domenica 23 febbraio 2020

L’indecenza di non far celebrare la Messa in tempo di epidemia. Un commento di Fabio Adernò

San Carlo Borromeo comunica gli appestati. Scuola emiliana, sec. XVIII
"Concedi a noi, o Signore, te ne preghiamo, l'effetto della divota supplica, e divenuto a noi propizio, allontana la peste e la carestia: affinché i cuori dei mortali conoscano che tali flagelli scoppiano per il tuo sdegno, mentre cessano per la tua misericordia", così il Messale ambrosiano fa pregare il Sacerdote sull'Altare nella Messa per il tempo di carestia e di penitenza (Orazione sopra il popolo). E, mentre dilaga l'infezione del corona virus, si rimane stupiti nel constatare la distanza di questa perenne intenzione della Chiesa dai comunicati che sono stati affissi sui portali delle chiese dell'Arcidiocesi di Milano in asettica ottemperanza a un'ordinanza della Regione Lombardia (non diversamente ciò sta accadendo in molte altre Diocesi del Nord d'Italia dopo la pubblicazione del Decreto del Governo sulla stessa materia), quasi che l'ordinamento e la vita soprannaturale della Chiesa siano senz'altro a disposizione dell'ordinamento positivo pubblico: "Avviso importante. La Parrocchia ... in ragione dell'ordinanza emanata dal Presidente della Regione Lombardia sospende tutte le celebrazioni liturgiche (Sante Messe) fino a data da definirsi". Se si considera, inoltre, la improbabilità della celebrazione della Messa senza la presenza di fedeli nel contesto teologico della riforma liturgica, si deve concludere che il numero delle Messe celebrate nelle Diocesi interessate sarà molto esiguo, se non quasi annientato.
Sull'indecenza di questa situazione pubblichiamo qui di seguito per il vantaggio di ogni cattolico le preziose osservazioni di Fabio Adernò, Avvocato rotale e Dottore in Diritto canonico presso l'Università Pontificia della Santa Croce a Roma.

Molte Diocesi del Nord si stanno affrettando a sospendere le celebrazioni, applicando evidentemente in modo supino il decreto legge varato ieri notte, quasi che le Messe fossero partite di calcio o manifestazioni sociali.

Tale decisione è un’offesa al Creatore, perché lo Si priva del culto dovuto e soprattutto è una manifestazione di mancanza di senso di trascendenza e di fiducia nell’opera salvifica della Provvidenza e dell’azione di Dio nella storia dell’Uomo.

Applicare criteri preventivi e cautelari è sacrosanto per tutelare il bene della vita, e vanno evitate le imprudenze e le superficialità, ma d’altra parte non ha alcun senso non fare celebrare la Santa Messa, che è Sacrificio anche espiatorio offerto per la remissione dei peccati, il ristabilimento dell’amicizia con Dio, ma anche per invocare la concessione di grazie come la corporale guarigione o debellare malattie e pestilenze.

Sospendere le celebrazioni delle Messe vuol dire abbandonarsi inermi alla desolazione, all’immanenza, vuol dire privare le anime del giusto conforto, del soprannaturale sostegno .... quando invece i frutti spirituali di quel Sacrificio gioverebbero senz’altro allo spirito.

D’altra parte, amaramente si constata come sia sempre più lontano dall’attuale modernistica visione “ecclesiale” concepire di celebrare la Messa e non distribuire la Santa Comunione... diversamente invece da come insegna la storia della Chiesa, da sempre saggia nel favorire la moltiplicazione delle celebrazioni anche in contemporanea, e prudente nel consigliare di evitare la distribuzione laddove le condizioni fossero sconvenienti per i più vari motivi.

Una tale visione nega la trascendenza di quel Sacrificio sublime, e lo riduce ad “azione” umana che “vale solo” se “partecipato”. Ma questa non è la Messa secondo la dottrina Cattolica.
E la Messa non vale in proporzione al numero di comunioni che si fanno; la Messa ha un valore inestimabile e produce effetti infinitamente più grandi di tutte le nostre miserie.

Si celebrino, dunque, Messe su Messe, senza distribuzione.

I fedeli facciano comunioni spirituali e offrano al Signore questa rinuncia.

E Iddio abbia misericordia di noi.

domenica 16 febbraio 2020

Punti fermi sul Magistero. Un attualissimo saggio di don Angelo Citati

In un'epoca di estrema confusione sugli atti magisteriali della Chiesa, sul loro contenuto e sulla loro vincolatività per i fedeli cattolici, ha del tutto senso riproporre un articolo di don Angelo Citati comparso il 25 dicembre 2017 nella pagina italiana del sito ufficiale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (oggi rimane  soltanto il testo francese nella pagina belga (quiperché l'originale è stato stranamente espunto dalla pagina italiana)
Il testo ha oggi il merito non trascurabile di essere un vademecum tanto per evitare la Scilla dell'impostazione "neotradizionalista" che espone, tra gli altri, l'argomento di un obex dottrinale che impedirebbe ogni tipo di magistero valido e di sviluppo dogmatico autentico a ridosso del Concilio Vaticano II, quanto la Cariddi progressista di un "assolutismo magisteriale" che recupera il vecchio parametro ultramontanista (vedi già qui le nostre considerazioni su una posizione non estranea, per genesi storica, ai settori "conservatori" del Cattolicesimo). Evidentemente le due impostazioni criticate si legano in un comune errore sotterraneo, ed è proprio la  ripresa della continuità evolutiva ed omogenea del magistero nella Tradizione, anche dopo il Concilio Vaticano II, ciò che ci conserva nella Verità apostolica della Chiesa e ci mette al riparo da "neochiese" e da "neotradizionalismi", dalla loro dialettica coappartenza collocata in un altrove rispetto al semper eadem del Credo cattolico.



«Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (Mc 1,22) 

Sta facendo molto discutere di sé la recente inserzione negli Acta Apostolicæ Sedis della risposta di papa Francesco ai Vescovi della regione di Buenos Aires nella quale il Pontefice ha lodato l’interpretazione che i Prelati argentini hanno dato dell’esortazione postsinodale Amoris lætitia, secondo la quale detto documento avallerebbe in modo definitivo ed inequivoco la possibilità di amministrare il sacramento dell’Eucaristia ai divorziati risposati civilmente. 

La lettera del Pontefice è stata rubricata addirittura sotto la voce «Magistero autentico». E questo ha portato non pochi cattolici a porsi la domanda: ma è sufficiente appuntare in calce ad un testo, a prescindere dal suo contenuto, la qualifica di «Magistero» perché esso lo sia realmente e si imponga così quale norma prossima della fede alla coscienza del credente? 

Data l’attualità del tema, non sarà senza interesse ribadire qualche punto fermo a cui è bene attenersi nella presente crisi nella Chiesa, che è in primo luogo una crisi dell’autorità magistrale.

1. Una vetta e due estremi

Per illustrare il fatto che la verità si trova sempre tra due estremi – non però nel senso volgarmente inteso di via mediana tra due posizioni opposte – padre Réginald Garrigou-Lagrange, una delle figure di maggior rilievo del neotomismo del Novecento, ricorre ad un’immagine di estrema efficacia, quella della vetta di un monte che si erge tra gli errori: «La verità», dice il teologo domenicano, «si eleva come eccelsa vetta in mezzo a questi due estremi, che rappresentano le deviazioni contrarie dell’errore»[1]. 

L’immagine di Garrigou trova applicazione anche nel nostro caso. Il problema del Magistero, infatti, può essere risolto ricorrendo a due posizioni estreme opposte, ma che, come vedremo, come tutte le tesi che pendono troppo da un lato, finiscono per avere diversi punti di contatto. 

2. L’estrema destra: il «magisterovacantismo» 

Il titolo farà certamente sorridere il lettore. In effetti, forse questo era l’unico -ismo che ancora mancava tra i tanti che costellano la galassia tradizionalista nell’epoca postconciliare (sono stati coniati il sedevacantismo, il sedeprivazionismo, l’anticonciliarismo, e senz’altro molti altri che sfuggono a chi, come chi scrive, di norma preferisce attenersi semplicemente ad uno solo: il sano realismo della philosophia perennis). Eppure descrive un’attitudine che non è affatto assente, è anzi alquanto diffusa, in questi ambienti. Si tratta dell’idea secondo cui dopo il Concilio Vaticano II il Magistero avrebbe semplicemente cessato di esistere. Tout court

Questa tesi assume sfumature diverse in base alla posizione ecclesiale di chi la afferma (per gli uni è una logica conseguenza del fatto che a partire dal Concilio la Sede Apostolica sarebbe vacante; per altri deriverebbe dall’assenza dell’intenzione di insegnare magisterialmente da parte dei Pontefici a partire da Paolo VI), ma in ogni caso si scontra tanto con il sensus Ecclesiæ quanto, più semplicemente, con il senso della realtà. 

Si scontra con il senso ecclesiale perché, se il Magistero è, come insegna Pio XII, la norma prossima della fede[2], ne scaturisce che la Chiesa, come non potrebbe reggersi per un tempo troppo prolungato (come i sessant’anni che ci separano dall’ultimo Concilio) senza un Papa regnante, così non potrebbe reggersi neppure senza il Magistero (esercitato in actu). Quindi affermare che da oltre cinquant’anni il Magistero non esiste più (se non allo stato di pura potenza) apre le porte alle stesse conseguenze a cui conduce il sedevacantismo, cioè a mettere in discussione la promessa di Gesù Cristo alla sua Chiesa: «Le porte degli inferi non preverranno contro di essa» (Mt 16,18). 

Si scontra però anche col semplice senso della realtà, con il sano realismo, in quanto non siamo noi a poter determinare a priori, sulla base di una tesi preconfezionata, qual è l’autorità di un testo promulgato dal Papa, ma è il Papa stesso che manifesta la sua intenzione (la sua mens, secondo il termine consacrato). Ora, è certamente innegabile che la concezione del Magistero ha subìto un cambiamento profondo nel corso degli ultimi decenni (si pensi, quali segni esterni di tale cambiamento, anche solo al fatto che il numero dei pronunciamenti magisteriali è cresciuto enormemente, mentre ne diminuiva proporzionalmente la solennità, e che sempre più organi si sono aggiunti a quelli tradizionali, come Commissioni pontificie o teologiche, la cui precisa autorità non è sempre del tutto chiara). Gli argomenti in favore di questa tesi non sono, dunque, del tutto sprovvisti di fondamento[3]. Tuttavia, il loro limite consiste nel tentativo di dimostrare che tale nuova concezione interessi tutti gli atti del Magistero postconciliare senza eccezione, là dove i fatti sembrano mostrare piuttosto il contrario: e cioè che anche in un contesto così confuso non mancano pronunciamenti ufficiali il cui contenuto, tono e finalità manifestano con chiarezza che il Papa intende realmente fare uso della sua autorità magisteriale, nel modo e nel senso tradizionale del termine[4].

Citiamo qualche esempio. Il Concilio Vaticano II «insegna […] che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’ordine» (Lumen gentium, 22). Tale insegnamento rispondeva, d’altronde, ai vota di una larga maggioranza dei Padri conciliari (tra i quali mons. Lefebvre)[5]. Certamente non è una definizione di fede, ma sarebbe contro ogni buon senso affermare che in questo punto preciso il Concilio non abbia impegnato la sua autorità di Magistero autentico (ai teologi resta poi da discutere l’esatta nota teologica del pronunciamento: quella di doctrina catholica sembrerebbe comunque, a prima vista, la più appropriata[6]). 

Un altro esempio piuttosto palese è, per restare negli anni del Concilio, la solenne proclamazione, da parte di Paolo VI, di Maria «Madre della Chiesa», atto al quale «non mancava niente […] perché sia veramente ispirato dallo Spirito Santo […], avvenimento straordinario […], [di cui] non si parlerà mai abbastanza, perché nella storia della Chiesa, il Concilio Vaticano II resterà innanzitutto quello che ha proclamato Maria “Madre della Chiesa”. […] Nessuna delle verità affermate nel Concilio avrà, di fatto, la stessa importanza di questa»[7] (Mons. Lefebvre); o anche (pochi anni dopo) il «Credo del Popolo di Dio» dello stesso Pontefice, «un atto che, dal punto di vista dogmatico, è più importante di tutto il Concilio […]. Questo Credo, che è stato redatto per affermare la fede di Pietro, e da parte del successore di Pietro, è stato rivestito di una solennità assolutamente straordinaria, perché il Papa ha manifestato la sua intenzione di farlo come successore di Pietro […], come Vicario di Cristo. […] Di conseguenza, ha compiuto un atto che impegna la fede della Chiesa. Così abbiamo la consolazione e la fiducia di sentire che lo Spirito Santo non abbandona la sua Chiesa»[8] (Mons. Lefebvre). 

In tempi più recenti, si possono citare come esempi il documento (Ordinatio sacerdotalis) in cui Giovanni Paolo II ha riaffermato, con termini di una solennità che ha eguali solo nei Pontefici preconciliari[9], l’impossibilità di conferire il sacramento dell’ordine alle donne, e i passaggi dell’enciclica Evangelium vitæ in cui ribadisce la condanna dell’aborto (diversamente dagli argomenti filosofici addotti nello stesso testo a sostegno di tale condanna, che non si presentano necessariamente rivestiti della stessa autorità). 

Il cattolico che riconosce veramente (cioè con tutte le conseguenze che ciò comporta) che il Papa è tale e la Sede non è vacante, come potrebbe negare il carattere magisteriale di simili pronunciamenti[10]? Neppure il fatto che gli stessi documenti, in altri punti, presentino dottrine diverse da quelle del Magistero precedente può costituire un’obiezione al loro valore magisteriale, perché «esiste un Magistero ordinario pastorale che può contenere errori o esprimere semplicemente opinioni»[11] (Mons. Lefebvre). 

3. L’estrema sinistra: l’«assolutismo magistrale» 

All’estremo opposto dell’eccesso testé descritto si situa una concezione quasi totalitaria e assolutista del Magistero, in base alla quale basterebbe il fatto che sia l’autorità legittima a pubblicare un documento perché tale pronunciamento sia magisteriale e, in quanto tale, si imponga alla coscienza del cattolico come indiscutibile. In questo modo si pretende di sciogliere il dubbio del cattolico perplesso di fronte ad insegnamenti nuovi che contraddicono quelli del Magistero precedente. Ed è così che, in questa logica, si finisce per affermare che se il Papa scrive una lettera in cui afferma che è giusto dire che con Amoris lætitia è ormai lecito dare la comunione ai divorziati risposati, nonostante i suoi predecessori ci avessero esplicitamente assicurato il contrario, basta rubricare questo come «Magistero» negli Atti della Santa Sede perché ne assuma anche l’autorità. O ancora si pretende che un Concilio, che i Pontefici stessi, che lo hanno convocato e portato a termine, hanno dichiarato non contenere nuove definizioni di fede, ma documenti da valutare ciascuno in modo differente secondo i diversi gradi di autorità del Magistero[12], debba essere accettato in blocco e condiviso in ogni punto per poter essere cattolici. 

