giovedì 24 dicembre 2015

Noctem santissimam celebrantes. Una nota edificante di Padre Adrian Fortescue sulla liturgia del tempo di Natale

Padre Adrian Fortescue (1874-1923) fu importante figura intellettuale e religiosa tra la fine del secolo XIX e i primi decenni del XX (vedi qui una biografia scritta da Michael Davies). Erede del Movimento di Oxford e dell’epoca del cattolicesimo inglese inaugurata dal Beato John Henry Newman fu autore di numerosi scritti storici, liturgici e teologici (vedi qui un'antologia) e del famoso manuale di liturgia cattolica The Ceremonies of Roman Rite Described (1917) (vedi qui). Dall’edizione più recente di quest’ultima opera (rivista dal benedettino Alcuin Reid e pubblicata nel 2003 con l’introduzione del Cardinal Castrillón Hoyos) riportiamo, nella nostra traduzione, la prima parte del paragrafo dedicato alla liturgia di “Christmas and Epiphany” (seguirà nei prossimi giorni il testo sull’Epifania). La descrizione di Fortescue della liturgia del tempo di Natale, pur estremamente asettica, non perde mai di vista la complementarietà tra regole sull’Ufficio e regole sulla Santa Messa e lascia presagire l’immutabile bellezza del tempo redento.

La Vigilia di Natale è una vigilia di prima classe; il suo colore è il viola. Qualora cada nella quarta Domenica d’Avvento, l’Ufficio è interamente quello della vigilia senza alcuna commemorazione della domenica – al Matutino l’invitatorio Hodie, l’inno Verbum, le nove antifone e il Salmo della domenica, le tre lezioni dell’omelia della vigilia con i loro responsori, nessun Te Deum. La Messa è quella della vigilia, si omette il Gloria, l’Alleluia e il versetto dopo il graduale, il prefazio della Trinità e l’Ite missa est. Qualora la Vigilia di Natale coincida con la quarta Domenica d’Avvento, prende il posto della Domenica che non è commemorata.
La festa di Natale ha un’ottava di seconda classe, i giorni fra l’ottava sono giorni liturgici di seconda classe e sono regolati in maniera speciale; anche il giorno dell’ottava (1 gennaio) è un giorno liturgico di seconda classe ed è chiamato “Ottavo giorno dalla Nascita del Signore”.
I giorni fra l’ottava di Natale sono regolati in maniera speciale:

Il 26 dicembre è festa di Santo Stefano Protomartire (II classe);
Il 27 dicembre è festa di San Giovanni Apostolo ed Evangelista (II classe);
Il 28 dicembre è festa dei Santi Innocenti, Martiri (II classe);
Il 29 dicembre si commemora San Tommaso Vescovo e Martire (II classe);
Il 31 dicembre si commemora San Silvestro Papa e Confessore (II classe);

Delle feste particolari sono ammesse quelle di prima classe e, soltanto a mo’ di commemorazione, quelle in onore dei santi che, in questi giorni, sono contemplati nel calendario universale; le altre sono spostate dopo l’ottava.
L’Ufficio della Domenica fra l’ottava di Natale, tra il 26 e il 31 dicembre, è sempre celebrato, in conformità alle rubriche, con la commemorazione della festa del giorno. Tuttavia, se la domenica coincide con una festa di prima classe, allora la festa è celebrata con la commemorazione della domenica.
Il tempo di Natale va dai primi Vesperi di Natale al 13 gennaio incluso. Questo periodo comprende a) il tempo della Natività che va dai primi Vesperi di Natale alla Nona incluso il 5 gennaio; b) il tempo dell’Epifania, che va dai primi Vesperi dell’Epifania del Signore al 13 gennaio incluso.
Il colore del Natale è il bianco. In questo giorno (che inizia con la mezzanotte) ogni sacerdote può dir Messa tre volte. Non è a ciò necessario alcun privilegio. Il Messale prevede tre Messe, una per la notte, una per l’alba, una per il giorno. Se il sacerdote dice Messa una sola volta, deve scegliere quella che meglio corrisponde all’ora in cui celebra. La stessa regola si applica al sacerdote che dice due Messe. Se ne dice tre, deve dire le tre Messe previste, nel loro ordine, quale che sia il momento in cui celebra.
In questa notte non è permesso, senza un particolare indulto, dire messe meramente private [id est: né cantate, né conventuali, né ad un orario fissato in una chiesa pubblica per il popolo]. A mezzanotte è consentito un solo tipo di Messa, conventuale o parrocchiale. Dovrebbe essere, se possibile, una Messa solenne: tuttavia è consentita la celebrazione di una Messa cantata o di una Messa bassa, se è l’unica cui il popolo può assistere, ed è detta in mancanza di una Messa solenne. Non può iniziare prima della mezzanotte. Durante la Messa di mezzanotte al popolo è consentito di ricevere la Santa Comunione, salvo che, per qualche ragione, il Vescovo lo proibisca. Coloro che si comunicano devono astenersi dal cibo solido e dalle bevande alcoliche per tre ore prima della Comunione, dagli altri liquidi (eccetto l’acqua) per un ora.
Qualora sia recitato o cantato il Matutino in chiesa prima della Messa di mezzanotte […], il celebrante, al momento di intonare l’inno Iesus redemptor omnium, deve divaricare le mani, levarle e congiungerle inchinandosi verso l’altare.
In ogni Messa cantata nel giorno di Natale il celebrante e i suoi ministri si inginocchiano sul gradino inferiore di fronte all’altare o sul lato dell’Epistola (oppure possono inginocchiarsi dinnanzi ai sedilia) e si inchinano alle parole Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine: et homo factus est. Se non hanno ancora lasciato l’altare, scendono di un gradino, si inginocchiano sul bordo della predella e si inchinano.
Una speciale formula è inserita nella preghiera Communicantes del Canone.
Con questa formula il celebrante pronuncia le parole noctem sanctissimam celebrantes alla prima Messa (quale che sia l’ora in cui celebra); alla seconda e alla terza Messa e durante l’ottava di Natale egli dice: diem sacratissimum. Durante la seconda Messa, anche se solenne, si commemora Sant’Atanasia.
Al Vangelo della terza Messa il diacono, che lo legge, e tutti gli altri, eccetto il diacono che regge il libro e gli accoliti, si genuflettono alle parole Et verbum caro factum est – il diacono verso il libro, tutti gli altri verso l’altare. L’ultimo Vangelo della terza Messa è omesso. C’è una particolare disciplina del periodo tra il 2 e il 5 gennaio. L’ufficio (salvo il ricorrere di una festa) è quello di una feria di quarta classe. Il Te Deum è recitato al Matutino. La conclusione degli inni e dei versetti del breve responsorio è quella della Natività. La Messa è quella del 1 gennaio ma senza il Credo e con il Communicantes comune. Durante questo periodo sono proibite le Messe di Requiem di quarta classe.

Fonte: A. Fortescue, The Ceremonies of Roman Rite Described, Saint Michael’s Abbey Press, Farnborough 2003.

sabato 12 dicembre 2015

"Fino a sedere nel tempio di Dio" (2 Tess 2, 4). Alcune riflessioni di Alessandro Gnocchi sulla natura anticristica dello spettacolo "Fiat lux" in vaticano

Pubblichiamo qui di seguito le assai significative riflessioni di Alessandro Gnocchi sullo spettacolo "Fiat lux" proiettato nel giorno dell'Immacolata Confessione sulla Basilica di San Pietro a Roma. L'intera sequela dei fatti e la particolare natura degli attori dietro e di fronte alle quinte fanno pensare a un evento anticristico che getta un'ombra sinistra sul Giubileo. Beninteso, non è perciò necessario evocare l'imminenza dell'Anticristo apocalittico, anche se con un antico autore benedettino si può ripetere, dinnanzi a tanta desolazione, che "è un anticristo chiunque si oppone a Cristo" - "Christo contraria faciet" (Adson, De ortu et tempore antichristi, Turnhout 1976, Brepols, p. 3).

Redazione di Riscossa cristiana, 10 dicembre 2015. Come è buon uso nelle vicende in cui la paternità dei fatti diventa evanescente con il crescere dei rumori di sconcerto e di dissenso, anche in questo caso conviene cominciare dalla fine: è sempre lì che si trova la rivendicazione. E mentre le rivendicazioni delle Brigate Rosse si trovavano nelle cabine telefoniche o nelle mense aziendali, mentre quelle del terrorismo 2.0 si trovano nei siti web, quella dell’osceno spettacolo che la sera dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione di Maria, ha profanato la basilica di San Pietro si trova sulla piccola Pravda del sedicente cattolicesimo italico, detta anche “Avvenire”. A pagina 8 del numero in edicola oggi, giovedì 10 dicembre, a firma Mimmo Muolo il giornale dei vescovi italiani spiega che le critiche “circolate attraverso i social network non sembrano tener conto di un elemento che fonti vaticane sottolineano invece con convinzione: Si è trattato di un momento perfettamente in linea con l’insegnamento della Laudato si’. In pratica la sua trasposizione per immagini, un modo per parlare della bellezza del creato e per far riflettere sull’attività umana che quella bellezza sta mettendo a rischio”. Così dixit “Avvenire” che, per completezza di rivendicazione, spiega pure che la proiezione è stata “realizzata con il patrocinio della Banca Mondiale e offerta a titolo gratuito al Vaticano”.

Per gli amanti del genere, nella stessa pagina della piccola Pravda del sedicente cattolicesimo italico, c’è anche il momento della tenerezza, con l’intervista a Louie Psihoyos, il regista dello storico evento, che comincia così: “Il Papa non l’ho incontrato, ma qualcuno mi ha detto che ha guardato le immagini che scorrevano su San Pietro dalla finestra della sua stanza e che gli è piaciuto”. Dato che non c’era nessuna immagine di Nostro Signore a ingombrargli la vista, e dato che con cotanto evento iniziava in modo trionfalistico il giubileo della sua canonizzazione mondana, non si capisce come avrebbe potuto essere altrimenti.

