativo. Una risposta alle dieci domande del Professor de Mattei


Un anno fa individuavamo nella dichiarazione del Presidente del Consiglio Conte (“il primo diritto garantito della Costituzione è quello della salute”) e nella riflessione del costituzionalista Gaetano Azzariti (“Un punto deve essere chiaro. È vero che ci cono interessi in gioco che hanno rilievo costituzionale però, e penso a Thomas Hobbes, su tutto prevale il diritto alla vita, nella forma essenziale del diritto alla salute. Di fronte a questo tutti gli altri diritti devono essere limitati. È il primo compito dello Stato quello di tutelare la vita e la salute”) gli inizi ideologici di un sistema tirannico (la dittatura si iscrive, invece, ancora nel campo proprio del diritto ed è destinata a cessare con il venir meno dello stato di eccezione) (vedi qui).
Se, infatti, “il diritto alla salute” è “il primo diritto garantito dalla costituzione” che “su tutto prevale”, ad esso deve essere subordinato ogni diritto di libertà con il suo patrimonio di diritto naturale e di tradizione giuridica. Dopo un anno di lock-down e di limitazioni poliziesche delle libertà costituzionali (compresa la libertà di culto) che si sono spinte oltre ogni razionalità, l’analisi di allora sembra essere confermata.
Oggi lo sviluppo sistematico del “diritto alla salute” si allarga alla “liceità delle vaccinazioni” e, se è vero che tale diritto “prevale su tutto” e costituisce un “compito dello Stato”, l’obbligatorietà universale della vaccinazione deve ritenersi già all’ordine del giorno del Leviatano sanitario.

In questi giorni è uscito un saggio del Professor Roberto de Mattei Sulla liceità morale della vaccinazione dal sottotitolo assai poco weberiano “Una risposta chiara ed esauriente a coloro che considerano la vaccinazione contro il Covid-19 in sé illecita, perché funzionale all'aborto” (Edizioni Fiducia, Roma 2021) e, sulla scia delle reazioni a questo testo, è apparso nel sito Corrispondenza Romana un “questionario”, sempre di de Mattei, sotto il titolo Dieci domande agli anti-Vax (vedi qui). Prima di recensire il libro Sulla liceità (tra le more dell’editore e delle Poste italiane), vogliamo qui soffermarci sulle “dieci domande” dello storico romano di cui abbiamo nel tempo condiviso e apprezzato tesi e posizioni, tentando alcune prime considerazioni.  

La “liceità” del concetto 

Le “dieci domande” sembrano, nel loro complesso, voler separare la “liceità morale della vaccinazione” dal suo contesto storico e ideologico, liquidando ogni considerazione sulla campagna vaccinale in corso in tutto il mondo come “complottismo”. Il “vaccino” è ridotto al suo mero concetto e, in quanto tale, sussunto sotto alcuni recenti pronunciamenti della Pontificia Accademia per la Vita e della Congregazione per la Dottrina della Fede, per dimostrarne formalmente la liceità. 
 
Su questo nucleo dal quale si dipana l’interrogare del Professor de Mattei possono essere introdotte alcune essenziali osservazioni. Certamente, prima ancora dell’invenzione del vaccino, non fu estranea alla teologia morale l’idea che è «lecito servirsi di carne umana nei medicamenti, perché allora è tanto alterata e mutata, che non si può più chiamare cibo di carne umana», come scrive nel secolo XVIII il padre Paul Gabriel Antoine s.j. sotto la voce “peccati di gola” (Compendio di tutta la teologia morale, Stamperia Baglioni, Venezia 1819, p. 130). Ed è ancora questa regola che, in definitiva, rende lecito l’utilizzo di cellule embrionali nella produzione dei vaccini (anche di quelli anti-covid), con alcune precisazioni che seguono. Tuttavia la regola difficilmente può essere estesa ai nuovi “vaccini genetici” (a RNA messaggero) (anche su questo punto qualche considerazione più oltre). Né a questo tipo di vaccini fa ultimamente riferimento la Nota sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid del 21 dicembre 2020 approvata da Papa Francesco con esplicito rinvio a pronunciamenti precedenti (vedi qui).

L’astrazione dal contesto storico e ideologico 

L’affermazione della liceità morale dei vaccini, astraendo dal contesto storico e ideologico, se, da un canto, presenta il vantaggio di permettere l’individuazione di una fattispecie astratta, espone, dall’altro, nella sua ipostatizzazione, a pericoli non trascurabili, soprattutto quando ci si affretti a collocare la valutazione del contesto sotto la categoria liquidatoria del “complotto”.

Attraversa tutta la Nota della CDF la preoccupazione, già presente nella regola di p. Gabriel (si deve trattare di carne “tanto alterata e mutata”), dell’origine remota del materiale biologico utilizzato: «La ragione fondamentale per considerare moralmente lecito l'uso di questi vaccini è che il tipo di cooperazione al male (cooperazione materiale passiva) dell’aborto procurato da cui provengono le medesime linee cellulari, da parte di chi utilizza i vaccini che ne derivano, è remota» (n. 3). E, coerentemente, la preoccupazione della possibile funzionalizzazione attuale dell’apparato abortista alla produzione di vaccini (e, implicitamente, di altro materiale socialmente utile: farmaci, cosmetici, aromi alimentari etc.): «È da sottolineare tuttavia che l’utilizzo moralmente lecito di questi tipi di vaccini, per le particolari condizioni che lo rendono tale, non può costituire in sé una legittimazione, anche indiretta, della pratica dell’aborto, e presuppone la contrarietà a questa pratica da parte di coloro che vi fanno ricorso» (n. 3). Viene a tal proposito in mente il mercimonio di feti intrapreso da organizzazioni come Planned Parenthood meritoriamente denunciato a più riprese dal sito americano lifesitenews