A questo secondo approccio si può controbattere rammentando due princìpi di fondamentale importanza. 

Il primo è che un insegnamento magisteriale, per essere tale, dev’essere insegnato con reale autorità (e non esprimere semplicemente le opinioni personali di chi la detiene), quell’autorità che distingueva Gesù Cristo e sulla quale il popolo fedele non si ingannava: «Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità, non come gli scribi» (Mc 1,22). È questa l’autorità che Gesù ha trasmesso ai suoi apostoli e ai loro successori, in particolare al successore di Pietro. Quando il legittimo detentore dell’autorità esprime delle semplici opinioni personali (anche se lo fa in contesti che di norma, tradizionalmente, dovrebbero servire piuttosto a trasmettere un insegnamento), queste non possono assumere autorità magisteriale per il solo fatto che poi, in seconda battuta, si cerca di imporle e di presentarle come obbligatorie[13]. L’autorità magisteriale non va quindi confusa con l’autoritarismo coercitivo degli scribi e dei farisei (di ieri e di oggi) col quale si pretende, approfittando della funzione che si ricopre, che i fedeli aderiscano ad una dottrina qualsiasi. A chi detiene il potere magisteriale non basta dunque richiedere, pretendere, obbligare ad aderire ad una certa dottrina per promulgare un atto di Magistero. Non basta scrivere su un testo: «Magistero autentico». Bisogna insegnare con autorità, in nome e con l’autorità di Gesù Cristo, mostrando come questo insegnamento sia radicato nella Tradizione della Chiesa e in continuità con gli insegnamenti precedenti del Magistero[14]. 

Il secondo principio è che alle tre istanze epistemologiche di cui il cattolico dispone per conoscere le verità della propria fede e orientare così la propria coscienza (la norma remota: Tradizione e Scrittura, e la norma prossima: il Magistero della Chiesa) non bisogna dimenticare di aggiungere una quarta: la sua ragione. Non la dea Ragione dei razionalisti, ma la ragione umana: uno strumento di conoscenza e di valutazione dei dati conosciuti che il credente sa di dovere al Creatore e che, appunto perché voluto da Dio, non solo non è contraddetto o annullato, ma è anzi presupposto dalle norme – prossima e remote – regolatrici della coscienza. Quando, cioè, al cattolico si richiede di aderire a ciò che gli è proposto dal Magistero (e, tramite esso, a ciò che è contenuto nella Scrittura e nella Tradizione) non gli è chiesto affatto di abdicare all’uso della propria ragione e alle leggi che la governano. La prima delle quali è il principio di non contraddizione: «È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo»[15]. 

Ne consegue che se al credente viene proposto di credere, sia pure (in teoria) in nome dell’autorità magisteriale, una proposizione che è in contraddizione logica con una proposizione già insegnata dal Magistero (per esempio se gli si richiede di credere che è lecito ricevere la comunione pur vivendo more uxorio con una persona con la quale non si è sposati sacramentalmente), il cattolico non solo non è tenuto ad aderire a tale proposizione, ma anzi, nella misura in cui conosce e constata la contraddizione, è tenuto in coscienza a rifiutarla, qualunque sia l’autorità che gliela propone: che si tratti del suo parroco, del suo Vescovo, del Papa, finanche «noi stessi, oppure un angelo dal cielo», dice san Paolo[16]. E in questo non incorre in alcun errore contro la dottrina cattolica (come avviene normalmente quando ci si oppone al Magistero autentico), in quanto, appunto per via di tale contraddizione, simili proposizioni non possono godere, in senso stretto, del carattere vincolante connesso all’autorità magisteriale (sebbene si iscrivano nel contesto dell’esercizio di tale autorità da parte del suo legittimo detentore), in quanto il Magistero, che le ha già condannate, non si può contraddire. 

Se poi si pretende che il singolo credente non è radicalmente in grado (a titolo appunto della sua appartenenza alla Ecclesia discens) di valutare l’esistenza o meno di una contraddizione di questo genere tra gli atti propostigli dall’alto, e che in ogni caso deve fare volontaristicamente affidamento sul detentore dell’autorità magisteriale quando questi gli dice che la contraddizione non c’è, questo non equivale a dire, in definitiva, che aderire al Magistero della Chiesa, credere, essere cattolici significa smettere di usare la ragione, cioè proprio ciò di cui accusano la Chiesa i razionalisti da oltre due secoli?[17] 

E non sarebbe, questo, un paradosso da parte di chi ha cercato, per propria ammissione, appunto di riconciliare la Chiesa – impresa peraltro chimerica – con i princìpi della rivoluzione del 1789? Sarebbe, sì, davvero un paradosso per chi d’altronde ha stigmatizzato – e qui invece con ragione – che «la fede ha finito per essere associata al buio. Si è pensato di poterla conservare, di trovare per essa uno spazio perché convivesse con la luce della ragione. Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino» (Papa Francesco, Enciclica Lumen fidei, n. 3). 

Si noti, infine, un altro aspetto paradossale: non sono mancati casi in cui le stesse persone sono passate da uno di questi due estremi all’altro, dall’affermazione che nulla di ciò che è stato fatto dal Concilio in poi abbia carattere di Magistero a quella che tutto, dalla prima all’ultima riga, dev’essere accettato, sotto pena di non essere veri cattolici. Questo perché forse questi due estremi, come accennavamo all’inizio, hanno in comune molto più di quanto non sembri a prima vista. Hanno in comune, soprattutto, il difetto di non voler vedere sfumature nella realtà e di leggere la realtà esclusivamente alla luce dei princìpi che si trovano nei (lodevolissimi per l’epoca, ma sotto questo profilo ormai in parte inattuali) vecchi manuali preconciliari di ecclesiologia[18]. Essere realisti (nel senso filosofico del termine) significa anche ammettere che forse la realtà (come sembrano confermare gli ultimi sessant’anni di storia) è più complicata dei manuali[19]. 

4. Risposta ad un’obiezione: un «tradi-protestantesimo»? 

A questo punto si potrebbe sollevare un’obiezione: affermare che un cristiano può rifiutare di aderire ad atti che l’autorità legittima gli propone, non corrisponde, in definitiva, alla posizione dei protestanti? I «cattolici tradizionalisti» (come ormai li chiama la vulgata comune) non mettono così la propria coscienza al di sopra del Magistero della Chiesa, proprio come fanno i protestanti, anche se per trarne conclusioni del tutto opposte? Non agiscono forse come tutti i gruppi ereticali che hanno sempre preteso che il Magistero della Chiesa stesse tradendo le fonti della Rivelazione, come ad esempio i veterocattolici, i quali sostenevano che l’infallibilità del Papa insegnata dal Concilio Vaticano I contraddicesse la dottrina dei Padri della Chiesa? 

Come ogni obiezione, anche questa non è del tutto priva di un appiglio. E, probabilmente, l’eccessiva disinvoltura e il tono polemico od offensivo con cui a volte, negli ambienti tradizionalisti, ci si mette a fare freddamente lo spoglio dei testi del Magistero conciliare e postconciliare ha potuto contribuire a dare quest’impressione. Ma, se si prescinde da questi eccessi (che riguardano comunque più il modo che la sostanza), l’obiezione si rivela infondata. 

Il principio su cui si basa l’opposizione protestante all’autorità magisteriale, infatti, è un criterio positivo di opposizione: il protestante ritiene che ciascun fedele abbia, dietro ispirazione dello Spirito Santo, l’autorità di determinare come vada interpretata la Scrittura. Lo stesso si può dire di gruppi eterodossi come i veterocattolici, che avanzano la medesima pretesa in riferimento però alla Tradizione (di cui i Padri della Chiesa sono parte). Come si vede, in entrambi i casi il criterio consiste nel considerare la propria ragione norma prossima per l’interpretazione e l’applicazione della norma remota (Scrittura e Tradizione) della fede. 

Il rifiuto di proposizioni che contraddicono il Magistero quale lo abbiamo esposto fin qui, invece, si fonda su un criterio puramente negativo: non pretende cioè di sostituire la ragione del credente al Magistero come norma prossima della fede, così che sia essa a determinare cosa fa parte e cosa no del depositum fidei (come vogliono i protestanti), ma si limita, appunto perché aderisce a tutte le proposizioni che la norma prossima della fede ha stabilito farne parte, a rifiutare quelle che le contraddicono (chiunque sia a proporle). Il protestante, insomma, pretende di dire all’autorità cosa fa parte della Rivelazione; invece il cattolico («tradizionalista», se si vuole, ma intesa nel senso giusto l’espressione non è che un pleonasmo) si limita a ricordarle che ciò che essa stessa ha insegnato farne parte non può ad un tratto venirne escluso o, all’opposto, ciò che essa stessa ha dichiarato incompatibile col deposito della fede non può improvvisamente entrare a farne parte. 

Non è dunque chi opera questa critica che agisce da protestante, ma sarebbe piuttosto chi negasse questa possibilità di critica a fare del detentore dell’autorità magisteriale una sorta di nuovo messia, che avrebbe così l’autorità di cambiare anche ciò che era stato dato in precedenza come legge inderogabile. Compito del Magistero, invece, è quello di trasmettere, sviluppare, spiegare, approfondire (sono le famose chiavi del regno dei cieli): non di inventare cose nuove. L’unico che ha potuto dire con autorità (divina): «Vi è stato detto, ma in verità io vi dico…» è Gesù Cristo. Una volta chiusa la Rivelazione con la morte dell’ultimo apostolo[20], a nessuno – nemmeno al suo Vicario – ha dato il potere di fare lo stesso. 

5. Sulla vetta del monte: tre punti fermi 

In conclusione, quindi, e senza pretendere minimamente di risolvere un problema così complesso, ma al solo scopo di disporre di qualche linea-guida per non naufragare nel mare aperto dell’attuale crisi, qualunque sia il nostro ruolo (fedeli laici, chierici, teologi), nell’abbordare il problema dell’autorità del Magistero possiamo attenerci a questi tre punti fermi[21], che ci possono aiutare ad elevarci sulla vetta della verità cattolica al di sopra dei due estremi opposti: 

• anche durante e dopo il Concilio Vaticano II il vero Magistero non ha smesso di esistere e di essere realmente esercitato e, nei casi in cui ciò si verifica, gli si deve vera obbedienza, secondo i diversi gradi di assenso al Magistero richiesti dalla Chiesa;
• nei punti (peraltro di per sé non molto numerosi[22]) in cui si può constatare che testi del Magistero recente contengono proposizioni che appaiono in chiara contraddizione con proposizioni già insegnate dal Magistero precedente, e in quelli che ne costituiscono un’emanazione o una conseguenza diretta, ci si può invece attenere senza remore agl’insegnamenti del Magistero precedente, perché quelli che lo contraddicono non possono avere carattere vincolante; 
• in tutti gli altri punti, dove cioè da una parte non appare con chiarezza se l’autorità sta esercitando il potere magisteriale tradizionale, ma dall’altra non si può neppure dimostrare nessuna contraddizione esplicita col Magistero precedente, tali passaggi, con la debita prudenza e da parte di chi ne ha la competenza, vanno interpretati alla luce della Tradizione. 

 Ma a tutto questo va aggiunto ancora un importante corollario: e cioè che per non screditare da noi stessi le nostre posizioni, dobbiamo evitare ogni inutile polemica, insulto o mancanza di rispetto nei confronti dell’autorità, concentrando le forze sulla solidità e la scientificità dei nostri argomenti. Una critica teologica condotta in questo modo potrà essere solo un servizio per la Chiesa. E in tal modo, il problema dell’autorità magisteriale nell’età contemporanea resta un cantiere aperto al quale chiunque non manchi di sensus Ecclesiæ e di sano realismo può collaborare, senza dimenticare però che ogni nostro contributo (e questo articolo per primo) dovrebbe concludersi e intendersi sempre salvo meliori iudicio Ecclesiæ

 NOTE 

[1] R. GARRIGOU-LAGRANGE O.P., Le tre età della vita interiore, Edizioni Vivere In, Roma 1984, vol. II, p. 17. Il fatto che, nel caso specifico, Garrigou applichi questo principio soprattutto alla vita spirituale non significa, d’altronde, che esso sia valido solo in materia di spiritualità. Non va dimenticato, infatti, che la teologia è una scientia una: la sua divisione in diverse branche (dogmatica, morale, spiritualità, ecc.) operata nel corso dei secoli si fonda su ragioni fondamentalmente pratiche e didattiche (cfr. san Tommaso d’Aquino, Summa theologiæ, Ia, q. I, a. 3). 

[2] Cfr. PIO XII, Enciclica Humani generis del 12 agosto 1950: «Benché questo sacro Magistero debba essere per qualsiasi teologo, in materia di fede e di costumi, la norma prossima e universale di verità (in quanto ad esso Cristo Signore ha affidato il deposito della fede – cioè la Sacra Scrittura e la Tradizione divina – per essere custodito, difeso ed interpretato), tuttavia viene alle volte ignorato, come se non esistesse il dovere che hanno i fedeli di rifuggire pure da quegli errori che in maggiore o minore misura s’avvicinano all’eresia». I teologi ne traggono generalmente la conclusione che la Sacra Scrittura e la Tradizione costituiscono invece la «norma remota» della fede, alla quale dunque l’intelligenza del fedele non può attingere direttamente per trarne conclusioni sulle verità di fede, ma sempre mediatamente, cioè tramite una norma ultima (il Magistero) che regoli in modo più prossimo la sua coscienza. 

[3] Altri segni interessanti di questa nuova concezione del Magistero possono essere ravvisati in alcuni passaggi tratti dai testi magisteriali stessi, come ad esempio l’Enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI, nella quale il Pontefice dichiara di voler dare al suo ministero uno scopo soprattutto dialogico e pastorale (cfr. § 7: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio»). Quando è questa forma di esercizio «dialogico» del Magistero ad essere esercitata, ci si potrebbe in effetti chiedere, a titolo di ipotesi teologica, se questi atti possano realmente rientrare nelle categorie tradizionali del Magistero. Tuttavia, anche ammessa la fondatezza di tale ipotesi, il fatto che i Pontefici postconciliari abbiano, da una parte, fatto proprio prevalentemente questo esercizio «dialogico» del Magistero, non impedisce che, dall’altra, abbiano fatto ricorso anche, in altre circostanze, alla modalità tradizionale di esercizio del Magistero. 