D’altra parte, non si potevano nutrire dubbi sulla paternità degli avvenimenti. Con una rivendicazione preventiva, l’orrenda messa in scena era stata annunciata da monsignor Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione delle Nuova Evangelizzazione, come proiezione sulla facciata di San Pietro di “immagini ispirate alla misericordia, all’umanità, al mondo naturale e ai cambiamenti climatici”. “Un’opera d’arte contemporanea” sempre secondo monsignor Fisichella “che racconta la storia visiva della dipendenza reciproca degli uomini e della vita sulla terra con il pianeta, al fine di educare e ispirare un cambiamento sui temi del cambiamento climatico senza distinzione di generazioni, culture, lingue, religioni e classi”.

Dunque, non l’Isis ha profanato il cuore della cristianità, non gli estremisti del credo laico hanno fatto scempio del credo cattolico, non i soliti artisti blasfemi e affetti da coprolalia hanno lordato la fede di tanti cristiani. Non c’era bisogno di perquisizioni e di metal detector per sbarrare l’ingresso ai vandali nella cittadella di Dio: erano già dentro le mura e avevano già innescato la loro bomba in multicolor e in mondovisione al calduccio della stanza dei bottoni.

Chi siano gli sponsor e i committenti che hanno offerto questo inquietante spettacolo “a titolo gratuito al Vaticano” è già stato spiegato in un articolo pubblicato da Vigiliae Alexandrinae (vedi qui) e ripreso da Riscossa Cristiana (vedi qui): il peggio del mondialismo anticristico, su cui non occorre ritornare. Ma non si può tacere che questo universo oscuro sia stato preso sottobraccio dalla Chiesa cattolica guidata dal vescovo venuto dalla fine del mondo, non certo per convertirlo ma per farsi convertire: laddove ve ne fosse ancora bisogno, perché, se il Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione delle Nuova Evangelizzazione dice quello che ha detto a proposito dello scempio avvenuto in San Pietro, non vi possono essere più dubbi sul contenuto come minimo a-cristiano della “Nuova Evangelizzazione”.

Il tempo delle illusioni è finito. Non c’è più una terra di nessuno in cui acquattarsi dentro una buca sperando che le bombe cadano altrove. Non è più possibile illudersi che ci sia ancora qualcosa da salvare nell’osceno magistero di questi pastori di anime morte, di questi chierici del dubbio e del nulla che nominano Dio invano e si accaniscono sul suo Corpo Mistico e profanano il suo Corpo Eucaristico.

Ha un bel dire, monsignor Fisichella, ma le immagini che hanno cancellato la basilica di San Pietro agli occhi dei fedeli non sono affatto ispirate alla misericordia. Non alla misericordia insegnata da Cristo, l’unica che, d’altra parte, ha titolo di chiamarsi con questo nome. Sono il catechismo popolare della nuova religione che Bergoglio ha codificato nell’enciclica in verde tanto gradita ai potenti della Terra. Così come un tempo, tanto nelle cattedrali quanto nelle cappelle di campagna, gli affreschi, i quadri, le statue insegnavano la fede cattolica ai poveri e agli illetterati, la sera dell’8 dicembre, Festa dell’Immacolata Concezione di Maria, è stato inaugurato il nuovo barocco elettronico per edificare il popolo nelle nuova religione della tenerezza ambientale di cui Bergoglio e il sommo pontefice.

Quelle immagini sono il catechismo figurato di una religione che ha eretto a dogma la misericordia separata dalla giustizia. Una misericordia che può essere molto spietata, basta che lo voglia chi ha il potere di esercitarla poiché chi può decidere autonomamente di essere buono può anche decidere autonomamente di essere cattivo. Una misericordia che condensa in una sola parola la triade tremenda di liberté, fraternité, egalité e, come quella trinità rivoluzionaria, mentre finge di irrorare di miele le ferite del mondo, chiede il sangue di chi non vi si inchina e non vi accende il granello di incenso.

La neochiesa della misericordia è quella che si intenerisce davanti al destino dei microrganismi e proietta l’immagine di teneri animali sulla facciata di San Pietro e poi manda sotto processo e toglie il lavoro al professore di religione che mostra agli allievi un documentario sull’aborto. È quella che fa volentieri rotolare le teste di sacerdoti, vescovi e cardinali incapaci o solo esitanti nella resa al mondo. È quella che distrugge ordini fiorenti perché rappresentano il sopravvivere della Tradizione dentro una Chiesa che non ne vuole più sapere. È quella che espelle dagli organi di stampa e chiude le porte anche dell’ultimo oratorio ai pochi laici che osano continuare a essere cattolici.

Questa neochiesa si è palesata definitivamente, se ancora ve ne fosse bisogno, con l’orrendo spettacolo andato in scena in San Pietro la sera dell’8 dicembre, non lo si ricorderà mai abbastanza, Festa dell’Immacolata Concezione di Maria. E bisogna riconoscere che tutto si è svolto in un modo perfetto, con quelle immagini di animali stupidamente teneri, di bestie educatamente feroci, di ambienti orribilmente incontaminati che hanno rivestito fino quasi a soffocarlo il cuore della “Vecchia Religione”.

Tigri, leoni, leopardi, orsi sono stati intronizzati come vitelli d’oro sulla facciata del luogo in cui è sepolto il principe degli apostoli, sono stati presentati all’estasi di una folla istupidita e ignara, in attesa di scendere nella piazza e fare strage delle anime di chi li invoca senza neppure saperlo, come in una sorta di Bataclan tremendo e potente ben oltre quello di Parigi: e poi di entrare nel tempio di Cristo per farsi adorare sul suo altare.

E non si può tacere che le immagini di quegli animali sono state ammirate dal Papa “dalla finestra della sua stanza” proprio lì, nei luoghi in cui i cristiani venivano martirizzati e sbranati dalle belve perché non avevano accettato di inchinarsi al mondo.

Non sta ai poveri uomini stabilire come e quando la Provvidenza deciderà, se lo deciderà, che la misura è colma. Ma è da stolti cercare il buono dove non può esserci solo perché è troppo doloroso ammettere che in quel luogo non c’è più. Il che non vuol dire che la Chiesa cattolica viene o verrà meno, vuol dire la Chiesa cattolica è occupata da falsi profeti che stanno cercando di deturparla, di farne un falso oracolo invertito che porti gli uomini alla perdizione.

E non si può dire che non lo stiano dicendo con chiarezza. Al termine della sterminata Laudato si’, dopo aver sorriso sul destino dei poveri microrganismi che tanto intenerisce il mite Bergoglio, si può solo provare sgomento pensando che quelle pagine sono vergate e firmate dal Vicario di Cristo. Lo spettacolo che il poetico Bergoglio ha ammirato dalla sua finestra la sera dell’8 dicembre può solo mettere i brividi per la ferocia che nasconde sotto il tenero manto di una misericordia senza Cristo. E, forse, vale pena di ricordare che, proprio l’8 dicembre, Festa dell’Immacolata Concezione di Maria, entrava in vigore il motu proprio con cui il provvidente Bergoglio ha sottratto il sacramento del matrimonio ai diritti di Dio per consegnarlo alle voglie matte degli uomini.

Ormai è tutto chiaro, cari amici che ancora vi illudete che sia in atto una finissima strategia per conquistare il mondo a Cristo pensata da questi pastori delle anime morte. Non saranno i tagliagole islamici o di chissà quale altra religione a venirci a prendere per l’atto finale. Non saranno i fanatici dell’apocalisse laica a farci inginocchiare davanti alle divinità dei tempi nuovi e delle terre nuove. Saranno coloro che si professano cattolici, in nome di una Nuova e Tremenda Evangelizzazione, gli esecutori delle condanne emesse dal mondo e dal suo padrone contro coloro che non accetteranno di portare il numero della Bestia.

Allora, sì che tutto sarà compiuto, nei disegni dell’avversari di Cristo. La Chiesa, che un tempo aveva nel potere civile il suo braccio secolare, sarà divenuta il braccio spirituale del potere laico. L’inversione avrà soddisfatto i desideri dell’avversario di Cristo. Ma proprio allora, se almeno qualcuno avrà continuato a sperare contro ogni disperazione, la Provvidenza avrà vinto.

Fonte: Riscossa cristiana (vedi qui)

martedì 8 dicembre 2015

L'Immacolata Concezione. Una meditazione del Beato J.H. Newman

Come scrive il teologo Manfred Hauke nella sua Introduzione alla Mariologia (Lugano 2008, Eupress, pp. 91-92) “nel 1854 l’Immacolata Concezione viene proclamata dogma di fede” e “quattro anni più tardi, con le apparizioni a Lourdes nel 1858, arriva un sostegno celeste al dogma”. “Fra le perle della teologia mariana del XIX secolo possiamo contare uno scritto di John Henry Newman in difesa del ‘nuovo’ dogma, la ‘Lettera a Pusey’ (1866)” (qui il testo inglese). Dunque il Cardinal Newman fu uno dei grandi apologeti ottocenteschi dell’Immacolata Concezione. Nel giorno in cui si celebra la maggior festa della Santa Vergine proponiamo una meditazione sull’Immacolata scritta dal grande Beato inglese. Serva da riparazione delle odierne iniquità.

Maria è l’Immacolata Concezione; con questa grande verità rivelata, noi professiamo che la Beata Vergine fu concepita senza peccato nel seno di sua madre, Sant’Anna.
Dopo la caduta di Adamo tutti gli uomini, suoi discendenti, sono concepiti e generati nel peccato. “Ecco”, esclama l’autore ispirato del salmo Miserere, “ecco malvagio sono nato, peccatore mi ha concepito mia madre” (Sal 51, 7). Quel peccato che appartiene ad ognuno di noi, ed è nostro fin dal primo momento dell’esistenza, è il peccato di incredulità e di disobbedienza, con il quale Adamo perse il Paradiso. Noi, come figli di Adamo, siamo suoi eredi nelle conseguenze della sua colpa, e abbiamo perduto quell’ornamento di grazia e di santità, che egli aveva ricevuto dal Creatore. Tutti siamo concepiti in questo stato di perdita e di privazione; e il mezzo ordinario con cui ne veniamo liberati è il sacramento del battesimo.
Però Maria non fu mai in tale stato; ne fu esentata dal decreto eterno del Signore. Dall’eternità Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, stabilirono di creare l’uomo e, prevenendo la caduta di Adamo, stabilirono pure di redimerlo con l’incarnazione e la passione del Figlio. Nello stesso attimo eterno, misterioso, nel quale il Verbo era generato dal Padre, fu anche decretato di salvare l’umanità per mezzo di Lui. Colui che fu generato dall’eternità, volle salvare e redimere, nel tempo, il genere umano; e la redenzione di Maria fu determinata in quella speciale maniera che noi chiamiamo “Immacolata Concezione”. Fu decretato non che fosse purificata dal peccato, ma che ne fosse preservata fin dal primo istante della sua esistenza, cosicché Satana non avesse parte alcuna di lei. Perciò Maria fu figlia di Adamo e di Eva come se essi non avessero mai peccato; ereditò invece i doni e le grazie (in misura più abbondante) che Adamo ed Eva possedettero nel Paradiso. Questa è la sua eccelsa prerogativa, e il primo di tutti i suoi privilegi. Invochiamola perciò con tutte le anime sante: “O Maria Vergine purissima, concepita senza peccato originale, prega per noi”.

