"I Padri alessandrini, di cui si dice che grande fosse il debito verso la scienza pagana, non mostrarono certo né gratitudine né riverenza per i loro presunti maestri, ma sostennero la supremazia della tradizione cattolica" (John Henry Newman)
Commentari cattolici nel tempo della crisi della Chiesa
sabato 28 dicembre 2013
Il Cardinal Ouellet e il favoloso mondo di Francesco
Riprendiamo qui di seguito dall'agenzia zenit.org il resoconto di un'intervista resa a Radio Vaticana dal Cardinal Marc Ouellet, recentemente confermato Prefetto della stessa Congregazione dei Vescovi dalla quale è stato contemporaneamente estromesso il Cardinale Burke. Non si può non prendere atto di quella che si potrebbe chiamare la teologia della storia della Chiesa del Cardinal Ouellet - una teologia irrazionalista che disprezza il deposito oggettivo della fede e tende a cogliere in ogni pontificato una nuova fondazione della Chiesa ispirata dallo Spirito Santo - come se la Chiesa non custodisse una gerarchia, una Tradizione e una Liturgia, tutte ricevute una volta per tutte dal suo Divino Fondatore per la salvezza delle anime. Il porporato canadese afferma infatti la "novità", inaugurata da Francesco, di un "contatto nuovo con il popolo di Dio" (ma il vero contatto non dovrebbe essere quello sacramentale?) e individua nelle dimissioni di Benedetto XVI la “più grande novità nella storia della Chiesa, che ha testimoniato una grande umiltà e, allo stesso tempo, una grande fiducia nello Spirito Santo per il futuro delle cose”. In fondo il senso della teologia liberale di Ouellet sta tutto nell'ultima battuta: "L'umanità ha bisogno di un riferimento morale sicuro". Non è questo il senso del papato, non per questo Nostro Signore è sacerdote e vittima.
Citta' del Vaticano, 27 Dicembre 2013 Redazione | 98 hits Un anno di svolta epocale per la storia della Chiesa. Secondo il cardinale Marc Ouellet, recentemente confermato da papa Francesco come prefetto della Congregazione dei Vescovi, il 2013 è stato un anno straordinario a partire dalla rinuncia al ministero petrino da parte di Benedetto XVI.
Intervistato dalla Radio Vaticana, il porporato canadese ha dichiarato che le dimissioni di papa Ratzinger “hanno aperto delle grandi possibilità”. Si è trattato non solo di un “gesto veramente nuovo” ma della “più grande novità nella storia della Chiesa, che ha testimoniato una grande umiltà e, allo stesso tempo, una grande fiducia nello Spirito Santo per il futuro delle cose”.
Bisogna quindi essere “molto riconoscenti” a Benedetto XVI per aver aperto “questo orizzonte” e per aver reso possibile l’elezione del suo successore Francesco.
Vi è inoltre, ha affermato Ouellet, “una continuità tra la prima novità e tutte quelle che Papa Francesco ha poi inaugurato”. Secondo il Prefetto della Congregazione dei Vescovi, la vera “riforma” incoraggiata dal pontefice argentino è nella sua volontà di “stabilire un contatto nuovo, più vicino al Popolo di Dio”, andando “al di là di tutte le forme, di tutti i protocolli per stabilire un contatto immediato”.
Papa Francesco fornisce così ai vescovi “un modello di prossimità pastorale, di ricerca di una presenza pastorale che sia calorosa, che sia misericordiosa, che porti consolazione e che doni una nuova speranza”. Nell’atteggiamento e nei gesti di Bergoglio si riscontrano “una novità e una promessa”.
Un altro fattore “molto importante”, ad avviso del cardinale Ouellet è “la percezione di papa Francesco nell’opinione pubblica mondiale”, da lui definita “un evento straordinario di evangelizzazione”.
Anche la proclamazione del Santo Padre come personaggio dell’anno, da parte della rivista americana Time è, secondo Ouellet, il segno di un “bisogno di speranza che c’è nell’umanità e che ha trovato nella figura di papa Francesco il suo punto di riferimento”. Tale menzione è una “buona novella” e “tutti noi dobbiamo rallegrarcene”.
Constatare la grande popolarità del Papa suscita “una grande gioia”, ha proseguito Ouellet. Si tratta, ha puntualizzato di una “buona popolarità, che non è basata semplicemente su cose superficiali” ma che, al contrario, “ci interroga e ci obbliga anche a cambiamenti di comportamento”.
In ambito curiale, il Santo Padre intende contrastare “una certa mentalità clericale” assieme al “carrierismo” delle “ambizioni ecclesiastiche” o “mondane”, ha aggiunto il Prefetto della Congregazione dei Vescovi.
“Siamo veramente in un momento di grazia – ha proseguito - e spero che lo Spirito Santo gli dia la salute e la collaborazione di cui ha bisogno per portare avanti la riforma della Chiesa e la nuova evangelizzazione”.
Sul piano personale, il porporato canadese ha dichiarato che la sua amicizia con Bergoglio - precedente l’elezione di quest’ultimo al Soglio Pontificio – ha reso la loro collaborazione “straordinariamente semplice” e gioiosa.
“L’umanità ha bisogno di una figura paterna, una figura vicina; una figura che sia - al tempo stesso - riferimento morale sicuro, ma anche calorosa e che risvegli la speranza!”, ha quindi concluso Ouellet.
domenica 22 dicembre 2013
“Siate la nostra Provvidenza!”. In aiuto dei monaci.
Carissimi amici e lettori di Vigiliae Alexandrinae,
sono pochissime al mondo le comunità benedettine che conservano integralmente le osservanze e la tradizione liturgica, senza concedere nulla a quello spirito moderno e a quel culto della novità che purtroppo da qualche decennio hanno irrotto violentemente nella Chiesa e negli ordini religiosi. Pochissime davvero: se fate una breve ricerca, scoprirete che si contano su una o forse due mani …
Una di queste si trova a Villatalla, località del comune di Prelà, nella diocesi di Alberga-Imperia: si tratta dei Monaci benedettini dell’Immacolata.
La comunità è stata fondata da due monaci provenienti dall'abbazia di Le Barroux, con la benedizione di Mons. Mario Oliveri. Attualmente la comunità sta crescendo, sotto la guida paterna del Reverendo Padre Priore Jehan de Belleville. Chiunque abbia avuto modo di conoscere di persona questi monaci e di vedere il loro cammino regolare, ha lasciato il monastero con un profondo senso di edificazione, di simpatia e di riconoscenza per i sacrifici che affrontano per tenere accesa in queste tenebre la luce della fedeltà alla Tradizione cattolica e benedettina: quella luce che conduce dritto al Cielo.
Tuttavia non mancano le difficoltà, anche di ordine materiale. Sul loro Blog, i monaci hanno lanciato una richiesta di aiuto.
Rinviando al Blog (che invitiamo davvero a visitare) per il relativo post in italiano e in francese, riportiamo qui solo il passo conclusivo:
“Cari amici che ci leggete, siate la nostra Provvidenza! L’elemosina è anche un modo per piacere a Dio e per meritare la sua grazia. Vi ringraziamo per permetterci di perpetuare e di sviluppare l’Opera di preghiera e di santificazione inaugurata e trasmessa dai nostri fondatori, il Reverendo Padre Muard, Dom Romain Banquet e Dom Gérard. Che Dio vi benedica nelle vostre famiglie e nel vostro lavoro e che, per l’intercessione materna e che tutto può della Beata Vergine Maria, l’Immacolata, le vostre anime conservino il più prezioso dei tesori quaggiù e nell’ eternità, l’amore di Dio e del prossimo.”
E allora proviamo davvero ad essere la loro Provvidenza!
Per chi potesse, sul loro Blog si trovano gli estremi per un aiuto finanziario. Per chi lo desiderasse, è possibile fare un soggiorno al monastero e offrire un aiuto materiale nei molti lavori necessari. Per tutti, infine, un invito a non fargli mancare la nostra amicizia e la nostra umile preghiera.
Amici, parliamo molto di Tradizione: cerchiamo anche di aiutare chi molto non ne parla perché, semplicemente, la fa.
Insegna il Divin Maestro: “Ebbene, io vi dico: procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle tende eterne” (Luca, 16, 9).
San Gregorio Magno, un figlio di san Benedetto, così commenta questo brano di Vangelo: “Se, infatti, per mezzo della loro amicizia conquistiamo le tende eterne, senza dubbio dobbiamo pensare che, dando, facciamo piuttosto regali a protettori, che non doni a poveri” (Moralia, XXI, 14).
Conquistiamoci la protezione di questi uomini di Dio!
Grazie a tutti e un augurio di un santo Natale dalle sentinelle alessandrine.
venerdì 13 dicembre 2013
La sospensione di De vita contemplativa. Verso il commissariamento delle Suore Francescane dell'Immacolata?
De Vita Contemplativa è la rivista per i monasteri curata dalle Suore francescane dell'Immacolata di Città di Castello.
Rivista di pura spiritualità, che riporta per lo più brani di santi e di padri della Chiesa. Non ha alcun taglio polemico.
Proprio in questi giorni gli abbonati stanno ricevendo un foglietto riportante il testo seguente:
"Carissimi Lettori, siamo spiacenti di dover comunicare loro che la rivista De Vita Contemplativa, a partire dal nuovo anno 2014, sarà sospesa. Preghiamo, pertanto, di non effettuare alcun versamento per il nuovo anno. Assicurando la nostra costante e umile preghiera, auguriamo ogni bene
In domino
Redazione De Vita Contemplativa"
Non c'è molto da aggiungere, se non la notizia, circolante ormai con una certa insistenza, del prossimo commissariamento delle Francescane dell'Immacolata. La sospensione della rivista potrebbe essere il primo segno di una nuova empietà.
mercoledì 4 dicembre 2013
Le vetrate di Nathaniel Hawthorne. Gnocchi e Palmaro sul lato opaco della Chiesa
Pubblichiamo qui di seguito un altro magistrale contributo di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro comparso oggi su il Foglio con il titolo "Il Papa che si rade, maddài".
Poi vennero le prime telecamere in Vaticano regnante Giovanni XXIII, i teleobiettivi su Paolo VI, il papato mediatico di Giovanni Paolo II e, ora, la quasi consustanzialità tra massmedia e Papa Francesco. Ma, in principio, fu la cara, vecchia, borghesissima “Domenica del Corriere”: fu proprio lì, su una sua copertina, che il 4 maggio 1952 Pio XII venne disegnato in vestaglia beige, ritto davanti al lavabo con un rasoio elettrico nella mano destra e un cardellino sulla sinistra.
Le raccolte dei quotidiani e dei periodici di quei giorni non raccontano reazioni sdegnate, o almeno un poco infastidite, quasi fosse cosa del tutto normale trovarsi davanti al Papa esibito come un borghese qualsiasi nell’atto di radersi la barba. Vista oggi, la tavola a colori di Walter Molino ha persino dell’ingenuo, ma allora aveva la forza di un servizio di apertura del telegiornale di prima serata. Tra i pochi a scandalizzarsene si segnalò Giovannino Guareschi. Quel sentore di popolo e di Bassa Padana che portava nel sangue dal Primo Maggio 1908, induceva il malcreato compaesano di Giuseppe Verdi a coltivare un senso del pudore di cui la borghesia non aveva mai saputo cosa fare. “Vedendo sulla prima pagina della ‘Domenica’ il Papa che si sta facendo la barba nel gabinetto, in vestaglia da camera” scrisse allora Guareschi su “Candido” “ho provato un senso di acutissimo disagio. Non ho mai pensato che fosse un angelo a radere la barba al Papa, e mai ho pensato che in Vaticano non esistessero camerini da bagno. Però qualcosa mi ha sempre impedito di pensare il Santo Padre in atto di farsi la barba nel camerino del bagno. (…) In seguito ho fatto in modo che quel disegno cadesse sotto gli occhi di molte persone per osservare le reazioni. E poiché mi sono accorto che la quasi totalità dei soggetti ha trovato la cosa quanto mai normale, ho concluso, ancora una volta di più, che io sono un sorpassato. (…) Siamo dei superati (…) e la prima pagina della ‘Domenica’ col Papa in borghese che si fa la barba nel gabinetto, ci sembra addirittura qualcosa di sacrilego. Siamo dei sorpassati. Non fatecene una colpa: è soltanto una disgrazia. O una fortuna”. L’era trionfale del Grande Fratello tecnologico divenuto ormai un facsimile del Corpo Mistico era di là da venire. Marshall McLuhan non aveva ancora spiegato che “l’idea secondo la quale ciò che conta è il modo con cui un mezzo viene usato è l’opaca posizione dell’idiota tecnologico”. Ma il grande inganno era già lì, in copertina sull’inoffensiva “Domenica del Corriere”, e il popolo di Dio, fin da allora in grave carenza di anticorpi contro lo spirito mondano, non ne avvertiva il fetore. Salvo qualche candida eccezione che, un decennio più tardi, la nuova ecclesiologia conciliare avrebbe rubricato tra i profeti di sventura.