[4] Anche il fatto che i Pontefici del Postconcilio ammettano il principio della libertà religiosa così come formulato dal Concilio Vaticano II in Dignitatis humanæ non può costituire un argomento a sostegno di tale tesi, perché in tale documento, se si afferma il diritto a non essere impediti nell’esercizio del culto religioso a cui si aderisce in coscienza, non si nega certo che il Magistero della Chiesa abbia carattere vincolante per la coscienza di chi aderisce al culto cattolico. 

[5] In effetti i teologi avevano dibattuto per molti secoli per determinare se l’episcopato, considerato distintamente dal presbiterato, sia un sacramento. E, già prima del Concilio, anche Pio XII in Sacramentum Ordinis, pur non dirimendo definitivamente la questione, sembra allinearsi decisamente alla soluzione affermativa (cfr. FRANCISCO A. SOLÁ S.I., De sacramentis vitæ socialis christianæ, in AA.VV., Sacræ theologiæ summa, BAC, Madrid 1957, vol. IV, pp. 596-607). 

[6] Cfr. I. SALAVERRI S.I., De Ecclesia Christi, in AA.VV., Sacræ theologiæ summa, BAC, Madrid 1962, vol. I, p. 793: «”Dottrina cattolica” strettamente intesa è quella che il Magistero universale insegna in modo meramente autentico, vale a dire con un atto dalla reale autorità dottrinale, senza però che escluda del tutto la possibilità dell’errore. Infatti […] esiste nella Chiesa un Magistero universale ed autentico a cui si deve un assenso interno e religioso, benché non abbia l’intenzione di definire qualcosa con un infallibile atto di autorità […]. Una dottrina insegnata autenticamente dalla Chiesa con questo grado minore di autorità, poiché è proposta dal Magistero universale, viene abitualmente denominata “dottrina cattolica” in senso stretto. E una dottrina ad essa contraria si può definire “errore nella dottrina cattolica”» (Doctrina Catholica stricte est ea quam universale Magisterium docet mere authentice, actu nempe doctrinalis veræ auctoritatis, sed non excludente possibilitatem erroris. Nam […] est in Ecclesia Magisterium universale et authenticum, cui debetur assensus internus et religiosus, etsi non intendat auctoritatis actu infallibili aliquid definire […]. Doctrina quæ hoc minori auctoritatis gradu ab Ecclesia authentice docetur, quia ab universali Magisterio proponitur, appelari consuevit Doctrina Catholica stricte. Contraria vero dici potest error in Doctrina Catholica). 

[7] M. LEFEBVRE, Marie, Mère de l’Eglise, in Lettres pastorales et écrits, Editions Fideliter, Escurolles 1989, p. 211-212. Questa citazione, tratta da una delle circolari (Avis du mois) che mons. Lefebvre, in qualità di Superiore generale dei Padri dello Spirito Santo, inviava mensilmente ai suoi confratelli, data del 1965. Il suo tono di elogio nei confronti del Concilio non deve sorprendere né va messo in contraddizione con le critiche che, già l’anno successivo, l’Arcivescovo avrebbe avanzato nei confronti di diversi pronunciamenti conciliari: queste righe non fanno altro che mostrare che fin quando non ebbe dai fatti, poco tempo dopo, l’evidenza del contrario, mons. Lefebvre volle ancora sperare che il Concilio avrebbe apportato quelle luci e quei frutti che, ancora ai tempi della sua convocazione e del suo svolgimento, si aspettava da esso; e, anche, che mantenne sempre un giudizio equilibrato, sapendo distinguere fin da subito i pronunciamenti in cui il Concilio impegnava realmente la sua autorità magisteriale facendosi eco della Tradizione da quelli in cui se ne discostava. 

[8] Id., Après le Concile: l’Eglise devant la crise morale contemporaine (conferenza tenuta nel 1969 alla Faculté Autonome d’Economie et de Droit di Parigi), in M. LEFEBVRE, Un évêque parle, Dominique Martin Morin, Parigi 1974, pp. 104-105. 

[9] «Al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa» (n. 4). 

[10] Non si confonda, beninteso, «magisteriale» con «infallibile». Una cosa è constatare il carattere magisteriale di un testo, tutt’altra determinarne la nota teologica e, eventualmente, l’infallibilità. 

[11] M. LEFEBVRE, Réflexions sur la question du magistère de l’Eglise, in Cor Unum. Vinculum membrorum Fraternitatis Sancti Pii X, n. 101, p. 30. La redazione di questo testo fu occasionata da una frase di un articolo di Fideliter, la rivista del Distretto francese della Fraternità San Pio X, che aveva suscitato qualche polemica. La frase incriminata era la seguente: «A differenza di tutti i Concili ecumenici precedenti, il Vaticano II si è voluto “Concilio pastorale” e non ha definito nessun punto di dottrina nel senso di una definizione irriformabile e infallibile: i documenti del Concilio, di conseguenza, appartengono al limite al Magistero ordinario della Chiesa, nel quale non è escluso che si possano trovare degli errori» (Fideliter, n. 46, luglio-agosto 1985). Mons. Lefebvre prese le difese di Fideliter, affermando che questa frase «non è in sé suscettibile di incriminazione, a meno che non si riferisca al Magistero ordinario e universale quale lo definisce il Vaticano I. Senz’altro esiste un Magistero ordinario pastorale che può contenere degli errori o esprimere delle semplici opinioni». 

[12] Cfr. la Notificazione fatta dall’Ecc.mo Segretario generale (mons. Pericle Felici) nella congregazione generale 123.a del 16 novembre 1964: «È stato chiesto quale debba essere la qualificazione teologica della dottrina esposta nello schema sulla Chiesa e sottoposto alla votazione. La commissione dottrinale ha dato al quesito questa risposta: “Come è di per sé evidente, il testo del Concilio deve sempre essere interpretato secondo le regole generali da tutti conosciute”. In pari tempo la commissione dottrinale rimanda alla sua dichiarazione del 6 marzo 1964, di cui trascriviamo il testo: “Tenuto conto dell’uso conciliare e del fine pastorale del presente Concilio, questo definisce come obbliganti per tutta la Chiesa i soli punti concernenti la fede o i costumi, che esso stesso abbia apertamente dichiarato come tali. Le altre cose che il Concilio propone, in quanto dottrina del magistero supremo della Chiesa, tutti e singoli i fedeli devono accettarle e tenerle secondo lo spirito dello stesso Concilio, il quale risulta sia dalla materia trattata, sia dalla maniera in cui si esprime, conforme alle norme d’interpretazione teologica”». 

[13] Ciò non toglie, ovviamente, che un Pontefice possa insegnare magisterialmente una tesi alla quale in precedenza egli stesso (o un suo predecessore) aveva aderito solo a titolo di opinione personale. Questo, però, richiederebbe appunto un nuovo e formale insegnamento magisteriale e, in ogni caso, non può riguardare un’opinione già chiaramente e definitivamente condannata dal Magistero. 

[14] I criteri in base ai quali si può riconoscere con relativa sicurezza (restando cioè nell’ordine della mera certezza morale) se un atto sia provvisto di tale autorità sono fondamentalmente i seguenti: che a promulgarlo sia l’autorità legittima e competente; che la materia sia atta (che si tratti cioè di dottrine di fede o di morale, oppure di verità naturali logicamente e intimamente connesse con queste); il contesto e il pubblico a cui si rivolge; la solennità che si accompagna alla promulgazione dell’atto; il linguaggio utilizzato (ad esempio quello utilizzato da Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis – per la quale cfr. supra, nota 4 – non lascia spazio a dubbi); e infine (benché, in un contesto di crisi ecclesiale generalizzata, quest’ultimo punto si riveli a volte di più difficile applicazione) il generale consenso della Chiesa docente. Si noterà en passant che proprio tale consenso universale è palesemente assente nel caso di Amoris lætitia, che viene interpretata e applicata nei modi più disparati dagli Episcopati di diverse nazioni. 

[15] ARISTOTELE, Metafisica, Γ, 3, 1005b 19-20. 

[16] Gal 1,6. 

[17] Resta comunque vero che, specialmente al di fuori dei tempi straordinari di crisi nella Chiesa, præsumptio stat pro auctoritate. Affermare, quindi, che in situazioni straordinarie un cattolico può, di fronte all’evidenza, constatare una contraddizione tra gli insegnamenti che gli sono proposti dalla legittima autorità, non esclude che, in via di principio, bisogna comunque effettivamente fare affidamento sull’autorità, fin quando l’evidenza delle cose non persuade al contrario. Mettersi sullo stesso piano o al di sopra dei rappresentanti della Chiesa docente resta una tentazione alla quale il cattolico tradizionalista deve guardarsi bene dal cedere. 

[18] Si noti, peraltro, che l’ecclesiologia è l’unica branca della teologia cattolica che san Tommaso d’Aquino non ha trattato nella sua Somma teologica, e questo, insieme alla complessità del suo oggetto, spiega come sia possibile che mentre per studiare seriamente argomenti come l’Eucaristia o la Trinità non si deve fare altro che inserirsi sulla scia della speculazione della Scolastica medievale, l’ecclesiologia invece resti ancora oggi, in parte, un cantiere aperto per i teologi. Cfr. C. JOURNET, L’Eglise du verbe incarné, Desclée de Brouwer, Parigi 1941, t. I, p. XII : «È davvero un peccato che il dottore angelico, che aveva per la Chiesa una devozione così delicata e, nel parlare da una parte del Cristo e dall’altra dei sacramenti, ha formulato tutti i princìpi che ne illustrano la struttura interna, non abbia composto, in un quadro analogo, un trattato de Ecclesia: avrebbe saputo sviscerarne subito tutte le dimensioni». Ovviamente non sono mancati, specialmente nella prima metà del Novecento, ottimi lavori di speculazione teologica sulla Chiesa: si pensi, ad esempio, ai grandi trattati de Ecclesia di Billot, Zapelena e Salaverri o agli approfondimenti dello stesso Journet. Ma, nel complesso, il materiale di cui si dispone oggi resta, soprattutto alla luce degli sviluppi (allora imprevedibili) degli ultimi sessant’anni, ben lungi dall’essere esauriente. 

[19] A parziale giustificazione di questo atteggiamento semplicistico va comunque detto che forse proprio l’esercizio esemplare che per molti decenni ininterrotti i Papi hanno fatto del Magistero (e non solo nel suo ruolo definitorio e sanzionatorio, ma anche in quello esplicativo e nell’approfondimento teologico delle verità di fede, come mostrano le grandi encicliche di Papi come Leone XIII e Pio XII) aveva fatto dimenticare ai cattolici l’esistenza della possibilità che l’autorità si sbagli. Questo è probabilmente il motivo della forte disapprovazione, da parte dell’area conservatrice degli anni ’70, della posizione di chi applicava questa distinzione ai testi conciliari. Su queste basi si giunse perfino ad accusare mons. Lefebvre di fare, col suo atteggiamento, «peggio dei modernisti». Oggi però questa tesi fa molta meno paura. Anzi, nelle sue linee essenziali comincia ad essere sostenuta da molti teologi (tutti ufficialmente riconosciuti dalla gerarchia ecclesiastica) che, di per sé, non hanno mai fatto parte della Fraternità San Pio X (ad esempio il compianto mons. Brunero Gherardini, i quattro cardinali dei Dubia su Amoris lætitia e i firmatari della Correctio filialis a papa Francesco).

[20] Alle verità insegnate direttamente da Gesù Cristo si possono assimilare, infatti, anche quelle che gli apostoli hanno promulgato su suo mandato e la cui autorità viene per questo denominata comunemente «divino-apostolica». 

[21] Cfr. M. LEFEBVRE, Vi trasmetto quello che ho ricevuto. Tradizione perenne e futuro della Chiesa, a cura di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, Sugarco Edizioni, Milano 2010, p. 91: «Dire che valutiamo i documenti del Concilio “alla luce della Tradizione” vuol dire, evidentemente, tre cose inscindibili: che accettiamo quelli che sono conformi alla Tradizione; che interpretiamo secondo la Tradizione quelli che sono ambigui; che respingiamo quelli che sono contrari alla Tradizione». 