Fonte: J.H. Newman, Meditazioni e preghiere, Jaca Book, Milano 2002, pp. 133-134

domenica 6 dicembre 2015

Il Cupolone violato. Uno show anticristiano a San Pietro previsto per il giorno dell'Immacolata

Riprendiamo qui di seguito, nella nostra traduzione, un articolo  apparso sul sito pro life americano life site (qui l'originale). In esso l'autore, Pete Baklinski, fa emergere alcuni aspetti inquietanti di una performance prevista per il giorno dell'Immacolata Concezione in Vaticano. Lasciamo ai lettori il giudizio di ciò che sta accadendo.

Roma, 4 dicembre 2015. La Chiesa cattolica, fondata per diffondere la luce di Cristo nel mondo, ha quasi letteralmente invitato il mondo a inondarla con la sua luce. Per l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione e giorno d’apertura del Giubileo straordinario della Misericordia, Papa Francesco ha invitato i partigiani dei cambiamenti climatici e gli apologeti della teoria del controllo dell’espansione demografica a proiettare uno spettacolo luminoso sulla cupola di San Pietro a Roma – la più importante chiesa nel mondo cattolico – in maniera tale da “ispirare il cambiamento nel contesto della crisi del clima”.
Come si legge nel comunicato stampa (vedi qui) pubblicato da uno degli sponsor, lo show intitolato “Illuminiamo la nostra casa comune” consisterà nella proiezione su San Pietro di “immagini del nostro comune mondo naturale” allo scopo di “educare e ispirare il cambiamento nel contesto della crisi del clima coinvolgendo generazioni, culture, lingue, religioni e classi sociali” .
Il portavoce vaticano dell’evento, l’arcivescovo Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, ha definito l’evento “unico nel suo genere, anche per il fatto che esso sta per essere presentato per la prima volta su un supporto [sic!] così si significativo”. [qui il comunicato stampa vaticano]
“Queste illuminazioni – ha detto Fisichella - daranno luogo a immagini ispirate alla Misericordia, all’umanità, al mondo naturale e ai cambiamenti climatici”.
Sempre secondo l’Arcivescovo lo spettacolo luminoso in Vaticano serve a mettere in relazione l’Enciclica ambientalista Laudato si’ di Francesco [si veda anche qui il commento del Professor Radaelli da noi pubblicato] di papa Francesco con la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in corso a Parigi. Il Vaticano ha fortemente sostenuto la Conferenza. Poiché lo spettacolo concluderà l’inaugurazione delle celebrazioni dell’Anno della Misericordia, avrà l’effetto di stabilire un nesso tra il messaggio del Papa sulla “misericordia” e la battaglia al “cambiamento climatico”.
I leader dei movimenti in difesa della famiglia e della vita nel mondo rimangono scettici riguardo all’agenda del Congresso di Parigi e all’intento di combattere il cosiddetto global warmig “antropogenico”. In particolare mettono in guardia di fronte alla costatazione che “salvare il pianeta” significa, tradotto dal linguaggio ambientalista, un’impresa anti-umana che ha per bersaglio nazioni società e famiglie.
L’evento, spacciato come “arte pubblica contemporanea”, è sponsorizzato da organizzazioni che portano nomi di divinità pagane greche e romane e che hanno interesse a propagandare il tema dei cambiamenti climatici. C’è anche un’organizzazione che sovvenziona direttamente gli aborti nei paesi in via di sviluppo.

Dietro le quinte dello spettacolo

Il principale finanziatore dietro all’evento è il gruppo della Banca Mondiale che opera attraverso la propria iniziativa Connect4Climate (vedi qui). La Banca Mondiale, fondata nel 1945 per la ricostruzione dell’Europa, ha una lunga storia (vedi qui, qui e qui) di programmi in supporto dell’aborto e della contraccezione col pretesto di “porre fine all’estrema povertà” e di “diffondere la prosperità”. I leader pro-life hanno denunciato questi programmi come malcelati programmi di controllo delle nascite finalizzati a ridurre la presenza di popolazioni considerate indesiderabili dalle elites occidentali. L’organizzazione, attraverso la sua World Bank Unfoldment Society (SUS; vedi qui) [Società della Banca Mondiale per lo sviluppo spirituale], si lega anche a pratiche religiose non cristiane con le quali gli adepti si dedicano a “sedute di meditazione” transumanistica miranti a “una “trasformazione personale tramite la autocoscienza, la comprensione e il risveglio a una superiore coscienza”.
La Vulcan Inc., fondata nel 1986 dall’investitore e filantropo Paul G. Allen, è un compagnia privata avente sede non lontano da Seattle. Essa “si batte per creare un nuovo futuro” attraverso “il superamento del pensiero convenzionale”. A questa compagnia fu dato il nome del dio romano “Vulcano”, la divinità del fuoco distruttore, il cui più antico santuario era situato ai piedi del colle Capitolino, nelle immediate vicinanze del Vaticano. Il sito della Vulcan spiega (vedi qui) che il suo fondatore ritenne che questo nome fosse adatto a una compagnia “la cui missione è quella di trovare soluzioni idonee ai grandi cambiamenti mondiali”.
Un altro partner dell’evento è Okeanos , una fondazione ambientalista fondata nel 2007 da Dieter Paulmann con l’intento di accrescere la consapevolezza “in merito alle differenti minacce che incombono sui nostri oceani”. La fondazione (vedi qui) si prefigge “la pianificazione e il finanziamento di progetti che implichino un positivo cambiamento e comportino una differenza”. Essa si contrappone (vedi qui) a ciò che essa stessa chiama i “peccati contro il clima commessi … dalla presente generazione, in particolare” quelli generano “inquinamento ambientale prodotto dall’uomo (riversamenti di petrolio, scarichi, prodotti chimici, produzione di CO2)” come anche “l’inquinamento acustico (motori nautici troppo rumorosi, esperimenti sonar)”.
La fondazione porta il nome del titano greco e romano “Okeanos” che si riteneva fosse la personificazione divina dell’oceano. Il pesce in una mano e il serpente nell’altra significavano i doni dell’abbondanza e della profezia di cui godeva.
Obscura Digital, l’organizzazione con base a San Francisco, anch’essa impegnata nel prossimo spettacolo di luci, deriva il proprio nome dalla radice latina indicante l’oscurità. Questa compagnia è specializzata nella creazione di “esperienze profonde che cambieranno il modo in cui pensi il mondo che ti circonda” ricorrendo a proiezioni olografiche, ad animazioni 3D e a visualizzazioni dinamiche.
Il team di Obscura, composto da artisti, programmatori, realizzatori e tecnologi, è maestro di artifici luminosi e sonori. In passato (vedi qui e qui) l’organizzazione ha lavorato a progetti sui cambiamenti climatici in collaborazione con l’ONU allo scopo di dimostrare gli “effetti dell’attività umana sull’ambiente” e di pubblicare un “appello per soluzioni globali”. Tra i clienti dell’organizzazione ci sono Apple, Google, Disney, Vulcan Productions, Nike, Nasa, Facebook e l’UNESCO.

Un simbolismo oscuro e minaccioso

Dietro all’evento e alle organizzazioni che lo sponsorizzano c’è un simbolismo oscuro e minaccioso, bizzarramente collegato ai riti occulti del paganesimo, al culto della natura e al sacrificio umano tramite le pratiche abortive e il controllo della popolazione.
Lo show è intitolato Fiat Lux: Illuminating Our Common Home [Fiat Lux. Illuminiamo la nostra casa comune]. “Fiat Lux” è il primo comando di Dio all’inizio della creazione: “Sia la luce”. Mentre la Chiesa presenta Gesù Cristo come la luce del mondo, le organizzazioni secolari recanti nomi pagani stanno letteralmente “oscurando” la Chiesa attraverso il loro stupefacente spettacolo di luce. San Paolo ammonisce i Corinzi a guardarsi da satana che “si maschera da angelo di luce” (2 Cor 11,14). È come se gli organizzatori si sostituissero simbolicamente a Dio e creassero ex novo il mondo secondo la propria immagine e somiglianza.
Lo spettacolo luminoso avrà luogo nel giorno dell’Immacolata Concezione, ossia della più importante festa mariana nella quale i cattolici celebrano il concepimento di Maria nel grembo della madre Anna senza la macchia del peccato originale. I cattolici hanno sempre guardato alla Vergine Maria come a un archetipo della Chiesa, proprio perché Ella, come primo tabernacolo, portò in sé Cristo e, quindi, lo fece nascere nel mondo. Nel giorno della sua festa più importante lo spettacolo di luce proietterà sulla cupola di San Pietro, un edificio che rappresenta Maria, immagini della terra e animali. Ciò equivale a un osceno oltraggio a Nostra Signora.
Lo show conterrà certamente molti “segni e prodigi”, ma spetta ai cattolici decidere come interpretarli.