La cesura tra Chiesa e mondo, che non separa un’epoca dall’altra ma corre intransigente lungo i secoli, come sempre era lì da vedere. Ma troppi cattolici avevano cominciato a socchiudere i loro occhi miopi nell’illusione di guardare più lontano. Tentavano di intravedere un futuro e amabile incontro con lo spirito mondano e non si curavano del presente. Pur delicato come richiedevano le buone maniere del tempo, quel “Papa in borghese che si fa la barba” sulla “Domenica del Corriere” era un’astuta aggressione mondana mascherata da educata attenzione. Vero e proprio atto di guerra posto per via affettuosa e familiare, procedeva alla spoliazione di Pietro dai segni che i secoli cristiani avevano elaborato per farne il Vicario di Cristo agli occhi di ogni uomo: dei cattolici di “Famiglia cristiana”, dei borghesi della “Domenica del Corriere” e dei comunisti di “Vie Nuove”. Paramento dopo paramento, concetto dopo concetto, preghiera dopo preghiera, prima per sola mano del mondo e poi con complicità cattolica, la persona del Papa sarebbe stata spogliata di tutto, fino a lasciarle la sola logora veste da cappellano di ospedale da campo. Ma, così denudato, il Vicario di Cristo, che anche a volerlo non può essere un altro San Francesco, diventa flebile persino nella voce. Per quanto meritori siano, i richiami che lancia contro lo spirito del mondo sono destinati a rimanere inoperanti: il discorso cristiano, privato degli ornamenti che gli sono propri, anche quando si fa invettiva, finisce per farsi rivestire di significati e di simboli orditi dal mondo stesso e, quindi, a per essere muto.
Da quando ha deciso di abbracciarlo, la Chiesa ha preso a parlare al mondo facendo proprio il suo bon ton, che negli Anni Cinquanta era borghese e di destra e oggi è borghese e di sinistra, ma comunque sempre un po’ radical e un po’ chic. Per questo sono stati messi da parte intellettuali genuinamente popolari come Guareschi, che allo spirito mondano gettavano in faccia il suo peccato d’orgoglio con una ferocia esemplare anche oggi. Nessuna madame Verdurin avrebbe voluto nel suo salotto un bifolco capace di scandalizzarsi per il Papa ritratto in vestaglia, refrattario alle magnifiche sorti progressive e così poco comme il faut. “La storia non la fanno gli uomini.” Aveva osato scrivere quel contadino “gli uomini subiscono la storia come subiscono la geografia. E la storia, del resto, è in funzione della geografia. Gli uomini cercano di correggere la geografia bucando le montagne e deviando i fiumi e, così facendo, si illudono si dare un corso diverso alla storia, ma non modificano un bel niente, perché, un bel giorno, tutto andrà a catafascio. E le acque ingoieranno i ponti, e romperanno le dighe, e riempiranno le miniere; crolleranno le case e i palazzi e le catapecchie, e l’erba crescerà sulle macerie e tutto ritornerà terra. E i superstiti dovranno lottare a colpi di sasso con le bestie, e ricomincerà la storia. La solita storia”. Se ogni secolo, per rinsavire, ha bisogno di santi che lo contraddicano in nome di Cristo, quello attuale, popolato da troppe madame Verdurin extra muros e intra muros, mendica parole malgarbate come queste. Invettive che nulla hanno di mondano e perciò ricordano a ogni uomo la pochezza del suo potere sul tempo e sulla vita. Là dove impera l’orgogliosa frenesia del fare la storia, un po’ da salotto e un po’ da revolucion, si può contrapporre solo l’umile assunzione di ciò che nel tempo e nello spazio non è soggetto alle mode e non può mutare. Chi voglia soccorrere un’epoca in cui la rivoluzione manifesta i suoi esiti più blasfemi deve offrire in elemosina la moneta pulita e sonante tradizione. Per restituire il vero senso della libertà a un uomo oppresso dalla tirannia della storia che registra il meramente avvenuto, bisogna indurlo a contemplare la nobiltà della tradizione che rappresenta il possibile e perciò l’universale. Ma oggi i cristiani trovano più comodo assoggettarsi al senso ultimo di qualsiasi filosofia della storia, che finisce sempre per spiegare che quanto è avvenuto doveva avvenire, togliendo alla tradizione il regno dei significati e lasciandole quello della fantasticheria.
Chiunque voglia sanare gli uomini dall’orgoglio originale e indurli alla vera povertà, quella di ogni creatura davanti all’eternità e all’infinità di Dio, come fa Guareschi nelle sue scandalose considerazioni, dovrebbe ribellarsi a una cultura che trasforma dei semplici fatti in verità intolleranti. Dovrebbe mostrare che la storia è il cortile angusto di ciò che è accaduto e non tornerà più, mentre la tradizione è il manifestarsi dell’eterno nel tempo e non perirà mai. Una è la celebrazione grigia e senza prospettiva delle fortune dei potenti, l’altra è un mondo dalle mille dimensioni che consegna il suo destino anche all’ultimo degli ultimi. Ma la Chiesa d’oggi, meaculpista per il suo passato costantiniano e il matrimonio con un potere che pur sapeva tenere a bada, finisce per fornicare con un potente che non ne vuole sapere di vincoli spirituali e morali. Così premia senza vergogna Giorgio Napolitano, per mano della Pontificia Università Lateranense, in virtù del suo “generoso e sacrificato impegno nella promozione dei diritti della persona e nella tutela della dignità di ogni donna e ogni uomo (…) per la passione educativa nei confronti delle nuove generazioni (…) il cospicuo magistero e la coerente testimonianza di vita”. Non è così che si evoca almeno un senso di nostalgia di Dio, che si insinua anche l’ultimo dei barabba un filo di speranza da indurlo a sospirare “Che bello se il mondo fosse così”.
Il senso più profondo della narrativa guareschiana, che nasce dal sacro irrompere della tradizione nelle lande profane del mondo, sta nel coraggio che oggi la Chiesa non riesce più a darsi. Tuonare contro le ricchezze di qua e di là dal Tevere finendo per travolgere anche lo splendore dovuto a Dio non è affare da capitani coraggiosi, ma da furbi public relations. Però non produce prodigi perché anche il più abile dei pr non riuscirà mai a rendere desiderabile un mondo votato alla povertà e alla sciatteria. Non indurrà mai l’uomo a guardare in alto, ma lo costringerà a cercare in basso. Il prodigio che per secoli la Chiesa ha prodotto con la sua liturgia, la sua preghiera, la sua predicazione, la sua teologia, la sua dottrina, il suo catechismo, e che oggi sopravvive a ogni voltare di pagina in opere come quelle di Guareschi e fa sospirare sul quel “Che bello se il mondo fosse così”, è frutto di un miracolo capace di mostrare come sarebbe il mondo se l’uomo non si opponesse alla Grazia. Non il mondo perfetto inventato dalle ideologie: anzi, un mondo ancora piagato dal dolore, dal male e dalla morte, ma in cui tutto, finalmente, ha un senso. Un mondo trasfigurato già qui e ora per la presenza di Cristo crocifisso e della Chiesa che ne distribuisce la Grazia attraverso i sacramenti per mano dei suoi sacerdoti.
E’ qui che la tradizione, oltre la soglia anche della più povera cappella di campagna, si fa liturgia e, oltre il frontespizio della più popolare opera letteraria, si fa poesia. Alimentati dal senso della tradizione, il linguaggio poetico e quello liturgico, che nulla hanno di sentimentale, si incaricano di restituire il suo vero essere a ciò che il discorrere profano aveva illuso di esistere altrimenti e altrove. E’ il momento del grande ritorno a casa, un rimettersi al Creatore che Guareschi descrive con linguaggio quasi da predicatore medievale:“(…) gli uomini sono delle disgraziate creature condannate al progresso, il quale progresso porta irrimediabilmente a sostituire il vecchio Padreterno con le nuovissime formule chimiche. E così, alla fine, il vecchio Padreterno si secca, sposta di un decimo di millimetro l’ultima falange del mignolo della mano sinistra e tutto il mondo va all’aria”.
Allora, solo il senso della tradizione, che è fatto di cerimoniosa precisione dottrinale e rituale, può ricomporre l’ordine voluto dal Creatore una volta per sempre. “Introibo ad altare Dei. Ad Deum qui laetificat juventutem meam”, e lì attorno si fanno presenti tutti: i Serafini, i Cherubini, i Troni, le Dominazioni, le Virtù, le Potestà, i Principati, gli Arcangeli, gli Angeli, i Santi, i Beati e tutti i morti e, nel cuore di chi si inginocchia con devozione, anche tutti i vivi a cui vuole bene. Tra i Kyrie eleison, i Dominus vobiscum e gli Oremus, il tempo riprende il suo scorrere verso ordinato il Cielo con l’incenso, la luce delle candele e le preghiere, anche quelli ad maiorem Dei gloriam. E, fedele alla sua promessa, Nostro Signore viene ancora una volta a immolarsi per noi. Lo guardi, ti fai bambino e gli chiedi tutto quello che hai nel cuore e vorresti proteggerlo anche se lui è immensamente forte. Ma è proprio questo il bello di essere cattolici: provare tenerezza nei confronti dell’essere più potente dell’universo.
Tutto questo lo si comprende davvero soltanto entrando in chiesa. Non c’è linguaggio mondano che lo possa trasmettere neanche al più ben disposto degli uomini. Per quanto pia, è solo un’illusione quella che spinge i pastori ad assumere l’odore del gregge per farsi comprendere e per guidarlo. Nathaniel Hawthorne, nel “Il fauno di marmo”, scrive: “Gli amici uscirono dalla chiesa e guardando in su, dall’esterno, alla finestra che avevano ammirato da dentro, non vedevano nient’altro che il semplice contorno di un’ombra tetra. Niente poteva più essere distinto, né il singolo ritratto di un santo, di un angelo o del Salvatore, né tanto meno lo schema complessivo e il significato del disegno. ‘Tutto questo’, pensò lo scultore, è il più sconvolgente emblema di quanto sia diverso l’aspetto di una verità religiosa o di una storia sacra quando è visto dal caldo interno della fede oppure dal suo freddo e cupo esterno. La fede cristiana è una grande cattedrale, con vetrate divinamente dipinte. Stando fuori, tu non vedi alcuna gloria, né riesci a immaginarne una; stando dentro, ogni raggio di luce rivela un’armonia di ineffabili splendori’”.
Il tentativo di spiegare la Chiesa al mondo usando parole mondane è destinato a mostrare agli uomini “il semplice contorno di un’ombra tetra. E’ un parlare concitato da ospedale da campo, dominato dal pathos, che finisce per mondanizzare in arrendevolezza la misericordia. E’ un arrendevole ospedale da campo quello in cui si fermò Simone Weil, sulla soglia della conversione, senza mai entrare in Chiesa. Scrive in proposito Cristina Campo: “’Potrei darle il battesimo anche così’ disse a Simone Weil padre Perrin, e inevitabilmente, Simone fece un passo indietro. Un più profondo e rigoroso teologo le avrebbe negato il battesimo tout court, senza tentare né l’arrendevolezza né il ptahos. E Simone Weil avrebbe, con ogni probabilità, piegato il ginocchio. La rivelazione di una Chiesa pura perché tremenda, pietosa perché inflessibile, in totale contraddizione con il mondo, tetragona e bruciante, non era certo per atterrire Simone Weil ma solo, appunto, ciò di cui, in Simone Weil, Simone Weil soprattutto desiderava la morte: la partie médiocre de l’âme”.
Chiunque offra di meno, pur a fin di bene, imbroglia e chiunque accetti di meno ci rimette. E ciò avviene perché, quasi sempre, nella Chiesa di oggi si scambiano i luoghi e i ruoli: si distribuisce misericordia dove servirebbe il rigore e si impiega il rigore dove servirebbe la misericordia. Per questo un prete come don Camillo, inflessibile dal pulpito e misericordioso in confessionale, è fuori moda. Quando celebra la Messa e predica tuonando contro le nefandezze del mondo moderno, comunismo compreso, si rende odioso alla borghesia di sinistra. Ma, quando assolveva Peppone con quindicimila “Pater noster” di penitenza, si inimica la borghesia di destra. Però alla fine Peppone, che ben poco ha del comunista e don Camillo lo sa benissimo, entra in chiesa e non solo di notte quando non vuole perdere la faccia davanti ai suoi compaesani. Grazie a quel prete cattolicamente mal garbato e tridentino, Peppone ha vinto il peccato d’orgoglio che sfigura l’uomo moderno e postmoderno e si traduce nella pretesa di ricevere i sacramenti da una Chiesa a cui non si riconosce il potere di negarli. Ma ci vuole un don Camillo per guarire le pecorelle da tale malattia. Lui che, in riva al fiume per la benedizione rituale prega: “Gesù se in questo sporco paese le case dei pochi galantuomini potessero galleggiare come l’arca di Noè, io vi pregherei di far venire una tal piena da spaccare l’argine e da sommergere tutto il paese. Ma siccome i pochi galantuomini vivono in case di mattoni uguali a quelle dei tanti farabutti, e non sarebbe giusto che i buoni dovessero soffrire per le colpe dei mascalzoni tipo il sindaco Peppone e tutta la sua ciurma di briganti senza Dio, vi prego di salvare il paese dalle acque e di dargli ogni prosperità”.
E l’amen rituale non sgorga dalle gole dei borghesi rintanati nelle loro case per timore di qualche palla di fucile. “’Amen’ disse dietro le spalle di don Camillo la voce di Peppone. ‘Amen’ risposero in coro, dietro le spalle di don Camillo, gli uomini di Peppone che avevano seguito il Crocifisso”.
