"I Padri alessandrini, di cui si dice che grande fosse il debito verso la scienza pagana, non mostrarono certo né gratitudine né riverenza per i loro presunti maestri, ma sostennero la supremazia della tradizione cattolica" (John Henry Newman)
Commentari cattolici nel tempo della crisi della Chiesa
domenica 4 maggio 2014
Piazza San Pietro. La polizia italiana sequestra cartelli antiabortisti.
sabato 26 aprile 2014
La spada di San Paolo e il telefono di Papa Francesco. Breve nota sulla telefonata di Francesco a Pannella
Donoso Cortes sosteneva, con una profondità di sguardo del tutto inattuale e oggi persino scandalosa, che l'abrogazione legale della pena capitale nei singoli Stati avrebbe portato ad altrettante stragi degli innocenti. Tale affermazione, con buona pace dei nostri contemporanei, ha la propria logica cristiana nel capitolo XIII della Lettera ai Romani dove l'Apostolo, dopo avere raccomandato di "stare sottomessi alle autorità costituite, perchè non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio", afferma che, se si fa il male, bisogna temere, "perchè non invano essa [l'autorità] porta la spada" ed "è al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male". Si potrebbe dire, ed è questo in fondo il senso recondito dell'osservazione di Donoso Cortes, che l'autoritá è da Dio nella misura in cui può utilizzare la spada, perchè ciò è proprio quello che è proibito all'uomo: "Non uccidere", "Non giudicare". La spada è sempre un ministero divino. Un'autorità umanizzata tende a mutarsi in un'opera cainitica. Già Sant'Agostino scriveva che "remota itaque iustitia sunt regna nisi magna latrocinia".
L'umanizzazione dell'autorità, che altro non è se un momento fondamentale della più vasta secolarizzazione, ha realizzato pienamente la profezia di Donoso e l'affermazione del Vescovo di Ippona: al trionfo dei partiti abolizionisti ha sempre, presto o tardi, fatto seguito una legislazione abortista, l'assassinio della vita innocente nelle sue diverse (e aggiornate) forme.
Marco Pannella ed Emma Bonino sono stati in Italia, non senza la complicità di partiti laici, socialisti e sedicenti cristiani, i principali fomentatori dell'umanizzazione dell'autorità (non solo statale, ma anche corporativa e familiare) e i fieri sostenitori dell'aborto di Stato sempre propagandato con la stessa fierezza con cui chiedevano all'autorità di essere debole. La parola "amnistia", per la quale sta lottando Marco Pannella, è diventata oggi, al di là di ogni considerazione sulle condizioni carcerarie, l'ultima assoluzione per chi "opera il male". L'abbattimento della spada a favore della violenza generalizzata. Risulta che Pannella e Bonino, oltre che all'aborto, siano stati negli ultimi anni favorevoli a pedofilia (Marco Pannella ha più volte accusato gli italiani di essere un popolo "pedofobo"), sodomia, eutanasia, ricerca sugli embrioni, guerre ingiuste.
È di ieri la notizia (vedi qui) che Papa Francesco ha telefonato - forse sollecitato da Emma Bonino - a Marco Pannella degente in seguito a un aneurisma presso il Policlinico Gemelli. Il telefono ha squillato e la conversazione è durata venti minuti. Secondo quanto riferito dallo stesso Pannella, i due avrebbero parlato soprattutto di "amnistia". "Ma sia coraggioso, Eh!!! Anche io l'aiuterò, contro questa ingiustizia..", avrebbe detto Bergoglio a Pannella.
giovedì 24 aprile 2014
El manípulo contra la acedia de la Iglesia. Un recentísimo escrito de Alessandro Gnocchi
Pubblichiamo per i nostri lettori di lingua spagnola la bella traduzione dell'articolo di Alessandro Gnocchi - da noi riportato con il titolo Il manipolo contro l'accidia della Chiesa - curata da Flavio Infante per il blog argentino In Expectatione che raccomandiamo particolarmente per la ricchezza e l'intelligenza dei contributi.
mercoledì 23 aprile 2014
The Ultramontanist's Progress. Analisi di un'eresia conservatrice
È finalmente notevole e inaspettato il ritorno di questo tipo intellettuale nelle pagine dello Sviluppo organico della liturgia del benedettino Alcuin Reid, uno studio importante e assai approfondito sulla storia del Movimento Liturgico che durante cinquant'anni tentò in vario modo di affrontare il problema della "actuosa partecipatio" dei fedeli alla liturgia fino a consegnare i frutti ultimi di un lungo percorso ai riformatori postconciliari. Uscito negli Stati Uniti con una prefazione elogiativa del Cardinale Joseph Ratzinger, il volume è stato recentemente pubblicato in italiano dalla casa editrice Cantagalli (Lo sviluppo organico della liturgia, Siena 2013, pp. 432).
Reid, seguendo da vicino l'idea newmaniana di uno "sviluppo dottrinale" mai dominato dallo "sviluppo politico" e storico, pone il principio sufficientemente rigido dello sviluppo organico della "tradizione liturgica oggettiva" e con esso vaglia gli autori e le fasi del Movimento Liturgico.
Interessante e feconda, anche per il giudizio sull'attualità, è l'individuazione precisa e in più occasioni ribadita dei due principali nemici della tradizione liturgica ossia dell'archeologismo e dell'esigenza pastorale - gli stessi principi che Ratzinger definisce nella prefazione, con un'espressione che è più che una condanna, gli "unholy twins". Secondo lo schema già messo a punto dal liturgista gesuita Joseph Jungmann i due "empi gemelli" sono perfettamente identici, giacché, se ciò che è primitivo è necessariamente semplice, ciò che è semplice soddisfa meglio alle esigenze dell'uomo moderno ed è eminentemente pastorale.
Archeologismo e pastorale hanno bisogno a loro volta di due attori, la scienza liturgica che individua con indubitabile metodo e certezza ciò che è antico, e l'autorità del Pontefice che in nome dell'antichità e della pastoralità attua la riforma. Reid, che mette in più occasioni in evidenza il pericolo di trasformare la tradizione liturgica oggettiva in un'antichità prodotto del metodo scientifico, si sofferma anche sul problema dell'autorità. Secondo la regola cattolica dell'evoluzione omogenea l'autorità, anche quella del Pontefice, non dovrebbe essere più che un'istanza declaratoria, quand'anche in senso evolutivo (dall'implicito all'esplicito), del contenuto oggettivo della Tradizione, qui della Tradizione liturgica indissolubilmente legata alla tradizione dogmatica (lex credendi lex orandi). Ciò considerato, risulta innovativa, e, alla luce degli sviluppi successivi, persino funesta, l'assenza del vincolo della Tradizione nell'Enciclica Mediator Dei di Pio XII, ossia la possibilità dell'idea che debba considerarsi tradizionale ogni forma liturgica soltanto in quanto approvata da un Pontefice. È a questo punto che emerge la presenza, nella Chiesa degli anni Cinquanta e Sessanta, di una corrente che approfitta con una certa disinvoltura della lacuna della Mediator Dei e che Reid definisce, in maniera del tutto azzeccata, "ultramontanista".