martedì 1 dicembre 2015

Soli Deo placere cupiens. Sulla questione delle radici cristiane dell’Europa

San Benedetto e Totila
Ci sia consentito dirlo con franchezza: il dibattito politico e teorico intorno alla questione delle radici cristiane dell’Europa ci convince poco.
Occorre anzitutto non confondere alcuni piani, tra loro essenzialmente distinti ma ugualmente appartenenti alla modernità politica, con la vera dimensione ontologica del problema.
In primo luogo, le difficoltà intorno alle quali arranca il progetto istituzionale dell’Europa unita sono essenzialmente difficoltà di costituzione di un soggetto politico, che nella modernità non può che essere formale ed astratto. Il difetto di un demos europeo non costituisce per sé un problema, dacché si danno ormai unità politiche ed istituzionali anche in assenza di un corrispondente, ed invero un po’ romantica, idea di unità politico-nazionale. In fondo l’intero costrutto della sovranità moderna non è altro che una neutralizzazione formale di ogni complessità sociale ed etico-spirituale.
In secondo luogo, e conseguentemente, il problema delle “civiltà” è una riproposizione intempestiva di concetti romantici, con lo scopo di nascondere, al di sotto dell’impersonale civiltà, la sussistenza di soggetti politici operanti sullo scenario internazionale in base al loro, più o meno legittimo, particolarissimo interesse. Basti pensare alla funzione politica ormai palesemente assolta dalla dottrina dello “scontro di civiltà”.
In terzo luogo, ogni comprensione romantica delle cose sociali è, per sua stessa genesi storica, al contempo una comprensione storicistica. In quest’ultima prospettiva, l’identità europea, come ogni identità storica, è destinata a risolversi in una sintesi dialettica tra più identità, lontanissima dalla purezza di un principio metafisico preso nella sua integrità. Così ci si trova alle prese con le radici illuministiche d’Europa, con le radici islamiche d’Europa, etc.. Gli stessi sostenitori delle radici cristiane d’Europa faticano a difenderle senza indulgere al contempo verso ipotetiche radici “giudaiche”. E poi, parlandosi con franchezza, è difficile negare che l’attuale immagine politica europea sia più debitrice verso la rivoluzione francese, e i suoi teorici politici e religiosi, che verso la societas christiana medievale. Talvolta capita ai cattolici di confondere la realtà storica ed ideologica con le loro nostalgie premoderne.
A differenza dell’Europa moderna, l’Europa medievale non solo era essenzialmente cristiana, ma osiamo dire, confortati da tanti riscontri storici, essenzialmente benedettina. Attingendo alla grande tradizione monastica occidentale, queste parole di dom Gérard Calvet fanno risuonare di poesia una verità storica: “Così confessiamo di assumere assai moderatamente la parte che ci compete, secondo il punto di vista dell'uomo, nell'avvenimento di un mondo civilizzato. I monaci hanno fatto l'Europa, ma non l'hanno fatta deliberatamente. La loro avventura è anzitutto, e direi quasi esclusivamente, un'avventura interiore, il cui unico motivo era la sete. La sete d'assoluto. La sete di un altro mondo, che il potere educatore della liturgia accendeva al punto di orientare lo sguardo verso gli invisibilia, al punto di fare del monaco un uomo teso con tutto il suo essere verso la realtà che non passa. Prima di essere delle accademie di scienza e dei crocevia della civilizzazione, i monasteri sono stati delle dita silenziose puntate verso il cielo, il richiamo ostinato, non negoziabile, che esiste un altro mondo di verità e di bellezza, di cui l'attuale non è che un'assai caotica e goffa preparazione” (fonte: Romualdica qui ).
“Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in sovrappi” (Mt. 6;33). Così insegna il Maestro. I monaci cercavano anzitutto Dio ( Si revera Deum quarti  vedi VA  qui). Il sovrappiù concessogli è stata la pax della societas christiana. La dimensione ontologica della questione delle “radici cristiane” è tutta qui.
Invano si affaticheranno le società e la Chiesa stessa intorno alle cose penultime, caduche e transeunti: “Nisi Dominus aedificaverit domum, in vanum laboraverunt qui aedificant eam. Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam” (Salmo 126).
San Gregorio Magno narra che il giovane San Benedetto, appena mise un piede nel mondo, subito lo ritrasse, desideroso com’era di piacere solo a Dio ( Vita di San Benedetto, Introduzione). Facciamone memoria in questi tempi, in cui la santità gradita a Dio viene scambiata o facilmente barattata con l’attivismo sociale. Il Signore ha fatto nuove tutte le cose con la sua sola Croce.

lunedì 16 novembre 2015

Satana al Bataclan. Ragioni preternaturali di un'orribile strage

Uno degli aspetti meno indagati dagli organi di informazione in questi giorni è la natura del gruppo Eagles of Death Metal e delle canzoni che risuonavano nel teatro Bataclan nel momento in cui gli assassini hanno iniziato la mattanza del pubblico.
Lasciamo qui agli esperti ogni precisazione sulla storia della band californiana e sul genere musicale heavy metal, pur ritenendo cosa certa che le forme musicali e i contenuti di questo tipo di intrattenimento sono lontani da ogni ordine armonioso e da ogni autentica estetica cristiana.
Ciò che qui maggiormente interessa è richiamare l’attenzione su una causalità che, al di là delle possibili ricostruzioni ufficiali o complottistiche, si avvinghia misteriosamente ad altre causalità ben più evidenti ma forse non più importanti.
Nel suo comunicato l’Isis motiva l’incursione nel Bataclan affermando che vi “erano riuniti centinaia di infedeli, durante una festa di perversione” (vedi qui). Questa indicazione non diminuisce certamente la gravità del giudizio che riguarda gli assassini del 13 novembre, la loro turpe eresia antitrinitaria e i loro vili mandanti, ma rivela appunto, se contemplata nel contesto su cui ci vogliamo soffermare per un momento, una causalità impressionante che si è fatta strada e che uno sguardo sovrannaturale sulle cose e sugli eventi può cogliere. Chi conosce le pagine della Vita di Sant’Antonio Abate di Sant’Atanasio o semplicemente ha potuto consultare un trattato di demonologia, potrà meglio valutare l’ipotesi che qui si espone.
Al comunicato dell’Isis fa pendant la dichiarazione, riportata dal quotidiano inglese The Guardian (vedi qui), di un giovane che assisteva al concerto degli Eagles of Death Metal:

Several people were sitting on the first-floor balcony. It was quite a fun rock group and the audience was aged between 20 and 50. Some parents were with their teenagers. The ambiance was very jovial. The group had been on about an hour and they’d just said “We love you Paris” and started singing a song, Kiss the Devil, with the words ‘I met the Devil and this is his song’ when we heard very clearly some explosions.

[Molte persone sedevano nella galleria del primo piano. Era un gruppo rock abbastanza divertente e l’età del pubblico andava tra i venti e i cinquant’anni. Alcuni genitori accompagnavano i figli adolescenti. Il clima era molto gioviale. Il gruppo suonava da ormai un’ora. Avevano appena gridato: “Ti amiamo, Parigi” e iniziato a cantare una canzone, “Kiss the Devil”, pronunciando le parole: “Ho incontrato il Diavolo e questa è la sua canzone”, quando abbiamo udito alcune esplosioni.]

Riportiamo qui di seguito il testo di Kiss the Devil (Bacia il Diavolo) che nella sua inquietante semplicità non abbisogna di una traduzione:

Who'll love the devil?...
Who'll song his song?...
Who will love the devil and his song?...
I'll love the devil!...
I'll sing his song!...
I will love the devil and his song!...
Who'll love the devil?...
Who'll kiss his tongue?...
Who will kiss the devil on his tongue?...
I'll love the devil!...
I'll kiss his tongue!...
I will kiss the devil on his tongue!...
Who'll love the devil?...
Who'll sing his song?...
I will love the devil and his song!... Who'll love the devil?...
Who'll kiss his tongue?...
I will kiss the devil on his tongue!...
Who'll love the devil?...
Who'll sing his song?...
I WILL LOVE THE DEVIL AND SING HIS SONG!...

Giornali e televisioni, generalmente soliti a indagare con puntigliosa morbosità gli aspetti sulfurei della cronaca nera, hanno stranamente trascurato questo particolare agghiacciante, non hanno detto o scritto che mentre i carnefici hanno iniziato a sparare, gli altri stavano invocando satana. Al contrario hanno spiegato più volte che il genio criminale ha colpito la normalità, la movida, il semplice divertimento di un venerdì sera parigino. Il che è vero per lo stadio, i bistrot, il ristorante Casa nostra o il Petit Cambodge, ma non per il Bataclan.
Lo sguardo sovrannaturale, invece, si rattrista profondamente perché vede, assiste allo spettacolo terribile di decine di persone che muoiono colpite con satanica spietatezza in una sala in cui il diavolo era stato invocato e in cui, secondo l’esperienza di Sant’Antonio, dovevano essere confluite molte schiere di angeli caduti.
Qui si coglie anche la causalità alla quale si è appena accennato. La tentazione infatti ha una logica particolare che spesso opera più per azioni concomitanti, astutamente ispirate, che secondo una mera causalità materiale. Il demonio che poté insinuare lo scandalo e la falsa vendetta nelle anime offuscate da una antica eresia, seppe contemporaneamente convincere altre anime del fatto che invocarlo in un teatro potesse essere un divertimento come un altro.
Tutto il resto, quel che verrà - la guerra, i bombardamenti, le bombe, le rappresaglie, gli arresti, le esecuzioni, gli attentati, il tramonto di una civiltà –, è, in fondo, soltanto storia.

giovedì 12 novembre 2015

La persuasione dopo la rettorica. Un sacerdote testimone delle grazie del Summorum Pontificum di Benedetto XVI

Quasi come conferma di quanto recentemente annotato nella chiosa alla Lettera ai conservatori perplessi di Radio Spada (quiriprendiamo da Chiesa e postconcilio (qui) la preziosa testimonianza di un sacerdote cattolico, uno tra i molti in tutto il mondo, giunto al vetus Ordo grazie al Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Di fronte a queste parole viene da ripetere con Sant'Agostino di Ippona: "Securus judicat orbis terrarum".