Fonte il Folglio 4 XII 2013
martedì 3 dicembre 2013
Messa antica cantata a Monza per la solennità dell'Immacolata Concezione
Come si sa a Monza vige il Rito romano e qui quella delle Adoratrici Perpetue è probabilmente l'unica chiesa della Arcidiocesi di Milano in cui ha trovato, non senza iniziali difficoltà, piena applicazione il Motu Proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI. Infatti in forza di un'obiezione adducente la presunta inestensibilità del SP al Rito Ambrosiano - obiezione di manganiniana memoria sulla cui fallacia e irrazionalità si è più volte riflettuto (vedi qui e qui) e dalla quale purtroppo la Curia milanese non ha mai preso definitivamente congedo - le Messe ambrosiane VO continuano a essere celebrate in stretto regime d'indulto a Milano, Legnano e Induno Olona.
A Monza, dunque, la S. Messa in Rito Romano Antico viene celebrata tutte le domeniche e feste di precetto alle ore 18.45 nella Chiesa delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento in via Italia 37 (per informazioni: lamessadisempre@gmail.com).
In particolare domenica 8 dicembre, alle ore 19.00, sarà celebrata nella stessa chiesa la Solennità dell’Immacolata Concezione della B.V. Maria con una Messa VO cantata seguendo l'antica composizione della “Missa Brevis” di Andrea Gabrieli (1510 ca. – 1586). È previsto il contributo artistico di Elisabetta De Gaudenzi (soprano), Ilaria Boschini (contralto), Luigi Ronciglia (tenore) e di Matteo Riboldi (basso e harmonium)
Pubblichiamo qui di seguito la bella presentazione della Messa VO redatta dal Gruppo stabile di Monza che ringraziamo fraternamente:
La Messa gregoriana a Monza: una grande opportunità per tutti i fedeli
E’ ormai da un anno e mezzo che a Monza si celebra nuovamente la Messa nel rito di San Pio V, quella forma che era usata dalla Chiesa fino alla riforma del 1968.
Erano 44 anni che nella città di Teodolinda non accadeva un fatto simile. A renderlo possibile, Papa Benedetto XVI e l’iniziativa di un gruppo di fedeli, che con più di cento firme nel 2010 hanno chiesto all’arciprete del Duomo e all’arcivescovo di Milano l’applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum. Il Cardinale Scola ha assecondato la volontà di Benedetto XVI, confermando che celebrare quella Messa ancora oggi, nel 2013, ha un grande valore soprannaturale e umano.
La liturgia in rito antico è preparata e celebrata ogni domenica con cura da Padre Bruno Scuccato, sacerdote del Sacro Cuore, assistito da ministranti e chierichetti. In questi mesi i fedeli si son dati da fare per rimettere insieme tutti i sacri oggetti, le vesti, il manipolo, e ogni altra cosa necessaria a celebrare in conformità alla tradizione cattolica e all’insegnamento della Chiesa.
Il colpo d’occhio che si offre ai fedeli è davvero sorprendente, davanti al bellissimo e antico altare della chiesa delle suore “Preziosine”; un altare ideato su ispirazione divina dalla Madre Serafina, fondatrice dell’ordine. Un altare che ha uno sviluppo verticale, proteso verso l’alto da una piccola scalinata che culmina nel luogo in cui viene esposto l’ostensorio all’adorazione perpetua delle suore e dei fedeli. Difficile immaginare una collocazione più idonea e più provvidenziale per ridare vita e corpo alla messa di sempre, con il sacerdote voltato verso Dio, impegnato a compiere quei gesti antichi e a ripetere quelle formule che per secoli e secoli hanno accomunato le messe di ogni luogo e di ogni prete nell’orbe cattolico. Un altare che in tutti questi anni non è stato demolito o modificato, ma meritoriamente conservato nel suo aspetto originario.
Chi pensa che il ritorno alla Messa antica sia un fenomeno che riguarda una minoranza di stravaganti e di vecchi nostalgici, dovrebbe provare a frequentare la messa della domenica sera in via Italia: nella chiesa delle Adoratrici Perpetue ci sono ogni settimana fedeli di ogni età: giovani e anziani e famiglie con i loro bambini. Sulle panche, i fedeli trovano i messalini con il testo latino-italiano per seguire la liturgia; e le fotocopie con il “proprio” della Messa e le letture del giorno. E i fedeli recitano in modo corale le preghiere di loro competenza, osservando invece un profondo silenzio nelle numerose parti riservate al sacerdote. Alcuni canti in gregoriano e in volgare accompagnano abitualmente la Messa letta.
lunedì 2 dicembre 2013
San Filippo Neri e l'Oratorio inglese a Seregno
Venerdì 6 dicembre alle ore 21, presso la Sala comunale Mons. Gandini di via XXIV Maggio, Padre Massimo Malfer dell'Oratorio di Verona e lo scrittore Paolo Gulisano saranno ospiti del Circolo Culturale John Henry Newman.
Il Circolo, che da ormai tre anni rappresenta un punto di riferimento per il cattolicesimo tradizionale a Nord di Milano, ha infatti organizzato una conferenza su "San Filippo Neri e l'Oratorio inglese". Sarà l'occasione per approfondire una vicenda paradigmatica per chi auspica il ritorno della Chiesa alla Tradizione cattolica tramite la riscoperta delle sue forme. Padre Massimo CO è autore di un originale volume su "San Filippo Neri, mistico antimistico" (ed. Fede&Cultura), Paolo Gulisano, che ha scritto un'interessante biografia di J.H. Newman (Ancora), è noto al pubblico per la sua profonda conoscenza del cattolicesimo anglosassone a partire da Tolkien che d'altronde fu allievo della scuola dell'Oratorio di Birmingham. La locandina può essere scaricata qui.
Sabato 7 dicembre alle ore 9,00 P. Massimo Malfer CO celebrerà per i soci del Circolo, per gli oratori e per il pubblico una Messa VO presso la Chiesa abbaziale dei Monaci Olivetani in via Stefano da Seregno 100 a Seregno.
«J’ai vu l’Église!». Della relazione tra liturgia ed ecclesiologia.
Ad un congresso svoltosi a Friburgo il 17 ottobre per celebrare il cinquantesimo anniversario della Sacrosanctum concilium e della fondazione dell’Istituto liturgico della Svizzera, il Cardinal Kasper, stando a quanto riferisce l’Osservatore Romano, avrebbe espresso il seguente pensiero: la costituzione sulla sacra liturgia non fu solo il primo documento a essere promulgato dal Vaticano II (al termine della seconda sessione) ma espresse anche la volontà dei Padri conciliari di una riforma della Chiesa nel suo insieme.
Questo brevissimo passaggio mostra la chiara consapevolezza della stretta ed innegabile relazione tra liturgia ed ecclesiologia.
Tale relazione, già chiaramente nota ai riformatori dei secoli passati, esplicita l’efficacia pastorale e missionaria della forma liturgica. Se una Messa orizzontale e circolare favorisce un’ecclesiologia ispirata alla collegialità e all’ecumenismo, una Messa verticale e del tutto protesa alla trascendenza favorisce una visione della Chiesa quale ordine gerarchico soprannaturale.
È forse per questo che i progressisti più radicali non tollerano in alcun modo la Messa di sempre, fino a rifiutarle la cosiddetta libertà liturgica. La Messa di sempre rappresenta in se stessa la negazione delle loro tesi ecclesiologiche e, in ultimo, delle loro eresie. Non possono tollerarla, neppure se non li interessa direttamente. L’odio che taluni manifestano per la liturgia tradizionale tradisce invero la loro paura: la paura di un culto pubblico in cui la Chiesa proclama solennemente la condanna dei loro errori.
La relazione tra liturgia ed ecclesiologia e la conseguente efficacia pratica, pastorale e missionaria, della Messa di sempre sono state perfettamente colte da una grande anima liturgica come dom Gératd Calvet OSB.
“L’instabilità dell’uomo moderno deriva in gran parte dal fatto che ha perso il senso della vita comune; l’individuo destabilizzato, perché concentrato su sé stesso, ha bisogno, per restare davvero sé stesso, di appartenere a una comunità visibile, o invisibile. Non faremo un processo alla società civile, nella quale il collettivismo anticomunitario individualizza gli esseri abbandonandoli ai flutti incolori di una massa senza struttura; ma come non riconoscere, purtroppo, lo stesso fenomeno nell’ordine ecclesiale? Ora la Chiesa, Sposa e Corpo mistico di Cristo, è la società più diversificata, strutturata, gerarchizzata che esista: dal vertice fino alla base, tutto porta l’impronta di una gerarchia sacra che emana dal suo centro vivificante. Questa Chiesa celeste composta da angeli ed eletti, che i nostri pittori primitivi hanno rappresentato con occhi spalancati, mani giunte e disposti in ranghi attorno all’Agnello, dai più importanti Serafini fino alle anime del Purgatorio che salgono per prendere posto tra i numerosi cori, è la nostra vera patria ed è riconoscendola che ne avvertiamo l’eternità.
Quale manuale, quale spiegazione didattica ci aprirà la mente al Mysterium Ecclesiae? Nessuno, se non la parabola vivente della cerimonia liturgica che si svolge davanti ai nostri occhi.
All’epoca del pontificato di Pio XII, il Padre abate di Bec-Hellouin, in Normandia, riferiva che all’uscita di una Messa solenne alla quale assistevano alcuni pastori protestanti, uno di loro, emozionato, esclamò: «Ho visto la Chiesa!». La ragione misteriosa di questo grido estatico non dev'essere ricercata lontano dalla nostra celebrazione dell’Ufficio, fiume carico di religione e di luce, di canti, profumi, formule e riti solenni, che discende dall’altare attraverso l’ufficio del diacono, per coinvolgere la comunità dei fedeli che assistono nella navata, veri attori del dramma liturgico, dove il clamore si sposa al silenzio dell’anima.
Non è raro che il meraviglioso concatenarsi di salmi e profezie, che compone la preghiera pubblica, conduca un’anima in ricerca fino al santuario, dove questa voce melodiosa gli svela il mistero della Sposa. Padre Humbert Clérissac raccontava come un rabbino, nel secolo XII, si fosse convertito alla fede cattolica; l’uomo avendo osservato che il lirismo della sinagoga era passato nella liturgia della Chiesa, non ebbe difficoltà a identificare la fonte autentica della rivelazione. Dom Ildefons Herwegen, già abate di Maria Laach, ne ha esposto la ragione: «È nella liturgia, specialmente nel messale e nel breviario che la Scrittura acquisisce la pienezza della sua luce e della sua vera eloquenza; in effetti la liturgia è l’espressione sintetica e lirica delle due forme più soprannaturali: la sacra Scrittura e la santa Chiesa».
In Virgilio c’è un brano profetico che chiarisce le profondità della storia. Enea, visitato da una misteriosa consolatrice, non la riconosce se non al momento del suo partire, in maniera furtiva: «Et vera incessu patuit dea» («Vera dea s’aprì al portamento»[Eneide I,405]). Ciò che la Chiesa porta in sé di soprannaturale, non si coglie forse solo attraverso uno stile di preghiera misterioso, soave, celeste, aereo, attraverso il quale si manifesta proprio mentre si sottrae?”
[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Le sens de l’Église, in Benedictus. Ecrits Spirituels. Tome I, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2009, pp. 244-246, trad. it. delle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo]
sabato 30 novembre 2013
Don Giussani, il Sillabo e l'ora presente della Chiesa
Il lettore cattolico delle Tischreden di don Giussani si inbatte in un passo che, se sulle prime desta qualche soddisfazione, si rivela in una seconda lettura non privo di ambiguità e di insidie. Il fondatore di CL, che si sofferma sul senso del Sillabo e della Pascendi, denuncia l'impervesare dell'eresia modernista nell'ora presente e si auspica una chiamata di Dio affinché la Chiesa dichiari la verità, sembra subito insinuare una strana possibilità: che la Chiesa, in assenza di questa chiamata, "debba" (nel senso di un dovere o di un'ananche, di un destino?) "umilmente subire la tempesta del dubbio e della indecisione". Riportiamo di seguito la citazione di don Giussani e un'annotazione.
"In un momento come quello di oggi sarebbe veramente una grazia che la Chiesa si sentisse chiamata da Dio a esplicitare tutta la verità che già porta nel seno della sua vita quotidiana.
E' quello che è accaduto alla fine dell'Ottocento con il Sillabo. Per questo è odiato il Sillabo: perché ha chiarito le parti (insieme all'enciclica Pascendi contro il modernismo). Adesso, invece, il modernismo domina ovunque. Se Dio non chiama la Chiesa ad un intervento, la Chiesa umilmente deve subire la tempesta del dubbio e della indecisione. Bisogna pregare la Madonna che dia alla Chiesa guide e documenti chiari. Come la Redemptor hominis, di cui ricorre l'anniversario in questi giorni" (L. Giussani, L'attrattiva Gesù, Tischreden del 1994)
Si potrebbe discutere se la Redemptor hominis sia questo capolavoro di chiarezza. Ma il punto è un altro: Don Giussani aveva precisa contezza della crisi dottrinale e la chiamava con il suo nome, "modernismo". Aveva chiaro che il Sillabo e la Pascendi affermavano tutta la verità, e, cioè, la verità sul mondo moderno: contrario, nella sua stessa essenza, a Dio. Ci si chiede allora come possa la Chiesa "subire umilmente". La Chiesa non ha bisogno di una chiamata speciale di Dio per fare ciò per cui esiste - ossia difendere e predicare la Fede - perché ha già ricevuto la propria missione dal suo divino Fondatore:
"Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 18-20);
e se la Chiesa non corrisponde a questa missione, semplicemente non fa il suo dovere. È per questa via che la Tradizione si dissolve nel pneumatico magistero vivente. Dio, per molti seguaci di don Giussani, non ha parlato una volta per tutte, ma parla quotidianamente per bocca del Papa, del Concilio, di Carrón, della comunità. Anche le loro mancanze sono allora da imputare a Dio e debbono pertanto essere umilmente subite e accettate.
