lunedì 23 ottobre 2017

Comprendere Medjugorje. Presentazione del libro di Donal A. Foley a Seregno

Presentazione del volume Donal Anthony Foley, Comprendere Medjugorje. Visioni celesti o inganno religioso?, Cantagalli, Siena 2017.

Come da noi anticipato (vedi qui) è finalmente uscito nella traduzione italiana il volume decisivo del riconosciuto studioso inglese Donal A. Foley sul fenomeno di Medjugorje. L’opera, che nella probabile imminenza di un pronunciamento vaticano spiega i retroscena e i meccanismi di un dubbio fenomeno religioso di massa, sarà presentata per la prima volta in Italia a Seregno il 14 novembre 2017 nel contesto delle conferenze organizzate ormai da anni dal Circolo Culturale John Henry Newman. Interverranno l’Autore del libro, il teologo e mariologo Manfred Hauke e il Presidente del Circolo Cardinal J.H. Newman Andrea Sandri anche in qualità di traduttore del libro. Riportiamo qui di seguito il programma della conferenza:

Seregno 14 Novembre 2016. Aula Monsignor Gandini. Via XXIV Maggio. Ore 21. Seregno 14 Novembre 2017. Aula Monsignor Gandini. Via XXIV Maggio. Ore 21.

Introduce Andrea Sandri (Presidente del Circolo Culturale Card. J.H. Newman)

ANDREA SANDRI Comprendere Medjugorje. Visioni celesti o inganno religioso? di Donal A. Foley. Metodi e contenuto

Prof. Dr. P. MANFRED HAUKE Le apparizioni di Medjugorje. Criteri teologici per un giudizio della loro natura

Il Dr. DONAL A. FOLEY svolgerà alcune considerazioni sull’opera e risponderà alle domande del pubblico.

venerdì 29 settembre 2017

Per autorità e non per giurisdizione. Sintesi e breve commento della Correctio filialis

A pochi giorni dalla pubblicazione della Correctio filialis de haeresibus proponiamo qui di seguito una sintesi e un breve commento del documento, anche con lo scopo di illustrare l'inconsistenza di alcune prese di posizione critiche.

La pubblicazione della Correctio filialis nel giorno di Santa Maria della Mercede e della Santa Vergine di Walsingham

La Correzione filiale che, sotto forma di una lettera intitolata Correctio filialis de haeresibus propagatis fu consegnata al Santo Padre l’11 agosto 2017, è stata pubblicata, in seguito al protratto silenzio del Papa, domenica 24 settembre, nel giorno della Festa della Vergine della Mercede e della Vergine di Walsingham. La prima invocata per la redenzione dei Cristiani caduti nella schiavitù degli eretici e del dominio dell’eresia e la seconda come perpetuo baluardo dell’ortodossia cattolica in un paese attraversato dagli errori del protestantesimo di Stato.

Rilevanza del documento

Si tratta di un testo frutto del riflessione teologica di un gruppo di studiosi la cui competenza è riconosciuta nei propri specifici settori e poi sottoposto a un più vasto ceto di studiosi e di accademici cattolici che, in seguito a una attenta lettura, lo hanno fatto proprio sottoscrivendolo. Dunque la Correzione filiale reca in sé la autorità “scientifica” di chi l’ha scritta e approvata, oltre alla pretesa di alcuni cattolici di vedere salvaguardato il contenuto della propria fede. Anche i due vescovi che hanno deciso di aderire a questo atto, S.E. Monsignor Bernard Fellay, Superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X (vedi qui), e di S.E. Monsignor René Henry Gracida, Vescovo emerito della Diocesi di Corpus Christi (vedi qui), non sembrano avere così esercitato più che la loro importante autorità dottrinale. Dunque l’atto di correzione in esame non si risolve, secondo la sua stessa autoqualificazione, in un atto di giurisdizione. Nel testo, infatti dopo avere descritto le differenti fattispecie del peccato personale di eresia e del crimine di eresia, quest’ultima rilevante per il diritto canonico ed eventuale strumento di sussunzione, si chiarisce che:

“Le suddette descrizioni […] vengono fornite solamente al fine di escluderle dall’oggetto della nostra correzione. Siamo solo preoccupati di evidenziare le proposizioni eretiche propagate mediante parole, atti e omissioni di Vostra Santità. Non abbiamo la competenza per affrontare la questione canonica e neppure l’intenzione” (p. 13 del testo ufficiale vedi qui)