Alla Pontificia Università Gregoriana il prof di liturgia ha sempre insegnato che il "prima della chiesa era qualcosa di incomprensibile e inutile. Qualcosa da cambiare". Tutto questo sdegno mi ha spinto a cercare cosa c'era... Tante cose è stato un bene lasciarle, altre un grosso male. Oggi ricorre il mio primo anniversario che, seguendo le indicazioni del Sommo Pontefice Benedetto XVI nel Summorum Pontificum, mi sono accostato all'altare del Dio della mia giovinezza.
Ho trovato una ricchezza incommensurabile nel Rito Romano ante riforma; ho letto e scoperto il vero senso del sacerdozio che, come insegna il Concilio Vaticano II, è differente dal sacerdozio battesimale per gradi ed essenza (LG 10), e si pone come un ponte che dona agli uomini la grazia di Dio e a Dio porta le preghiere del popolo. Ho scoperto il senso del sacro e la potenza della Messa come ripresentazione viva ed efficace della Croce di Cristo Signore. Che meraviglia e che gran dono!
Non ho trovato ostacoli tra la gente comune, quelli che a Messa vanno per fede, ma tra i sacerdoti, che mi hanno visto come uno da eliminare, come uno che "gioca alla messa". Ebbene, riprendendo la sapienza degli Atti degli Apostoli, chiedo: se questo rito è considerato come vecchio e noioso, incomprensibile... Perché lo temete? Perché odiate chi lo celebra? Perché gli spezzate le gambe in segreto? Se è volontà di Dio che questo venga celebrato, lasciate fare... Se è volontà umana, prima o poi passerà come tutti i capricci umani. Non fate che vi troviate a combattere contro Dio!

Terra, pontus, astra, mundus quo lavantur flumine! Il rapporto dell’uomo con il creato nella prospettiva cattolica.

Da diverso tempo ormai nel mondo cattolico “aggiornato” si sente parlare di creato e di sua tutela. In questo stesso mondo, pare che con il passare degli anni, da una prospettiva inizialmente antropocentrica che vede il creato al servizio dell’uomo, si stia progressivamente passando ad una prospettiva ecocentrica, in cui il creato assurge alla dignità di fine. Ne è riprova anche il fiorire di feste e ricorrenze in cui fanno il loro debutto cattolico categorie ambientalistiche, estranee tanto a Dio quanto all’uomo, dettate dal pensiero tecno-scientifico (e la mente non può correre anche all’enciclica Laudato sii …). Capita ad esempio di leggere cose del genere: «Al termine dell’Angelus, Francesco ricorda sia il Convegno nazionale della Chiesa italiana, al quale prenderà parte martedì prossimo recandosi a Firenze, sia la “Giornata del Ringraziamento”, che quest’anno ha per tema “Il suolo, bene comune”, che a Roma si svolge in concomitanza con la “Giornata diocesana per la custodia del creato”, arricchita quest’anno dalla “Marcia per la terra”» (vedi qui). Ringraziamento, Suolo, Custodia del creato, Marcia per la terra: ci sono già gli elementi per un nuovo calendario liturgico!
Nell’attesa dell’istituzione della festa cattolica di Gaia, proponiamo ai nostri lettori una pagina de La santa liturgia di Dom Gérard Calvet, sperando che possa scaldare un po’ i cuori di tutti. Non antropocentrismo né ecocentrismo, ma splendido e poetico cristocentrismo, culminante nella redenzione per opera del preziosissimo Sangue. Perché la figura di questo caduco mondo passa, e l’unica ricchezza che possediamo è la realtà in trasparenza dell’altro. Sancte Francisce ora pro nobis!

Il regno animale e vegetale, l’abbondanza delle sue forme, l’alternanza delle stagioni, il ritmo delle ore segnate dal sole, l’esatta rivoluzione degli astri, tutto compone una liturgia silenziosa in stato di attesa, un’immagine nella quale Dio si compiace perché vi è impresso il suo segno che è la luce del Verbo. Il mondo è riempito di vestigia e di similitudini di Dio; la creazione è un’immagine del creatore, immagine innocente, non offuscata, ma ancora integra nel suo stato di gloria. Come non vedervi che la luce del sole è anche ora nuova, oggi, come quando il mattino della creazione i suoi primi raggi illuminavano la superficie del globo, e l’atmosfera che respiriamo come il sorso d’aria pura ancora vergine inspirato dal primo uomo al suo primo risveglio.
Questa novità delle creature viste nella loro purezza originale è il grande miracolo dell’esistenza; pochi esseri umani sono sensibili a essa, e pertanto, dopo l’elevazione all’ordine soprannaturale, è la più alta espressione del divino nell’ordine del creato. Essa permette di considerare seriamente l’idea agostiniana del mondo come poema di Dio.
Nel prologo di san Giovanni abbiamo una frase che esprime molto bene il mistero di questa comunicazione di luce che Dio trasmette alla sua creatura, significato sottolineato anche dalla punteggiatura che sant’Agostino dà alla frase. Ecco il testo sacro come lo si trova sui messali: «Omnia per ipsum facta sunt: et sine ipso factum est nihil quod factum est: in ipso vita erat, et vita erat lux hominum» [«Tutto è stato fatto da Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di quello che è fatto. In Lui era vita e la vita era la luce degli uomini»]. E ora la punteggiatura scelta dal vescovo d’Ippona (sappiamo che nel testo originale non ne era indicata alcuna): «Omnia per ipsum facta sunt, et sine ipso factum est nihil» (Punto). Poi inizia un’altra frase: : «Quod factum est in ipso vita erat!» : . Traduciamo: : «Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente non è stato fatto: (Punto). : Quello che è stato fatto in Lui era vita».
Nel commento di sant’Agostino a questo testo si trova un’idea davvero bella e nobile: ogni cosa è viva perché abita eternamente nel pensiero di Dio, indipendentemente dal suo abito terreno più o meno misero: «Per quanto posso, ecco come ve lo spiegherò. Un artigiano fabbrica un armadio (faber facit arcam). Inizia concependo l’idea di armadio (in arte). Solo che l’armadio non si trova, in quanto idea, nella stessa condizione nella quale appare allo sguardo. Come idea esiste invisibile; una volta realizzata, esisterà nel visibile. Ecco ora che l’armadio è stato eseguito: ha smesso pertanto di esistere come idea?... Dunque bisogna distinguere: l’armadio senza la realtà non è vita, ma come idea è vita, dato che l’anima dell’operaio è viva, la quale racchiude tutto questo nella sua idea prima di produrla al di fuori. Allo stesso modo, cari fratelli, la Sapienza di Dio, attraverso la quale tutto è stato fatto, contiene in sé l’idea di tutti gli esseri prima di crearli. Guarda la terra, c’è anche un’idea di terra; osserva il cielo, c’è anche un’idea di cielo; sole e luna, esistono anche come idea; se nella loro realtà esterna sono dei corpi, nel pensiero divino invece sono vita (in arte vita sunt) » (Commento al Vangelo di Giovanni 1,17).
Ricordiamo questa espressione: in arte. L’ars è il piano dell’esecuzione, l’idea ispiratrice. San Bonaventura è vicino al pensiero di sant’Agostino quando afferma che il Verbo è l’arte del Padre. Questo comporta che l’universo creato è pensiero in atto, firma, immagine concreta emanata dal Pensiero divino. È per questo che san Giovanni aggiunge nel suo prologo: «et vita erat lux hominum»; il legame scaturisce da Lui stesso che unisce vita e luce. Tutto ciò che è stato fatto in Lui era vita, e la vita era la luce degli uomini.
È come dire che noi siamo illuminati dalla stessa luce divina che proietta al di fuori il magnum carmen, «il poema della creazione, opera di un artista ineffabile». Questa luce ci parla di Dio: «In lumine tuo videbimus lumen». È in questa tua luce che vedremo la luce, canta il Salmo 35. «Alla tua Luce», cioè nella luce creatrice che Dionigi chiama Autokallopoios — produttrice essa stessa di ogni bellezza — e che sant’Agostino denomina Saggezza o Arte; nella Luce divina, e solo in essa, possiamo percepire la verità delle creature, il loro carattere sacro e che incanta, il mistero della loro vocazione!
Come non vedere in questa grande opera della creazione così nuova e armoniosa, una lode naturale, un canto, un’ovazione, per non dire un’immensa liturgia cosmica? Questa interpretazione, che si diffonderà più tardi grazie alla fortuna che ebbe la teologia francescana, sembra accordarsi a ciò che c’è di più essenziale nel cattolicesimo; trova il suo fondamento dottrinale nei Padri greci secondo i quali non c’è valore creato, anche naturale, che non debba essere concepito come rassomiglianza e partecipazione alla luce del Verbo. Mimesis et metexis sono i termini che ritornano spesso nei loro scritti.
È in questo spirito che bisogna leggere la mirabile Gerarchia celeste di Dionigi l’Areopagita, la cui dottrina può riassumersi in tre parole chiave: immagine, effusione, partecipazione. Secondo questo autore, ogni cosa giunge a noi grazie all’illuminazione proveniente dalla «luce principale» (Archiphôtos) che «discende con bontà e in diversi modi fino agli oggetti della sua provvidenza… per convertirci all’Uno e alla semplicità deificante dell’unico Padre». In questo movimento di discesa della luce e nel riflusso ascendente di esseri illuminati e gerarchizzati dal Verbo, splendore del Padre, l’universo ritorna al suo principio in una celebrazione grandiosa dove la creatura umana si trova anch’essa inserita: «Noi stessi — scrive Massimo il Confessore —, attraverso il cambiamento della nostra natura presente, dapprima generati come tutti gli animali della terra, divenuti figli, trasportati dalla giovinezza alle rughe dell’età matura, come un fiore che dura un istante, morente per passare a un’altra vita, veramente, noi meritiamo di essere chiamati al gioco di Dio»(Mistagogia). Ritroviamo la medesima idea anche in Clemente Alessandrino, per il quale il Verbo è essenzialmente colui che «ha ordinato tutto con misura, avendo sottomesso la dissonanza degli elementi alla disciplina dell’accordo per fare del mondo una sinfonia» (Protrettico) .
Ma questa sinfonia, compromessa dal peccato e dalla caduta dell’uomo, sarà nuovamente ristabilita e purificata dalla grande corrente d’azione redentrice del Figlio di Dio. Il Verbo incarnato non è solo Re delle nazioni; egli esercita una sovranità su tutto l’universo, e la creazione acquisisce una nuova dignità non solo dopo che la terra si è fatta sgabello dei suoi piedi — scabellum pedum tuorum — ma anche dopo che i rivoli di sangue, sgorgati dalle sue sacre membra, l’hanno lavata in un universale fiume d’amore. Un inno della Passione esprime tutto ciò in una celebre strofa: «Mite corpus perforatur, sanguis, unda profluit: Terra, pontus, astra, mundus quo lavantur flumine!» [«È squarciato il mite corpo, sangue ed acqua ne sgorgò: terra, mare, cielo e mondo quale fiume vi lavò»: Inno delle Lodi della Domenica delle Palme].