Se si volesse tracciare la genealogia ideale e interna, e non soltanto politica, più risalente dell'ultramontanismo, bisognerebbe forse rivolgersi a quegli zelanti gesuiti di Salamanca, magistralmente rievocati da Owen Chadwick in un capitolo dell'imperdibile From Bossuet to Newman (University Press, Cambridge 1957), i quali pretendevano di poter trarre conclusioni dogmaticamente certe da premesse dogmaticamente incerte quando queste ultime fossero state soltanto confermate dall'autorità. È evidente che in questo modo si sostituiva la voluntas dell'autorità alla immutabilità della Tradizione. Dopo alcuni secoli la lettura sovranista dell'infallibilità, che vieppiù si intrecciava con le categorie positivistiche del Diritto pubblico degli anni '60 del XIX secolo e fu sconfitta durante il Vaticano I insieme alle opposte correnti antiinfallibiliste capeggiate da Döllinger, riassunse l'essenza stessa dell'ultramontanismo ottocentesco secondo il proprio concetto classico. Tale lettura forse poteva giustificarsi storicamente, ma non sul piano dottrinale, come estremo rimedio al movimento rivoluzionario, socialista e liberale, scaturito dal 1848. E non stupisce che tra gli ultramontanisti ci fossero uomini come Donoso Cortès, il Cardinal Manning, Padre William Faber, l'Abbé Migne, il cui servizio reso alla Chiesa cattolica e alla maggior gloria di Dio non può essere affatto discusso.
L'odierno ultramontanismo, descritto da Reid nella sua fase geminale, non pretende più di affrontare la rivoluzione mondiale con la forza irriducibile e occasionalistica della decisione sovrana che frena la rivolta sociale proprio dal momento che non si consegna ad essa. L'idea neo-ultramontanista di rinsaldare in un unico sistema di riforma gli "unholy twins" - oggi evidentemente più di due - con la volontà del Vescovo di Roma, mentre le forme stesse dell'infallibilità sembrano dileguare nell'incertezza positivistica dell'uniformità del comando, insegue piuttosto la rivoluzione mondiale dal momento in cui la pastoralità (uno degli "empi gemelli") è divenuta coerentemente regola fondamentale degli atti della Chiesa. Un primo nefasto risultato è la distruzione formale (a suon di decreti) del culto alla quale ogni cattolico assiste. Così il nuovo ultramontanismo si fa ogni volta più radicalmente sostenitore dell'autorità del Papa quanto più questa aumenta il proprio potere mutandosi in esso ed erodendo il fondamento della Tradizione, quanto più abbandona il "recinto di Pietro" e del papato esponendo la propria debolezza. Si potrebbe dire che il novello ultramontanista difende piuttosto il potere del Papa, giacché il prezzo è l'autorità.
Si assiste così a un'obbedienza che da razionale si fa occasionalista per diventare, infine, irrazionalista: "I tempi sono cambiati, l'ha detto il Papa!". Del fatto che i vecchi nemici della sovranità pontificia siano oggi i più coerenti ultramontanisti, non c'è da stupirsi, proprio perché la svolta pastorale del Concilio Vaticano II allaccia l'ufficio petrino (non la sua intima essenza naturalmente) alla locomotiva hegeliana della storia, dell'economia e del progresso umano. Meno scontata appare invece la posizione dei conservatori odierni, il cui vasto spettacolo in Italia è notoriamente recitato da Massimo Introvigne, don Piero Cantoni, p. Giovanni Cavalcoli, Andrea Tornielli e dal numeroso coro di CL. Come gli antichi gesuiti di Salamanca, tutti questi signori han perduto ormai da tempo la riverenza e il senso della cattolica verità delle premesse accontentandosi di una suprema volontà. Non c'è più argomento, San Tommaso è morto, è morto il sillogismo.
sabato 19 aprile 2014
¡Dios no muere! La solitudine del Signore e il nostro zelo amaro
“Diminutae sunt veritates a filiis hominum”, sono diminuite le verità tra i figli degli uomini (Salmo 11).
Vi sono epoche storiche in cui questo accade più che in altre. Vi sono epoche in cui il potere di questo mondo, ogni potere di questo mondo, politico, economico, intellettuale, non solo non cerca Dio, non solo non lo teme, non solo non ne ha rispetto (almeno rispetto): non ne ha neppure pietà. Vi sono epoche in cui è più forte e nitida la consapevolezza che l’ingiustizia del sinedrio e la barbarie del Calvario non avranno fine sino a che il Divin Giudice non tornerà per ristabilire per sempre ogni Giustizia.
Oggi assistiamo ad un orrenda offensiva del peggior radicalismo occidentale contro ogni ordine sociale. L’offensiva colpisce ogni istituzione sociale fondata nella realtà eterna e nell’aevum di Dio: la famiglia, il lavoro, la comunità. La proiezione internazionalistica di questo monstrum ci sta probabilmente spingendo verso scenari sempre più plausibili di guerra, e di guerra ingiusta, mostrando così ancor più la sua spregiudicatezza ideologica.
Non è necessario essere più espliciti: ogni amico di Cristo non ottenebrato dall’ottundimento della propaganda del pensiero dominante sa di cosa si sta parlando. I nemici di Cristo lo sanno senz’altro benissimo.
Quando capitano epoche di questo genere, conservare e difendere la verità di Dio è un dovere, ma anche un’impresa decisamente straordinaria, impossibile senza un soccorso soprannaturale. Vivere secondo Dio e difendere i Suoi diritti mentre il mondo intero afferma costantemente, in modo più o meno subdolo, il contrario. Vivere secondo Dio e difendere i Suoi diritti senza tutti gli aiuti che Dio stesso ha voluto donarci nell’ordine naturale: restare cattolici e farne di altri (allevare figli cattolici, curare parrocchiani, etc.) senza l’aiuto di vere famiglie cattoliche, di vere scuole cattoliche, di vere comunità cattoliche. Per non parlare della politica, dell’economia, della cultura. Insomma, conservare Dio nell’anima e fare le sue opere mentre tutto il mondo intorno a noi cerca di strapparcelo per sempre. Oggi sappiamo quale diabolica velleità si nasconda dietro ogni contemporanea “scelta religiosa”. La contrapposizione tra “interno” ed “esterno”, ma in fondo la sua stessa tematizzazione, è un vecchio artificio che il demonio usa da circa cinquecento anni per consegnare le società al dispotismo di poteri politici senza Dio e uccidere la fede nella anime.
