sabato 18 gennaio 2014

Il latrocinium del Cardinal Liénart e la sustruzione della nuova chiesa conciliare. Intorno a un recentissimo scritto di Enrico Maria Radaelli 




Del piano sovversivo, messo a punto dalla componente progressista durante il Concilio Vaticano II e attuato con successo dal Cardinal Achille Liénart con la collaborazione dei cardinali Frings, König e Döpfner, si discute dai tempi delle prime pubblicazioni di Monsignor Marcel Lefebvre - soprattutto Un vescovo parla (Rusconi, Milano 1975) e Il colpo maestro di Satana (il Falco, Milano 1975) - e si è continuato a discutere in Iota Unum di Romano Amerio (Ricciardi, Milano 1985) e più recentemente in Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta di Roberto de Mattei (Lindau, Torino 2010) e in Il Vaticano II. Alle radici di un equivoco di Monsignor Brunero Gherardini(Lindau, Torino 2013).

Com'è noto, il 13 ottobre 1962, all'inizio della Seconda Congregazione generale del Concilio, al momento di votare i rappresentanti nelle dieci commissioni che avrebbero dovuto esaminare gli schemi elaborati dalle commissioni preparatorie e approvati dal Papa, Monsignor Liénart, uno dei dieci membri della Presidenza, interruppe l'esposizione del Segretario Generale e chiese la parola al Presidente di turno, il Cardinal Tisserant, adducendo l'impossibilità di procedere alla votazione senza avere conoscenza dei candidati. Nonostante le proteste di Tisserant ("I Padri sono stati convocati semplicemente per votare"), la componente progressista fece scoppiare la bagarre e lo stesso Presidente dovette chiudere la seduta per riferire al Santo Padre. Giovanni XXIII capitolò e accettò di modificare l'ordine degli schemi che aveva precedentemente approvato.

Sul latrocinium del 1962 è tornato recentemente il Professor Enrico Maria Radaelli in un articolo pubblicato in Divinitas (Anno LVI, n. 3, 2013): A proposito della "rottura della legalità conciliare" ad opera del Cardinale Liénart (ora anche qui). Questo scritto è particolarmente interessante perché, sviluppando alcune intuizioni ameriane, mette in luce alcuni aspetti fondamentali rimasti sinora in ombra. In particolare Radaelli sembra confermare il sospetto di molti ossia la constatazione del formarsi di una chiesa conciliare tendenzialmente distinta dalla Chiesa cattolica e tuttavia sedicente tale.

Nell'analisi dell'Autore, di cui è ben noto il rigore logico e filosofico, a una rottura formale (ma essenzialmente sostanziale quanto al principio intaccato) consegue una rottura dottrinale.

La prima rottura sta nella negazione dell'indisponibile "ius proponendi" del Sommmo Pontefice - indisponibile perché intimamente connesso all'ufficio petrino così come fondato da nostro Signore Gesù Cristo - che si consumò con il successo dell'intervento di Liénart:

"La Pietra che è Cristo, e che, suo Vicario, è il Papa, è la ferma matrice e la solida testimonianza dell'unità della Chiesa: l'unità della Chiesa si attua e ha origine a partire dalla fedeltà pietrosa, solida, ferma, incorruttibile, della Pietra che è il Papa. Togliete questa pietra e avrete il protestantesimo. Il fine del conciliarismo è togliere di mezzo Pietro" (p. 317)


E non avrebbe gran senso sostenere, come fa il Cardinal Angelo Scola in un recente intervento (Riforma della Chiesa e primato della fede. Per un'ermeneutica del Concilio Vaticano II, EDB, Milano 2013), che la "richiesta di rinvio delle votazioni" fu accettata dalla Presidenza e sanata, quanto alla sua portata eversiva, da Giovanni XXIII:

"Altro che 'ispirazione' dello Spirito Santo', come molti si affrettarono a favoleggiare e ritengono ancor oggi, oltretutto contraddicendosi: come può Dio prima ispirare a un Papa un concilio e poi la rottura di quel medesimo concilio?" (p. 325)


Di fatto fu proprio quella rottura - prosegue Radaelli - a compromettere nel Concilio Vaticano II la struttura e la funzione caratterizzanti ogni precedente concilio ecumenico: l'esercizio dell'infallibilità dogmatica da parte del Concilio in unione con il Papa e la definizione di dogmi di fede. La seduta del 13 ottobre e la svolta conciliarista con la quale si concluse ebbe l'efficacia di distruggere l'esercizio dell'infallibilità da parte del Vaticano II e la conseguente impossibilità, formale e sostanziale, di definire con l'autorità della Chiesa i contenuti della fede in quella stessa sede. In questo senso la pastoralità si imponeva, a prescindere dalle intenzioni di Giovanni XXIII o forse proprio a causa di esse,  come conseguenza necessaria della rottura e come alternativa alla "rottura delle essenze":

"Tali accadimenti, che abbiamo chiamato "rotture" [...] per loro natura avrebbero potuto provocare nella Chiesa quella 'rottura delle essenze' di cui parla Amerio (cfr. Iota unum, ed. Lindau, p.315), se solo la forma del concilio fosse stata riconosciuta quale quella che avrebbe dovuto essere per diritto:  'dogmatica'. Infatti in questo caso il livello del magistero impegnato dal Papa - e, attraverso il Papa, dal concilio - sarebbe stato (il condizionale è d'obbligo) il sovrastorico, l'infallibile, e la rottura sarebbe stata - sempre al condizionale - la rovinosa, mortale 'rottura delle essenze' che avrebbe dissolto la Chiesa" (p. 328)


Il risultato di questo escamotage con cui si vollero e si dovettero salvare le essenze e la Chiesa stessa senza condannare la rottura e le sue conseguenze, sembra essere, a leggere fino in fondo le conclusioni di Radaelli, la sustruzione di una chiesa pastorale e conciliare (in quanto esclusivamente costituita dal Concilio) la quale, sganciatasi nel suo fortunoso momento genetico dall'ambito "sovrastorico" e "infallibile" della Chiesa e della dottrina di sempre, continua a produrre iniquità, "depravazioni, eresie covate, liturgie blasfeme", che incendiano tutta la Chiesa.

4 commenti:

  1. Letture ideologiche della storia.

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  2. E' possibile ipotizzare che, sotto un profilo giuridico e in ragione di questa lampante manomissione degli schemi preparatori del Concilio, esso possa essere oggetto in futuro di un ridimensionamento, se non addirittura di una dichiarazione di nullità del Vaticano II?

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  3. Sembrerebbe di sì. La Chiesa ha l'autorità di trarre queste conclusioni.

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    1. ...diciamo una sorta di condanna simile a quella che subì il Conciliabolo di Pistoia?

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