[22] Se ci si attiene strettamente, infatti, alla lettera dei testi, si può dire che ci sono «tre punti degli insegnamenti dottrinali del Concilio Vaticano II che appaiono davvero inconciliabili con la dottrina della fede cattolica già proposta dai documenti precedenti del Magistero ecclesiastico e che vanno dunque rifiutati. Il primo di questi punti è la dottrina sulla libertà religiosa» (Dignitatis humanæ, n.2, in contraddizione con gli insegnamenti di Gregorio XVI in Mirari vos, di Pio IX in Quanta cura, di Leone XIII in Immortale Dei e di Pio XI in Quas primas); «il secondo punto è la dottrina sull’ecumenismo e le religioni non cristiane», (Unitatis redintegratio, n. 3 e Nostra ætate, n. 2, in contraddizione con la condanna delle proposizioni 16 e 17 del Sillabo di Pio IX e con l’insegnamento di Pio XI in Mortalium animos); «il terzo ed ultimo punto è la dottrina sulla collegialità, che, per come è espressa nel n. 22 della Costituzione Lumen gentium […], rischia di mettere seriamente in discussione gli insegnamenti del Concilio Vaticano I sull’unicità del soggetto del potere supremo nella Chiesa, espressi nella Costituzione Pastor æternus» (don J.-M. GLEIZE, Vaticano II. Un dibattito aperto, Editrice Ichtys, Albano Laziale 2013, pp. 219-220). Non è però solo il loro numero a determinare la gravità e la portata degli errori: non si dimentichi, infatti, che «un piccolo errore nei princìpi diventa grande nelle conseguenze» (san TOMMASO D’AQUINO, De ente et essentia, Proemio). E ad un’analisi attenta, in effetti, la maggior parte degli errori diffusisi nell’età postconciliare non sono che conseguenze o emanazioni di questi tre. 

don Angelo Citati

sabato 8 febbraio 2020

Se il sale perde sapore. La situazione del Cattolicesimo postconciliare in un testo di Hans Urs von Balthasar

Fotogramma da Nattvardsgästerna / Luci d'inverno Ingmar Bergman, 1963
A due anni dalla pubblicazione di Cordula oder der Enstfall di Hans Urs von Balthasar (Johannes Verlag, Einsiedeln 1966; ultima edizione 1987; in italiano: Queriniana, Brescia 2016, prefata dal Cardinal Agelo Scola; oppure in Gesù e il cristiano, Jaca Book, Milano 1998) Alfredo Cattabiani con una recensione apparsa ne L’Osservatore Romano del 14 marzo 1968 (“Un libro paragonato a Le Paysan de la Geronne”) salutava nel testo del teologo svizzero “un valido contributo in difesa dell’ortodossia cattolica”, mentre, con maggior prudenza, quasi a indicare un compimento ancora imperfetto, Claudio Leonardi in Renovatio (1968, n.3: “Von Balthasar: La prova della fede”) scriveva significativamente: “La critica di von Balthasar appare fondamentalmente esatta e il suo appello onesto e coraggioso, perché significa anche una conversione da posizioni precedenti definibili entro il progressismo” (p. 422); e aggiungeva: “Forse la sua durezza con Rahner, tutta legittima, è anche un sintomo di una battaglia non ancora completamente risolta” (p. 424). Poco più tardi un esperto di San Tommaso, il lazzarista Giuseppe Perini, avrebbe sottolineato la relazione tra il von Balthasar di Cordula e l’opera di Søren Kierkegaard parlando di un “Kierkegaard cattolico”: “Lo stile dell'esposizione, il vigore polemico e, soprattutto, certe espressioni e richiami espliciti che troviamo in questo scritto di von Balthasar fanno pensare a Kierkegaard. La denuncia e la lotta contro il ‘sistema’ (con questo Kierkegaard designava propriamente la filosofia hegeliana), considerato come devastatore e distruttore del cristianesimo, è uno dei temi dominanti negli scritti
 del pensatore danese, il quale al ‘superamento’ e svuotamento del cristianesimo operato dal ‘sistema’ contrappone il martirio come ‘cardo rerum del cristianesimo’” (Divus Thomas, vol. 72, 1969, p. 337: “Cordula di von Balthasar: Problemi si pongono”).

Comunque si voglia giudicare il teologo von Balthasar nel campo di coloro che oggi si attengono
La prima edizione del 1966
alla Tradizione cattolica (e non mancano voci autorevoli critiche o persino molto critiche come, tra le altre, quella del Professor Ignacio Andereggen: vedi qui),
Cordula è uno di quei libri – al pari de L’avventura della teologia progressista di Cornelio Fabro (Rusconi, Milano 1974) - che fanno da sismografo di una grave crisi spirituale già in atto e che annunciano terremoti (indicando anche rifugi). In particolare è un attacco senza riserve al rahnerismo, alla sua disponibilità a includere e finalmente assorbire l’eccezione cristiana nel sistema immanente della filosofia moderna, in cui regnano “oggettività” scientifica e “soggettività” trascendentale” e Dio è tolto, come è tolto dalla sostituzione, tutta rahneriana, dell’“amore di Dio” con l’“amore del prossimo” in cui si compirebbe l’estrema decisione etica (senza Dio). Di qui il “cristiano anonimo” di Rahner; di qui, sul fronte opposto, l’Ernstfall, il “caso serio” di von Balthasar: Cristo Crocifisso, il martirio come decisione ultima di ogni cristiano nella vita quotidiana e nella disponibilità all’imitazione del Figlio di Dio fino al sacrificio di sé nella morte.

Nel VI capitoletto di Cordula (“Wenn das Salz dumm wird”, “Quando il sale perde sapore”) appare di fronte al proprio giudice “ben disposto” (che è il secolo cui ci si è “aperti”), in tutte le sue sfumature e gradualità psicologiche e teologiche di straordinaria attualità, il processo di autoliquidazione di un cristianesimo che ha rinunciato a Cristo e alla Croce.  A.S.

Il commissario (ben intenzionato): Compagno cristiano, mi puoi dire una buona volta chiaramente che cosa siete voi cristiani? Che cosa propriamente volete ancora nel nostro mondo? In che cosa vedete il vostro diritto all’esistenza? Qual è il vostro mandato? 

 Il cristiano: Anzitutto noi siamo uomini come tutti gli altri, che collaborano all’opera di edificazione del futuro.

 Il commissario: La prima cosa la credo, la seconda la voglio sperare.

Il cristiano: Da qualche tempo noi siamo infatti “aperti al mondo”, ed alcuni di noi si sono persino seriamente “convertiti al mondo”.

Il commissario: Questo mi pare un sospetto linguaggio da prete. Sarebbe, infatti, ancor più bello se voi, “uomini come gli altri”, vi foste convertiti già prima ad un’esistenza degna di uomini. Ma veniamo al fatto. Perché siete ancora cristiani? 

Il cristiano: Oggi noi siamo cristiani maturi, pensiamo ed agiamo con responsabilità morale.

Il commissario: Lo voglio sperare, dal momento che vi presentate come uomini. Ma credete qualcosa di particolare? 

Il cristiano: Questo non è tanto importante; ciò che importa è la parola epocale; l’accento oggi cade sull’amore del prossimo. Chi ama il prossimo, ama Dio.

Il commissario: Nell’ipotesi che esista. Ma poiché non esiste, non l’amate.

Il cristiano: Lo amiamo implicitamente, in modo non oggettivo.

Il commissario: Ah, la vostra fede quindi non ha un oggetto. Andiamo avanti. La cosa diventa chiara.

Il cristiano: Non è del tutto così semplice. Noi crediamo in Cristo.

Il commissario: Ne ho già sentito parlare. Ma sembra che storicamente se ne sappia maledettamente poco.

Il cristiano: Concesso. Praticamente nulla. Perciò noi non crediamo tanto al Gesù storico quanto al Cristo del kerygma.

Il commissario: E che mai c’è in questo messaggio?

Il cristiano: L’importante è il modo in cui se n’è toccati. Ad uno può permettere il perdono dei peccati. Questa, in ogni caso, era l’esperienza della comunità primitiva. A ciò dev’essere stata indotta dagli eventi relativi al Gesù storico, del quale veramente non sappiamo abbastanza per essere certi che lui…

Il commissario: E questo chiamate la vostra conversione al mondo? Siete gli oscurantisti di sempre. È con simili chiacchiere prolisse che volete collaborare all’edificazione del mondo!

Il cristiano (gioca la sua ultima carta): Abbiamo Teilhard de Chardin, che in Polonia fa una grande impressione!

Il commissario: La facciamo già noi. Non abbiamo bisogno, per questo, di dipendere da voi. Ma è bello che anche voi siate giunti infine a tal punto; soltanto, liquidate definitivamente le carabattole mistiche, che non hanno nulla a che vedere con la scienza, e allora potremo discorrere tra noi dell’evoluzione. Nelle altre storie non entro. Se voi stessi ne sapete così poco, non siete più pericolosi. Con ciò ci risparmiate una pallottola. Abbiamo in Siberia dei campi molto utili, dove potrete dimostrare il vostro amore per gli uomini e collaborare validamente all’evoluzione. Là si ricaverà di più che sulle vostre cattedre tedesche. 

Il cristiano (un po’ deluso): Voi sottovalutate la dinamica escatologica del cristianesimo. Noi prepariamo il futuro regno di Dio. Noi siamo la vera rivoluzione mondiale. Egalité, liberté, fraternité: questo è il nostro compito originario.

Il commissario: Che razza di parola è questa? Cinese? 

Il cristiano: Greco. Significa la predicazione del messaggio. Noi ci sentiamo toccati dall’evento linguistico del messaggio della fede.

Il commissario: Peccato che altri abbiamo dovuto lottare per voi. Dopo, non è difficile essere presenti. Il vostro cristianesimo non vale un fico secco.

Il cristiano: Voi siete con noi! Io so chi siete. Tu pensi onestamente, sei un cristiano anonimo.

Il commissario: Non diventare insolente, giovanotto. Anch’io ora ne so abbastanza. Vi siete liquidati da soli, e con ciò ci risparmiate la persecuzione. Via.

martedì 28 gennaio 2020

Il Sinodo e la pastorale della gattaiola. Un'avveduta riflessione dell'Abbé Lorans FSSPX a margine di Des profondeurs de nos cœurs

Dopo avere commentato il “triste caso di una recensione di Des profondeurs de nos cœurs” comparsa nel sito ufficiale della Fraternità Sacerdotale San Pio X fsspx.news (vedi qui) e avere rilevato il pericolo che, in settori della Fraternità, allo spirito del fondatore, Monsignor Marcel Lefebvre, si sostituisca un nuovo stile, una nouvelle vague, una sorta di “neo-tradizionalismo” che ben poco ha a che fare con la Tradizione cattolica, è stato un sollievo leggere nel medesimo sito una riflessione dell’Abbé Alain Lorans, redattore capo di DICI, l’organo di comunicazione ufficiale della FSSPX, sulla rilevanza del libro di Benedetto XVI e del Cardinal Sarah (vedi qui la versione francese; curiosamente non è ancora apparsa la traduzione italiana!). La riportiamo qui di seguito nella nostra traduzione.



Il libro che il cardinale Robert Sarah ha appena pubblicato – “con il contributo di Benedetto XVI” -, Des profondeurs de nos cœurs (Fayard), per il mantenimento del celibato ecclesiastico, pone Papa Francesco in una posizione delicata. Il Pontefice regnante che, dopo il Sinodo sull’Amazzonia, deve rendere pubblica la sua Esortazione apostolica, acconsentirà alle richieste dei Padri sinodali in favore dell'ordinazione degli uomini sposati e ignorerà gli appelli del Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, sostenuto dal suo predecessore sul trono di San Pietro? È vero che non tenne in alcun conto i dubia formulati, nel 2016, dai Cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner, sull'esortazione Amoris lætitia che, in seguito al Sinodo sulla famiglia, autorizza la comunione dei divorziati "risposati". Farà lo stesso riguardo al celibato ecclesiastico? Di più, se - per ipotesi - il Cardinale Gerhard Ludwig Müller si associasse all'approccio del Cardinale Sarah che ha lanciato un appello “a tutti i vescovi, sacerdoti e laici", affinché “non si lascino più impressionare dalle cattive perorazioni, dalle messinscena teatrali, dalle menzogne diaboliche, dagli errori alla moda che vogliono svalutare il celibato sacerdotale”, - se il prelato tedesco appoggiasse quest’appello, Francesco potrebbe dire che preferisce seguire il percorso “Sinodale” tedesco che sostiene una “Chiesa dal volto amazzonico”, ossia dotata di un clero sposato?

Un vescovo progressista come Monsignor Erwin Kräutler, partigiano militante dell’ordinazione degli uomini sposati, ha indicato nel suo libro, Erneuerung jetzt. Impulse zur Kirchenreform aus Amazonien (Tyrolia, Innsbruck 2019) [Il rinnovamento è ora. Impulsi per la riforma della Chiesa dall’Amazzonia], come Francesco riuscirà a uscirsene surrettiziamente: “Il Papa, come ha fatto al Sinodo della famiglia, potrebbe aprire una porta e dire: “Ora, vescovi, avete la possibilità di fare quel che ritenete giusto”.

È la “pastorale della gattaiola”: la porta dottrinale è chiusa, il celibato sacerdotale è mantenuto ovunque, ma sotto, a livello locale, è praticata un’apertura. Il rischio è che il gatto sia troppo grande e che rimanga incastrato.

Il Cardinal Sarah denuncia proprio questo raggiro troppo grande. Egli chiama il gatto con il suo nome e l’ordinazione degli uomini sposati non “un’eccezione ma una breccia, una ferita nella coerenza del sacerdozio. Parlare di eccezione sarebbe un abuso del linguaggio o una menzogna”.

domenica 26 gennaio 2020

La FSSPX e la nouvelle vague antiratzingeriana. Il triste caso di una recensione di Des profondeurs de nos coeurs

Negli ultimi tempi sembra essersi destata, nell’ambito del cattolicesimo tradizionale, un’ostilità verso Benedetto XVI e la sua opera di teologo e di Pontefice che arriva a un parossismo difficilmente spiegabile, soprattutto se si considera che con il Motu Proprio Summorum Pontificum il Papa ha reso accessibile la Messa antica a migliaia di cattolici in tutto il mondo e ha così indirettamente consolidato un vasto fronte di resistenza all’attuale crisi modernista della Chiesa.

Tale ostilità va da una produzione letteraria che si pretende scientifica, ma che inciampa rocambolescamente nell’idea improbabile di individuare in Ratzinger/Benedetto XVI l’epicentro del terremoto (si vedano, per es., i più recenti scritti di Enrico Maria Radaelli), alla divulgazione in rete di duri attacchi tramite canali come Radio Spada. Doloroso e sorprendente è constatare, da ultimo, che questa rumorosa nouvelle vague tradizionalista, che per i toni e gli argomenti tende a configurare una sorta di “neo-tradizionalismo”, inizi a travasarsi nel bacino, finora sicuro, della Fraternità Sacerdotale San Pio X o almeno, come si può sospettare, del suo Distretto italiano.


Ci riferiamo, in particolare, allo scritto del Rev. don Mauro Tranquillo comparso recentemente ne La Tradizione Cattolica (Anno XX n° 2 del 2019), la rivista ufficiale del Distretto italiano della FSSPX, su “La nuova messa e la professione di fede” (pp. 6-16), sul quale bisognerà ritornare, e, qui, a una recensione infelicemente anonima del libro di Benedetto XVI e del Cardinal Robert Sarah Des profondeurs de nos coeurs (Fayard, 2020; prossimamente Cantagalli) pubblicata in francese nel sito ufficiale della Fraternità, fsspx.news (vedi qui; e la traduzione ufficiale in italiano qui). Come si sa questo volume, che ha destato tanto scalpore e veementi attacchi da parti dei nemici del Cattolicesimo, prende posizione, difendendo la dottrina tradizionale del sacerdozio, contro l’ipotesi “sinodale” dell’attenuazione e finalmente dell’abrogazione della regola del celibato sacerdotale.