L'errore dev'essere combattuto, da ogni cattolico. Accettiamo che Dio non dia alla sua Chiesa, in un dato momento storico, di trionfare. Ma mai imputare a Dio la volontà dell'errore.
mercoledì 27 novembre 2013
In exitu fidei. Oggi su il Foglio la disputa tra Emmanuel Exitu e Gnocchi&Palmaro
Oggi il Foglio pubblica una lettera indirizzata ad Alessandro Gnocchi e a Mario Palmaro da parte del regista Emmanuel Exitu. Emmanuel Exitu, che secondo una filiazione più letteraria che carnale si dice "figlio illegittimo" di Giovanni Testori, rivendica la propria appartenenza a Comunione e Liberazione e declina tutti gli argomenti dell'esperienza giussaniana del Cristo contro la fede cattolica (guareschiana) di Gnocchi&Palmaro. Questi ultimi rispondono e ne scaturisce un'interessante disputa sulla fede. Pubblichiamo qui di seguito i due scritti con partigiana e cattolica simpatia per i contraddittori di Exitu.
Emmanuel Exitu vs Gnocchi&Palmaro
La premiata ditta d’imbalsamazioni Gnocchi&Palmaro dispiace perché pretestuosa nel maneggio delle fonti e piena di risentimento. Sarebbe divertente ribattere colpo su colpo con la gioia maligna del vandalo, ma non c’è spazio né cultura sufficienti. Si può però ribattere sul piano dell’esperienza, che poi sulle faccende di vita è l’unico piano che davvero conti. Non a difesa del papa, che sa benissimo difendersi da solo, ma a difesa di me stesso, della mia esperienza di moderno che vive oggi la fede seguendo l’esperienza viva di testimoni afferrati da Cristo oggi. G&P cita tutti, tranne Cristo: del rapporto con Lui non racconta. Quel rapporto bisogna viverlo, non basta avere in memoria tutti i libri cattolici fino all’ultima nota per poi mitragliare senza pietà chiunque ritenga fuori dalle righe. Il testo scritto ha il difetto che puoi fargli dire quello che vuoi. Un testo vivente, invece, è più scomodo da maneggiare: se fai il furbo, si ribella. G&P usa molti testi scritti (nessuno creda però che gli autori citati siano così noiosi: sono presi come farfalle inchiodate al velluto e non osservate in volo, ma in realtà pompano sangue nelle vene); ma non usa testi viventi, gli unici che potrebbero davvero convincere un uomo, e in particolare un moderno. E i testimoni che abbiamo sotto gli occhi non sono pataccari: portano prove che si toccano e si vedono. P.e. Aldo Trento, sacerdote che ha ispirato alle reducciones la sua parrocchia in Paraguay: clinica per malati terminali, scuole, giornali, opere che però sono nulla rispetto ai frutti di conversione. Qual è la sua pastorale? Lo dice con Ruiz de Montoya, primo gesuita laggiù: “«Per due anni ci siamo guardati dal giudicare intorno al sesto e al nono comandamento, del tutto incomprensibili per i Guaranì poligamici. Ci siamo preoccupati di non distruggere quelle tenere e giovani piante, annunciando solo l’avvenimento della bellezza di Cristo». Dopo due-tre anni i Guaranì, diventati cristiani, hanno cominciato a chiedere il matrimonio monogamico: con la nascita della famiglia nasce il primo popolo cristiano della selva. Il rapporto gesuiti-indios era definito dalla libertà.” Non è roba fantastica? A leggere G&P vien da pensare che avrebbe invece mandato i droni per bombardare i Guaranì con i più massicci tomi di teologia morale: e chi non ha il fisico, peggio per lui. Oppure, Chiara Corbetta e Francesca Pedrazzini, due bellissime tutte casa&chiesa morte per tumore raccontato come di una festa perché andavano a scoprire il posto che Gesù ha preparato per loro. Non erano impazzite, basta una googlata per vederlo, ma è anche impossibile credere che vivessero così perché avevano le istruzioni per l’uso desunte dai santi libri: lo facevano solo per l’esperienza dell’amicizia di Gesù, come bimbe in braccio al padre, impadronendosi delle sue mani attraverso l’amicizia sacramentale di familiari e amici. Non si può dire che G&P sbaglino il materiale vertiginoso e razionale della liturgia, della morale, della teologia e chi più ne ha, ne metta. Ma le case che costruiscono sono brutte e soffocanti, inospitali. Esistono esperienze che con lo stesso materiale – di cui nessuno nega l’essenzialità – costruiscono cattedrali, ospedali, rifugi, dimore aperte a tutti, perfino a Scalfari. Gesù (oddio: sarà blasfemo scrivere il nome di Gesù di fianco a quello di Scalfari?) l’ha detto meglio: il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato. Se riti, preghiere, tutto il deposito tradizionale non fa più vita la vita di tutti i giorni, quella solita, che taglia le gambe, si può obiettare che qualcosa non torna nelle loro proposte? Non è il materiale, quindi, ma l’uso che ne fanno. Rimango cristiano perché la mia vita è più vita: e, sia chiaro, nessuno mi ha mai fatto uno iota di sconto su verità di fede e morale. Fede e morale, però, mi sono sempre state offerte in un’amicizia che non mi ha mai imposto nulla, ma mi ha fatto desiderare tutto, innamorandomi sempre più fino ai sacramenti, o al gusto del gregoriano, o all’inchino durante il Credo, o alla storicità dei Vangeli! Perfino alla verginità, alla povertà, e chi più ne ha, ne metta! Chi l’avrebbe detto che la vita può essere così vita? Ma il fascino non è partito dai predicozzi, è nato nell’incontro con persone vive e liete che hanno scatenato in me la voglia di quella vita.
La verità è un bastone, certo, ma da usare per sostenere il cammino, non da dare in testa agli altri – e se s’irrompe in un ospedale da campo, si mena tutti, si disprezzano i feriti dicendo che se lo sono meritato e si sbeffeggiano gli operatori perché hanno i camici sporchi di sangue, poi non ci si può lamentare se arriva qualche calcio nei denti. Quando non c’è coscienza chiara della propria identità, che per un cristiano corrisponde alla coscienza di Chi lo sta facendo ora, le forme hanno una cristallizzata e intoccabile priorità per cui ogni scostamento è la fine del mondo (G&P replicherà che riporta solo la tradizione, con una sicumera che fa sospettare che lo Spirito Santo, in volo verso la Sistina, sia stato abbattuto e fatto precipitare a casa sua: vorrei vedere le prove, però).
È roba che scotta, invoco mani più sante delle mie. Il focus però è chiaro: nel cammino di fede, a cosa si guarda? A cosa guarda G&P? Non riuscivo a capirlo, poi ha descritto scandalizzato la visita del Papa alle grotte vaticane: “Volgendosi al chierichetto che teneva le mani giunte, il Papa gliele ha aperte chiedendo se fossero incollate. Ma il bambino evidentemente educato alla lode e all’adorazione le ha prontamente offerte a maggior gloria di Dio ricongiungendole.” Intrigato, sono andato su youtube e ho visto. Il papa entra, ci sono due chierichetti, si accorge di loro: non “si volge” per caso, ma proprio li punta. Il primo lo guarda arrivare con la faccia che avremo tutti in paradiso: stupita e beata. Il papa l’abbraccia e il sorriso del bambino si espande ancor di più nel calore di quell’attenzione inattesa e dedicata solo a lui (fior di monsignori, attorno). Il secondo è impalato nella cerimonia, occhi sbarrati, e così rimane nell’abbraccio del papa, che se ne accorge e cerca di scioglierlo. Sembra dire: “Se tenere le mani incollate non ti facilita il riconoscimento dell’Amore, a cosa serve? Posso insegnarti un modo per cui le mani così aiuteranno la tua felicità. Intanto abbracciami.” Francesco non disprezza le mani incollate, né tanto meno impone “voglio che tu sia bravo”: con quel gesto così scandaloso grida “voglio che tu sia! senza condizioni!”: questo non è amore vero e razionale, a cui non basta la ragione per realizzarsi? G&P ci vuole imbalsamati, il Papa ci vuole vivi e combattivi ora: cos’è più razionale e desiderabile? Questo è il focus. Sto dalla parte del Papa non perché è il Papa, ma perché lo desidero io, sulla mia vita, quello sguardo che ha avuto sui chierichetti! Che commozione! Che tenerezza! Che invidia!
Ora però il testimone scotta troppo, bisogna proprio passarlo a Giussani (Congresso Catechistico Internazionale, 2002): “Secondo la pedagogia divina ricordata nel Direttorio, il libro della fede deve essere sempre presentato da un testimone e accompagnato da una esperienza, così da poter cogliere la coincidenza fra contenuto e metodo tipica della rivelazione cristiana. […] Le verità del catechismo diventano così, attraverso la carne del testimone, non dottrina cristallizzata, ma eco di un avvenimento vivente, di un incontro totalizzante che rende possibile la permanenza incidente del Mistero di Cristo nella storia. Chi rimane fedele ai sacramenti e al dogma, anche attraverso un uso intelligente e affettuoso del Catechismo, custodito dalla memoria, può essere facilitato nel riconoscimento della Realtà vivente espressa dai dogmi attraverso un incontro personale.” E se Giussani vi sta antipatico, Catechismo n. 25: “tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento deve essere orientata alla carità che non avrà mai fine. Infatti sia che si espongano le verità della fede o i motivi della speranza o i doveri dell’attività morale, sempre e in tutto va dato rilievo all’amore di nostro Signore, così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall’amore, come nell’amore ha d’altronde il suo ultimo fine.”
Se scopo dei cristiani fosse difendersi dal mondo, non si saprebbe da dove cominciare (e neanche dove finire, tant’è lo sfacelo così evidente ovunque). È una vita reattiva, logorante e brutta. Gesù fece qualcosa di diverso, racconta Peguy, perché “c’erano tempi brutti anche sotto i Romani. Ma Gesù non si tirò indietro, non si rifugiò dietro la disgrazia dei tempi, tagliò corto. Lui non accusò nessuno. Lui salvò. Lui non incriminò il mondo. Lui salvò il mondo.”
Per queste ragioni l’accusa a Francesco di aprire un’ignobile trattativa con il mondo moderno (cedere verità in cambio di benevolenza) è una bufala come la trattativa Stato-mafia. Le parole di G&P si attorcigliano con spirito travagliesco: uso selettivo di fonti, distorsione di dettagli fuori contesto, sguardo volutamene parziale sul magistero. Sogno un lumeggiante Fiandaca della cattolicità – con fantastico titolo: “La liquidazione della Chiesa da parte di Francesco è una boiata pazzesca” – e intanto invoco il dreamteam del Foglio: Crippa il Chesterton, SDM il Magnifico, Silva l’Esorcista, Milani il Crisostomo con rubrica “Concilio Fisso”, mastro Langone alle vettovaglie. E Smargiassi rubato a Rep.
A me stare al mondo piace da pazzi: mi piacciono le risse, mi piacciono gli abbracci. I cristiani sono nel mondo non per dare ragione al mondo, né per dargliele di santa ragione con la propria bravura (che pensieri esilaranti!). Siamo nel mondo, nel nostro mondo moderno, per dare ragione della nostra speranza. E si spera solo da un Amore vivo, perché “ci vuole pioggia, vento e sangue nelle vene e una ragione per vivere, per sollevare le palpebre. E non restare a compiangermi e innamorarmi ogni giorno e ogni ora di più, di più, di più” (Jovanotti, si parva licet).
Gnocchi&Palmaro vs Emmanuel Exitu
Non ci fosse il brillìo della scrittura, basterebbe quel suo sguardo appassionato verso Cristo a rendere degna di attenzione la cavalcata ribalda di Emmanuel Exitu fra le miserie spirituali di G&P. Anche se quello sguardo appassionato Emmanuel lo nega preventivamente con foga generosa, un po’ inquisitoria e un po’ giacobina, a un prossimo che non ha mai incontrato.
E’ vero che le sue diecimila battute ricalcano temi, argomentazioni, parole, totem e maestri conficcati a viva forza in tante altre lettere planate sulla scrivania di G&P in questi tempi: tutte uguali, tutte disperatamente aggrappate fin dalle prime righe alla dequalificazione dell’interlocutore per poi giungere, svolta dopo svolta, all’incontro con don Giussani, senza mai il brivido di trovare dietro l’angolo qualcosa o qualcuno di inatteso, senza un fremito che possa épater le bigot. Che noia. Ma qui la passione si sente davvero e si sente pure un certo fiato intellettuale che il mittente nasconde e non nasconde. Non a caso, esibisce fin dal cognome d’arte un’identità presa a prestito da un’opera letteraria, facendo di sé una semplice citazione, ma riuscendo in più di un momento a sfuggire all’abbraccio soffocante del pensiero e della vita altrui. E, quando se ne libera, parla, dice, impreca, graffia e, senza tema di venir smentiti, ama. Quel G&P trattato in terza persona singolare è frutto e segno di un interesse che riconosce almeno un po’ di umanità nell’interlocutore. Un cadeau avvolto in una piccola invenzione letteraria che non lascia indifferenti e induce G&P a rispondere in prima persona singolare: per intendersi meglio sulle questioni che contano.