Sono di una profondità che davvero colpisce alcune riflessioni svolte da Gustave Thibon per mostrare le conseguenze della patologica scissione tra morale e costumi: “La crisi morale che tutti oggi accusano a gara è soprattutto una crisi dei costumi. Il peccato emigra sempre più fuori del luogo suo proprio (la coscienza e la libertà individuale) per installarsi, da una parte nel dominio della vita collettiva (regimi politici e climi sociali malsani), e dall'altra in quello della vita incosciente e quasi organica (nervi scossi, istinti pervertiti, ecc.). La zona del male propriamente morale rimpicciolisce sempre più, di modo che il moralista non sa più bene dove finisca il suo compito e dove cominci quello dell'uomo di Stato o del medico. Non ignoriamo che una simile deviazione dei costumi costituisce un clima ideale per il sorgere delle vocazioni eroiche; essa fa nascere per reazione degli esseri la cui purità morale risale la corrente dei costumi e crea una nuova salute tutta fondata sulla coscienza e sull'amore, tutta spinta verso la vetta dello spirito. Si pensi per esempio in quali condizioni biologiche e in quale atmosfera sociale venga oggi a trovarsi il dovere elementare della procreazione e quali tragici ostacoli debba talvolta superare. Ma uno stato di cose che tende, per così dire, ad appendere la sanità alla santità, non procede mai senza pericoli (abbiamo già visto quali); in ogni caso, esige una forza e una grandezza d'animo che non sono nelle possibilità dell'umanità media. Ogni sistema sociale che contribuisce a rendere necessarie, per la maggioranza degli uomini e nella condotta ordinaria della loro vita, virtù essenzialmente aristocratiche, si rivela appunto per questo malsano. Quanto alla pseudo-democrazia nata dallo spirito dell'89, essa aggiunge alla malvagità l'assurdità: fondata teoricamente sulla giustizia e sull'amore verso le masse, finisce per imporre praticamente agli individui di queste povere masse, se vogliono compiere il loro umile dovere, un eroismo che sarebbe appena ragionevole chiedere a non sappiamo quale pusillus grex evangelico. Se si cerca la ragione segreta della spaventosa temerità con cui gli spiriti rivoluzionari sconvolgono tradizioni e costumi che hanno fatto buona prova, la si trova in questa illusione 'angelica' che la moralità può e deve bastare a sostituire i costumi distrutti. Ma non v'è peggior misfatto sociale che forzare le masse sulle orme della santità ...” (Diagnosi).
In certe epoche è fondamentale un atteggiamento: non cercare scorciatoie. Ogni tentazione di giungere presto alla metà, di voler vedere la vittoria già nel tempo, porta con sé il rischio non secondario di venire a patti con il mondo, anche solo per sottrarsi a quella terribile sensazione di solitudine che prima o poi il vero cristiano prova nella vita. Non ci sono scorciatoie: il Signore è morto solo sulla Croce. Basti per tutti l’esempio, mostrato da un recentissimo articolo di don Curzio Nitoglia (vedi qui), di Joseph de Maistre, campione della contro-rivoluzione, che in fondo, da quanto risulta dall’analisi di don Curzio, non avrebbe mai abbandonato l’idea di un accomodamento tra Dio e il mondo, in quella terribile forma di superbia che è la gnosi. Ma anche se si volesse contestare tale analisi della parabola intellettuale e spirituale di de Maistre, il rischio di fondo che don Curzio mostra resta vero per ogni cattolico. Quando si subisce la vis polemica delle forze anticristiche, è facile, per reazione, accoglierne le provocazioni e cadere nei loro tranelli. Non ci sono davvero scorciatoie. La vittoria verrà, ma forse non la vedremo noi. Conta solo fare la nostra parte.
Ma – come si dice in questi casi – c’è un “ma”. Il quid proprium dell’ora presente è la crisi nella stessa Chiesa di Dio.
È vero, è innegabile. I segni della crisi sono ormai parossistici in questi tempi. Nella lettera e nell’intervista tristemente note, un giornalista potente, ateo e non meno gnostico (“io credo nell’Essere, cioè nel tessuto dal quale sorgono le forme, gli Enti”) come Eugenio Scalfari può dire al Pontefice romano in persona di non credere in Dio e di non cercarlo neppure, e sentirsi nondimeno offrire dal Papa una risposta tranquillizzante (“Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che - ed è la cosa fondamentale - la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza”). Viene da domandarsi se sia ancora vero quanto recita il Salmo 13: "Dixit insipiens in corde suo, non est Deus ... Dominus de caelo prospexit super filios hominum, ut videat si est intelligens, aut requirens Deum", "lo stolto pensa: Non c’è Dio … Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio". Resta senz’altro vero che, come dice lo stesso Salmo, questi potenti senza Dio divorano il Suo popolo come il pane: "Nonne cognoscent omnes, qui operantur iniquitatem, qui devorant plebem meam sicut escam panis?", "Non comprendono nulla tutti i malvagi, che divorano il mio popolo come il pane?". Un acutissimo intellettuale che ho avuto il piacere di conoscere di persona, un giorno ha sostenuto che a suo giudizio il Papa sarebbe responsabile – ricorrendo ad una metafora penalistica - di “intelligenze col nemico”. In verità sta diventando ormai sempre più difficile anche solo distinguere tra amici e nemici.
È vero, la crisi nella Chiesa è terribile. E ora i cattolici che vogliono restare cattolici e agire da tali si sentono ancora più soli. Ma la lezione della storia non cambia: non ci sono scorciatoie. Occorre resistere e reagire nel solo modo possibile che è quello cristiano. Se si vuole ottenere tutto e subito, si rischia di perdere anche quel poco che ancora c’è.
Un grande esempio di vero spirito di reazione costruttiva ci è dato dall’opera e dalle parole di Mons. Lefebvre: “ … malgrado tutto io non sono pessimista. La Santa Vergine avrà la vittoria. Ella trionferà della grande apostasia, frutto del liberalismo. Ragione di più per non star lì a rigirarsi i pollici! Dobbiamo lottare più che mai per il Regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo. Non siamo soli in questa battaglia: abbiamo con noi tutti i Papi fino a Pio XII compreso. Hanno tutti combattuto il liberalismo per liberare da esso la Chiesa. Dio non ha permesso che riuscissero, ma non è una ragione per deporre le armi! Bisogna tenere duro. Bisogna costruire mentre gli altri demoliscono. Bisogna ricostruire le roccaforti crollate, ricostruire i bastioni della fede: prima il Santo Sacrificio della Messa di sempre, che fa i santi, poi le nostre cappelle che sono le nostre vere parrocchie, i nostri monasteri, le nostre famiglie numerose, le nostre imprese fedeli alla dottrina sociale della Chiesa, i nostri uomini politici decisi a fare la politica di Gesù Cristo; è tutto un tessuto di vita sociale cristiana, di costumi cristiani, di riflessi cristiani che dobbiamo restaurare, nella misura in cui Dio vorrà, quando Dio vorrà. Tutto quel che so, ce lo insegna la fede, è che Nostro Signore Gesù Cristo deve regnare quaggiù, adesso, e non solo alla fine del mondo, come vorrebbero i liberali! Mentre questi distruggono, noi abbiamo la felicità di ricostruire” (Ils l’ont découronné).