L’Autore della recensione (La fallimentare difesa del celibato sacerdotale di Benedetto XVI), dopo avere riassunto non senza qualche favore il contributo di Benedetto XVI (“..aggiunge con pertinenza…”, “…sottolinea giustamente…”, “questa spiegazione è abbastanza corretta e ben accetta. Ha una certa forza a favore del celibato sacerdotale”), rileva che “nelle circostanze attuali, Papa Ratzinger ha il merito e il coraggio di difendere il celibato ecclesiastico. Si oppone a tutti coloro che vorrebbero eliminare questa disciplina che fa parte della tradizione apostolica e che è profondamente radicata nel sacerdozio che Cristo ha trasmesso”. Peccato però che, in maniera disorientante per il lettore, ribalti subito il senso del discorso con le osservazioni che seguono

Benedetto XVI dipende da questa teologia [moderna], che ha sviluppato e vissuto, il che lo porta a affermazioni completamente deplorevoli. Quindi rifiuta di considerare la Croce di Gesù come un vero sacrificio e quindi come un atto di culto. Il Papa Emerito scrive: «La crocifissione di Gesù in sé non è un atto di culto». La ragione che dà è assurda: «i soldati romani che la eseguono non sono dei sacerdoti. Essi compiono un’esecuzione, ma non pensano neanche lontanamente di porre un atto di culto».
Questo è precisamente dimenticare che è Cristo che pone - e solo lui - questo atto di culto: è sia il Sommo Sacerdote della Nuova Legge sia la Divina Vittima, l'unico degno di essere approvato da Dio. La proposta di Benedetto XVI rientra inoltre nella condanna del Concilio di Trento: «Se qualcuno dice che il sacrificio della messa è solo un sacrificio di lode e ringraziamento, o semplice commemorazione del sacrificio compiuto sulla croce (…): che sia anatema» (sessione XXII, 17 settembre 1562, Denzinger 1753). La morte di Gesù Cristo sulla Croce è stata un vero sacrificio. Il sacrificio è il principale atto di culto dovuto a Dio. Sulla croce, quindi, c'è un vero culto, compiuto solo da Cristo.
Un altro canone dice allo stesso modo: «Se qualcuno dice che, con il sacrificio della messa, si commette una bestemmia contro il sacro sacrificio di Cristo compiuto sulla croce (...): che sia anatema» (Dz 1754). Negare che la Croce sia un atto di culto è incomprensibile.


Quanto questa critica al testo di Benedetto XVI si spinga fino alla deliberata manipolazione e persino alla falsificazione, risulta dal semplice confronto con ciò che realmente il Papa scrive in Des profondeurs de nos coeurs:

La crocefissione di Gesù non è in se stessa un atto cultuale. I soldati romani che l’eseguono, non sono sacerdoti. Essi procedono a un’esecuzione capitale. Non pensano in alcun modo a compiere un atto rilevante di culto. Il fatto che Gesù si doni per sempre come cibo durante l’ultima Cena significa l’anticipazione della sua morte e della sua resurrezione. Ciò significa la trasformazione di un atto di crudeltà umana in un atto d’amore e di offerta si sé (Des profondeurs de nos coeurs, cit., p. 38).

A differenza di ciò che sostiene il Recensore di fsspx.news, Benedetto XVI non nega in alcun modo la natura sacrificale della crocifissione, bensì soltanto che lo scopo dei soldati romani e degli atti dell’esecuzione capitale ai quali essi erano stati preposti, possano essere considerati in quanto tali momenti di un’azione di culto. E a questa considerazione coappartiene, in tutta evidenza e coerenza con l’insegnamento tradizionale della Chiesa dal quale Benedetto XVI non si discosta, l’osservazione che a rendere quegli atti e quella esecuzione un atto di sacrificio cultuale fu l’ultima Cena in quanto anticipazione della morte di Gesù in croce. Dunque l’accusa mossa a Benedetto XVI di essere incorso negli anatemi del Concilio di Trento è del tutto inconsistente.

mercoledì 22 gennaio 2020

L’Anticristo secondo Reinhard Raffalt. Una recensione di p. Serafino Lanzetta

Nel 2017 la casa editrice XY.it pubblicò nella collana Antaios diretta da Giuseppe Reguzzoni una delle più interessanti riflessioni contemporanee sulla figura escatologica dell'Anticristo. Si trattava di Der Antichrist di Reinhard Raffalt (1923-1973), musicologo e scrittore tedesco, grande apologeta della Tradizione cattolica romana e tra i primi critici del Concilio Vaticano II (Sinfonia Romana, Prestel, München 1966) e del nuovo corso postconciliare della Chiesa (Wohin steuert der Vatikan? Papst zwischen Religion und Politik, Piper, München 1976). Il testo raffaltiano sull'Anticristo, che è la trascrizione di una conferenza tenuta a Monaco nel 1966 e pubblicata soltanto nel 1990 (Lins-Verlag 1990), è stato ripreso recentemente, nell'edizione italiana appena citata, da Antonio Socci nel suo libro Il dio mercato, la Chiesa e l'Anticristo (Rizzoli, Milano 2019; vedi qui). Considerata la particolare attualità del saggio di Raffalt nella presente situazione spirituale, pubblichiamo qui di seguito una riflessione del p. Serafino Lanzetta comparsa in forma di recensione per la rivista Fides Catholica (Anno XIII. 1-2018).

Reinhard Raffalt
Reinhard Raffalt (1923-1976), scrittore, filosofo e musicologo tedesco, assistendo al crescere della confusione ecclesiale dopo il Concilio Vaticano II, nel 1966, scrive il suo Der Antichrist, opera che però verrà pubblicata postuma nel 1990. Andrea Sandri ne ha curato la traduzione italiana e l’ha corredata con una sapiente postfazione, nella quale s’illumina il contesto letterario in cui nasce L’Anticristo di Raffalt, offrendoci ad un tempo una chiave ermeneutica interessante a partire dal percorso filosofico e musicologico dell’autore. Il testo scritturistico che Raffalt prende maggiormente in considerazione nel suo saggio è quello di San Paolo ai Tessalonicesi:
Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio. (2Ts 2,3-4).
Una delle caratteristiche principali dell’Anticristo di Raffalt è l’egoismo; si tratta di un personaggio che ama se stesso e amerebbe anche il prossimo, ma per un amore egoistico di sé senza l’amore di Dio. Questo uomo che si finge di essere un novello Cristo metterebbe in pratica alla lettera le parole del Vangelo: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Mt 22,39), perché senza l’amore di Dio, ovvero senza l’altro comandamento: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (Mt 22,37), tali parole diverrebbero un incitamento all’amore egoistico di se stessi. Scrive Raffalt: «L’Anticristo è un uomo che ama il suo prossimo come se stesso, ma non ha niente da amare più grandemente» (p. 20).

C’è un unico modo per smascherare questa figura funesta ed è la fede nel mistero del Verbo incarnato, Gesù Cristo vero Dio e vero uomo. Quantunque l’Anticristo rimanga ancora una figura teorica e al di là da venire, l’assenso di fede dato a Gesù Cristo quale Dio da Dio, fattosi uomo per la nostra salvezza, è determinante e rappresenta una presa di posizione di fronte a questo “padrone del mondo” per usare un’immagine cara a Hugh Benson. Il problema dell’Anticristo, dice Raffalt, è difatti la decisione dell’uomo per o contro Cristo, cioè per o contro il Dio personale (cf. pp. 28-29). L’Anticristo così funge da figura che mette l’uomo davanti alla scelta finale: per o contro il vero Dio. In questo senso è una figura provvidenziale quantunque nefasta.

Di più, a giudizio di Raffalt, la massima dell’Anticristo potrebbe essere questa: «Un uomo vero, pervenuto al senso di se stesso, è soltanto colui che vive secondo i fondamenti morali del Cristianesimo, senza credere nel Dio personale». Traslitterando queste parole in un senso più ecclesiologico potremmo dire: una Chiesa senza Cristo, espressione di un Cristianesimo senza Dio, come vorrebbe anche Hazel Motes, personaggio chiave di Wise Blood, romanzo della scrittrice americana Flannery O’Connor.

Reinhard Raffalt, L'Anticristo, Edizioni XY
Inoltre l’Anticristo di Raffalt è un «redentore negativo», cioè «deve emancipare l’umanità dal vincolo della creaturalità. Egli realizza la pace mondiale e pretende come prezzo la rinuncia all’immortalità dell’anima e lo smantellamento della personalità» (p. 31). Sarà un bravo addomesticatore di tutte le religioni, dei loro culti, sotto il segno dell’assenza di Dio. L’Ebraismo, il Cristianesimo, l’Islam, il Buddismo ecc., potrebbero unirsi senza alcuna difficoltà perché da ciascuna di esse si pretenderà di rinunciare alla definizione di Dio. Una religione morale ma senza Dio, dal volto policromo. Purché non derivi nessun danno all’ordine sociale e legale, tutto sarà permesso, ogni genere di capriccio e di passione.

 L’Anticristo che è un uomo, però, non si dà senza Cristo. Quindi implicitamente dovrà riconoscere l’unicità di Cristo e della sua religione. Anticristo è colui che nega Cristo e non Maometto o Confucio e con Lui la verità del Dio personale, mettendosi al suo posto. Dal Nuovo Testamento sappiamo che questo uomo anti-Cristo sarà un grande profanatore e farà della devastazione cultuale e misterica da lui avviata l’oggetto di una venerazione universale, una sorta di nuova religione dell’umanità. Tra le sue opere di devastazione, a giudizio di Raffalt, la profanazione per mezzo della bestemmia sarà quella principale. Infatti, nessuna profanazione, quale ad esempio il mercato, gli stimoli, il sesso, la psicoanalisi, la droga, la burocrazia, la rinuncia alla bellezza, è indice di un’essenza malvagia. Tra queste solo la bestemmia fa eccezione perché è direttamente contraria a Dio, al suo onore, al riconoscimento della sua precedenza su tutto e tutti. Perciò l’Anticristo sarà il bestemmiatore di Dio per eccellenza.

Solo nella bestemmia c’è tutta la malvagità pensabile e semplice ad un tempo (cioè non commista ad altro, come invece succede perché i fattori su elencati uniti e mescolati tra loro possano davvero nuocere estrapolati dal loro contesto naturale e veritiero). Nella bestemmia c’è tutta la malvagità della negazione e dell’offesa di Dio, ciò che invece non si dà pur se meccanizziamo il mondo, eliminando l’anima (cf. pp. 51-52). Scrive Raffalt: «Alla fine, quando si sarà compiuta la meccanizzazione del mondo, perfezionato l’accerchiamento dell’uomo, quando sarà stata assassinata la libertà, sarà svelato il mistero dell’iniquità e apparirà nella sua pura forma: come odio deliberato contro il Dio personale» (p. 52).

Raffalt infine vede l’Anticristo venire addirittura da Roma, scorgendo un legame simbolico nel baldacchino dell’altare papale di S. Pietro che il Bernini costruisce ispirandosi all’unica colonna superstite del Tempio di Gerusalemme, volendo così esprimere la continuità tra l’Antica Alleanza e la venuta del Messia. Proprio questa continuità, ispirata anche alle Letture di Newman (prima della sua conversione), darà modo a Raffalt di vedere l’uscita dell’Anticristo dal Tempio di Dio (come dice S. Paolo nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi, 2,3-4): l’iniquo prenderà il posto di Dio mettendo fine alla sinfonia romana.

C’è un legame forte tra Raffalt e Newman. Infatti Der Antichrist di Raffalt si ispira anche alle Letture del grande pensatore inglese. Bisogna fare però una precisazione importante. Raffalt scrive: «Non soltanto i nemici della Chiesa, anche alcuni suoi ardenti difensori, come ad esempio il Cardinale Newman, hanno messo in relazione i tempi ultimi di Roma con l’Anticristo e non hanno negato che il più grande nemico di Dio possa sorgere dalla stessa Chiesa» (p. 54).

In realtà, l’idea che Roma, pagana o cristiana, l’Antico Impero o la Chiesa Cattolica Romana come istituzione, saranno sempre sotto l’ira di Dio, era un pregiudizio che Newman nutriva sin dalla fanciullezza. Era convinto, a causa della sua formazione protestante, che il sistema ecclesiastico di Roma, essendo centrato sul Papa, fosse in effetti centrato sull’Anticristo. Molti anni dopo, Newman descriverà nella sua Apologia il lento processo di superamento di quel pregiudizio contro il sistema cattolico romano ispirato al protestantesimo. Dunque il Newman a cui Raffalt fa riferimento in questo contesto della romanità dell’Anticristo è ancora quello anglicano, precedente la sua conversione cattolica.

 A giudizio del B. John Henry Newman l’Anticristo è una persona singola che trova dei suoi precursori nel corso dell’intera storia. Nell’Apologia pro vita sua, il grande convertito descrive lo spirito del liberalismo come segno distintivo della venuta dell’Anticristo, il quale sarà anomos (senza legge) perché si leverà al di sopra del giogo della Religione e della Legge. Lo spirito dell’anarchia venne con la Riforma protestante e il Liberalismo è il suo fedele seguace.
Per Liberalismo Newman intende l’indifferenza dinanzi alla verità nell’ambito della religione. Il Liberalismo è difatti la visione del Modernismo secondo cui non c’è una verità religiosa assoluta e una religione vale l’altra. Ciò conduce a una grande perdita di fede: al posto dell’autorità ecclesiale che trasmette la verità della Divina Rivelazione si mette lo spirito del giudizio privato (private judgment). Dirà Newman che in tal modo il Liberalismo è una sosta a metà strada tra Roma e l’Ateismo. Per il B. Newman l’apostasia quale allontanamento da Dio e dalla sua Verità prepara senza dubbio la venuta dell’Anticristo (cf. 2Ts 2,3-4).