A cominciare dal Gesù che non avrei mai citato e che, invece, è il sangue e l’anima di ogni parola e di ogni spazio con cui sono state composte quelle pagine capaci di scandalizzare persino una creatura a prima vista così disincantata e anticonvenzionale come Emmanuel Exitu. Quelle parole basta rileggerle, o forse leggerle davvero, per rendersi conto che non serve confessare a ogni passo “l’incontro con Gesù” per sentire il Figlio di Dio nelle proprie vene e nella propria anima, per farne la propria vita. Se rubo le parole di Giovannino Guareschi per descrivere la lacrima con cui il Cristo crocifisso guarisce il bambino di Peppone, non sto facendo l’intellettuale. Sto solo dando forma al pudore che mi fa sentire incapace di descrivere con pensieri solo miei il mio sguardo quotidiano su Gesù in croce. E, magari, su quella lacrima pitturata con pennellate così perfette, ci ho pianto, ci ho meditato, ci ho riflettuto: ci ho pregato. Per questo non mi sento soffocare dentro la luminosità di quella splendida casa che è la liturgia, l’edificio più bello che l’uomo abbia mai contribuito a erigere, perché è di origine divina.
Per una creatura, non esiste momento più incantevole di quello in cui apparecchia la casa perché sta arrivando il Signore a offrire ancora una volta la sua morte e a portare in dono ancora una volta la sua vita. Tutto trepida d’attesa per quanto non vi è di più grande nell’universo, e profuma ancora una volta del nardo sparso sui piedi di Gesù nella casa di Simone il lebbroso la sera prima dell’ultima cena. Non c’è momento in cui torno davvero bambino come quando, con ingenuità poveretta, riesco a catturare una goccia dell’acqua santa che il sacerdote, alter Christus, distribuisce lungo la navata prima di salire all’altare di Dio, al Dio che letifica la mia giovinezza. E’ come essere accanto a quella donna che riesce a toccare il lembo del mantello di Gesù e fare come lei. “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”. E io, che ero in ginocchio, mi alzo e mi sento in pace perché Gesù mi ha guardato.
Ma non c’è nulla di sentimentale in tutto questo. Per guarire nel corpo e nell’anima, l’uomo, che è una creatura razionale e quindi liturgica, ha bisogno di ben altro che il sentimento. La piccola ma incresciosa vicenda del bambino con le mani oranti ripreso dal Papa ha colpito tanto Emmanuel perché dice questa verità e sta alla radice del senso religioso. Ma lui, Emmanuel, non lo ha ancora capito. E’ andato a caccia del filmato su Youtube e poi ha compiuto l’operazione più inutilmente intellettuale che si potesse concepire: ha immaginato i pensieri del Papa mentre riprendeva il chierichetto con le mani giunte. Non ha compreso che qui non si tratta di discorsi, ma di gesti: di rito. Quando riconosce la necessità di adorazione che si fa strada nel cuore dell’uomo, la ragione si umilia, si purifica, si ritrae e fa spazio all’orazione: non parla. La liturgia introduce a un mondo celeste in cui leggi, gesti e parole sono stati stabiliti una volta per sempre da Dio. Farli propri non significa chiudersi in case soffocanti, preda di qualche imbalsamatore, ma accedere a una vita più bella che viene uccisa da una vivacità solo umana. Quel bambino, che ha ricomposto le mani giunte dopo che il Papa gliele aveva disgiunte, tutto questo lo ha già nel suo sangue cristiano, senza bisogno di “vacanzine”, di “scuole di comunità” e di nottate esegetiche sui testi di don Giussani. Gli è bastato imparare a servire la messa da un maestro bravo e devoto.
Naturalmente, servono anche i testimoni viventi, ed Emmanuel cita sacerdoti missionari ai confini del mondo, laici che hanno affrontato la malattia testimoniando che morire da santi è possibile. Ma la dottrina della comunione dei santi ci assicura che sono veramente vivi, oltre a questi contemporanei, tutti i membri della Chiesa di ogni tempo. A cominciare dai santi: Agostino e Benedetto, Ambrogio e Carlo Borromeo, Francesco e Domenico, Filippo Neri e Ignazio di Loyola, don Bosco e padre Pio. Sono tutti più vivi di noi, pregano per noi e ascoltano il nostro orare. Le guglie delle cattedrali gotiche pullulano di statue che rendono visibili migliaia di cristiani defunti che sono vivi nel mistero del Paradiso.
Questi cristiani ci raccontano la storia di una fede che impone di cambiare vita e abbandonare l’uomo vecchio. Non chiede un’adesione intellettuale e filosofica, ma esige un cambiamento di vita. Il Nuovo Testamento mostra una predicazione che sul piano morale è letteralmente senza sconti. Paolo scrive ai dissoluti pagani del corrotto impero romano e, tuttavia, non omette nessun insegnamento che sia necessario per una vita santa. E’ probabile che, a quei tempi, tessalonicesi, romani, filippesi, efesini non se la passassero così bene dal punto di vista del sesto e del nono comandamento. Ma la Chiesa primitiva, spesso citata per contrapporla a quella costantiniana e medievale, non si è inventa un cristianesimo riveduto e corretto a beneficio dei peccatori incalliti. La verità di Cristo, della sua Persona e della sua sequela deve essere insegnata tutta intera.
La gradualità si esprime nel perdono e nella pazienza del confessionale, non deformando la dottrina per emendarla dalle spigolosità che non piacciono all’indio Guarani e, magari, neanche alla casalinga di Voghera, al giornalista milanese o al regista bolognese. Se nel confessionale la Chiesa lava il peccato e sconfigge il nemico, dal pulpito la stessa Chiesa comunica tutto l’orrore del peccato e denuncia tutta la pericolosità del tentatore.
Senza dottrina, senza distinzioni sottili, non si diventa bravi cristiani. Lo diceva Chetserton nel 1934: “Le discussioni teologiche sono sottili ma non magre. In tutta la confusione della spensieratezza moderna, che vuol chiamarsi pensiero moderno, non c’è nulla forse di così stupendamente stupido quanto il detto comune: ‘La religione non può mai dipendere da minuziose dispute di dottrina’. Sarebbe lo stesso affermare che la vita umana non può mai dipendere da minuziose dispute di medicina. L’uomo che si compiace dicendo ‘Non vogliamo teologi che spacchino capelli in quattro’, sarebbe forse d’avviso di aggiungere ‘e non vogliamo dei chirurghi che dividano filamenti ancora più sottili’. È un fatto che molti individui oggi sarebbero morti se i loro medici non si fossero soffermati sulle minime sfumature della propria scienza: ed è altrettanto un fatto che la civiltà europea oggi sarebbe morta se i suoi dottori di teologia non avessero argomentato sulle più sottili distinzioni di dottrina”.
Ma sarebbe non conoscere l’uomo, a cominciare da se stessi, se si pensasse che basta apprendere il bene per sceglierlo sempre. Lo credeva, sbagliandosi, Socrate, professando un intellettualismo che faceva coincidere conoscenza della verità morale con la coerenza di vita. Ma già Ovidio nelle “Metamorfosi” diceva: “Video meliora proboque, deteriora sequor”, vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo le peggiori. “Veggio 'l meglio ed al peggior m'appiglio” confessa Petrarca. E Paolo di Tarso nella “Lettera ai romani”: “Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”. Però questa conoscenza dell’animo umano non deve produrre il testacoda logico secondo cui conoscere la verità morale non serve: possedere la dottrina non basta, però è necessario. Come direbbe Pascal, è il ben pensare che porta al ben agire, e Chesterton, gli fa eco spiegando che la strada dell’inferno è lastricata di tutto, tranne che di buone intenzioni. La ragione indaga e insegue la verità e la volontà poi deve trovare la motivazione che la inclina al bene: l’amore per Cristo, la passione per gli altri nei quali vedo Gesù, l’incontro di veri testimoni del Vangelo.
L’esperienza, dunque, poiché il cristianesimo esige non solo di essere conosciuto, creduto, pensato, ma anche vissuto. Ma “esperienza” è concetto ambiguo che porta inevitabilmente con sé una quota di soggettivismo e rischia di relativizzare la fede. Se è vero che il cristianesimo è incontro con Cristo, bisogna insegnare dove ordinariamente avviene: nella Chiesa e nei suoi sacramenti. Certamente il Signore può trovare altre strade per intercettare un’anima, dalla bellezza di un tramonto all’affetto di una “compagnia”. Ma Cristo si incontra nei sacramenti, dal battesimo alla confessione passando per l’eucarestia, e nella preghiera. Per questo vado a messa, mi confesso, mi comunico, mi inginocchio e prego. Perché nel corso della giornata vorrei avere occhi solo per vedere Gesù, orecchi solo per ascoltare Gesù, bocca solo per lodare Gesù e baciare le sue piaghe, mani solo per carezzare Gesù, ma so che, senza di Lui, non ho la forza per farlo.
Il resto è terreno sdrucciolevole, sul quale i sentimenti rischiano di accecare la ragione e l’esperienza rischia di mangiarsi la verità. Un territorio dove concetti tremebondi e ambigui come “fascino”, “attrazione”, “risposta alla domanda dell’uomo” possono illudere che seguire Cristo sia l’assecondare una gradevole strada in discesa, mentre è proprio il contrario. L’uomo deve combattere contro tutte quelle pulsioni che lo spingono lontano da Gesù. E deve vigilare perché il peccato e il male diventano persino un veicolo privilegiato da pilotare per tenere comodamente insieme l’incontro con Cristo e una vita lontana dal Decalogo, dando del moralista a chi lo fa notare e beffando proprio quel Gesù che ammonisce “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama”.
Per uno di quei paradossi che ne fanno l’unica religione vera, il cristianesimo è esaltante perché indica a tutti il povero orizzonte di quelli che il vecchio Chesterton chiamava i cristiani comuni. Quelli che credono giusto il bere e biasimevole l’ubriachezza, che credono normale il matrimonio e anormale la poligamia, che condannano chi colpisce per primo e assolvono chi ferisce in propria difesa. Quelli che pensano, e quindi compiono, ciò che la dottrina ha sempre insegnato e, loro sì, sono avviati verso il Paradiso.
A questo punto è arrivato il momento dei saluti e, francamente, caro Emmanuel, sarebbe imbarazzante inviargieli da parte della “premiata ditta d’imbalsamazioni”, “pretestuosa nel maneggio delle fonti e piena di risentimento”, “mitragliatrice senza pietà chi esce dalle righe”, espressione di “spirito travagliesco” con tanto di “uso selettivo di fonti, distorsione di dettagli fuori contesto, sguardo volutamene parziale sul magistero”. Se le basta, li accetti dal suo G&P.
martedì 26 novembre 2013
Le radici moderniste di CL. Il 'j'accuse' di Roberto de Mattei
Riportiamo qui di seguito l'articolo del Professor Roberto de Mattei apparso oggi su il Foglio con il titolo "Processo ai nuovi modernisti". Si tratta forse del primo serio vaglio dottrinale delle idee di un "movimento ecclesiale" che, per il solo fatto di essersi opposto a più riprese al cattolicesimo democratico (ricevendone tutta l'acida antipatia - Socci docet), è stato ritenuto sufficientemente ortodosso anche in campo tradizionalista. Forse non era più che una presunzione. Aderiamo agli argomenti di Roberto de Mattei avendone avuto da tempo il presentimento.
Le reazioni su questo giornale di mons. Luigi Negri, di don Francesco Ventorino e del prof. Massimo Borghesi, al mio articolo sulla “liquefazione della Chiesa” (“Il Foglio”, 12 novembre 2013) mi impongono di tornare su una questione di fondo del dibattito cattolico contemporaneo: quella riguardante la definizione della fede, indubbio fondamento della vita cristiana
Il dato di fatto da cui partire, e su cui spero anche i miei interlocutori convengano, è il crollo della fede, verificatosi nella Chiesa negli ultimi cinquant’anni. Inaugurando il 27 gennaio 2012 l’Anno della Fede, Benedetto XVI si esprimeva in questi termini: “Come sappiamo, in vaste zone della terra la fede corre il pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più alimento. Siamo davanti ad una profonda crisi di fede, ad una perdita del senso religioso che costituisce la più grande sfida per la Chiesa di oggi. Il rinnovamento della fede deve quindi essere la priorità nell’impegno della Chiesa intera ai nostri giorni”. Ma l’Anno della fede si è chiuso – occorre dirlo – senza che si intraveda in alcun modo una risposta forte delle autorità ecclesiastiche di fronte alla crisi in atto. La stessa enciclica Lumen Fidei ignora in maniera sorprendente questo drammatico problema. Ma cos’è la fede? La risposta a questa domanda non ammette equivoci, dopo la definizione del Concilio Vaticano I, riproposta dal nuovo Catechismo della Chiesa cattolica: la fede è l’adesione della ragione, mossa dalla grazia, alle verità rivelate da Dio, per l’autorità di Dio stesso che ce le rivela. Le verità rivelate sono dette tali perché sono contenute, in maniera esplicita o implicita, nella rivelazione divina, conclusa con la morte dell’ultimo apostolo. La Sacra Scrittura e la Tradizione raccolgono queste verità, che formano la fede oggettiva e immutabile della Chiesa. In alcuni casi tali verità oltrepassano la nostra ragione e sono dette misteri. I due misteri centrali del Cristianesimo sono la Trinità e l’Incarnazione del Verbo. Essi sono superiori alla nostra ragione, ma non le si oppongono. Crediamo queste verità perché ci sono rivelate da Dio. Ma l’esistenza di Dio prima di essere una verità di fede, è verità filosofica, che può essere dimostrata dalla ragione, così come può essere dimostrata dalla ragione l’esistenza e l’immortalità dell’anima. La fede interessa non solo la teologia, ma la filosofia, come mostra bene Antonio Livi (si veda ad esempio il suo Razionalità della fede nella rivelazione, Leonardo, Roma 2005). L’inconoscibilità della natura di Dio non va confusa con la certezza razionale della sua esistenza. Solo dopo aver assodato che Dio esiste possiamo credere in Lui e nella sua rivelazione. Per questo sant’Agostino dice che dobbiamo “Credere Deum, Deo, in Deum”, cioè credere Dio come oggetto della fede; credere a Dio come motivo della fede; credere in Dio come suo fine.