È quindi problematico affermare astrattamente, senza soffermarsi sulla origine remota delle linee cellulari fetali utilizzate, la “liceità morale della vaccinazione”, e ciò perché il concetto “lecito” (assai prossimo al concetto di “legale”) tende subito a essere assorbito nel “cono normativo” (vedi qui) di un ordinamento attuale e vigente di leggi dominato dal principio leviatanico apicale secondo cui «su tutto prevale il diritto alla vita, nella forma essenziale del diritto alla salute» (Azzariti), un ordinamento in cui difficilmente può trovare tranquilla cittadinanza la regola enunciata dal Teologo morale. Forse il saggio del professor de Mattei avrebbe potuto più convenientemente essere intitolato Della legittimità morale della vaccinazione – sospettiamo con conclusioni più condivisibili per il pubblico cattolico.

In realtà, con riguardo al contesto storico, ideologico e positivamente normativo nel quale la “liceità morale del vaccino” è affermata, più che di “complotto” (circostanza che, d’altronde, in una ricerca libera non può essere esclusa a priori) si dovrebbe parlare di un movimento effettivamente e attualmente operante e tentazionale, che tende ad attrarre e porre ogni regola nella sfera del proprio dominio. Ma tutto ciò è ridotto da de Mattei all’irrilevanza della mera circostanza e della proiezione del pensiero complottista. 

Rimangono domande tanto fondamentali quanto concrete: siamo assolutamente certi del fatto che la produzione dei cd. vaccini anti-Covid tradizionali (AstraZeneca, Sputnik) attinga soltanto a linee cellulari di aborti remoti? A “carne tanto alterata e mutata”? Oppure assistiamo all’inaugurazione trionfale di un’industria sanitaria del “diritto supremo della salute” cui è funzionale il sistema legislativo dell’aborto? Ciò ci introdurrebbe a un “nuovo mondo” apertamente anticristiano. In questo spazio problematico si collocano e trovano certamente legittimità le posizioni e i caveat (perché no?) magisteriali dei vescovi americani che non contraddicono necessariamente la ratio della Nota della CDF (vedi qui).

I nuovi vaccini 

Come si è appena accennato, i nuovi vaccini (ad es. Pfizer e Moderna) che intervengono tramite l’RNA sul patrimonio genetico umano, non sono presi (almeno espressamente) in considerazione dalla Nota della CDF. Certamente non sono sussumibili sotto la regola del Teologo morale (se non per il fatto apparentemente provvisorio che anche qui si fa uso di linee cellulari fetali). De Mattei nelle “dieci domande” non vi fa accenno, lasciando nel lettore il sospetto che il concetto di “liceità morale” possa essere esteso anche a questi (bisognerà leggere il saggio). E qui si pone la questione fondamentale (e l’omissione più preoccupante) che, in fondo, domina tutto il tema.

Qui si pone, insomma, il tema, per lo più trascurato dalla dottrina cattolica tradizionale (non però da Benedetto XVI, Caritas in veritate, VI), dell’“essenza della tecnica” e del suo “dominio” che trascende e include normativamente lo stesso dominio del Leviatano, ponendo il “diritto supremo alla salute” al proprio servizio. Il problema della tecnica è stato tematizzato a fondo dalla filosofia moderna, con particolare profondità da Ernst Jünger che vi vede la realizzazione oggettiva di una “forma entelechiale” (Gestalt), dal fratello Friedrich Georg che di questa realizzazione fa emergere l’aspetto più anti-umano, il puro automatismo svincolato da ogni finalismo, e, sulla scia di questa riflessione (esposta esemplarmente ne La perfezione della tecnica, Settimo Sigillo, Roma 2000), da Martin Heidegger che descrive la tecnica come impianto (Gestell) che provoca l’estremo oblio dell’essere e dell’esperienza umana (così soprattutto nelle Conferenze di Brema e di Friburgo, Adelphi, Milano). Nell’impianto tecnico la regola necessitante è la fattibilità: lo scienziato non si ferma di fronte alla fattibilità, e tutto il “cono normativo” è soggiogato alla sua norma. Tutto è posto dalla tecnica e dai suoi organi esecutivi. 

La forza efficiente e normativa della fattibilità – come osserva Hans-Georg Gadamer - deriva, in ultima analisi, dall’eliminazione della visione teologica del mondo nel moderno e dalla sua sostituzione con la tecnica come “forza autonoma dell’essere”, la cui essenza, proprio per escludere ogni creatore, si formalizza, secondo la lezione di Heidegger, in un porre universale. «In tal guisa abbiamo fatto ingresso in un secondo mondo che possiede un proprio linguaggio e propri concetti fondamentali». «Il mondo dominato dalla tecnica moderna» non è più l’ordine creato retto dal suo Creatore, «è un altro mondo» (così H.-G. Gadamer, Umanesimo e rivoluzione industriale, in Id., La filosofia nella crisi del moderno, Herrenhaus, Seregno). In questo spazio del “cono normativo” il fattibile diventa normativo, il legittimo diventa il lecito, e il lecito il meramente legale. E non appare scandaloso (come apparirebbe sotto il dominio del buon Dio) che si possa vincere un virus modificando l’ordine genetico dell’essere umano, ormai totalmente posto sotto la lewisiana “orribile forza”. 

 A.S.