lunedì 2 dicembre 2013

«J’ai vu l’Église!». Della  relazione tra liturgia ed ecclesiologia.



        Ad un congresso svoltosi a Friburgo il 17 ottobre per celebrare il cinquantesimo anniversario della Sacrosanctum concilium e della fondazione dell’Istituto liturgico della Svizzera, il Cardinal Kasper, stando a quanto riferisce l’Osservatore Romano, avrebbe espresso il seguente pensiero: la costituzione sulla sacra liturgia non fu solo il primo documento a essere promulgato dal Vaticano II (al termine della seconda sessione) ma espresse anche la volontà dei Padri conciliari di una riforma della Chiesa nel suo insieme.

  Questo brevissimo passaggio mostra la chiara consapevolezza della stretta ed innegabile relazione tra liturgia ed ecclesiologia.
Tale relazione, già chiaramente nota ai riformatori dei secoli passati, esplicita l’efficacia pastorale e missionaria della forma liturgica. Se una Messa orizzontale e circolare favorisce un’ecclesiologia ispirata alla collegialità e all’ecumenismo, una Messa verticale e del tutto protesa alla trascendenza favorisce una visione della Chiesa quale ordine gerarchico soprannaturale.
È forse per questo che i progressisti più radicali non tollerano in alcun modo la Messa di sempre, fino a rifiutarle la cosiddetta libertà liturgica. La Messa di sempre rappresenta in se stessa la negazione delle loro tesi ecclesiologiche e, in ultimo, delle loro eresie. Non possono tollerarla, neppure se non li interessa direttamente. L’odio che taluni manifestano per la liturgia tradizionale tradisce invero la loro paura: la paura di un culto pubblico in cui la Chiesa proclama solennemente la condanna dei loro errori.
  La relazione tra liturgia ed ecclesiologia e la conseguente efficacia pratica, pastorale e missionaria, della Messa di sempre sono state perfettamente colte da una grande anima liturgica come dom Gératd Calvet OSB.


  “L’instabilità dell’uomo moderno deriva in gran parte dal fatto che ha perso il senso della vita comune; l’individuo destabilizzato, perché concentrato su sé stesso, ha bisogno, per restare davvero sé stesso, di appartenere a una comunità visibile, o invisibile. Non faremo un processo alla società civile, nella quale il collettivismo anticomunitario individualizza gli esseri abbandonandoli ai flutti incolori di una massa senza struttura; ma come non riconoscere, purtroppo, lo stesso fenomeno nell’ordine ecclesiale? Ora la Chiesa, Sposa e Corpo mistico di Cristo, è la società più diversificata, strutturata, gerarchizzata che esista: dal vertice fino alla base, tutto porta l’impronta di una gerarchia sacra che emana dal suo centro vivificante. Questa Chiesa celeste composta da angeli ed eletti, che i nostri pittori primitivi hanno rappresentato con occhi spalancati, mani giunte e disposti in ranghi attorno all’Agnello, dai più importanti Serafini fino alle anime del Purgatorio che salgono per prendere posto tra i numerosi cori, è la nostra vera patria ed è riconoscendola che ne avvertiamo l’eternità.
Quale manuale, quale spiegazione didattica ci aprirà la mente al Mysterium Ecclesiae? Nessuno, se non la parabola vivente della cerimonia liturgica che si svolge davanti ai nostri occhi.
All’epoca del pontificato di Pio XII, il Padre abate di Bec-Hellouin, in Normandia, riferiva che all’uscita di una Messa solenne alla quale assistevano alcuni pastori protestanti, uno di loro, emozionato, esclamò: «Ho visto la Chiesa!». La ragione misteriosa di questo grido estatico non dev'essere ricercata lontano dalla nostra celebrazione dell’Ufficio, fiume carico di religione e di luce, di canti, profumi, formule e riti solenni, che discende dall’altare attraverso l’ufficio del diacono, per coinvolgere la comunità dei fedeli che assistono nella navata, veri attori del dramma liturgico, dove il clamore si sposa al silenzio dell’anima.
Non è raro che il meraviglioso concatenarsi di salmi e profezie, che compone la preghiera pubblica, conduca un’anima in ricerca fino al santuario, dove questa voce melodiosa gli svela il mistero della Sposa. Padre Humbert Clérissac raccontava come un rabbino, nel secolo XII, si fosse convertito alla fede cattolica; l’uomo avendo osservato che il lirismo della sinagoga era passato nella liturgia della Chiesa, non ebbe difficoltà a identificare la fonte autentica della rivelazione. Dom Ildefons Herwegen, già abate di Maria Laach, ne ha esposto la ragione: «È nella liturgia, specialmente nel messale e nel breviario che la Scrittura acquisisce la pienezza della sua luce e della sua vera eloquenza; in effetti la liturgia è l’espressione sintetica e lirica delle due forme più soprannaturali: la sacra Scrittura e la santa Chiesa».
In Virgilio c’è un brano profetico che chiarisce le profondità della storia. Enea, visitato da una misteriosa consolatrice, non la riconosce se non al momento del suo partire, in maniera furtiva: «Et vera incessu patuit dea» («Vera dea s’aprì al portamento»[Eneide I,405]). Ciò che la Chiesa porta in sé di soprannaturale, non si coglie forse solo attraverso uno stile di preghiera misterioso, soave, celeste, aereo, attraverso il quale si manifesta proprio mentre si sottrae?”

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Le sens de l’Église, in Benedictus. Ecrits Spirituels. Tome I, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2009, pp. 244-246, trad. it. delle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo]  

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