Costruire senza zelo amaro, perché la Chiesa è di Dio, perché Nostro Signore è Re della storia tutta, perché ¡Dios no muere!
domenica 13 aprile 2014
Mons. Bernard Fellay risponde al Cardinal Kasper, teologo in gamba.
Pubblichiamo la recentissima presa di posizione della FSSPX nella persona di Mons. Bernard Fellay sulla dottrina-Kasper sui divorziati (fonte www.dici.org).
Que se passera-t-il à l’assemblée extraordinaire du Synode des évêques qui doit se réunir du 5 au 19 octobre 2014, consacré aux « défis pastoraux de la famille dans le contexte de l’évangélisation » ? Cette question se pose avec une grande inquiétude depuis que, lors du dernier Consistoire (20 février 2014), le cardinal Walter Kasper, à la demande du pape François et avec son soutien appuyé, a présenté le thème du prochain Synode en faisant des ouvertures prétendument pastorales et doctrinalement scandaleuses.
Cet exposé qui aurait dû initialement rester secret, a été publié dans la presse et les débats houleux qu’il a soulevés parmi les membres du Consistoire ont fini par être également révélés. Un universitaire n’a pas hésité à parler d’une véritable « révolution culturelle » (Roberto de Mattei), et un journaliste a qualifié de « changement de paradigme » le fait que la cardinal Kasper propose que les divorcés « remariés » puissent communier sans que leur précédent mariage soit reconnu comme nul, « actuellement ce n’est pas le cas, sur la base des paroles de Jésus, très sévères et explicites sur le divorce.» (Sandro Magister)
Des prélats se sont élevés contre ce changement, tel le cardinal Carlo Caffara, archevêque de Bologne, s’interrogeant : « Qu’en est-il du premier mariage célébré et consommé ? Si l’Eglise admet (les divorcés « remariés ») à l’Eucharistie, elle doit donner de toute façon un jugement de légitimité à la seconde union. C’est logique. Mais alors – comme je le demandais – qu’en est-il du premier mariage ? Le deuxième, dit-on, ne peut pas être un vrai deuxième mariage, car la bigamie va à l’encontre de la parole du Maître. Et le premier ? Est-il dissout ? Mais les papes ont toujours enseigné que le pouvoir du pape ne va pas jusque là : sur le mariage célébré et consommé, le pape n’a aucun pouvoir. La solution exposée (par le cardinal Kasper) porte à penser que le premier mariage demeure, mais qu’il y a quand même une deuxième forme de cohabitation que l’Eglise légitime. (…) La question de fond est donc simple : qu’en est-il du premier mariage ? Mais personne ne répond. » (Il Foglio, 15/03/14)
On pourrait ajouter les graves objections formulées par les cardinaux Gerhard Ludwig Müller, Walter Brandmüller, Angelo Bagnasco, Robert Sarah, Giovanni Battista Re, Mauro Piacenza, Angelo Scola, Camillo Ruini… Mais ces objections restent, elles aussi, sans réponse.
Nous ne pouvons attendre, sans élever la voix, que le Synode se tienne en octobre prochain dans l’esprit désastreux que veut lui donner le cardinal Kasper. L’étude jointe, intitulée « La nouvelle pastorale du mariage selon le cardinal Kasper », montre les lourdes erreurs contenues dans son exposé. Ne pas les dénoncer reviendrait à laisser une porte ouverte aux périls que pointe du doigt le cardinal Caffara : « Il y aurait (ainsi) un exercice de la sexualité humaine extra-conjugale que l’Eglise considèrerait comme légitime. Mais avec cela on ruine le pilier de la doctrine de l’Eglise sur la sexualité. À ce point on pourrait se demander : pourquoi n’approuve-t-on pas l’union libre ? Et pourquoi pas les rapports entre homosexuels ? » (Ibidem)
Alors que de nombreuses familles se sont mobilisées courageusement ces derniers mois contre les lois civiles qui partout sapent la famille naturelle et chrétienne, il est proprement scandaleux de voir ces mêmes lois subrepticement soutenues par des hommes d’Eglise désireux d’aligner la doctrine et la morale catholiques sur les mœurs d’une société déchristianisée, au lieu de chercher à convertir les âmes. Une pastorale qui bafoue l’enseignement explicite du Christ sur l’indissolubilité du mariage, n’est pas miséricordieuse mais injurieuse à l’égard de Dieu qui accorde à chacun sa grâce de façon proportionnée, et cruelle envers les âmes qui, placées dans des situations difficiles, reçoivent cette grâce dont elles ont besoin pour vivre chrétiennement et même grandir dans la vertu, jusqu’à l’héroïsme.
Menzingen, le 12 avril 2014
+ Bernard Fellay
Supérieur général de la Fraternité Saint-Pie X
Que se passera-t-il à l’assemblée extraordinaire du Synode des évêques qui doit se réunir du 5 au 19 octobre 2014, consacré aux « défis pastoraux de la famille dans le contexte de l’évangélisation » ? Cette question se pose avec une grande inquiétude depuis que, lors du dernier Consistoire (20 février 2014), le cardinal Walter Kasper, à la demande du pape François et avec son soutien appuyé, a présenté le thème du prochain Synode en faisant des ouvertures prétendument pastorales et doctrinalement scandaleuses.