Bisogna osservare, seppur con la necessaria prudenza, che questa dichiarazione di incompetenza da parte degli aderenti spiega, da un canto, il nomen della Correzione che è appunto “filiale”, e, dall’altro, allude a un diverso tipo di correzione che potrebbe essere formale e, dunque, implicare qualche forma di giurisdizione e di sussunzione. Tale osservazione potrebbe chiarire l’assenza “per competenza” di Cardinali e Vescovi cattolici nel pieno della propria giurisdizione dal novero dei sottoscrittori (vedi qui ulteriori considerazioni non incompatibili). Un’eventuale correzione formale essenzialmente fondata sulla giurisdizione non farebbe che “coprire” la correzione filiale meramente fondata sull’autorità e sulla condizione di fedeli e di sudditi.

Causa della della Correctio

La causa della correzione filiale emerge con chiarezza dall’esordio della lettera in cui si afferma che

“con profondo dolore, ma mossi dalla fedeltà a Nostro Signore Gesù Cristo, dall’amore alla Chiesa e al papato, e dalla devozione filiale verso di Lei, siamo costretti a rivolgerLe una correzione a causa della propagazione di alcune eresie sviluppatesi per mezzo dell’esortazione apostolica ‘Amoris laetitia’ e mediante altre parole, atti e omissioni di Vostra Santità” (p. 1)


La correzione sorge dunque dalla urgenza di porre fine alla ormai constata diffusione di eresie che hanno nell’Esortazione Apostolica Amoris laetitia la propria scaturigine e che sono comunicate tramite “altre parole, atti e omissioni” di Francesco. Il testo si colloca dunque in una fase successiva ai Dubia dei quattro Cardinali (vedi qui) e deve essere inquadrato in questo specifico contesto, sicché non avrebbe gran senso rimproverare alla Correctio filialis de haeresibus l’omissione di una più ampia critica del Magistero conciliare e postconciliare.
D’altronde chi legge con attenzione il testo non mancherà di riconoscere la inevitabile posizione di questioni che trascendono la stessa trattazione di un caso esponente i caratteri di una patologia assai avanzata.

I fondamenti della Correctio e dell’esercizio filiale dell’autorità

L’autorità e la competenza esercitate dai sottoscrittori della correzione non è priva di fondamento. Tre sono le basi o fonti di legittimazione dell’iniziativa. Il principio proprio della legge naturale in base al quale il sudditi hanno il diritto, complementare al dovere di obbedienza, di essere governati secondo la legge razionale (e ciò perché questa, aggiungiamo, non può che essere conforme alla legge naturale che è a sua volta “riflesso della legge eterna nella mente dell’uomo” – così San Tommaso) e “di insistere, qualora ci fosse bisogno, che i loro superiori così governino” (p. 1). La legge di Cristo il cui Spirito ispirò San Paolo a rimproverare pubblicamente San Pietro (Gal 2) (il testo riprende a tal proposito STh 2 2ae, 33, 4 ad 2, e la Glossa di Sant’Agostino; ci sia consentito qui di rinviare sul punto anche alla ricostruzione nell’ottimo scritto di p. F. Schmidberger, Amt und Person des Simon Petrus, Sarto-Verlag, Stuttgart, reperibile qui). E infine la legge della Chiesa secondo cui “i fedeli [...]in modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, [...] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa” (CJC 212 § 2 e 3).