(Dom Gérard Calvet, La santa liturgia – Fonte: Romualdica )

giovedì 5 novembre 2015

Tradizione, visibilità e crisi della Chiesa. L'ultimo editoriale di "Radicati nella Fede"

Riportiamo qui di seguito l'editoriale di Novembre (2015) di Radicati nella Fede (vedi qui). L'autore ricorda quanto amare la Chiesa visibile sia fondamentale per conservare la fede cattolica e difendere la Tradizione in un momento di profonda crisi per la Chiesa. Senza la fede sovrannaturale nella Chiesa e l'amore per essa si affermano contemporaneamente i pericoli del volontarismo ultramontanista e del sedevacantismo che, a ben vedere, costituiscono le due facce della medesima medaglia (vedi qui). Si potrebbe, alla fine, obiettare che la visibilità della Chiesa viene meno proprio nel momento in cui chi dovrebbe vicariare l'opera del suo divino Fondatore e Reggitore è impegnato in atti e dichiarazioni che contraddicono l'essenza stessa della Chiesa. In realtà, a patto che i dogmi del primato e dell'infallibilità siano letti negli stretti limiti delle loro definizioni, ci si rende conto che la visibilità della Chiesa continua a essere data in ogni luogo in cui, per dirla con un'estrema semplificazione, "si rispettano le antiche rubriche". In questo senso la Chiesa è, nonostante la terribile crisi che l'attraversa, visibile in tutto l'Orbe.


Quanto più la crisi della Chiesa si fa terribile, vasta e profonda, tanto più occorre amare la Chiesa stessa.
Quanto più aumentano gli scandali nella casa di Dio, tanto più bisogna amare la Chiesa.

E questo amore deve essere molto concreto e operativo.

Il dovere della reazione non va mai disgiunto da un amore profondo per la Sposa di Cristo, la Santa Madre Chiesa; e su questo nessuno può scherzare.

D’altronde tu reagisci, domandi il ritorno della Chiesa alla sua Tradizione, riferendoti e utilizzando ciò che tu hai ricevuto dalla Chiesa stessa, la Tradizione appunto. Essere Cattolici tradizionali vuol dire fare proprio questo.

La Tradizione è della Chiesa, non è tua.
Non potresti appellarti alla Tradizione se tu non l’avessi prima ricevuta. Ma da chi l’hai ricevuta, se non dalla Chiesa stessa?

Come non si può seguire Cristo senza la Chiesa, la crisi Protestante insegna, così non si può essere Tradizionali senza la Chiesa.

I Protestanti pretesero di ricongiungersi a Cristo, saltando la Chiesa cattolica e la sua storia, e persero Cristo nelle nebbie di un mitico passato.
I Tradizionali, se non continueranno ad avere un amore per la Chiesa, potente fino al sangue, resteranno con una Tradizione vuota, fatta di rabbia e recriminazioni più o meno amare; ma una Tradizione senza la Chiesa non ha Cristo dentro.

Si potrebbero applicare ai “tradizionalisti acidi”, non amanti la Chiesa, le parole di S. Paolo ai Corinti:

Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7).

Sì, perché se è vero che sbaglia chi chiede un’obbedienza alla Chiesa, domandando di andare contro le verità della fede e della morale, domandando di andare contro il Vangelo e il dogma, o di dimenticarli; sbaglia ugualmente chi si attacca al dogma e al Vangelo, utilizzandolo contro l’unica Chiesa di Cristo.

Rischiano questo secondo errore tutti quelli che, partiti per la difesa del cattolicesimo tradizionale, incominciano a disquisire se il Papa è o non è tale, su chi sia veramente il vescovo, o dove sussista veramente la Chiesa di Dio. Questi estendono la difesa della Tradizione a un campo che non compete loro, rischiando il pericolo gravissimo di porsi fuori della Chiesa.

Dice il père Calmel 

La Chiesa non è un'istituzione di questo mondo: discende dal Cielo, direttamente da Dio (…) La Chiesa è invincibile, anche se con figli soggetti alla sconfitta e spesso vinti e che tuttavia, finché rimangono nel suo seno, non saranno mai vinti irreparabilmente. Quando lo sono è perché si sono separati da lei (…) Essa resta la dispensatrice infallibile della salvezza, il Tempio santo di Dio. Coloro che l’abbandonano si perdono, ma essa non è mai perduta”. (R. T. Calmel, Breve apologia della Chiesa di sempre, pagg. 17 e 18).

Insomma, la Chiesa è una e solo una. Non c’è una chiesa tradizionale e una chiesa modernista, c’è una sola Chiesa cattolica, i cui figli rischieranno di perdersi se la abbandoneranno, anche se con la scusa di difenderla.

Basterebbe per capire questo, lo ripetiamo, il fatto che la Tradizione per cui lottiamo, l’abbiamo ricevuta dalla Chiesa, anzi è la Chiesa stessa.

E la Tradizione, Vangelo – dogma – sacramenti – disciplina, non l’hai ricevuta una volta per tutte, continui a riceverla dalla Chiesa che è il Corpo Mistico di Cristo. E’ chiaro quindi che, in ogni decisione e attitudine, devi salvare questa unità della Chiesa e con la Chiesa, senza mettere in dubbio la sua visibilità.
Chi è Papa o vescovo, questo compete direttamente a Dio solo, e non a te. A te che hai capito la crisi della Chiesa, compete solo lo stare fermo nella sua Tradizione, in ciò che la Chiesa ha detto e fatto, fuori da questi terribili momenti di apostasia. Dio si è rivelato, ti ha dato la ragione per riconoscere la Sua rivelazione e per custodirla; non ti chiede di far politica ecclesiastica.

Occorre evitare due estremi letali per la fede: l'“autoritarismo” o “obbedientismo” da un lato e il “sedevacantismo” dall’altro: entrambi portano a lungo andare all’ateismo, alla perdita della fede.
Il primo fa stare dentro la Chiesa con una falsa obbedienza che non salvaguarda il Vangelo e i sacramenti; il secondo fa cercare una falsa chiesa alternativa; entrambi questi errori partono da una visione troppo umana della Chiesa, mancano entrambi di visione soprannaturale.

Occorre essere autenticamente tradizionali: il tradizionale sta di fronte a Dio, custodendo con amore il tesoro della Chiesa; il sedevacantista, che si inventa un’altra chiesa o non sa più dove essa sia, sta di fronte a se stesso utilizzando le cose ricevute da Dio.

Sempre père Calmel parla, con accenti commossi, dei veri cristiani, dei cristiani secondo la Tradizione, che custodiscono la fede amando immensamente la Chiesa:



Questi cristiani, che custodiscono la Tradizione senza nulla concedere alla rivoluzione, desiderano ardentemente, per essere pienamente figli della Chiesa, che la loro fedeltà sia penetrata di umiltà e di fervore; non amano né il settarismo, né l’ostentazione. Al loro posto, che è modesto e a stento tollerato, cercano di custodire ciò che la Chiesa ha trasmesso loro, ben sicuri che essa non lo ha revocato, e si sforzano, nel custodirlo, di salvaguardare lo spirito di ciò che custodiscono” (R. T. Calmel, op. cit., pag. 101).

Preghiamo carissimi, perché in noi aumenti l’amore alla Chiesa una e visibile, quanto più diventano violente le ondate dell'apostasia.


(c) Radicati nella Fede

mercoledì 16 settembre 2015

La Chiesa ribaltata. Presentazione del libro di E.M. Radaelli a Seregno

La Chiesa ribaltata (Gondolin, Trento 2014), ultimo libro del Professor Enrico Maria Radaelli, costiuisce un importante strumento di orientamento in mezzo alla preoccupante corruzione dei dogmi cattolici e all'oblivione della Tradizione della Chiesa durante l'attuale pontificato.
Il libro sarà presentato, su iniziativa del Circolo Culturale Cardinal John Henry Newman di Seregno, venerdì 25 settembre alle ore 21 presso la Sala comunale Mons. Luigi Gandini in via XXIV Maggio a Seregno.
Sono stati invitati a introdurre alla lettura delle pagine di Radaelli don Marino Neri, già in più occasioni ospite del Circolo J.H. Newman, e il Professor Giovanni Turco, Filosofo del Diritto dell'Università di Udine. Sarà presente il Presidente del Circolo Andrea Sandri. Pubblichiamo qui di seguito una recensione di Piero Vassallo