Lutero per primo stravolse il concetto tradizionale di fede. L’uomo, integralmente corrotto dal peccato originale, è per lui incapace di conoscere il vero e amare il bene. La fede non consiste nella ragione e nella volontà, imputridite dal peccato, ma nella “fede fiduciale”, che nasce da un sentimento di disperazione profonda ed ha il proprio oggetto nella misericordia di Dio, invece che nelle verità da lui rivelate. Appellandosi a questa visione pietista e individualista della fede, Lutero e suoi continuatori fanno dell’esperienza religiosa l’unico criterio della vita cristiana. In tutta la tradizione evangelico-protestante la religione è vista come un “incontro” salvifico con Dio, in cui la fede soggettiva assorbe e dissolve quella oggettiva. Nella Esquisse d’une philosophie de la religion (1897) di Auguste Sabatier (1839-1901) arriva a compimento la riduzione protestante della fede a sentimento. L’atto di fede è inteso come incontro con la potenza oscura e misteriosa da cui l’anima dipende e da cui dipende il suo destino. Tutto ciò che è dogma e riflessione teologica non è altro che la trascrizione simbolica di un'esperienza religiosa collettiva in continua evoluzione.
Negli stessi anni in cui appare l’opera di Sabatier, Maurice Blondel (1861-1949) pubblica l’Action (1893), prima espressione di quella filosofia dell’azione che, con il protestantesimo liberale, costituisce il retroterra immediato del modernismo. Secondo Blondel l’azione, e non il pensiero, attinge la verità dell’essere. La massima tradizionale secondo cui “agere sequitur esse” viene capovolta: l’azione precede l’essere e l’uomo trova la verità e la stessa fede nell’azione. L’azione è la sintesi del pensare e dell’agire, il vincolo tra il pensiero e l’essere. Blondel vuole dunque sostituire alla apologetica tradizionale, che si propone la dimostrazione razionale delle verità del Cristianesimo, una nuova apologetica basata sul principio di immanenza. Il metodo dell’immanenza pretende di trovare la verità della religione e dei misteri della fede partendo dalla coscienza dell’uomo, dai suoi bisogni, dalle sue aspirazioni, da tutto ciò che sgorga dalla sua esperienza di vita.
Tesi analoghe erano espresse dal teologo del modernismo George Tyrrell (1861-1909), che dopo essersi convertito dal protestantesimo al cattolicesimo entrò nella Compagnia di Gesù, ma presto ne contestò l’insegnamento. Anche per Tyrrell, la religione è un’unione del cuore con Dio che fa a meno della verità dei dogmi. Il Dio di Tyrrell, come quello di Blondel, è immanente alla coscienza, che lo riconosce nella propria esperienza religiosa. Non è la verità a determinare l’esperienza, ma l’esperienza a costituire il criterio supremo della verità. “Trait d’union” tra Blondel e Tyrrell fu Henri Brémond (1865-1930), anch’egli gesuita, insofferente della disciplina e dell’insegnamento della Compagnia. La corrispondenza tra Brémond e Tyrrell è istruttiva a questo proposito (Lettres de George Tyrrell à Henri Brémond, Aubier, Parigi 1971). Brémond, in preda a crisi di nevrastenia, confidava a Tyrrell di voler lasciare i gesuiti per vivere, come Tyrrell, con un’amante. Il suo ideale – scriveva – sarebbe stato quello di una “vita clericale adogmatica”. Tyrrell risponde al confratello di essere prudente e di abbandonare la Compagnia senza precipitare le cose. Quando qualche anno dopo Tyrrell morirà, dopo essere stato scomunicato da san Pio X, Brémond sarà al suo capezzale e, seguendo i suoi consigli, vivrà poi nel mondo come un semplice sacerdote cripto-modernista, intraprendendo una carriera letteraria che lo porterà all’Académie française. La sua poderosa Histoire littéraire du sentiment religieux en France (1915-1933, 11 volumi), già nel titolo riassume le tesi degli amici Blondel e Tyrrell: la fede ridotta a intuizione poetica, esperienza di vita mistica che vanifica ogni verità dogmatica.
Tra i diretti continuatori di questa linea di immanenza vitale fu il padre Henri de Lubac (1896-1991), anch’egli, come Brémond e Tyrrell, appartenente alla Compagnia di Gesù, ma a differenza di loro gesuita fino all’ultimo giorno della sua vita. De Lubac, come Blondel, pone nella coscienza dell’uomo la possibilità di incontrare Dio con le proprie forze, distruggendo la fondamentale distinzione tra l’ordine naturale e quello soprannaturale. Il cardinale Siri, in Getsemani. Riflessioni sul Movimento Teologico Contemporaneo (Fraternità della Santissima Vergine, Roma 1980), ha ampiamente confutato questi errori teologici. Pio XII, con l’enciclica Humani generis (1950), condannò le tesi di de Lubac e degli altri esponenti della nouvelle théologie progressista, ma dopo la sua morte furono proprio loro i protagonisti del Concilio Vaticano II, a cui diedero l’orientamento di fondo. De Lubac fu creato cardinale da Giovanni Paolo II ed è oggi citato spesso da Papa Francesco, anche se pochi ne hanno letto le opere, criptiche e prolisse.
Negli anni del postconcilio, de Lubac appartenne all’ala “moderata” della nuova teologia progressista. Ma la sua moderazione, più che nel contenuto, è nei toni. Basta paragonare il suo diario del Concilio Vaticano II a quello del domenicano Yves Congar, per rendersi conto della differenza tra il suo linguaggio misurato e quello violento e spesso grossolano di Congar. Ciò non impedì a de Lubac di essere un entusiasta ammiratore e divulgatore delle opere del suo confratello Pierre Teilhard de Chardin, una delle figure estreme dell’eterodossia cattolica del Novecento, verso cui lo stesso Blondel aveva manifestato delle riserve.
De Lubac apparteneva a quella categoria di uomini che detestano le conseguenze delle proprie idee. Criticò il disfacimento postconciliare, ma non volle ammettere che le radici di quanto accadeva stavano proprio negli errori della nouvelle théologie. Nel 1972 fu tra i promotori della rivista “Communio”, e don Luigi Giussani, che negli stessi anni lanciava Comunione e Liberazione, lo riconobbe come un suo maestro. I discepoli di don Giussani protestano quando gli attribuisco una equivoca nozione di fede, e “Rosso Malpelo” (Gianni Gennari), mi accusa su “Avvenire” di dire “bugie”, ma la verità è consegnata alla storia.
Invito a leggere il libro di don Giussani, Un avvenimento di vita cioè una storia. Itinerario di quindici anni concepiti e vissuti, con un’introduzione del cardinale Ratzinger (Il Sabato, Milano 1993). Il volume raccoglie le interviste e gli appunti da conversazioni pubbliche che il fondatore di CL ha tenuto tra il 1976 e il 1992. Il libro non contiene nessuna esplicita negazione delle verità di fede e vuole manifestare anzi l’attaccamento alla Chiesa di don Giussani. Ma alla fine delle 500 pagine si rimane con una sensazione di vuoto intellettuale. Al lettore non rimane che questo messaggio: non serve né l’apologetica, né l’approfondimento razionale della verità. Ciò che conta è vivere. Ma vivere che cosa? Si tratta, spiega don Giussani, di “rendere la fede un avvenimento” (p. 339). Comunione e Liberazione nasce da una “intuizione del Cristianesimo come avvenimento di vita e quindi come storia” (p. 349). “Il metodo consiste in questo: che l’intuizione diventa esperienza (…). L’esperienza è il luogo in cui si vede se ciò che è intuito vale per la vita” (p. 351). La fede è incontrare Cristo, riconoscere la sua presenza nella storia e nella propria vita. Ma chi è Cristo? La risposta ciellina è scoraggiante: colui che si incontra. Il problema di fondo è che, al di fuori della tautologia dell’incontro, Cielle non è andata e non potrà mai andare, proprio per la sua pretesa di ridurre il cristianesimo a pura esperienza ed esigenza dello spirito.
Il Cristianesimo, certo, è anche esperienza, ma l’esperienza è per sé stessa, incomunicabile; mentre ciò che si può comunicare sono i princìpi che precedono l’esperienza e da cui l’esperienza dipende. Nessuno mette in dubbio l’esistenza dell’esperienza religiosa che, sotto certi aspetti, è la forma più alta di vita cristiana. L’esperienza è infatti una conoscenza immediata e diretta della realtà. Ma l’esperienza religiosa non solo non nega la credibilità razionale della fede, ma la presuppone. Nella prospettiva di Cielle invece cade l’apologetica e tocca alla vita, e non alla razionalità dei motivi, dare la dimostrazione dell’esistenza di Dio e della verità della Chiesa. L’esperienza religiosa però ha valore solo se sottomessa alla ragione, alla rivelazione e al magistero. Oggi si è smarrita la vera nozione di fede, perché la si riduce a sentimento del cuore, dimenticando che essa è un atto razionale, che ha come oggetto la verità. L’intelletto è la sola facoltà spirituale che può far proprie le verità proposte dalla rivelazione. Per i modernisti di oggi, come per i protestanti di una volta, la fede appartiene alla sfera affettiva e irrazionale. L’oggetto della fede, le verità credute, diventa secondario. Si rigetta in blocco il realismo greco-cristiano, negando valore al Logos, ai primi princìpi della ragione e al primato della metafisica. Ciò che conta è l’esperienza individuale del credente, quello che egli vive nella sua sensibilità. L’esperienza intima del soggetto diviene l’unica esperienza della vita cristiana e la coscienza religiosa l’essenza della vita della Grazia. Questa “esperienza di fede” rifugge dalle affermazioni dogmatiche, nella convinzione che ciò che è assoluto divide e solo ciò che muta e si adatta può unire gli uomini tra loro e a Dio. In questa religione dell’umanità caratteristica dei nostri tempi l’affermazione netta della verità è un atto di intolleranza verso il prossimo e il compromesso tra la fede e il mondo diviene il modello di ciò che definito “incontro” con Dio. La fede però non è irenica: si alimenta con lo studio, con la discussione, anche con la polemica. Quando si discute con passione, vuol dire che si crede e il calore della polemica è talvolta la misura dell’amore verso ciò in cui si crede. Ma all’interno dello stesso clero, chi crede oggi, e in che cosa?
Perché l’esperienza religiosa sia vera e non sia un’illusione ci vuole invece un criterio di verità. Il problema di fondo è come determinare l’autenticità dell’esperienza. L’esperienza religiosa può essere solo esperienza del vero Dio e della vera religione: non è un generico sentimento di dipendenza dall’assoluto. E’ esperienza religiosa quella di un buddista immerso nel Nirvana? De Lubac pensa di sì e forse anche alcuni discepoli di don Giussani.
Ogni errore ha delle conseguenze. La scarsa sensibilità liturgica di Comunione e Liberazione non è casuale. La massima della Chiesa secondo cui la lex orandi traduce la lex credendi presuppone l’esistenza di una integra e coerente dottrina, di cui la liturgia è visibile espressione. Ma se la dottrina è assorbita dalla vita, la liturgia non può che essere condannata all’estinzione. L’amore per la liturgia tradizionale presuppone necessariamente l’amore per le verità tradizionali. E il tanto bistrattato “tradizionalismo” non è altro che questo: amore alla verità della Chiesa in tutte le sue espressioni, da quelle liturgiche a quelle politiche e sociali. I cosiddetti “tradizionalisti”, che sono solo cattolici senza compromessi, si richiamano all’insegnamento immutabile della Chiesa: non idolatrano il potere, ma credono nella Regalità sociale di Gesù Cristo, ossia sul suo diritto a regnare su ogni uomo e sulla società intera. L’“esperienza religiosa” a cui si rifanno è quella di coloro che testimoniarono col sangue la loro visione cristiana della società, come i Vandeani in Francia e i Cristeros in Messico. Nulla a che fare con l’amoralismo politico di cui negli anni Cielle ha dato prova. Sarebbe vano cercare un filo conduttore negli ospiti illustri del Meeting di Rimini, dalle sue origini ad oggi: personalità di destra e di sinistra, conservatori e progressisti si sono alternati e si alternano in una passerella del potere, che se è priva di continuità intellettuale e politica, non manca di intima coerenza nel suo radicale pragmatismo. Il lungo idillio di Comunione e Liberazione con Giulio Andreotti deve far riflettere. Andreotti fu l’incarnazione dell’amoralismo politico e tra la filosofia della prassi ciellina e la politica della prassi andreottiana, l’incontro era obbligato. L’uomo che andava a Messa ogni mattina, non esitava a firmare, nel 1978, la legge abortista in Italia. La fede svincolata dai princìpi razionali e dai “valori non negoziabili” rende disponibili a qualunque avventura. Così oggi Roberto Formigoni, quando “apre” all’affidamento di bambini alle coppie gay, non è incoerente con la “filosofia della prassi” a cui si ispira.