Cet exposé qui aurait dû initialement rester secret, a été publié dans la presse et les débats houleux qu’il a soulevés parmi les membres du Consistoire ont fini par être également révélés. Un universitaire n’a pas hésité à parler d’une véritable « révolution culturelle » (Roberto de Mattei), et un journaliste a qualifié de « changement de paradigme » le fait que la cardinal Kasper propose que les divorcés « remariés » puissent communier sans que leur précédent mariage soit reconnu comme nul, « actuellement ce n’est pas le cas, sur la base des paroles de Jésus, très sévères et explicites sur le divorce.» (Sandro Magister)
Des prélats se sont élevés contre ce changement, tel le cardinal Carlo Caffara, archevêque de Bologne, s’interrogeant : « Qu’en est-il du premier mariage célébré et consommé ? Si l’Eglise admet (les divorcés « remariés ») à l’Eucharistie, elle doit donner de toute façon un jugement de légitimité à la seconde union. C’est logique. Mais alors – comme je le demandais – qu’en est-il du premier mariage ? Le deuxième, dit-on, ne peut pas être un vrai deuxième mariage, car la bigamie va à l’encontre de la parole du Maître. Et le premier ? Est-il dissout ? Mais les papes ont toujours enseigné que le pouvoir du pape ne va pas jusque là : sur le mariage célébré et consommé, le pape n’a aucun pouvoir. La solution exposée (par le cardinal Kasper) porte à penser que le premier mariage demeure, mais qu’il y a quand même une deuxième forme de cohabitation que l’Eglise légitime. (…) La question de fond est donc simple : qu’en est-il du premier mariage ? Mais personne ne répond. » (Il Foglio, 15/03/14)
On pourrait ajouter les graves objections formulées par les cardinaux Gerhard Ludwig Müller, Walter Brandmüller, Angelo Bagnasco, Robert Sarah, Giovanni Battista Re, Mauro Piacenza, Angelo Scola, Camillo Ruini… Mais ces objections restent, elles aussi, sans réponse.
Nous ne pouvons attendre, sans élever la voix, que le Synode se tienne en octobre prochain dans l’esprit désastreux que veut lui donner le cardinal Kasper. L’étude jointe, intitulée « La nouvelle pastorale du mariage selon le cardinal Kasper », montre les lourdes erreurs contenues dans son exposé. Ne pas les dénoncer reviendrait à laisser une porte ouverte aux périls que pointe du doigt le cardinal Caffara : « Il y aurait (ainsi) un exercice de la sexualité humaine extra-conjugale que l’Eglise considèrerait comme légitime. Mais avec cela on ruine le pilier de la doctrine de l’Eglise sur la sexualité. À ce point on pourrait se demander : pourquoi n’approuve-t-on pas l’union libre ? Et pourquoi pas les rapports entre homosexuels ? » (Ibidem)
Alors que de nombreuses familles se sont mobilisées courageusement ces derniers mois contre les lois civiles qui partout sapent la famille naturelle et chrétienne, il est proprement scandaleux de voir ces mêmes lois subrepticement soutenues par des hommes d’Eglise désireux d’aligner la doctrine et la morale catholiques sur les mœurs d’une société déchristianisée, au lieu de chercher à convertir les âmes. Une pastorale qui bafoue l’enseignement explicite du Christ sur l’indissolubilité du mariage, n’est pas miséricordieuse mais injurieuse à l’égard de Dieu qui accorde à chacun sa grâce de façon proportionnée, et cruelle envers les âmes qui, placées dans des situations difficiles, reçoivent cette grâce dont elles ont besoin pour vivre chrétiennement et même grandir dans la vertu, jusqu’à l’héroïsme.
Menzingen, le 12 avril 2014
+ Bernard Fellay
Supérieur général de la Fraternité Saint-Pie X
venerdì 14 marzo 2014
Il divorzio e i Kasper ante litteram. Un testo attualissimo di Romano Amerio
Proponiamo una riflessione di Romano Amerio a proposito del divorzio e delle sue conseguenza. Attualissima in tempi di sinodo sulla famiglia.
Nel 1974 il divorzio avendo raccolto il suffragio del popolo italiano, quel plebiscito non poteva non contenere la volontà generale della nazione e per essere seguito a un’estesa campagna di chiarificazione non poteva dissimulare il suo carattere anticattolico.
L’inimicizia dello Stato moderno verso la Chiesa non si era congiunta mai all’impugnazione del diritto naturale, di cui è principale presidio la Chiesa. Ma in età postconciliare la defezione nel 1974 dell’Italia e nel 1981 della Spagna ha consumato la pienissima emancipazione della società europea dalla sua base religiosa.
Ho menzionato al §89 la strenua difesa opposta dalla Chiesa alla violenza che il dispotismo dei prìncipi, annuenti non di rado le gerarchie nazionali, tentava di infliggere all’indissolubilità del coniugio. Qualche raro caso di deviazione dalla perpetua dottrina si può trovare in pubblicazioni anche di ecclesiastici nel secolo scorso, ma sempre denunciata e condannata. La desistenza dalla fermezza da parte della Chiesa si manifestò in Italia al tempo della campagna referendaria contro il divorzio, quando si videro non pochi preti parteggiare, tollerandoli i loro Superiori, per la dissolubilità; taluni vescovi condannare addirittura la partecipazione dei preti alla promozione del referendum contro il divorzio, e il Patriarca di Venezia dover rimuovere dall’officio l’assistente ecclesiastico degli universitari cattolici pronunciatosi pubblicamente per il divorzio. La desistenza apparve anche dal Protocollo firmato dalla Santa Sede col Portogallo in febbraio 1975 per riformare il Concordato del 1940. Mentre il patto precedente stipulava che in ossequio al principio dell’indissolubilità i coniugi cattolici rinunziano alla facoltà civile di chiedere il divorzio e che pertanto i tribunali della Repubblica portoghese non possono pronunziare il divorzio di coniugi canonicamente sposati, il Protocollo del 1975 si limita a richiamare ai coniugi cattolici l’indissolubilità e riconosce ai tribunali civili di pronunziare la dissoluzione del vincolo (OR, 16 febbraio 1975).
Minore diviene lo stupore per tale novazione se si considerano le dichiarazioni di taluni Padri del Vaticano II in favore della dissolubilità del vincolo. Erano vescovi della Chiesa Orientale soggetti all’influsso della disciplina matrimoniale della Chiesa ortodossa. Questa ammette il divorzio in diversi casi, tra cui c’è la colpa del coniuge che complotta contro lo Stato. Come questa disposizione indultiva della Chiesa ortodossa dipenda storicamente dalla servitù politica di essa nei confronti dell’Impero bizantino e dell’impero zarista, fu ben lumeggiato dal card. Charles Journet nella sessione CXXXIX del Concilio (OR, 1 ottobre 1965). L’intervento era una risposta alle suggestioni di mons. Elias Zoghbi, vicario patriarcale dei Melchiti in Egitto, affinchè si sciogliesse il nodo tra coniuge ingiustamente abbandonato e il coniuge colpevole. Avendo la suggestione eccitato uno smisurato scalpore nell’assemblea e nella stampa, il presule stimò doveroso dichiarare in un successivo intervento in Concilio che proponendo quella dispensa egli non intendeva affatto derogare al principio di indissolubilità (OR, 5-6 ottobre 1965). Ma viene ovvia la replica: non basta mantenere lessicalmente una cosa, quando poi si pretende farla coesistere illesa a un’altra cosa che la distrugge. L’attacco più spiegato all’indissolubilità fu però condotto dal Patriarca dei Melchiti Maximos IV che riprese con maggior impegno le proposte di mons. Zoghbi e raccolse in un volume gli interventi conciliari e le sue dichiarazioni extraconciliari. L’abbandono della dottrina non viene ovviamente professato come tale, ma proposto come una variazione della disciplina e non del dogma e come una soluzione pastorale. Si pone in capite libri l’indissolubilità, definita solennemente nel Tridentino oggetto di fede e che chiude la porta a ogni discussione. Ma poi con la sofistica propria dei neoteorici (vedi § 59) si viene a dire: «Dans l’Eglise catholique il se trouve des cas d’injustice vraiment rivoltante, qui condamnent des êtres humains, dont la vocation est de vivre dans l’état commun du mariage … et qui en sont empêchés san qu’il y ait de leur faute et sans qu’ils puissent humainement parlant supporter toute leur vie cet état anormal».