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La Chiesa ribaltata

Allievo del grande Romano Amerio e lucido interprete e continuatore della sua opera, Enrico Maria Radaelli è uno fra i più efficaci, equilibrati e condivisibili oppositori al novismo, in libera, squillante, applaudita ma confusionaria e avventurosa circolazione nelle squillanti chiacchiere dei teologi postconciliari, nel linguaggio di legno dei predicatori trans-religiosi e perfino nelle incontrollate e irruenti esternazioni private di Papa Francesco.
Nel recente robusto saggio "La Chiesa ribaltata" edito in Trento da Gondolin (www.edizionigondolin.com) e presentato da una puntuale nota dell'autorevole mons. Antonio Livi, Radaelli conferma la sua attitudine ad aggredire e confutare l'errore diffuso dai tifosi sparlanti nelle subdole curve del Vaticano II, senza venire meno al rispetto, che i fedeli debbono alla somma autorità ecclesiastica, quantunque essa si comporti in maniera curiosa e talora imbarazzante.
La critica all'invasiva teologia in circolo nella Chiesa d'oggi è, infatti, sviluppata da Radaelli entro i limiti tradizionali, segnati da San Roberto Bellarmino (1542-1621), il Dottore della Chiesa che ha affermato la liceità della resistenza all'errore professato da un Pontefice mentre ha negato la liceità e addirittura la pensabilità della sua deposizione da parte dei fedeli: "Come è lecito resistere al pontefice che attacca il corpo, così anche è lecito resistergli se attacca le anime e distrugge l'ordine civile o, sopra tutto, se tenta distruggere la Chiesa. Dico che è lecito resistergli attraverso il non fare ciò che ordina e l'impedire l'esecuzione della sua volontà, Non è lecito, tuttavia giudicarlo [in un processo] punirlo o deporlo, perché questi sono atti di un superiore". Superiorità che, nella Chiesa militante, appartiene unicamente al papa.
La tradizionale impostazione del giudizio sulla crisi in atto è apprezzata da mons. Livi, il quale, nella prefazione al testo in oggetto, dopo aver rammentato che un totale ribaltamento della Chiesa "non è non sarà mai la fine della storia", afferma risolutamente che il fedele consapevole che "qualcosa di tragicamente negativo per il bonumcommune dei credenti in Cristo sta succedendo ... sente il dovere di adoperarsi, come fa Radaelli, per contestare con argomentazioni valide e solide il messaggio che, grazie a papa Francesco, si stia finalmente attuando una radicale riforma della Chiesa che porterà a non condannare più alcun errore dottrinale o pratico e a considerare buone e giuste tutte le opzioni esistenti, compresa l'irreligiosità e l'ateismo".
L'indefettibilità della Chiesa cattolica, dunque, è fuori discussione. Non può essere invece taciuta la presenza deldisordine dottrinale, che tormenta il pensiero cattolico e sfiora addirittura la mente del sommo pontefice, suggerendo allarmanti concessioni all'errore, ad esempio all'ateismo vissuto in retta coscienza (o retta tracotanza/ultracogitanza?) e calato nella modesta statura del giornalista post-moderno Eugenio Scalfari.
Livi denuncia "la progressiva de-dogmatizzazione della pastorale, che sta contribuendo a consolidare quella dittatura del relativismo della quale invano Benedetto XVI aveva invitato i credenti alla resistenza", Radaelli denuncia addirittura la de-ellenizzazione della sapienza cristiana e dimostra che la teologia conciliare e post-conciliare è avvelenata dal progetto, a suo tempo formulato dai modernisti, di riportare la dottrina cristiana alla (presunta) avversione alla filosofia professata dalle comunità cristiane delle origini.
A ben vedere le avanguardie della teologia post-conciliare hanno sorpassato l'avversione modernistica alla retta ragione - ai preambula fidei - per gettarsi a capofitto in quel delirio sessantottino secondo cui (parola incendiaria e sconsiderata di Herbert Marcuse) il principio di identità e non contraddizione è il preambolo all'orrore nazista.
L'inesistenza di un primitivo disegno inteso alla de-ellenizzazione del Cristianesimo, ad ogni modo, è visibile nel primo volume degli Stromata, in cui Clemente Alessandrino (150-215) afferma: "la filosofia greca con il suo apparato non rende più forte la verità, ma siccome rende impotente l'attacco della sofistica e disarma gli attacchi proditori contro la verità la si è chiamata con ragione siepe e muro di cinta della vigna".
La dignità della ragione, in età moderna minacciata dalle elucubrazioni dei sedicenti illuminati, è coerentemente e legittimamente riaffermata dal Concilio Vaticano I: "la fede suppone e perfeziona la ragione anche se la fede è sopra la ragione non vi potrà mai essere una vera divergenza tra fede e ragione poiché lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione: questo Dio non potrebbe negare se stesso né il vero contraddire il vero" ("Dei Filius", IV).
Alla vigilia della rivoluzione francofortese, Pio XII, il papa refrattario all'irenismo, ha pubblicato l'Enciclica "Humani generis" per suggerire lo studio delle opere degli erranti (evoluzionisti, esistenzialisti, storicisti, nichilisti) "perché le malattie non si possono curare se prima non sono conosciute".
La fede separata o addirittura opposta alla ragione rende il fedele incapace di valutare la fragilità degli errori che circolano nella desolazione moderna e di resistere al fascino oscuro emanato dalla loro decrepitezza.
Privata del sussidio delle verità di ragione la fede cattolica si intenerisce e addolcendosi avanza fino al punto in cui si ode, nel borbottio crepuscolare/leopardiano di un qualunque Scalfari, il ruggito che mette in fuga il pensiero di San Tommaso d'Aquino.
Si scambia una siepe nana per un tenebrosa foresta. Di qui le infantili paure, i grotteschi inchini, le comiche giravolte, le prediche sgangherate e le servili lodi all'indirizzo degli apostati sepolti nel cimitero delle catastrofiche e disgraziate rivoluzioni.
Infine lo sguinzagliamento dei teologi conformisti, incapaci di vedere il tracollo, l'obitus marcionita del moderno e perciò intesi a vantare la presenza di Hegel nei loro arruffati pensieri.
Con ragione Radaelli sostiene che stiamo assistendo a una guerra "alla cose per quello che sono, la guerra tipicamente sudamericana dell'uomo Jorge Mario Bergoglio ben prima di essere chiamato al Sacro Soglio: pseudo-francescanesimo, semplificazione, informalità, velocità, sono tutti obiettivi che van visti alla luce di una prospettiva terzomondista, alla luce di una destrutturazione della complessità metafisica dell'essere, come la intuisce Martin Mosebach col suo libro, straordinario fin nel titolo, "L'eresia dell'informe".
L'intenzione dei combattenti contro la metafisica è nascosta sotto il mantello di un'untuosa e incappucciata fedeltà. Al proposito Radaelli rammenta che "il Bonaiuti, modernista lungimirante, diceva 'Non contro Roma né senza Roma, ma con Roma e in Roma. Se davvero vogliono conquistare l'inespugnabile Trono, Modernismo e Liberalismo debbono aggirare le difese naturali della sacra Città, devono sapersi infiltrare oltre le muraglie".
Effetto dell'infiltrazione suggerita da Bonaiuti e attuata dai suo uditori è il cristianesimo di pancia, predicato da papa Francesco, una novità di cui Radaelli descrive le cinque componenti: la grandiosa, felice e totale riforma della Chiesa, la conclusiva e fedele attuazione del Concilio Vaticano II.
Radaelli di seguito analizza i contenuti dell'enciclica "Lumen Fidei", scritta da Benedetto XVI e firmata da Francesco. Il suo giudizio è devastante: "Colpisce in questa Lettera enciclica sulla fede, l'assenza totale della parola dogma, di un concetto, cioè, ormai bandito dalla Chiesa da tempo: esattamente da cinquant'anni. Nella Humani generis, per esempio, essa compare sette volte e altre tre in parole derivate, e nella Pascendi Dominicis gregis diciassette volte più cinque in derivate".
Quando si pensa che dogma significa decreto emanato dall'autorità religiosa per definire un principio fondamentale non è difficile misurare l'allarmante vastità della confusione che si è introdotta nella Chiesa cattolica a causa della teologia soggiacente ai documenti del Concilio Vaticano II.
L'autore dell'Enciclica in questione, d'altra parte riconosce che la fede viene dall'ascolto (Fides ex auditu, Rm. 10,17) ma tace sul fatto che "ex auditu" è espressione che porta a un verbum, a una parola, a una testimonianza, a una dottrina, dunque a una verità, al dogma e senza l'udito non si ha e non si può avere nulla".
Infine Radaelli definisce la grande magagna che discende dalla guerra che il buonismo ha dichiarato alla metafisica: "camminare verso forme comuni di annuncio e pure speditamente. Noi e gli eretici, la verità e la fandonia, il reale col mito e la fantasia, il Cielo e Belial. Ma: che rapporto c'è tra il fedele e l'infedele? (2 Cor., 6.25). Nei termini tomasiani la risposta è: nessuno". Questo induce a sospettare che la Chiesa governata da papa Francesco corre in direzione di Nessuno.)


Piero Vassallo


(c ) pierovassallo.blogspot.it

domenica 2 agosto 2015

Riprovazione della Laudato si'. Un commento del Professor Radaelli all'ultima enciclica di Francesco.


Riceviamo dal Professor Enrico Maria Radaelli, che ringraziamo per l'autorizzazione di pubblicarlo, un magistrale commento all'Enciclica di Francesco Laudato si'. Il Professor Radaelli ricorrendo alle categorie ameriane e ai solidi parametri ricavati dalle proprie opere e riflessioni sottopone a un vaglio tanto rigoroso quanto proficuo le pagine di una "Lettera enciclica  più lunga di tutto il Nuovo Testamento messo insieme". 

Piero di Cosimo - Vulcano ed Eolo maestri dell'umanità (1500-1505 ca.)


COMMENTO ALL'ENCICLICA LAUDATO SI'

IL PROBLEMA DELL’UOMO È IL PROBLEMA DELL’ADORAZIONE E TUTTO IL RESTO È FATTO PER PORTARVI LUCE E SOSTANZA.

Così scriveva Romano Amerio nel giugno 1926 in Di un bisogno dei contemporanei (Pagine nostre, periodico della diocesi di Lugano), ventunenne studente alla Cattolica di Milano.

È invece forse cambiato, “il problema dell’uomo”, in questi quasi cento anni da quel lontano giugno di fresche, assolutistiche e specialmente molto veridiche scoperte ameriane?
Oggi, giugno 2015, Papa Bergoglio ha immerso la Chiesa in una Lettera enciclica che asserisce urbi et orbi essere il problema dell’uomo tutto tranne quello dell’adorazione. La Laudato si’ è la più esemplare cartina di tornasole dello stato della civiltà occidentale oggi: una civiltà tutta post cristiana.
Infatti: le chiese di tutto il mondo ormai da decenni si stanno svuotando di giorno in giorno di milioni di fedeli. E dove vanno questi milioni di fedeli gioiosamente apostati? Non vanno solo a zonzo qua e là, quasi senza sapere dove andare, ma vanno in un luogo preciso, in un dirupo, in un abisso scosceso e senza fondo, che loro credono di vedere come un luogo ameno e solatio, il luogo dei piaceri e dei canti: vanno a ingrossare, spensierati e felici, le fila del liberalismo, dell’agnosticismo, dell’ateismo militante, che permette loro di fare finalmente quel che vogliono, una pacchia. E nei pochi che restano nella Chiesa il sentimento religioso, intanto, si immiserisce nell’abitudinarietà, nella pochezza spirituale, nella caduta del timor di Dio, tutta colpa, queste tre infinite miserie, della perdita di apprezzamento e di venerazione del dogma (la liturgia nasce dal dogma), sovrastato e ormai come cancellato dalla terra della Chiesa.