Il prof. Massimo Borghesi ritiene che negli anni Settanta, fu “la pedagogia dell’esperienza” di CL e non il tradizionalismo a “salvare” la Chiesa. Io ritengo invece che Comunione e Liberazione abbia semplicemente intercettato la parte sana del mondo cattolico rimasta “orfana” negli anni bui del postconcilio, senza essere in grado di dare a questi giovani gli strumenti teologici e filosofici di cui avevano bisogno, a cominciare da una retta nozione di fede. Molti di essi, oggi non più giovani, erano e sono di ottima qualità ed è soprattutto a loro che mi rivolgo quando affermo che Comunione e Liberazione non ha costituito un argine alla crisi della fede dei nostri giorni, ma ha contribuito all’infiacchimento della fede e alla sua crisi attuale, senza negare naturalmente le buone intenzioni di nessuno e con il massimo rispetto per i miei interlocutori, a cominciare da mons. Luigi Negri, al quale contraccambio stima e amicizia.
Fonte il Foglio 26 XI 2016
giovedì 21 novembre 2013
Si revera Deum quaerit. Conservare la pace nella terribile crisi della Chiesa.
È inutile negarlo, questa crisi terribile che attraversa la Chiesa costringe i cattolici che vogliono restare fedeli alla Tradizione a definire la propria identità in modo sempre più polemico.
È inutile negarlo. La pars destruens delle fatiche profuse dal fronte tradizionale assume nella sfera pubblica un’estensione e una visibilità di molto maggiori rispetto alla pars construens, che pur continua a svolgersi con zelo tutt’altro che amaro in singole realtà concrete (religiose, parrocchiali e familiari) che il Signore ha voluto benedire con la fedeltà dottrinale e liturgica.
È inutile negarlo, questa terribile crisi ci sta togliendo la pace.
Per questo, per non arrendersi all’idea che la battaglia debba privarci del commercio spirituale con Dio, per non convincerci che questo non sia più il tempo dell’ordine, della carità e della pace, per non cadere preda di una sorta di praxis gesuitica quale quella già denunciata in questo blog, per non cedere allo spirito pelagiano (quello vero!), per non avere la smania di vincere nel tempo, ma per cercare Dio solo e da Lui solo sperare ogni cosa, le dedichiamo a tutti gli amici fedeli alla Tradizione queste splendide pagine di spiritualità benedettina.
Si tratta del paragrafo conclusivo della celebre opera Cristo ideale del Monaco, del beato Columba Marmion, nome che non richiede certo presentazioni. Sono pagine che trattano della pace conquistata nella perfezione monastica, ma è bello pensare che a tanto possa anelare ogni anima cristiana in virtù anzitutto del suo battesimo, che la consacra a Dio e la costringe a desiderare di piacere solo a Lui. Pagine sulla perfezione monastica, pagine sulla perfezione cristiana, pagine sulla pace ordinata che deve regnare nel cuore di ogni vero cristiano.
Le dedichiamo a tutti gli amici fedeli alla Tradizione. Ma un pensiero particolare va a chi è in prima linea nella vita pubblica e nella vita privata. Un pensiero particolare a Mario Palmaro e a chi come lui sta portando in modo particolarissimo la Croce del Divin Maestro: quale che sia il futuro preparato per loro dal Signore, attraverso la sofferenza già ricevono una visita del loro Dio.
Buona lettura.
"Chiediamo dunque a Gesù che ci porti, ci doni cotesta pace, frutto del suo amore. «Signore - esclama S. Agostino al termine delle Confessioni, l'ammirabile libro in cui narra come aveva cercato la pace in tutte le soddisfazioni possibili dei sensi, dello spirito e del cuore, senza trovarla altrove che in Dio - Signore, dà a noi la pace, la pace del settimo giorno, del giorno che non conosce sera. - Domine Deus, pacem da nobis, pacem quietis, pacem sabbati, sabbati sine vespera». «Quanto a te, Signore, che non hai bisogno di altri beni, tu sei sempre nella quiete, perché sei a te stesso la quiete. Quale uomo potrà farlo intendere a un altro uomo? Quale angelo a un altro angelo? Quale angelo all'uomo? Bisogna chiederlo a te, in te bisogna cercarlo, battendo alla tua porta per ottenerlo». E il santo Dottore, che tutto aveva provato, e conosciuta la vanità di ogni creatura, la fragilità della felicità umana, termina con questo grido dell'anima: «É il solo mezzo per essere esaudito, per trovare, per vedersi aperta la misteriosa porta».
Domandiamo dunque questa pace per noi, per ognuno dei fratelli che abitano nella nostra stessa Gerusalemme spirituale: «Rogate quae ad pacem sunt Jerusalem (Salm. CXXI, 6)» e la otterremo; ma soprattutto saremo esauditi, se ci terremo in atteggiamento di adorazione, di sottomissione e di abbandono a Nostro Signore: qui è la sorgente della vera pace, perché così Dio ha stabilito, e noi vi troviamo la soddisfazione dei più intimi desideri dell'anima. L'atto d'abbandono richiesto è stato fatto già con la professione, dandoci a Gesù per seguirlo: «Reliquimus omnia et secutis sumus te»; dimoriamo nella pace, mantenendoci fermi in questa disposizione; la S. Regola è tutta ordinata a procurarci e a custodirci la pace; e il monastero in cui si vive regolarmente, è già quaggiù una visione della pace. Anche l'anima che si lascia modellare dall'umiltà, dall'obbedienza, dallo spirito di abbandono e dalla fiducia, fondamenti della vita monastica, diventa una città di pace.
Davvero il N.B. Padre ha meravigliosamente compreso il piano divino, l'ordine da Dio stabilito. La nostra anima è fatta per Iddio; se non tende a lui è sempre agitata e turbata. S. Benedetto vuole che abbiamo unicamente quest'intenzione: «Cercar Dio - Si revera Deum quaerit»; vi riconduce tutto come a centro della Regola e con l'unità dello scopo, unifica i molteplici atti della vita, soprattutto i desideri della nostra natura; questo, secondo S. Tommaso, è l'elemento essenziale della pace: «Tranquillitas consistit in hoc quod omnes motus appetitivi in uno homine conquiescunt». L'anima nostra è turbata quando è dilaniata dai desideri che tendono a mille diversi oggetti: «Sollicita es et turbaris erga plurima (Luc. X, 41)»; ma quando cerchiamo Dio solo con l'obbedienza fiduciosa e amante, riconduciamo tutto all'uno necessario; e così stabiliamo in noi la forza e la pace.
Quindi, penetrando più a fondo nell'ordine divino, il santo Patriarca ci insegna che senza il Cristo non raggiungeremo questo fine, perché egli solo è la via che vi conduce: per questo nella Regola non troviamo altro mezzo che l'amore di Cristo: «Ad te ergo nunc meus sermo dirigitur, quisquis … Domino Christo vero Regi militaturus (Prologo)»; solo col fare Cristo re del nostro cuore saremo veri discepoli di S. Benedetto. E quando il Patriarca si congeda da noi, ripete come consiglio incalzante e di gran valore: «Non anteponete nulla a Cristo! - Christo omnino nihil praeponant, qui nos pariter ad vitam aeternam perducat (c. 72)».
Ecco in iscorcio tutto l'ordine divino esposto dal santo Legislatore con ammirabile semplicità e chiarezza. Ritornare a Dio per mezzo di Cristo, cercar Dio con lui, tendere a Dio sulle sue tracce; e per mostrare che la ricerca è sincera, assoluta, fuggire il mondo, praticare l'umiltà, l'obbedienza con amore; avere lo spirito d'abbandono e di fiducia; dare la maggior parte della vita alla preghiera, amare il prossimo. Sono le virtù di cui Gesù per primo ci ha dato esempio; esercitandole, proviamo che davvero cerchiamo Dio, che preferiamo a tutto l'amore di Gesù, e che egli è il nostro solo e unico ideale.
Felice il monaco che va per questa via! Nei più grandi patimenti, nelle più crucciose tentazioni, nelle avversità più spiacenti, troverà luce, pace e gioia; perché nella sua anima regna l'ordine voluto da Dio, e tutti i suoi desideri sono unificati nel solo Bene unico, per il quale è stato creato.
S. Benedetto, che ne aveva fatto la prova, ci garantisce cotanto bene: «Via via che il monaco progredisce nella fede e nella pratica della virtù, il cuore si dilata, l'anima corre nell'ardore di una gioia ineffabile - Dilatato corde inenarrabili dilectionis dulcedine curritur via mandatorum Dei (Prologo)». Felice, ripeto, cotesto monaco! Nella sua anima dimora la pace divina e si riflette sul suo viso; egli la irradia intorno a sé. É il vero monaco, secondo l'idea del B. Padre: il figlio di Dio nella grazia di Cristo, il cristiano perfetto: «Beati pacifici, quoniam filii Dei vocabuntur (Matt. V, 9)». Felice davvero, perché Dio è con lui; e ad ogni momento egli trova, nel Dio che è venuto a cercare in monastero, il bene più grande e prezioso; perché è il bene supremo e immutabile, che non manca mai a coloro che lo cercano con semplicità e sincerità di cuore: «Si revera Deum quaerit!»".
(Beato Columba Marmion, Cristo ideale del monaco, traduzione italiana a cura della madre Maria Galli, edita dai Monaci benedettini di Praglia, pp. 436 - 438)
mercoledì 20 novembre 2013
L'apologia del Denzinger. Palmaro e Gnocchi sulla deriva nominalista e pastorale della Chiesa
Riportiamo qui di seguito l'articolo di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro pubblicato oggi ne il Foglio con il titolo Denzinger, il mondano dimezzato. Ancora una volta si denuncia la pericolosa erosione soggettivistica del dogma cattolico in nome dell'esigenza pastorale coniugata, di sovente non senza perfidia, con un novello zelo ultramontano. Heinrich Joseph Dominicus Denzinger (1819-1883), che fu professore di teologia dogmatica a Würzburg, pubblicò nel 1854 l'Enchiridion Symbolorum et Definitionum (qui una versione completa dell'opera in formato digitale), una preziosa raccolta delle definizioni magisteriali ancor oggi reperibile nei cataloghi dei principali editori cattolici nazionali.
Accolta “con gioia” come si usa nella Chiesa d’oggi, difesa senza “se” e senza “ma”, ermeneutizzata come si conviene e poi, alla fine, ritirata dal sito internet vaticano, dove era rimasta un mese e mezzo: da famosa che era, l’intervista di Papa Francesco a Eugenio Scalfari è stata archiviata con un semplice click. Attendibile nel suo complesso, ha spiegato il direttore della sala stampa padre Lombardi, non lo è in alcune singole parti, anche se il controverso passaggio sulla coscienza sarebbe “del tutto compatibile con il Catechismo della Chiesa cattolica”.
Pur deposta nei faldoni della semplice cronaca, tale vicenda rimane a indicare un tasso di confusione eccessivo persino per un ospedale da campo. E’ davvero strano che nessuno si sia chiesto, preventivamente e prudentemente, se l’intervistatore della stampa volterriana fosse un malato venuto a farsi curare o un untore neanche troppo mimetizzato. Riconoscere cosa vi sia nell’animo dell’interlocutore mondano è questione che lo stesso papa Francesco, nell’omelia di Santa Marta di lunedì scorso, ha indicato come essenziale. Commentando un passo del “Libro dei Maccabei” ha messo in guardia dal rischio di fare mercimonio della fedeltà al Signore, poiché lo spirito del mondo negozia tutto. Ma l’istantanea della Chiesa postmoderna ritrae da decenni un luogo di mediazione più che una cittadella decisa a resistere. Un posto dove molti agiscono con aria di sufficienza nell’adozione di criteri, metodi e strumenti necessari per comprendere tanto le lusinghe del mondo quanto i lamenti della Chiesa.