Agli argomenti del Patriarca si oppone la perpetua tradizione della Chiesa e , in linea teoretica, tutta la dogmatica cattolica. Non ci diffondiamo sul metodo bustrofedico proprio dei neoteoretici, di camminare in un senso concedendo localmente l’indissolubilità, ma poi volgersi tosto in senso opposto affermando la dissolubilità, come se le contraddittorie coesistessero. Le asserzioni del Patriarca oltrepassano il limite che divide la libertà teologica del dogma di fede e così vengono per obliquo a investire i principi della religione. Si rigetta infatti implicitamente il divario tra sofferenza e ingiustizia protestando che il coniuge innocente patisca dalla Chiesa un dolore ingiusto. Qui è implicata tutta la teodicea nonché la dottrina cattolica del dolore.
L’ingiustizia è evidente dal canto del coniuge che ha rotto la comunione, ma il Patriarca ne fa un’ingiustizia anche dal canto della Chiesa, la quale per tenersi fedele al principio evangelico non meno che al diritto naturale, non si arroga, di togliere quel dolore. Essa punisce il coniuge colpevole dell’ingiustizia, privandolo per esempio dell’eucaristia e infliggendogli altre diminuzioni dei suoi diritti, ma non fa prevalere mai il bene eudemologico al bene morale e alla legge. Anzi la base del cristianesimo è l’idea del Giusto sofferente e la religione non promette l’esenzione dal dolore mondano, ma dal dolore nell’altra vita e fa entrare il dolore in un ordine integrato della presente e della futura vita in una veduta essenzialmente soprannaturale. La posizione del Patriarca è naturalistica. Dio, secondo la fede, non conduce le cose del mondo in guisa che i buoni abbiano il bene mondano nel mondo, ma abbiano ogni bene dall’Ognibene nel fine.
La Chiesa non ha per fine peculiare la rimozione del dolore. Essa rifugge dalla tracotanza del filosofo antico che sentenziava: «nihil accidere bono viro mali potest» e da quella del moderno: «Quando si parla di un’azione buona accompagnata dal dolore si dice cosa contraddittoria». Gli uomini devono adoperarsi per rimuovere e punire l’ingiustizia, ma ciascuno vi è esposto indipendentemente dal suo stato morale, gli uomini soffrono perché sono uomini, non perché siano personalmente malvagi. Non entro nel discorso teologico che mostra ogni male umano dipendere originariamente dalla colpa. La religione non prende scandalo dalla sofferenza del giusto e non vi ravvisa un’ingiustizia, ma la vede sempre nell’ordine totale del destino e sempre associata a un sentimento prevalente di gaudio dato dalla speranza della beata immortalità: «feliciter infelices» secondo la formula di Sant’Agostino risuonante testi paolini. Il Patriarca prende il dolore come un’ingiustizia, anziché esperienza della virtù, partecipazione al Cristo, purificazione ed espiazione per i propri e per gli altrui peccati, e per di più trasloca la responsabilità dell’ingiustizia dal colpevole alla Chiesa incolpevole.
(Romano Amerio, Iota Unum, § 178)
martedì 11 marzo 2014
In memoria di Mario Palmaro
In loco pascuae me collocavit (Ps 22)
Domani 12 marzo alle ore 10,30 saranno celebrati nel Duomo di Monza con il Rito romano antico i funerali del "filosofo del diritto" (così si legge nell'annuncio funebre) Mario Palmaro.
Armonia ed eccezionalità contrassegnarono il percorso esistenziale di Mario Palmaro - l'armonia che è espressione della legge eterna che egli costantemente cercò, osservò e difese in famiglia, nell'attività di scrittore e apologeta cattolico, nella ricerca accademica dedicata a dimostrare il diritto di Dio sull'ordine creato, e l'eccezionalità che origina dall'inevitabile confronto tra questa armonia e un secolo che ogni verità vuole generalmente negare.
Sul limitare di armonia e di secolo ribelle visse Mario Palmaro senza mai cedere alle seduzioni dell'ultimo. Analizzò ogni attuale tentativo di distruzione dell'ordine naturale e descrisse con profondità di sguardo il nichilismo giuridico. Insieme all'amico fraterno Alessandro Gnocchi contemplò il passaggio della Chiesa al secolo, l'orribile assalto ai dogmi cattolici e l'ammutinamento della gerarchia cattolica. Trovò, con alcuni amici, nelle forme costanti della Tradizione e della Liturgia cattolica la tavola di salvezza nel mezzo del naufragio.
Chi fu vicino a Mario Palmaro nei giorni della sua malattia può affermare che la sua agonia e la sua morte furono, in un certo senso, liturgiche, una continua imitazione di Cristo. Non ci fu nei suoi ultimi giorni alcun risentimento, ma una generosa offerta di sé per la Chiesa cattolica, per la famiglia, i confratelli e gli amici. La sua morte fu quasi un processo osmotico giacché, attraverso una sofferenza pienamente accettata, passò finalmente all'elemento che già tutto lo colmava. Riposi in pace.
sabato 1 marzo 2014
La fine dei Francescani dell'Immacolata? La notizia di un piano per integrare i frati nell'Ordine dei Cappuccini
“Una delle problematiche centrali viene dalla minaccia di una certa autoreferenzialità, cioè nel desiderio di sottolineare a tutti i costi la propria peculiarità caratterizzante. Ritengo invece prova certa di maturità cercare di superare tale atteggiamento, riconoscendo con spirito umile e francescano l’edificazione della Chiesa come referente ultimo della propria esperienza carismatica”Queste parole che P. Fidenzio Volpi OFM Cap., il Commissario dei Francescani dell'Immacolata, scriveva nella sua prima comunicazione dell'estate del 2013, potrebbero rivelare nei prossimi giorni o mesi la natura di un vero e proprio testo programmatico.