Dice così in un passaggio tratto da una sua Omelia di Avvento del 1835:

Il nemico di Cristo e della Sua Chiesa sorgerà da uno speciale allontanamento da Dio? E non c’è alcuna ragione di ritenere che questa apostasia si stia gradualmente preparando, realizzando, accelerando proprio in questi nostri giorni? In questo stesso momento, pressoché ovunque, in tutto il mondo, qui e là, in questo o quel luogo, più o meno alla luce del sole, ma comunque in maniera visibile e terribile in tutte le sue parti civilizzate e potenti non si compie infatti il tentativo di agire senza la Religione? […] C’è sicuramente ai nostri giorni una confederazione del male, che arruola le proprie milizie in tutte le parti del mondo, che si organizza, prende provvedimenti, avvolge la Chiesa di Cristo come in una rete e prepara la via a un’apostasia generale da essa. Se sarà questa apostasia a dare i natali all’Anticristo o se il suo avvento sarà ancora ritardato, com’è stato ritardato così lungamente, non possiamo saperlo. In ogni caso questa apostasia, tutti i suoi segni e i suoi mezzi, sono da ricondurre al Maligno e sanno di morte. Lungi da noi l’essere tra quelle persone semplici che rimangono irretite nella trappola che ci circonda! Lungi da noi l’essere sedotti dalle belle promesse nelle quali Satana è certo di avere celato il suo veleno! Pensi che egli nella sua potenza sia tanto sprovveduto da chiederti apertamente e direttamente di unirti a lui nella sua guerra contro la verità? Non è così. Egli ti offre le esche per tentarti. Ti promette la libertà civile, ti promette l’eguaglianza. Ti promette commerci e ricchezze. Ti promette la remissione delle tasse. Ti promette le riforme. È questo il modo in cui ti nasconde il tipo di lavoro al quale ti sta iniziando. Ti tenta convincendoti a opporti ai tuoi governanti e ai tuoi superiori. Egli fa lo stesso e ti induce a imitarlo. Oppure ti promette illuminazione. Ti offre conoscenza, scienza, filosofia, allargamento di vedute. Si prende gioco del passato, di ogni istituzione che lo veneri. Ti suggerisce che cosa dire, e poi ti ascolta, e ti elogia e ti incoraggia. Ti invita a salire. Ti mostra come divenire simile agli dei. E poi ride e si prende gioco di te, diviene tuo intimo. Ti prende per mano e mette le sue dita tra le tue dita, le tiene strette, e tu sei suo.
La nascita dell’Anticristo segnerà perciò la piena umanizzazione dei rapporti tra gli uomini come conseguenza della piena umanizzazione della Religione e della sua riduzione a fattore di fratellanza sociale e universale ma senza Dio, senza Cristo. Tutte le religioni saranno tollerate ma non quella di Gesù Cristo e così ci sarà un’opposizione alla Chiesa, un’anti-Chiesa, cioè un’istituzione umana che pretenderà di svilire quella divina, una tra le tante espressioni in una confederazione religiosa mondiale. Così si arriverà a una morale senza la Religione, perciò a una morale senza Dio, autonoma e relativista.

L’Anticristo sarà sconfitto dal soffio della bocca di Cristo che così lo annienterà. Con Cristo sopravvivranno solo coloro che non saranno stati sedotti da colui che nega il Cristo venuto nella carne, per farsi lui dio, ma senza più l’unico vero Dio, Nostro Signore Gesù Cristo. La battaglia quindi è tra Cristo e gli anticristi (i menzogneri) che di volta in volta appaiono (cf. 1Gv 2,18), fino al suo negatore finale, Der Antichrist. La fede e la carità vere sono il baluardo per non soccombere. 

Concludo queste riflessioni con l’Oratio dei Vespri del Venerdì di Quaresima (dopo il Mercoledì delle Ceneri) del Breviario Romano, la quale molto si addice al nostro tema: «Tuere Domine popolum tuum, et ab omnibus peccatis clementer emundas: quia nulla ei nocebit adversitas, si nulla ei dominetur iniquitas. Per Dominum nostrum…». La Liturgia ci fa chiedere al Signore di difendere il suo popolo e di purificarlo da ogni peccato, poiché nessuna avversità li potrà nuocere se nessuna iniquità li dominerà. L’Anticristo non potrà nuocere ai figli di Dio se non saranno dominati dall’iniquità del peccato, di cui egli è uomo e figlio.









venerdì 31 agosto 2018

Il fenomeno di Medjugorje è autentico? Intervista esclusiva al Prof. Manfred Hauke

A seguito degli articoli sul fenomeno di Medjugorje già a disposizione dei lettori su Vigiliae Alexandrinae pubblichiamo, nella traduzione di Marco Corvaglia,  un'importante intervista al Professor Manfred Hauke della Facoltà Teologica di Lugano apparsa il 27 agosto 2018 su gloria.tv.

Il fenomeno di Medjugorje è autentico? Intervista esclusiva
al Prof. Manfred Hauke

(gloria.tv, 27 agosto 2018[1] )

Il Professor Manfred Hauke
Molti cristiani attendono una decisione di Papa Francesco riguardo all’autenticità delle presunte apparizioni mariane di Medjugorje. Il 2 agosto 2018 Die Tagespost ha pubblicato un'intervista sull'argomento con il Prof. Manfred Hauke, presidente della Società Tedesca di Mariologia.[2] Una settimana dopo, il medico e devoto di Medjugorje dott. Christian Stelzer di Vienna ha risposto.[3] L'agenzia stampa kath.net, con sede a Linz (Austria), ha presentato i suoi attacchi sotto il titolo tendenzioso "Se un 'Mariologo combatte contro la Madre di Dio".[4]
Gloria TV ha intervistato il prof. Hauke sull'argomento. Le domande sono state poste dalla dott.ssa Eva Doppelbauer.

Professore, lei trova impensabile che a Medjugorje appaia la Madre di Dio
dal 1981. Perché?

C'è tutta una serie di argomenti che devono essere visti insieme. I più gravi sono
le contraddizioni interne dei messaggi connessi con la "Madre di Dio". Queste sono  cominciate fin dai primi giorni del fenomeno e sono documentate in dettaglio nelle interviste registrate con i veggenti.

Per esempio?

Sulla questione di quanto tempo avrebbe continuato ad apparire, la "Gospa" rispose il 29 giugno 1981: "Finché lo volete." Il giorno dopo, 30 giugno, rispose alla stessa domanda: "Ancora tre giorni", o tre volte. Ciò è stato testimoniato non solo da cinque veggenti (con l'eccezione di Ivan Dragicevic, che era assente il 30 giugno), ma anche da due donne che erano presenti a quest’"apparizione" e sentirono le parole chiaramente pronunciate dei veggenti (che non erano affatto in estasi). Per questo motivo, i veggenti si aspettavano che la fine delle apparizioni fosse il 3 luglio.

Le due "apparizioni" si contraddicono a vicenda ...

Non solo quello. La prima risposta lega la durata delle "apparizioni" alla volontà soggettiva dei veggenti, il che contraddice l'origine celeste delle apparizioni autentiche - come per esempio Lourdes o Fatima. La seconda risposta contraddice gli esiti concreti degli eventi, poiché le "apparizioni" continuarono anche dopo il 3 luglio 1981. Quindi è una falsa predizione che, secondo la testimonianza del Deuteronomio, va contro l'autenticità di una profezia. Il Deuteronomio chiede: "Come riconosceremo la parola che il Signore non ha detto?" La risposta è: "Quando il profeta parla nel nome del Signore e la cosa non accadrà o non si realizzerà, quella parola non l’ha detta il Signore" (Dt 18,22).
Non ho dubbi che nei primi giorni ci siano state delle "apparizioni". Dubito che la Madre di Dio sia apparsa ai giovani di Medjugorje. Un'intera serie di altri fatti va in questa direzione; ci ritornerò.

Ha scritto sul Tagespost che la commissione su Medjugorje del cardinale Ruini ha trascurato i nastri delle interviste. Che nastri sono?

Si tratta di interviste con i veggenti, registrate su nastro, che sono state condotte dal 27 al 30 giugno: da p. Zrinko Cuvalo, OFM, al tempo vicario della parrocchia di Medjugorje, la mattina del 27 giugno e in seguito da p. Jovo Zovko, OFM, all’epoca parroco, dal pomeriggio del 27 giugno in poi. Inoltre ci sono estratti registrati delle "apparizioni" del 28 e 29 giugno 1981.

Che ne è stato di queste interviste?

Fr. Ivo Sivric, OFM († 2002), un francescano cresciuto a Medjugorje, che lavorava negli Stati Uniti, ha pubblicato una traduzione francese e una inglese delle trascrizioni croate dei nastri, in collaborazione con il parapsicologo canadese Louis Bélanger.[5]
La distribuzione di questi libri è stata in realtà boicottata dalle parti interessate. Delle copie che erano state inviate in Francia, ad esempio, non sono mai arrivate. Il libro è molto difficile da trovare in Europa. Quando io l'ho ordinato nel 2010, ho dovuto contattare personalmente Bélanger, che mi ha fatto avere entrambe le
edizioni. Sivric e Bélanger non considerano le "apparizioni" autentiche.

Ci sono altre edizioni delle interviste registrate?

La pubblicazione dei testi in Canada ha ispirato una sostenitrice croata delle "apparizioni" che vive lì, Daria Klanac, che ha pubblicato la propria edizione delle interviste registrate al fine di controllare il lavoro di p. Sivric.[6]
 Il risultato non mostra alcuna differenza significativa rispetto al contenuto della precedente pubblicazione di Sivric.
Dopo che Donal Anthony Foley aveva pubblicato un'analisi minuziosa delle trascrizioni su nastro (prima nel 2006, con una seconda edizione nel 2011), questo ha allarmato i devoti di Medjugorje anglofoni. Così James Mulligan ha pubblicato un'ulteriore edizione inglese dei testi che aggiunge poche registrazioni e conferma ciò che era già noto.[7]

Il fatto che questa pubblicazione non fosse disponibile ha indotto la commissione Ruini a non prenderla in considerazione?

La difficoltà di ottenere i testi originari è certamente un fattore che bisogna prendere in considerazione, così come la difficoltà legata al fatto che le trascrizioni non sono disponibili in traduzione italiana. Ma avrebbero dovuto assolutamente valutarle accuratamente. Questi primi testi sono più vicini alle origini rispetto alle interviste successive (come quelle di p. Bubalo con Vicka del 1983/84). Non riuscire a
valutare fondamentalmente una fonte storica di questo livello è scandaloso dal punto di vista scientifico, specialmente se il riconoscimento dei "primi giorni" (e solo di quelli) è raccomandato dalla commissione Ruini.

Quali problemi sono evidenziati dai nastri?

Ho menzionato la predizione non realizzata della fine delle apparizioni "dopo tre giorni" e il fatto che essa era contraddetta dall'affermazione che la durata delle apparizioni sarebbe dipesa dalla volontà dei veggenti. I veggenti hanno anche chiesto alla "Gospa" un segno, ma non si realizzò. Al fatto che le lancette di un orologio appartenente a uno dei veggenti si fossero presumibilmente spostate da sole non fu data grande importanza in seguito dai veggenti.

Ci sono stati altri "segni"?
C'è stato il caso di Daniel Setka, un bambino di tre anni con disabilità. Il 29 giugno la "Gospa" ha promesso la guarigione per lui. Tuttavia, p. Zovko verificò il 30 giugno che questo non era successo.[8] Secondo la testimonianza dei genitori (3 aprile 1983) ci fu un graduale miglioramento, ma nessuna guarigione immediata e completa, come ci si aspetterebbe da un miracolo riconosciuto dalla Chiesa (secondo le linee guida dell'ufficio medico di Lourdes).

Qual è il contenuto del "messaggio" dei primi giorni?

In contrasto con quanto accaduto in seguito, non vi fu alcun messaggio chiaramente identificabile nei primi giorni delle"apparizioni", come p. Zovko dichiarò il 29 giugno in una comunicazione ai parrocchiani di Medjugorje. Invece la "Gospa" rispondeva alle domande private dei veggenti.
Il 29 giugno ha parlato di "incredulo Giuda", che il mariologo francese René
Laurentin (principale responsabile della diffusione mondiale delle "apparizioni" di
Medjugorje) modificò in "incredulo Tommaso". L'espressione "incredulo Giuda" si sente chiaramente nella registrazione del nastro, effettuata durante l'apparizione stessa.

Come si presenta la "Gospa"?

L'aspetto della "Gospa" è caratterizzato da numerosi dettagli insoliti che non troviamo nelle autentiche apparizioni mariane. Le sue mani tremano. Ogni volta che la gente le calpesta troppo a lungo il velo, lei scompare più e più volte e poi ritorna. Permette che la si tocchi e ride. Chi la tocca ha la sensazione di toccare l'acciaio. Il colore della sua veste è grigio. Non c'è una cintura sulla sua veste e i suoi piedi non si vedono. Come nei fenomeni spiritici, il suo viso diventa visibile lentamente e gradualmente. Quando le viene chiesto se lei vorrebbe apparire in chiesa (che era il desiderio di p. Zovko), lei esita. Quando viene cosparsa di acqua benedetta, tre ragazze veggenti svengono. La veggente Marija si lamenta il 26 giugno
di avere le mani ghiacciate dopo l'incontro con la "Gospa".
L'encomiabile lavoro di Donal Anthony Foley, Comprendere Medjugorje[9], evidenzia alcuni di questi fatti.

La commissione Ruini vuole riconoscere i primi giorni delle "apparizioni". Dove segnare quel limite?

Il contenuto della valutazione della commissione Ruini è soggetto all'obbligo del segreto papale. Tuttavia è stato reso noto, attraverso articoli di stampa non smentiti, che la commissione ha riconosciuto come degne di fede le prime sette "apparizioni" nei primi dieci giorni.

Ci sono dei motivi per segnare quel limite?

È significativo mettere in risalto i primi dieci giorni, cioè dal 24 giugno al 3 luglio, ed è stato fatto già da diversi studiosi, perché le "apparizioni" dovevano finire il
3 luglio, secondo la dichiarazione della "Gospa".
Ma, per quanto ne so, nessun ricercatore che abbia familiarità con le fonti ha distinto le prime sette apparizioni da quelle successive. Sivric considerava separatamente i primi sette giorni (erano oggetto delle interviste registrate), senza escludere dall’indagine quelli successivi; Bubalo evidenzia solo il significato della prima settimana di apparizioni (otto giorni, fino al 1° luglio). Anche il numero delle apparizioni e il numero dei giorni non corrispondono. Il 29 giugno, il sesto giorno delle "apparizioni", si parla delle "apparizioni" che avverranno nei prossimi tre giorni. Se qualcuno vuole riconoscere i sette giorni dal 24 al 30 giugno come autentici, non può escludere logicamente il periodo dal 1° al 3 luglio, perché la previsione del 29 giugno si riferisce a questo.
Se qualcuno vuole distinguere le prime "sette" apparizioni, allora, a seconda di come le si conta, si arriva fino al 29 giugno o al 27 giugno. Forse le "apparizioni" dal 24 al 29 giugno sono state raggruppate perché si sono svolte sulla Collina delle Apparizioni (Podbrdo), mentre le "apparizioni" successive si sono svolte nell'area di Cerno (30 giugno), o in canonica e in altri posti (in un’automobile, ecc.) Ma ci furono anche "apparizioni" sul Podbrdo, quindi questo modo di tracciare un limite sarebbe problematico.