La tensione al ragionevole rigore di moda sotto Benedetto XVI, che insieme all’ascesi e alla preghiera mette al riparo dalle sirene del mondo, pare evaporata. Oggi, basta solo richiamare la precisione affilata e caritatevole con cui la Chiesa si è sempre espressa su fede, dottrina e morale per passare come ideologizzati specialisti del Logos. Guai a chi osi evocare l’opera di un benemerito pioniere della teologia dogmatica come Heinrich Denzinger: si viene tacciati di voler sostituire il Vangelo con il suo “Enchiridion Symbolorum”, quel cristallino compendio dei principali testi del magistero che dovrebbe fare da argine là dove il mondo interroga, provoca, negozia, corrompe. Aggiornato costantemente nel corso dei decenni, il “Denzinger”, che ha preso il nome del suo primo autore, è uno dei riferimenti più sicuri per chiunque voglia conoscere e praticare il perenne pensiero della Chiesa: ma non piace più, irrita, infastidisce. Per scoprire la ragione di tale avversità basterebbe andare su Wikipedia, dove, in un’impietosa, sinteticissima riga, si legge: “Il grande teologo fondamentale gesuita Karl Rahner ha tuttavia messo in guardia studenti e studiosi sul rischio riduzionistico di una ‘teologia del Denzinger’”. Se si considera che, nella Chiesa contemporanea, l’inventore della teoria dei “cristiani anonimi” ha sostituito San Tommaso come doctor communis, diviene comprensibile l’universale avversione per il “Denzinger”, severo giudice di chiunque ami abbandonarsi a un qualunque incontro personale con il Vangelo. In qualche modo, ritorna in superficie il tema della coscienza personale che Rahner, confratello di Papa Francesco, ha descritto nella “Fatica di credere” in termini che hanno indubbiamente fatto scuola, e che scuola: “Chiunque segue la propria coscienza, sia che ritenga di dover essere cristiano oppure non-cristiano, sia che ritenga di dover essere ateo oppure credente, un tale individuo è accetto e accettato da Dio e può conseguire quella vita eterna che nella nostra fede cristiana noi confessiamo come fine di tutti gli uomini. In altre parole: la grazia e la giustificazione, l’unione e la comunione con Dio, la possibilità di raggiungere la vita eterna, tutto ciò incontra un ostacolo solo nella cattiva coscienza di un uomo”.
Posto davanti al Vangelo, un pensiero simile non può che rifuggire il cogente rigore del “Denzinger”, che è il cogente rigore della Chiesa. Ma la fede cattolica non può risolversi nel semplice incontro personale con il Vangelo. Lo spiega il domenicano padre Roger-Thomas Calmel nella “Breve apologia della Chiesa di sempre”: “Che ci sia dunque un andirivieni frequente dalla lettera della Scrittura alle formule dei Concili e del Catechismo e viceversa. Passiamo dalla lettera dell’Antico o del Nuovo Testamento alle definizioni conciliari o pontificie per meglio coglierne il contenuto esatto, il vero significato del testo sacro. Poi ritorniamo dai Concili e dal catechismo al semplice testo scritturale per non perdere mai di vista il dato vivo, concreto, soprannaturale, inesauribile, del quale le formulazioni del magistero ecclesiastico esprimono, con tutta la precisione necessaria, la profondità e il mistero”.
La guerra al “Denzinger”, e quindi all’armonioso dipanarsi e manifestarsi della dottrina perenne della Chiesa, viene da lontano. Non a caso Rahner spiega che “gli enunciati della fede tradizionale sono inadeguati, in buona parte, per lo meno per quanto concerne ciò che è necessario prima di ogni altra cosa: l’annuncio della fede(…) Proposizioni come ‘vi sono tre persone in Dio’, ‘noi siamo salvati dal sangue di Gesù Cristo’ sono puramente e semplicemente incomprensibili per un uomo moderno (…) esse fanno la stessa impressione della pura mitologia di una religione del tempo passato”. Secondo il teologo gesuita, dunque, al palato dell’uomo contemporaneo, Gesù che resuscita Lazzaro ha lo stesso sapore di Ercole che sconfigge l’Idra o di Teseo che uccide il Minotauro. Quindi non rimane che riformare l’annuncio e sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda della modernità, trarre le parole dai desideri del nuovo uditorio.
Giuseppe Siri, un cardinale che rischiò di diventare Papa, coglie lucidamente la questione, quando in “Getsemani” scrive: “Il grande principio di morte è il principio di secolarizzazione: il mondo contiene le forza della plenaria realizzazione degli uomini e ne è anche l’ambiente, in cui lo scopo della vita dell’uomo deve essere raggiunto; occorrerebbe dunque abolire ogni distinzione tra sacro e profano, tra Chiesa e mondo”. Diagnosi confermata da quanto Edward Schillebeeckx andava dicendo nel 1970: “In Cristo è ora possibile dire Amen alla realtà mondana e considerarla come culto poiché, dopo l’apparizione di Gesù, sulla terra abita la pienezza di Dio”.
Se l’oggetto del nuovo culto è il mondo, diventa impossibile entrarvi in conflitto. I vescovi americani che contestano Barak Obama, evidentemente, non seguono Rahner o Schillebeeckx. Ma centinaia di gesuiti con le loro università cattoliche e centinaia di suore in rivolta dicono Amen al presidente e rendono culto al mondo. Il vero problema dell’ospedale da campo è distinguere chi vi distribuisce la medicina buona e chi eutanizza il paziente.
Se è vero che lo spirito mondano induce a negoziare finanche la fedeltà a Dio, come ha detto il Papa nell’omelia, bisognerebbe avere anche il coraggio denunciare chi, nell’accampamento cattolico, si macchia di intelligenza col nemico. Non è possibile additare le lusinghe del mondo e tollerare un Rahner che dice: “Con il progredire della storia della grazia, il mondo diviene sempre più indipendente, maturo, profano, e deve pensare ad auto realizzarsi. Questa crescente mondanità storica (…) non è una sventura che si contrappone ostinatamente alla grazia e alla chiesa, ma è invece il modo nel quale la grazia si realizza a poco a poco nella creazione”.
Sulla scia dell’ambiguo e ossessivo “primato della Parola” e del “sola fide” di matrice luterana, la Chiesa ha finito per specchiarsi nell’orizzonte ribaltato di un pelagianesimo che nega il senso del peccato e osanna il mondo. L’esito è comunque il depotenziamento della tradizione e della funzione di mater et magistra. Il libero esame, il soggettivismo, la “sola scriptura” prendono la scena svuotando di significato il ruolo dei vescovi e del Papa. Ma l’orizzonte logico di tale operazione è debolissimo poiché è la tradizione a precedere e definire la parola: è la Chiesa a stabilire quali siano i testi sacri e come vadano interpretati. Fatto che determina l’impossibilità di parlare di “religione del libro”, posto che i testi sacri sono oggettivamente diversi nella lettera e nella loro interpretazione. La Chiesa precede storicamente e logicamente la scrittura e per questo, spiega il cardinale Siri, “colui che relativizza la tradizione relativizza la scrittura”.
La bellezza perenne e unica del cattolicesimo sta nella capacità di comporre e armonizzare tutti questi elementi. Sta nella continua tensione tra ragione e mistero, tra anelito terreno e risposta celeste che, pazientemente, crea un calco nel quale la creatura si adagia, magmatica e informe, per risorgerne solida e levigata, come la farfalla da una crisalide. Perché conoscere la dottrina significa amarla e pregarla assecondandone forme e definizioni. E’ come un dire le preghiere secondo formule dettate da altri con precisione ispirata e insondabile. Allora, lontano dai sentimenti, dalle divagazioni, dagli inutili discorsi, senza uno iota di troppo, sgorga quel che della beatitudine è concesso su questa terra, che è un dire sottovoce, un fare e un vivere invece che un discorrere: “I molti discorsi non appagarono l’anima” insegna l’”Imitazione di Cristo” “ma la vita buona dà ristoro alla mente”.
L’annuncio a Maria narrato da San Luca non produrrebbe nelle anime oranti la stessa tensione verso il “partorire Dio” predicato da Sant’Ambrogio se il Concilio di Efeso, nel 431, non avesse affilato la lama della dottrina definendo la Vergine Theotokos, Madre di Dio: “Se qualcuno non Confessa che l’Emmanuele è Dio nel vero senso della parola, e che perciò la Santa Vergine è madre di Dio perché ha generato secondo la carne il Verbo che è da Dio, sia anatema”. Non vi è nulla di più amato dalla gente cristiana aliena al mondo che un tale rigore. “Tutto il popolo della città rimase in attesa dal mattino alla sera, aspettando i giudizio del santo sinodo” racconta San Cirillo d’Alessandria, che fu l’artefice di quella decisione. “(…) Alla nostra uscita dalla chiesa, fummo ricondotti fino alle nostre dimore. Era la sera, tutta la città si illuminò, donne camminavano innanzi a noi con incensieri. A coloro che bestemmiavano il suo Nome, il Signore ha dimostrato la sua onnipotenza”.
A saperlo leggere, a studiarlo in amorevole andirivieni con la Scrittura, il “Denzinger” racconta queste storie e alimenta la vita buona che, a sua volta, nutre la mente. E’ la vita della Chiesa che corre lungo i secoli dandovi forma, è la tradizione che bussa imperiosamente alle anime chiamandole a scegliere. Non vi è alternativa nella guerra allo spirito mondano: alla tentazione di negoziare persino sulla fede si può opporre solo l’immutabilità e l’irreformabilità del magistero. Per tutta la sua vita, la Chiesa lo ha fatto, contendendo al mondo il tempo e lo spazio, le due dimensioni in cui si espande la tradizione. Le definizioni raccolte dal “Denzinger” si sono tramandate senza mutare nel corso dei secoli e, senza mutare, hanno raggiunto gli avamposti più remoti della fede. Quelle stesse pagine che ora si trovano facilmente a stampa in libreria, hanno corso il mondo in itinerari avventurosi che Arold Innis ha raccontato nel suo epico “Impero e comunicazioni”. Hanno viaggiato su pergamena, “supporto pesante” adatto al permanere della verità religiosa irreformabile e perenne, a differenza di ciò che viaggiava su papiro e su carta, “supporti leggeri” che alimentavano la burocrazia civile caduca e fallace.
Così, la Chiesa di Roma ha propagato il regno di Cristo e ha conquistato, anima per anima, le intelligenze più semplici e quelle più laboriose, tutte bisognose dello stesso nutrimento. Se John Henry Newman non si fosse trovato al cospetto di verità e pronunciamenti immutabili nello spazio e nel tempo, non avrebbe mai avuto la forza e l’esigenza di lasciare la comunione anglicana per entrare nella Chiesa di Roma. Nell’”Apologia pro vita sua”, il cardinale spiega che compì il gran passo verso casa solo quando si rese conto che gli argomenti degli anglicani contro i padri del Concilio di Trento erano gli stessi di quelli contro i padri del Concilio di Calcedonia, che condannare i Papi del Sedicesimo secolo voleva dire condannare anche quelli del Quinto: “Il dramma della religione, il combattimento della verità e dell’errore erano sempre gli stessi. I principi e i procedimenti della Chiesa d’oggi erano identici a quelli della Chiesa d’allora; i principi e i procedimenti degli eretici di oggi erano quelli dei protestanti di oggi. Lo scopersi quasi con terrore”.
Ma la Chiesa non lascia da sola anima alcuna davanti a una verità che possa atterrire. A ciascuno porge la carezza rigorosa e soave del rito. La tradizione si presenta sempre all’uomo attraverso un poema sacro che nel cattolicesimo, come scrive Domenico Giuliotti, ha la sua espressione celeste nella celebrazione eucaristica: “La Messa, e non già la Divina Commedia, è il ‘poema’ veramente ‘sacro al quale hanno posto mano e cielo e terra’. (…) Dio, la Trinità e tutti gli Angeli ne formano l’argomento. La Consacrazione, che rinnova l’Incarnazione, è il punto culminante di questo immenso mistero. E il Prete n’è, al tempo stesso, il taumaturgo e il poeta”.
Emanazione del Cielo in terra, tradizione e liturgia sono quasi consustanziali persino nel metodo con cui gli uomini hanno contribuito alla loro formazione. Mentre una è il repertorio di pensieri da cui è decaduto tutto, tranne ciò che dice definitivamente il divino, l’altra è la composizione di gesti e di parole immutabili depurati da ciò che è solo umano. Sono due ingressi allo stesso mondo, dove ciascuno riceve perennemente ciò che gli spetta, in qualunque luogo si trovi e in qualunque tempo viva. Sulla terra non vi è nulla di più equo. Lo racconta con soave precisione Newman nel romanzo “Perdita e guadagno”, là dove descrive i pensieri e le sensazioni del giovane protagonista che, per la prima volta, assiste a una celebrazione cattolica: “Quello che lo colpì più di tutto fu che, mentre nella chiesa d’Inghilterra l’ecclesiastico oppure l’organo erano tutto e la gente non era niente, salvo che veniva rappresentata al funzionario laico, qui era esattamente il contrario. Il prete diceva poco o niente, almeno in modo da farsi sentire, invece l’assemblea era come un solo vasto strumento un panharmonicum che suonava insieme; cosa ancora più mirabile, pareva che suonasse da solo. (…) Le parole erano in latino, ma tutti le capivano benissimo, e offrivano le loro preghiere alla Santissima Trinità, e al Salvatore incarnato, e alla grande Madre di Dio, e ai santi nella gloria del Paradiso, con nel cuore un’energia pari a quella con cui davano voce al suono. Vicino a lui c’era un ragazzino, e una povera donna, che cantavano a squarciagola. No, qui non ci si poteva sbagliare, Reding disse fra sé e sé: ‘Questa sì che è una religione popolare’”.
A quei tempi, nella Chiesa, la stessa dottrina e la stessa liturgia erano buone per tutti, per i santi e per i peccatori, per i vivi e per i morti, per i romani e per i barbari. Per questo la religione cattolica era equanime e misericordiosa: era popolare. Ancora non risuonava il lamento che più tardi avrebbe vergato Nicolas Gomez Davila: “La Chiesa un tempo assolveva i peccatori, oggi ha deciso di assolvere i peccati”.
Fonte il Foglio 20 novembre 2013
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