Una fonte sicura ci fa infatti sapere dalla Germania che sarebbe allo studio il piano di fare confluire forzosamente i frati francescani dell'Immacolata nell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini cancellando di fatto e di diritto la Congregazione fondata da Padre Manelli.
Affidiamo in ogni caso alle preghiere di tutti coloro che ci leggono e all'intercessione della Santa Vergine la salvezza della Congregazione dei Francescani dell'Immacolata la cui opera per la restaurazione dell'ortodossia nella Chiesa ha dato grandi frutti e ha destato le speranze dei cattolici di tutto il mondo.
mercoledì 26 febbraio 2014
Benedetto XVI scrive a Tornielli. Ma non ė una cosa seria
Oggi, 26 febbraio 2014, il quotidiano La Stampa pubblica un articolo del vaticanista Andrea Tornielli che spiega perché Benedetto XVI "non è più Papa".
In realtà il lettore si aspetterebbe la pubblicazione di una lettera di Ratzinger allo stesso Tornielli dal momento che proprio in prima pagina al virgolettato "Vi spiego perché non sono più Papa" segue la firma di Benedetto XVI (a mo' di articolista) e due citazioni che sembrerebbero alludere alla pubblicazione del testo integrale.
Niente di tutto ciò. La lettera non si trova. C'è soltanto l'articolo di Tornielli che riassume la vicenda della rinuncia papale dell'11 febbraio dello scorso anno e riporta tre scarne citazioni di una lettera con cui Benedetto XVI risponderebbe alle domande di Tornielli in merito alla validità e alla effettività della propria rinuncia (il condizionale è d'obbligo perché del testo della missiva Tornielli fa intravedere solo due ritagli: l'intestazione: "Benedictus XVI Papa emeritus. Città del Vaticano 18-2-2014 Egregio Signore Sig. Andrea TORNIELLI" e il congedo: "Spero di aver risposto in modo chiaro e sufficiente alle Sue domande Suo nel Signore Benedetto XVI").
È da notare la chiosa al secondo ritaglio: "La calligrafia minuta nella firma autografa è una caratteristica di Ratzinger", quasi una perizia calligrafica. Ma non vogliamo n'è possiamo produrre controprove. Può però essere qui interessante soffermarsi sui tre frammenti della "lettera a Tornielli".
Il primo enuncia la tesi di tutto l'articolo:
"Non c'è alcun dubbio - scrive l'Emerito al Vaticanista - circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde"Proviamo a fermarci e a pensare per un solo momento Benedetto XVI che scrive a Tornielli per dirgli di essere d'accordo con Socci e di dubitare della validità delle proprie dimissioni. E poi passiamo al secondo frammento dell'epistola. Qui si fa riferimento a un'altra lettera di Benedetto XVI, questa volta ad Hans Küng (un signore che da Tübingen si era seriosamente augurato la morte di Giovanni Paolo II per il bene della Chiesa e che ora manda cartoline al Papa Emerito vecchio amico/nemico di scorribande conciliari), nella quale lo stesso Benedetto XVI afferma di "essere legato da una grande identità di vedute e da un'amicizia di cuore a Papa Francesco". Poiché i soliti maligni (Socci tra loro?) hanno insinuato che l'epistola a Küng possa essere un apocrifo, l'Emerito conferma tutto e scrive a Tornielli:
"Il prof. Küng ha citato letteralmente e correttamente le parole della mia lettera indirizzata a lui"In quel "prof. Küng" c'è tutto il germanico rigore accademico che tutti conoscono nel Prof. Ratzinger. Il terzo frammento in realtà è dei tre l'unico a contenere la vera notizia. Molti si sono domandati perché un ex Papa continui a vestirsi da Papa. Chi si è attardato in speculazioni teologiche (più o meno ciò che ha fatto Joseph Ratzinger per una vita), avrebbe fatto meglio chiedere a un sarto o alla guardarobiera:
"Il mantenimento dell'abito bianco e del nome Benedetto - ci ha scritto - è una cosa semplicemente pratica. Nel momento della rinuncia non c'erano a disposizione altri vestiti. Del resto porto l'abito bianco in modo chiaramente distinto da quello del Papa. Anche qui si tratta di speculazioni senza fondamento".
Difficile est satiram non scribere!
venerdì 21 febbraio 2014
Il sensus fidei contro Padre Livio Fanzaga. La libertà cattolica di sottoscrivere un articolo di Roberto de Mattei
di Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro
Pare proprio che sia venuto il momento di mettere da parte il pietoso eufemismo “mondo cattolico” dietro il quale molti, troppi volonterosi hanno sempre cercato di nascondere il concetto di “Chiesa”. Naturalmente, per “Chiesa”, si intende la sua componente umana e allora bisogna avere il coraggio di mostrarne il disastro, intellettuale e umano. Quanto alla fede, penserà Nostro Signore a giudicare una per una le anime.
Quale categoria, se non quella del disastro umano e intellettuale, si può applicare alla componente umana della Chiesa per commentare la cacciata di Roberto de Mattei da Radio Maria? Un’altra bella prova di padre Livio Fanzaga, inflessibile dispensatore di francescana misericordia: francescana nel senso di Francesco il Papa, non Francesco il Santo.
I fatti sono noti. Dopo l’articolo “2013-2014 Motus in fine velocior” pubblicato su “Corrispondenza Romana” e che potete leggere CLICCANDO QUI, il direttore di Radio Maria ha preso carta e penna per dire a de Mattei che in quella radio non ci può più stare e la sua trasmissione è stata cancellata dal palinsesto. Per vedere la pochezza delle argomentazioni fanzaghiane, l’ineccepibile risposta di de Mattei e l’evanescente replica di padre Livio CLICCATE QUI.
Bisogna ammettere che, in una Chiesa dove sembra che la misericordia l’abbia inventata Papa Francesco, una materia così nuova riesca difficile da maneggiare. Dopo duemila anni di un cristianesimo improntato all’algida inflessibilità degli specialisti del logos, ora che la misericordia è stata appena scoperta non si sa ancora bene dove posarla, cade di mano e va dove capita. E si finisce per trovarsi davanti a un panorama in cui gli omosessuali diventano ingiudicabili mentre per i cattolici a tutto tondo come de Mattei pietà l’è morta. Insomma, c’è bisogno di una bella messa a punto per tutti quei fedeli di buona volontà che si sono gettati con entusiasmo ma senza perizia nei misericordiosi esercizi di nuovo conio.