Cosa è successo nei primi giorni delle "apparizioni"?

Di seguito, vorrei provare a presentare una panoramica. Per maggiori informazioni, si possono consultare le fonti che ho citato e in particolare la presentazione di Foley.
Gli eventi non sono iniziati il 25 giugno (vale a dire, nella data dell'anniversario che circola nei siti web dei devoti di Medjugorje), ma mercoledì 24 giugno, nella solennità di San Giovanni Battista. Nel tardo pomeriggio Ivanka Ivankovic (15 anni) e Mirjana Dragicevic (16) erano presso il Podbrdo, tra Bijakovici (una frazione di Medjugorje) e Cilici, per strada, ascoltando musica rock e fumando sigarette senza permesso. All'improvviso Ivanka dice: "Guarda, la Madonna!" Mirjana non guarda nemmeno il luogo indicato dalla sua amica: "Ma che dici? Pensi davvero che la Madonna apparirebbe a noi?"

E quando è avvenuta la seconda apparizione?

La seconda "apparizione" ha luogo la sera dello stesso giorno, dopo che Ivanka e Mirjana sono andate a casa di Milka Pavlovic, una sorella minore di Marija Pavlovic, che sarebbe stata in seguito stata una veggente. Milka chiede a Ivanka e Mirjana di aiutarla a riportare a casa le sue pecore dalla collina. Mentre salgono sulla collina (Podbrdo), le tre ragazze vedono da lontano (circa 200 metri) la sagoma di una donna, con un fagottino bianco che potrebbe essere un bambino (anche se nessuno vede una testa o mani o piedi). La figura copre e scopre ripetutamente il "bambino";  fa un gesto alle ragazze invitandole ad avvicinarsi. Mentre è in corso l’"apparizione", Vicka Ivankovic, un'amica di Ivanka e Mirjana, arriva sul posto.
Alle grida delle ragazze, due ragazzi che stavano raccogliendo mele nei dintorni si avvicinano: Ivan Ivankovic (che in seguito non prenderà parte alle "apparizioni") e Ivan Dragicevic, la cui descrizione della visione differisce in qualche modo da quella degli altri veggenti. Riferisce di aver visto una donna con un mantello blu, un velo bianco e una corona d'argento, mentre secondo Mirjana il vestito era
grigio e il velo biancastro; lei menziona anche una corona splendente. Non c'è nessun messaggio.

Cosa succede allora?

La terza "apparizione" si svolge giovedì 25 giugno alle 18 sul Podbrdo. Dal momento che la gente diceva che Maria era apparsa 18 volte a Lourdes, Ivanka, Mirjana e Vicka vanno verso la collina la sera aspettandosi che "l'apparizione" possa forse ripetersi. Milka e i due Ivan (dal giorno precedente) non ci sono. Nell'intervista registrata il 27 giugno, Ivan Dragicevic sottolinea tre volte che non era presente all'apparizione. Secondo un’intervista del 28 giugno, che è stata pubblicata per la prima volta da Mulligan nel 2013, la Madre di Dio avrebbe chiesto: "Dov'è quel ragazzo?" (senza fare il nome), e dopo sarebbe apparsa a lui separatamente.
Mentre Ivanka corre verso l’"apparizione", Vicka torna al villaggio per andare a chiamare Marija Pavlovic e Jakov Colo. Mentre corrono verso la collina, si sentono come "trasportati" attraverso il i cespugli da un potere sovrumano, analogamente a quanto riferirono i veggenti di Garabandal, dove ci fu una questione analoga. Questa volta, per la prima volta, i veggenti sono piuttosto vicini alla "Gospa" e possono toccarla. I veggenti percepiscono una sorta di nebbia che si avvicina sempre più
a loro e gradualmente il corpo diventa visibile.
Vicka descrive il toccare la "Gospa" con l'espressione "afferrare l'acciaio", mentre per Marija era come l'aria. Mentre i veggenti toccano la figura, lei inizia a ridere. Secondo la descrizione di Ivanka l'apparizione indossa un velo bianco e un lunghissimo mantello grigio, così come una corona sulla testa, con le stelle; non indossa la cintura; ha gli occhi blu e capelli neri. Ivanka chiede dove sia sua madre (che era morta due mesi prima). L’ "apparizione" risponde che sua madre sta bene e che la ragazza dovrebbe obbedire a sua nonna. Mirjana chiede un segno e dice di aver visto girare le lancette del suo orologio da polso. Quando le chiedono se tornerà, la "Gospa" risponde con un cenno del capo e dice "Andate in pace". Quando Marija torna a casa, è profondamente spaventata; non può mangiare, e le sue mani sono come di ghiaccio.

La quarta apparizione?

Alla quarta "apparizione" di venerdì 26 giugno, tutti e sei i veggenti che avrebbero formato il gruppo sono insieme per la prima volta (Ivanka, Mirjana, Vicka, Marija, Jakov, Ivan Dragicevic). Siamo di nuovo nel tardo pomeriggio, a circa 300 metri dal luogo delle apparizioni dei giorni precedenti. Tre lampi preannunciano l’'"apparizione". Per la prima volta, c'è una grande folla di persone presenti. Quando Marija saluta la figura con le parole "Madonna mia" all’inizio dell’apparizione, la "Madre di Dio" annuisce ripetutamente (così sembra) con la testa e fa il segno della Croce diverse volte. Ivanka chiede alla "Gospa" perché è venuta e riceve la risposta: "Perché ci sono molti credenti, che dovrebbero stare uniti." La gente e il mondo intero dovrebbero riconciliarsi.
Alla richiesta interiore di Vicka di dare un segno, la "Gospa" risponde: "Tornate domani", nel luogo in cui era apparsa prima. Mirjana chiede del suo nonno defunto e
riceve la risposta: Sta bene. Dovrebbe andare a trovarlo al cimitero. Secondo Ivan la
"Gospa" dice, davanti alla folla: "Voi che siete riuniti qui intorno a me, siete i miglioricredenti“.
Vicka spruzza l'acqua benedetta (fatta con sale benedetto, aggiunto ad acqua non benedetta), per verificare se possa essere il diavolo che sta apparendo. Jakov riferisce che all'istante tre delle ragazze veggenti (Ivanka, Marija, Vicka) svengono, a differenza di lui e Mirjana. Nel 1983 (o 1984) Vicka, nella sua intervista con p. Bubalo, afferma che la "Gospa" sorrise. Questo dettaglio, che può eventualmente derivare dalla descrizione delle apparizioni mariane a Lourdes, secondo cui si dice che la Madre di Dio abbia sorriso mentre era spruzzata di acqua benedetta, non è presente nelle interviste registrate.
Passato lo svenimento (ripetuto), i veggenti pregano sette Padre nostro, sette Ave Maria e sette Gloria, come la nonna di uno di loro aveva raccomandato; e anche il
Credo. Ciò significa che l'iniziativa delle preghiere non è venuta dalla "Gospa", ma è sorta dalla pietà popolare croata.

L’apparizione seguente?

Sabato 27 giugno, ha luogo la quinta "apparizione", o meglio, la quinta, sesta, settima e ottava. Le diverse possibilità di conteggio derivano dal racconto (di Jakov e
Marija), secondo cui "l'apparizione" era scesa tre volte: se n’era andata due volte
perché la gente aveva calpestato il suo velo. Secondo il conteggio di Mirjana, al contrario, non ci furono tre ma quattro "apparizioni" nella stessa sera.

E poi?

La sesta (o nona-decima) “apparizione” si svolge la domenica sera, di nuovo sul Podbrdo. I veggenti chiedono un segno due volte. La prima volta, la "Gospa" sorride e scompare, ma ritorna di nuovo.
Alla ripetuta richiesta di un segno, la figura dice: "Andate nella pace del Signore", prima di scomparire.

Poi segue la settima o undicesima "apparizione"...

La settima o undicesima "apparizione" ha luogo lunedì 29 giugno, il settimo giorno delle apparizioni. La "Gospa" promette la guarigione del ragazzino disabile di tre anni  Daniel Setka, mentre il giorno dopo p. Zovko verifica che la guarigione non si è verificata. Ma ci fu, come detto prima, un miglioramento graduale.
Quando una dottoresssa (Darinka Glamuzina) vuole toccare la "Gospa", lei risponde: "Ci sono sempre Giuda increduli! Venga avanti." La dottoressa in seguito ha dato 
testimonianze contrastanti sul fatto di aver toccato o meno la "Gospa"; secondo Ivanka, lei ha potuto toccare la "Madre di Dio". Fr. Zovko interviene per dire che Giuda non era incredulo, ma piuttosto lo era Tommaso; i veggenti, tuttavia, insistono sul fatto che la parola fosse "Giuda", come la registrazione su nastro dell’ “apparizione” stessa conferma.
Quando Vicka chiede alla "Gospa" perché è venuta proprio lì, non ottiene risposta. Alla domanda di Ivanka circa quanto a lungo sarebbero durate le apparizioni, la "Gospa" risponde: "Quanto volete voi."
Risponde sì alla domanda se sarebbe venuta anche il giorno successivo (quindi il 30 giugno, nelle vicinanze di Cerno). Se qualcuno dovesse giudicare genuine solo le "apparizioni" che c’erano state fino ad allora sulla collina, si pone la domanda: perché questo non si applica all’"apparizione" in un altro posto, annunciata il 29 giugno?

Cosa succede il settimo giorno delle apparizioni?

L'ottava o dodicesima "apparizione" del settimo giorno delle "apparizioni" è la prima ad aver luogo lontano dal Podbrdo, precisamente nelle vicinanze di Cerno. Accompagnati da due giovani donne, i veggenti (con l'eccezione di Ivan) intraprendono un viaggio in macchina, per "provare" - così si dice nell’intervista registrata su nastro -  se la "Gospa" apparirà anche in un altro posto. Nel corso di quest’"apparizione" Mirjana chiede per quanto tempo la "Gospa" rimarrà con i veggenti, e riceve la risposta: "Altri tre giorni", cioè fino a venerdì 3 luglio.
Fr. Zovko vorrebbe che la "Gospa" accettasse di apparire non sulla collina ma nella chiesa. La relativa domanda dei veggenti sembra non piacere alla "Gospa": "Apparentemente non le ha fatto piacere. Ma alla fine ha detto che non era arrabbiata."
Mezz'ora dopo, p. Zovko sta già intervistando i veggenti nella canonica di Medjugorje. Le donne che accompagnavano i veggenti non videro nulla, ma confermarono le parole pronunciate a voce alta dai veggenti durante l'apparizione, in riferimento alla fine delle "apparizioni".
Le interviste registrate terminano il 30 giugno. Altre fonti forniscono informazioni sui primi tre giorni di luglio, in particolare le interviste di p. Bubalo con Vicka (1983-84, pubblicate nel 1985).
In base a queste fonti, il 1° luglio ci fu una "apparizione" in un'auto, il 2 e 3 luglio invece in canonica (quindi, in complesso, circa 12-16 "apparizioni" durante i primi dieci giorni). Il 3 luglio i veggenti dichiararono davanti a molti testimoni che le "apparizioni" della "Gospa" erano finite.

Il Vaticano vuole mettere da parte la questione dell'autenticità delle "apparizioni" e concentrarsi su "buoni frutti". È legittimo?

Spero che il Vaticano non trascuri la questione dell'autenticità in futuro. Mettere la  pratica prima della teoria è discutibile in ogni caso. E’ stato nominato un visitatore apostolico per Medjugorje senza prima prendere posizione sulla questione dell'autenticità. Il fenomeno dovrebbe prima essere chiarito nei suoi vari aspetti, e solo allora si potrebbero trarre conclusioni pratiche per la cura pastorale. Ovunque le persone decidano di pregare, ci sono buoni frutti. Ma ci sono anche cattivi frutti che sono inseparabilmente connessi alle "apparizioni".

Quali sono i cattivi frutti?

La disobbedienza fomentata dalla "Gospa" contro la legittima autorità ecclesiastica (in particolare in relazione a prominenti francescani), il collegamento di Medjugorje con centinaia di presunti "veggenti" ed evidenti casi di  pseudo misticismo, una sorta di dipendenza dalle "apparizioni" "quotidiane", i legami con interessi economici e l’abbandono di autentici siti di apparizioni riconosciute dalla Chiesa.

Ci sono cose nei messaggi di Gospa che contraddicono la fede?

La raccolta e il filtraggio dei "messaggi" costituisce un problema a sé stante. Nella "Cronaca delle Apparizioni", prodotta nella canonica di Medjugorje, c'è una serie di errori dottrinali.

Per esempio?

Il 16 settembre 1981, ad esempio, si può leggere che i veggenti non avevano bisogno di pregare per se stessi, ma solo per gli altri. Questa affermazione richiama le erronee dottrine pelagiane condannate dalla Chiesa, secondo le quali non era necessario pregare il Padre Nostro per sé stessi, con l’invocazione "Rimetti a noi i nostri debiti", ma solo per i peccati degli altri[10].
Sotto la data del 6 maggio 1982, secondo il messaggio della "Gospa", si legge che i santi sono in paradiso con anima e corpo. Questo contraddice la dottrina che lega la risurrezione del corpo alla seconda venuta di Cristo (si veda, ad esempio, il Catechismo della Chiesa Cattolica, 1001).
Il 1 ottobre 1981, si nota che la "Gospa" diceva quanto segue: "Tutte
le religioni sono uguali davanti a Dio…". Si può confrontare questo, al contrario, con la dichiarazione "Dominus Jesus" della Congregazione per la Dottrina della Fede, dell'anno 2000.

I devoti di Medjugorje dicono che la "Gospa" non può dire nulla di nuovo, ma solo ricordare ciò che è vecchio, come una paziente mamma.

Il conteggio di oltre 40.000 "apparizioni" con circa 1000 "messaggi" è in verbosa contrapposizione alle autentiche apparizioni mariane riconosciute dalla Chiesa, per esempio quattro a Guadalupe (1531), tre a Rue du Bac (Parigi, 1830), una a La Salette (1849), 18 a Lourdes (1858), tre a Champion (Wisconsin, USA, 1859) e sei a Fatima (1917).
I devoti di Medjugorje citano spesso come controesempio le apparizioni di Le Laus (Francia), che sarebbero  durate 54 anni. Ma non ci sono state apparizioni quotidiane di Maria nel corso dei 54 anni lì, ma piuttosto - tranne che per singole esperienze mistiche - un ciclo di apparizioni di quattro mesi (da maggio ad agosto 1664), con una conclusione il 29 settembre dello stesso anno.