È la “Guerra delle forme”, o “delle due forme”: la forma dogmatica contro la pastorale, la forma pastorale contro la dogmatica. Guerra che tutti combattono e di cui nessuno parla o vuol parlare: da cinquant’anni i Pastori della Chiesa si procurano in tutti i modi di vessare il magistero dogmatico così da anteporgli con ogni mezzo, fondamentalmente con argomentazioni che in giurisprudenza cadrebbero sotto il nome di ‘falso ideologico’, il magistero pastorale, il quale però è un magistero a metà, è un magistero che vive e respira solo se dietro e tutt’intorno a lui è presente e gli dà aria il magistero dogmatico, e oggi, essendo tutti obnubilati da tali devianti registri (v., di chi scrive, Che cosa può cambiare e che cosa non può cambiare nella Chiesa, in Dogma e Pastorale. L’ermeneutica della Chiesa dal Vaticano II al Sinodo sulla famiglia, a cura di Antonio Livi, Leonardo da Vinci, Roma 2015, pp. 71, 103-6, 112, 139), non si trova un Pastore che sia uno che osi eccepire su religiosità, convenienza, e, specialmente, correttezza dottrinale della Laudato si’. Ciò che si vedrà qui.
    
Mettiamola pure così: la natalità di nazioni feconde come Italia, Francia e Germania è precipitata, superando persino il cosiddetto “punto di non ritorno”, e – ancor più grave – di ciò nessuno se ne occupa e preoccupa, pur se personalità come Ettore Gotti Tedeschi da anni fanno notare che tutta l’economia e il benessere sociale delle nazioni sono al traino della loro natalità. La quale natalità però, a sua volta, è al traino della religione, perché è solo in virtù della fede che l’uomo sa ritrovare i mezzi per vincere il proprio egoismo, sa prendere in mano responsabilmente il proprio dovere di generare a Dio altri figli nella fede, sa dare loro i mezzi per vivere adorandolo, così portando « luce e sostanza » a questo altissimo fine ultimo, solo per il quale l’uomo è stato creato e non adempiendo il quale l’uomo da se stesso si danna in eterno.
La situazione, insomma, è tale da poter affermare con certezza e senza ombra di dubbio che davvero “il punto di non ritorno”, se vogliamo chiamarlo così, tanto sognato dai liberali quanto ritenuto impossibile – e a ragione – dai cattolici, sarebbe arrivato anche per la cristianità. “Punto di non ritorno” che peraltro la cristianità, coll’indizione in forma meramente pastorale del concilio Vaticano II, si è accuratamente cercato, si è pervicacemente voluto. È proprio con quell’apertura che la forma pastorale attaccò tanto pesantemente quanto inaspettatamente la forma dogmatica, dando inizio a quella devastante “Guerra delle forme” che porterà in pochi decenni alla scomparsa della Chiesa dalla scena culturale di tutto il mondo occidentale e alla scristianizzazione pressoché totale che si diceva della civiltà.

Ma mentre le nazioni fino a ieri cristiane possono ora sbandierare felicemente un’almeno apparente vittoria del Liberalismo sul Veritarismo proclamando la fine della cristianità, rimpiazzata in ogni ramo del sapere dal pensiero anticattolico, la civiltà laicista, agnostica e atea che ne ha preso momentaneamente il posto con prepotente, melliflua, ma inarrestabile e smisurata violenza culturale, è giunta ormai quasi al suo prefissato e ben studiato traguardo, e la dimostrazione di ciò la si ha in particolare nelle arti: nell’arte propriamente detta, ma poi specialmente nella letteratura, nel cinema, nella tv, nelle pagine culturali dei giornali, nel modo stesso con cui si danno ormai oggi le notizie: è evidente a tutti l’invasione capillare e incontrastata dell’ambienza liberale, del nuovo e tutto antropocentrico clima culturale regnante su popoli e nazioni, che – pare – in tal modo finalmente possono ben vivere e prosperare non solo, come si diceva ai tempi di Spinoza, etsi Deus non daretur, “come se Dio non esistesse”, ma di più: velut si Deus homo ipse esset, “come se Dio fosse lo stesso uomo” (che è il pensiero più senza senso che un uomo possa avere), infatti ciascun uomo è oggi ormai Dio a se stesso.
Tale è il Liberalismo.
E che il Papa sia, come quelli dicono, “dalla nostra”, proprio questa purtroppo in nulla francescana Lettera circolare Laudato si’ ben lo dimostra. 
                         
1. I FATTI.

19 giugno 2015. Esce la seconda Lettera enciclica di Papa Francesco, che poi in realtà, essendo stata la Lumen Fidei concepita e scritta fondamentalmente da Papa Ratzinger, è la sua prima.
Essa, fin dal titolo, Laudato si’, oltre che per il tema, vorrebbe essere improntata, come può immaginarsi, a colui che dovrebbe essere il suo ispiratore ideale, san Francesco d’Assisi. Ma non lo è: è una Lettera tecnico-politica, non religiosa, che si muove su un terreno tecnico-politico, non religioso, dove il fine ultimo, l’obiettivo da perseguire è tecnico-politico, non religioso: « Affermiamo – dice al n. 127 – che “l’uomo è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale" (Gaudium et Spes, 63) ». L’uomo. Non Dio. Possibile? 
Ancora una volta c’è da avanzare forti riserve sulla reale consistenza del legame cui Papa Francesco tanto tiene col sublime Serafico: c’è da chiedersi se p. es. quest’ultimo avrebbe mai concluso un’Enciclica non con una, ma con due preghiere, nessuna delle quali però “giusta”: una che dovrebbe essere pregata da un certo gruppo di credenti, l’altra da un altro: la prima da un gruppo al 100% inclusivista, irenico e quanto mai impregnato del falso e fuorviante “spirito d’Assisi” di woytjliana memoria, che si rivolge a un generico e imprecisato “dio” pregato dall’insieme di tutti i credenti di tutte le religioni del mondo quali che siano; l’altra da un secondo gruppo, e questo, nella mente del Papa, più esclusivista, diciamo quasi esclusivista, se non fosse anch’esso ecumenico, cioè pancristiano, formato da cattolici, luterani, evangelici, anglicani eccetera, cioè e da cattolici e da eretici.
Ma – direbbe san Francesco, quello santo, esclusivista e strettamente cattolico e trinitario –, una preghiera da far dire ai soli cattolici, no? “Per soli cattolici”: che poi sarebbero gli unici a seguire la verità, dunque ad adorare Dio, dunque gli unici di cui Dio ascolterebbe la preghiera. Ma questo concetto si è perso da tempo, non lo crede più nessuno.

domenica 21 giugno 2015

Il ramadan e la "maison commune". La teologia di Monsignor Benoît Rivière

Riportiamo qui di seguito la lettera che Monsignor Benoît Rivière, vescovo di Autun, Chalon e Mâcon, nonché Abate di Cluny, ha scritto ai musulmani residenti nella sua Diocesi. L'"incoraggiamento alla preghiera" rivolto agli eretici da parte di un vescovo e l'indicazione del ramadan come di un "tempo privilegiato consacrato a Dio" rappresentano ormai il cliché di una pastorale, e di una teologia, apertamente anti-trinitaria praticata ostentatamente in molte Diocesi. La novità nella lettera di Monsignor Revière è la sollecitudine con cui si coniuga l'ideologia ecumenica con la "salvaguardia della casa comune" sostenuta da Francesco nell'enciclica "Laudato si". Nella visione del vescovo francese si profila una neutralizzazione che attende di realizzarsi nella prossima stazione del disvelamento storico ("l’umanité entière" nella "maison commune"), e una distinzione attuale tra l'umanità intera e "nous croyants", cristiani e musulmani, portatori di una rivelazione e di un credo comune ("création par Dieu"). Attualmente cristiani e musulmani, i "credenti", hanno una maggior consapevolezza della casa comune, una consapevolezza che sarà, e in parte già è, dell'intera umanità. In realtà, mentre la storia del mondo fluisce verso la parusia dell'anticristo, la storia della Chiesa è "già e non ancora" nella Parusia di Cristo. Ogni ecumenismo e ogni neutralizzazione dell'immagine di Cristo e della fede nella Trinità costituisce in fondo il tentativo di sostituire la "maison commune" all'"ecclesia". Con le conseguenze che un vescovo cattolico dovrebbe conoscere e riconoscere.

« Chers amis,

En ce début de Ramadan qui commence pour vos communautés de Saône-et-Loire, c’est avec beaucoup d’amitié et de respect que je vous écris aujourd’hui ce message d’encouragement et de prière.

Je souhaite que chaque musulman et chaque musulmane puissent vivre ce temps privilégié consacré à Dieu dans la sérénité personnelle et la joie de se retrouver ensemble.

Avec vous, frères musulmans, nous dialoguons régulièrement, sur les questions pressantes qui se posent à notre société. La violence, le racisme, nous les condamnons sans cesse, ensemble. La protection des faibles, le soutien aux plus démunis, l’accueil de l’étranger, nous les portons, ensemble.

Au lendemain de la parution de la Lettre encyclique du Pape François sur l’écologie, la solidarité universelle pour la protection de la terre constitue un appel urgent qui concerne l’humanité entière. Pour nous, croyants, nous voyons dans la nature ce surcroît de sens lié à sa création par Dieu. Cette préoccupation de « sauvegarde de la maison commune », nous la partageons donc aussi, ensemble.

Vous allez vivre un mois pour Dieu et pour votre communauté : que ces jours constituent, pour chacun de vous, ressourcement spirituel et approfondissement de foi.

Que la paix soit avec vous.

Je vous renouvelle mes salutations les plus fraternelles.