Così, dopo aver già fatto fuori i sottoscritti, il misericordioso padre Fanzaga ha fatto fuori anche de Mattei con la stessa motivazione: non si può criticare il Papa, un cattolico non lo può fare. Dunque, le posizioni di Roberto de Mattei, di Gnocchi e Palmaro e quella di tanti, tantissimi fedeli che ci hanno testimoniato la loro vicinanza e il totale consenso sarebbero, quanto meno, da scismatici neanche troppo latenti, dunque non cattolici.
Roberto de Mattei ha provato a spiegare nella sua lettera a padre Livio che non è così. Ma, evidentemente, la dottrina cattolica è troppo difficile per i tempi correnti. E poi bisogna riconoscere che dentro la Chiesa, nella sua componente umana, vale quella tragica osservazione che Giovannino Guareschi faceva cinquant’anni fa per gli italiani: i nostri compatrioti, si lamentava lo scrittore, preferiscono alzarsi la mattina e trovare già tutto pensato. Ecco, questo è quello che fanno tanti, troppi cattolici. La mattina si alzano, leggono i giornali, se del caso fanno la rassegna stampa oppure accendono il megafono per diffondere la “voce del magistero” e sono felici tutto il giorno perché la testa la possono lasciare nell’armadio in sacrestia.
Invece, ad averla, questo sarebbe proprio il momento di farla funzionare. Dentro e fuori la Chiesa stanno accadendo troppi fatti su cui non si può evitare di pensare, di ragionare e quindi di parlare. Se questo parlare non è cattolico, viene da chiedersi quanto lo sia il silenzio di coloro che autoassolvono le loro convenienze e le loro viltà dietro l’idea che siccome la Chiesa è di Cristo ci penserà lui.
Per Roberto de Mattei non usiamo la parola solidarietà, che puzza troppo di manifesto della sinistra anni Settanta. Preferiamo usare amicizia e stima per tutto quello che ha fatto, che sta facendo e che farà. Vogliamo considerare quel suo articolo che tanto ha inquietato padre Livio Fanzaga come se l’avessimo scritto anche noi, dalla prima all’ultima riga, titolo compreso e sotto ci mettiamo anche la nostra firma.
Anzi, a questo proposito, vogliamo lanciare una piccola iniziativa: lo firmino tutti coloro che lo ritengono integralmente cattolico. Non ci vuole molto: basta aggiungere il proprio nome e il proprio cognome in coda a un pezzo veramente splendido. E poi vediamo quanti sono quei cattolici che preferiscono usare la testa invece che lasciarla in sacrestia. Questo sì che farà del bene alla Chiesa. Altro che le purghe in stile sovietico.
Chi vuole sottoscrivere l’articolo di Roberto de Mattei, “2013-2014 Motus in fine velocior”, può farlo tramite l'apposito tabulato predisposto da Riscossa Cristiana (QUI). L’indirizzo mail non verrà pubblicato. L’elenco dei sottoscrittori sarà aggiornato quotidianamente.
giovedì 13 febbraio 2014
Radaelli vs Socci sulla validità della rinuncia di Benedetto XVI
Pubblichiamo qui di seguito una nota critica del Professor Enrico Maria Radaelli, che ringraziamo, in risposta all'articolo apparso il 12 febbraio 2014 sul quotidiano Libero con il titolo Forse non è canonicamente valida la "rinuncia" di Papa Benedetto e segnaliamo, per il medesimo tenore delle argomentazioni, l'intervento Di nuovo sull'abdicazione del Papa di don Mauro Tranquillo sul sito del distretto italiano della FSSPX
Non si dia retta alle enormità messe in giro oggi 12 febbraio 2014 da presunti "scoop", come li chiamano, sulle dimissioni di Papa Ratzinger: sono solo allarmismi farneticanti basati sul nulla. Antonio Socci, solo per dimostrare che lui sì che aveva ragione, a mettere in dubbio la validità canonica di quelle che lui chiama "dimissioni", ma che in realtà, canonicamente parlando, vanno chiamate "rinuncia", si appella a imprecisate norme canoniche, ma quali? Non lo dice; che sarebbero norme di famosi canonisti, ma quali? Nemmeno questo dice; poi si appella a fumose condizioni solo per le quali, in analogia alle condizioni dell'elezione papale, avverrebbe la transustanziazione eucaristica, le quali condizioni a suo dire sarebbero materia, forma e... intenzione del celebrante (ex opere operantis)! Ma san Tommaso nega vi possa essere l'apporto intenzionale intimo del celebrante, v. Summa Theologiae, III, q. 82, a. 7, Se gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati siano in grado di consacrare: il santo Dottore, in accordo con sant'Agostino, spiega che quei soggetti (eretici, scismatici e /o scmunicati) consacrano validamente, ancorché sacerdoti, giacché, se quei medesimi tornassero nella Chiesa, non sarebbero di nuovo ordinati. Però non consacrano lecitamente, perché sono fuori della Chiesa, e dunque commettono peccato grave di sacrilegio.
Questo mostra che l'intenzione intima non è affatto la terza condizione per avere la transustanziazione, perché essa si ha "ex opere operato", ossia "indipendentemente dalle intime disposizioni", ma solo per materia e forma corrette nelle mani di un (anche indegno) celebrante. D'altronde, è bene che sia così, perché in caso contrario il fedele non saprebbe mai se l'Eucaristia cui ha partecipato è valida o no. L'Angelico, d'altronde, nell'analisi delle condizioni del Sacramento, pone solo due Questiones: la 74, sulla materia del Sacramento, e la 78, sulla forma del Sacramento. Altre Questiones che riguardino altre condizioni, come un'ipotetica disposizione del celebrante, non vi sono: le condizioni sono solo di materia e di forma, anche perché nella forma c'è tutto, e la forma sono le parole, non già i pensieri. Quando mai dei pensieri possono essere oggettivati?
E così pure per l'elezione di un Papa (che comunque non è un Sacramento): le disposizioni interiori dell'elegendo sono insignificanti, ininfluenti, perché il soggetto può pensare intimamente qualsiasi cosa, ma chi lo testimonia, come può essere oggettivato il suo pensiero, se resta pensiero?
Altro è se il soggetto lasciasse scritto o variamente documentato che previamente il suo atto è a suo avviso stato sottoposto a condizioni pesanti di volontà terze, a ricatti, a simonia, o ad altro condizionamento che lo rendono impuro. Ma tale non è il caso di Papa Ratzinger: egli non ha lasciato documenti o testimonianze in tal senso di nessun tenore.
L'elezione di Papa Ratzinger, e la sua rinuncia, sono valide a tutti gli effetti, e se vi saranno scismi nella Chiesa nei prossimi tempi non sarà per lui. Con buona pace di Socci.
Enrico Maria Radaelli
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