Il medico Christian Stelzer di Vienna l’ha accusata nel Tagespost (10 agosto) di
riecheggiare semplicemente gli argomenti del vescovo Peric di Mostar.

Mons. Peric è certamente un testimone importante, con una conoscenza approfondita del fenomeno. Il mio studio su Medjugorje non è, tuttavia, limitato alle osservazioni dell’attuale vescovo. E anche se così fosse, non è importante chi presenta una argomentazione, ma piuttosto dovrebbe essere messa alla prova la verità in essa contenuta. Due più due fa quattro, indipendentemente dal fatto che lo affermi un bambino di dieci anni o un professore di matematica.

Stelzer dice che l'affermazione che la Madre di Dio sia nata il 5 agosto 16 a.C.  non viene dai veggenti di Medjugorje.

Secondo Stelzer la "Gospa" ha fatto riferimento solo al 5 agosto come suo compleanno, senza fare riferimenti all'anno 1984 come suo duemillesimo compleanno, da cui discenderebbe che sia nata nell’anno 16 a.C., così che
Maria avrebbe avuto 9 o 10 anni quando nacque Gesù (intorno all'anno 7 a.C.).
Ma la "Cronaca delle Apparizioni" lo dice espressamente più volte. Questo fatto, già noto agli studiosi, è stato ricordato in un articolo pubblicato dalla diocesi di Mostar
il 2 agosto 2018.
Il 28 maggio 1984, p. Vlasic scrive nella Cronaca: "Oggi ho visitato il p. vescovo Pavao Žanić. Gli ho portato l'ultima parte del Diario di Jelena e di Marijana Vasilj. Gli ho portato anche il messaggio della Gospa dato a Jelena per lui, per il S. Padre e per il pubblico cristiano, in base al quale il 2000° compleanno della Madonna è il 5.08.1984." Sotto le date 14 giugno, 27, 29 e 30 luglio 1984 si torna a fare riferimento al 2000° compleanno nel 1984.[11]

Ci sono state anche cattive condotte morali legate alle "apparizioni".

La cattiva condotta morale dovrebbe essere qui menzionata qui solo quando si trova in relazione con le presunte "apparizioni". Ciò riguarda anche la disobbedienza nei confronti dell'autorità legittima della Chiesa e mancanze contro l'ottavo e il sesto comandamento ("Non dire falsa testimonianza ","Non commettere adulterio"). C'è un’ampia casistica qui, ma mi limiterei a tre padri francescani strettamente legati a Medjugorje: Jozo Zovko, Slavko Barbaric e Tomislav Vlasic.

Che problemi ci sono con p. Jozo Zovko?

All'inizio delle apparizioni, p. Zovko era il parroco di Medjugorje. "Invitando" la "Gospa" a "apparire" nella chiesa parrocchiale, si è assunto il compito di attribuire al
fenomeno un riconoscimento quasi ufficiale, che spetta solo al vescovo. Lo stesso Zovko afferma di avere avuto una "apparizione" della "Madre di Dio" il 1° e il 19 luglio  1981. Fu incarcerato dai comunisti per aver paragonato i 40 anni di potere comunista in Jugoslavia ai 40 anni della cattività babilonese.
Durante la sua permanenza in carcere, egli stesso "apparve" ai "veggenti" più volte insieme alla "Gospa", che, secondo la "Cronaca delle Apparizioni",  il 21 ottobre
1981 dice di lui: "È un santo; Ve l'ho già detto." Appare come un "santo" anche nei
commenti dei lettori a uno degli articoli su kath.net il 10 agosto 2018.

Qual è lo status ecclesiastico di Zovko?

A questo "santo" sono state ripetutamente comminate sanzioni da parte della Chiesa a causa delle sue attività a Medjugorje e per le controverse pratiche "carismatiche" iniziate prima delle “apparizioni”. Al momento non gli è permesso di vivere in Bosnia-Erzegovina o di parlare pubblicamente delle presunte "apparizioni".
La testimonianza del belga Mark Waterinckx, che ha fatto numerosi pellegrinaggi a
Medjugorje dal 1984, è di dominio pubblico. Nell'estate del 1989 ha scoperto il caso di una pellegrina americana molestata sessualmente ed è venuto a sapere di altri casi simili.
In connessione con altre esperienze negative, questo lo ha spinto a prendere le distanze dalle "apparizioni" di Medjugorje. Waterinckx ha reso pubbliche una parte delle sue esperienze in relazione a tutto ciò.[12]

Il secondo francescano è p. Tomislav Vlasic.

Esattamente. P. Tomislav Vlasic, OFM (nato nel 1942) visitò i veggenti già il 29 giugno 1981. Ha lavorato come vicario parrocchiale a Medjugorje dal 1982 al 1984 e si è definito come il "direttore spirituale" dei veggenti, assegnato dalla "Gospa". Vlasic ha continuato ad avere a che fare con Medjugorje dopo la sua rimozione dalla parrocchia. La comunità "Kraljice mira", tuttora collegata a lui, ha una presenza imponente lì, con un grande edificio di quattro piani e un anfiteatro per raduni. Prima di arrivare a Medjugorje, Vlasic aveva vissuto in una Comunità francescana mista (1976) e avevo messo incinta una suora, che è poi stata mandata via con il  bambino in Germania. Ci fu un tentativo nell'Ordine di negare la sua paternità e di attribuirla a
un ex francescano emigrato negli Stati Uniti.
Vlasic fu oggetto di una "profezia" da parte di due figure ben note nel "Movimento carismatico", durante un incontro del maggio 1981 a Roma. Una suora irlandese "carismatica" lo vide su un sedile circondato da una grande folla, e da lì scorrevano corsi d'acqua viva. Un altro "profeta" disse: "Non temere, ti manderò mia madre".
Durante la sua presenza a Medjugorje, Vlasic si è occupato della compilazione della "Cronaca delle Apparizioni", che sarebbe stata consegnato al vescovo in seguito, dopo che i testi erano stati emendati. Nonostante questo, molti "problemi" nei "messaggi"  rimasero visibili. Ad esempio, Vlasic ha registrato le parole della "Gospa" che ha collocato il suo 2000° compleanno il 5 agosto 1984. Il 28 febbraio 1982, nel “Terzo diario” della veggente Vicka ci sono queste parole di lode dalla "Gospa" ai veggenti : "Potete ringraziare Tomislav; vi guida così bene." Vlasic non ha creato il fenomeno di Medjugorje, ma lo ha incanalato.

Cosa è successo a p. Vlasic?

I rapporti con la corrente principale del movimento di Medjugorje si sono interrotti quando Vlasic fondò una comunità francescana mista nel 1988 e fece in modo che la veggente Marija Pavlovic scrivesse un messaggio dalla "Gospa" a sostegno della nuova fondazione. L'11 luglio 1988 Marija fece una dichiarazione ufficiale affermando di avere scritto quel messaggio su pressione di Vlasic. Vlasic quindi iniziò un "matrimonio mistico" con una veggente tedesca, che lo lasciò
dopo alcuni anni. Attualmente è strettamente connesso con dei messaggi ufologici con un evidente sfondo spiritistico della veggente Stefania Caterina. In questi messaggi, Medjugorje viene legata a una fantasiosa storia del mondo e alla preparazione di una futura visita dallo spazio da parte degli alieni. Papa Francesco viene invitato ad annunciare la Buona Novella della presenza di altri fratelli nell’universo.
I  problemi di Vlasic sono la connessione con pseudocarismi e una condotta morale quanto meno ambigua. Il vescovo Zanic, nel 1984, lo definì un "mistificatore e mago carismatico". Il 28 gennaio 2008 la Congregazione per la Dottrina della Fede gli ha inflitto sanzioni disciplinari per dubbio misticismo e trasgressioni contro il sesto
comandamento. L'ordine francescano lo ha dimesso nel 2009.
A sentire il dott. Stelzer, questo caso non ha "niente a che fare con Medjugorje".

E c'era anche p. Slavko Barbaric?

Sì, p. Slavko Barbaric, OFM ha lavorato a Medjugorje per molti anni, dal 1984 fino alla sua morte nell'anno 2000. Come successore di p. Vlasic ha svolto la funzione di direttore spirituale dei veggenti. Quando si è opposto alla direttiva del vescovo che chiedeva che le "apparizioni" non avvenissero più in chiesa, è stato rimosso. La "Gospa" ha parlato contro questa direttiva il 3 febbraio 1985, dicendo: "Desidero che Slavko resti qui per occuparsi di tutti i dettagli e le trascrizioni, in modo da avere un'immagine chiara di tutto alla fine della mia visita." E’ difficilmente credibile che la "Madre di Dio" sostenga la disobbedienza canonica ad un ordine giustificato del vescovo. Inoltre il "messaggio" affermava che Barbaric sarebbe stato ancora vivo  alla fine delle "apparizioni". Ma Barbaric è morto e le "apparizioni" sono ancora in corso.
Dopo la sua rimozione, Barbaric ha lavorato a Medjugorje nonostante il divieto del vescovo (l'ho incontrato lì nell'ottobre del 1985). Ha supervisionato la pubblicazione dei "messaggi mensili” della veggente Marija, e sotto la sua direzione si sono evidenziati meno problemi teologici nei messaggi dei veggenti, rispetto alla direzione di Vlasic. Nel 2000, firmò una dichiarazione secondo cui avrebbe lasciato Medjugorje, ma è rimasto lì. Quindi il vescovo (di nuovo) gli revocò la facoltà
di ascoltare le confessioni. P. Barbaric morì in questa situazione irregolare il 24 novembre 2000. La "Gospa" annunciò la beatificazione del francescano ribelle  proprio quel giorno: "Gioisco con voi e desidero dirvi che nostro fratello Slavko è nato al Cielo e che intercede per voi."

I devoti di Medjugorje fanno riferimento alle indagini mediche sui veggenti che farebbero pensare a dei fenomeni straordinari. Le ha esaminate?

Sì. Ci sono diversi studi che affermano di aver stabilito che le "estasi" non hanno una spiegazione naturale, e quindi concludono che le "apparizioni" hanno un'origine soprannaturale. Anche se questi studi fossero convincenti, una tale osservazione non direbbe nulla su una possibile origine soprannaturale. Il diavolo può anche produrre fenomeni che hanno effetti sulle capacità naturali degli esseri umani.
In ogni caso, sembra che durante i primi giorni delle "apparizioni" non ci fossero reali estasi da certificare. I veggenti rimasero in contatto con l'ambiente circostante, ricevevano domande dai presenti e riferivano loro le risposte della "Gospa". I veggenti vedevano e sentivano cose che i presenti non percepivano, ma loro stessi parlavano a voce alta. Solo più tardi hanno operato questo cambiamento, come sembra, attraverso un processo di apprendimento.

È diverso, ad esempio, da Santa Bernadette di Lourdes?

S. Bernadette non ha sentito la fiamma di una candela durante un'apparizione della Madre di Dio, perché era in una vera estasi. Al contrario, con i veggenti di Medjugorje, troviamo piuttosto un’esperienza di trance o estasi incompleta. Un devoto di Medjugorje, Jean-Louis Martin, si sentì crollare il mondo addosso il 14 gennaio 1985, durante una presunta estasi completa dei veggenti,  quando lui
mosse le sue dita aperte verso gli occhi di Vicka e la veggente sobbalzò e si spostò all'indietro. Dopo se ne uscì dicendo che voleva afferrare il bambino Gesù, che la Madre di Dio aveva lasciato cadere. Questa spiegazione non fu convincente per Martin, che aveva voluto testare l'estasi: "Perché, allora, ti sei mossa indietro e non avanti?"

Come spiega l'origine del fenomeno di Medjugorje?

Ci sono varie ipotesi esplicative. Sulla base di ciò che è stato detto, un’origine  soprannaturale è esclusa. Una spiegazione psicologica o parapsicologica non è sufficiente, soprattutto per spiegare l'inizio del fenomeno. Non si tratta di "allucinazioni collettive", di cui il vescovo Zanic parlava nei primi anni. Le allucinazioni sono sempre individuali. Secondo me, le prime "apparizioni" (e probabilmente una buona parte dei fenomeni successivi) sono di origine "preternaturale" (cioè fuori dalla natura), cioè derivano da spiriti cattivi i cui frutti si evidenziano nella disobbedienza, nelle menzogne e in altre mancanze morali. C'è
anche un influsso umano, compresi i rapporti d’affari della camorra napoletana, di cui ha parlato il visitatore papale arcivescovo Hoser.

In che modo si è arrivati a questo punto?

I sacerdoti attivi nella parrocchia avrebbero dovuto esercitare il controllo, per fare un discernimento dello spirito per i veggenti. I padri Zovko e Vlasic in particolare non sono stati in grado di farlo, e hanno lasciato campo libero ad una valanga pseudocarismatica, che ha portato a un grande caos nel mondo della Chiesa.
Non svelare questi fatti negativi è peggio del silenzio dei vescovi sulle cattive condotte sessuali in Cile.
La scelta "pastorale" di promuovere i pellegrinaggi a Medjugorje senza chiarire prima il problema dell'autenticità  significa giocare col fuoco, e può avere effetti incontrollabili, non da ultimo per il successore di San Pietro. Dovremmo pregare per Papa Francesco, affinché riconosca il dovere di chiarire e discernere secondo il principio che egli custodisce: "vedi, giudica, agisci". In primo luogo, vedere e giudicare, poi agire.







[1]        Testo originale in tedesco: https://gloria.tv/article/Nrhajf2qbFiu1aMNSUVzWeA1V.
[5]        Ivo Sivric, La face cachée de Medjugorje, Saint François du Lac (Quebec), 1988. The Hidden Side of Medjugorje, Saint François du Lac (Quebec), 1988 (si veda en.louisbelanger.com).
[6]        Aux sources de Medjugorje, Montréal, 1998.
[7]        Medjugorje. The First Days, Medjugorje, 2013.
[8]        Svetozar Kraljevic, The Apparitions of Our Lady at Medjugorje, Chicago, 1984, 181-185.
[9]   Comprendere Medjugorje, Cantagalli - Eupress-FTL, Siena - Lugano 2017
[10]      Sinodo di Cartagine, 418, canone 7: DH 229.
[12]      “The ‘Saint‘ Jozo Zovko and his Many Sex Affairs”, 2004: http://www.unitypublishing.com/ZovkoSex.htm; si veda anche E.M. Jones, The Medjugorje Deception, South Bend, 1998, 164-165.