Il Ministero petrino come momento correlato della Correctio filialis

Tramite questo triplice fondamento la Correzione filiale, che pur non costituisce, come s’è visto, un atto di giurisdizione, si colloca senza dubbio nell’ambito della legittimità e dell’ordinamento della Chiesa cattolica e trova qui, lungi dall’essere un atto eversivo, il proprio momento correlato nell’esercizio del Ministero petrino. Esso è stato definito dogmaticamente, per quanto riguarda il particolare aspetto dell’infallibilità, dal Concilio Vaticano I con la Costituzione Pastor Aeternus (cap. 4) che, escludendo ogni funzione creativa e positivisticamente sovrana dell’officio del Papa, insegna che questi, quando definisce un dogma, dichiara infallibilmente, perché assistito dallo Spirito Santo, un contenuto già sin dall'inizio presente nel “deposito della fede”.
Coerentemente con questa definizione, seppur a un livello inferiore, anche il Magistero ordinario, che non è “protett[o] dalla divina garanzia di verità”, è vincolante, se non in virtù della propria forma, certamente in forza del proprio contenuto quando esso è conforme ai contenuti della Rivelazione e del Magistero costante della Chiesa. Di qui la inerenza della correzione alla stessa funzione del Papato: portare il Pontefice all’esclusione di alcune possibili aberrazioni del Magistero ordinario, qui della Amoris Laetitia e di alcuni atti successivi, per difendere non soltanto Pietro dalle opinioni di Simone, ma l’intero corpo della Chiesa dall’eresia che da queste aberrazioni potrebbe sorgere.

Il contenuto della Correctio filialis

Gli autori della Correctio – in forza della propria autorità “scientifica” e della triplice legittimazione che li colloca pienamente nell’ordinamento della Chiesa – procedono dunque a un esame dei contenuti di Amoris Laetitia e di alcuni atti successivi direttamente o indirettamente imputabili a Francesco. Si tratta ogni volta - quasi risalendo al giudizio che dovrebbe essere normativo per la scrittura del Magistero ordinario – di confrontare il deposito della Tradizione e della Scrittura con alcune proposizioni della Esortazione Apostolica; e rimangono finalmente impigliati nella griglia dell’ortodossia i passaggi che riguardano la “legge della gradualità”, l’“integrazione” del peccatore nella Chiesa, l’impossibilità di una “condanna per sempre”, il “discernimento personale e pastorale” come regola ultima, lo status del divorziato risposato, il diverso “grado di responsabilità” e la diversità delle reazioni possibili, la possibilità che non a tutte le situazioni irregolari corrisponda una situazione di peccato mortale, “la risposta che per il momento si può offrire a Dio”, la dispositività (e cedevolezza) delle norme morali generali, la conciliabilità di una vita in grazia di Dio con una situazione oggettiva di peccato, la volontà di Cristo affinché la Chiesa si adatti a queste circostanze e a queste considerazioni, la necessità che la teologia morale si conformi alle stesse (pp. 3-5). Segue l’elencazione delle “parole, atti e omissioni di Vostra Santità” che confermano in momenti successivi ed esecutivi le proposizioni eterodosse di AL (pp. 5-8).
Da questo corpo di dottrine e di atti difformi rispetto al contenuto certo della Rivelazione divina e al Magistero costante della Chiesa gli Autori ricavano sinteticamente sette proposizioni eretiche che costituiscono l’oggetto stesso della Correctio:

1 - L’incapacità del giustificato dalla grazia di adempiere alcuni comandamenti divini: “Una persona giustificata non ha la forza con la grazia di Dio di adempiere i comandamenti oggettivi della legge divina, come se alcuni dei comandamenti fossero impossibili da osservare per colui che è giustificato; o come se la grazia di Dio, producendo la giustificazione in un individuo, non producesse invariabilmente e di sua natura la conversione da ogni peccato grave, o che non fosse sufficiente alla conversione da ogni peccato grave”.
2 - La possibilità che il cattolico che vive more uxorio fuori del matrimonio sacramentale non sia necessariamente in stato di peccato mortale e si salvi: “I cristiani che hanno ottenuto il divorzio civile dal coniuge con il quale erano validamente sposati e hanno contratto un matrimonio civile con un’altra persona (mentre il coniuge era in vita); i quali vivono “more uxorio” con il loro partner civile e hanno scelto di rimanere in questo stato con piena consapevolezza della natura della loro azione e con il pieno consenso della volontà di rimanere in questo stato, non sono necessariamente nello stato di peccato mortale, possono ricevere la grazia santificante e crescere nella carità”.
3 – La possibilità che chi viola la legge divina, conoscendone pienamente il contenuto, non si trovi in peccato mortale: “Un cristiano può avere la piena conoscenza di una legge divina e volontariamente può scegliere di violarla in una materia grave, ma non essere in stato di peccato mortale come risultato di quell’azione”.
4 - La possibilità che l’obbedienza alla legge divina si risolva in peccato: “Una persona, mentre obbedisce alla legge divina, può peccare contro Dio in virtù di quella stessa obbedienza”.
5 – La possibilità che la coscienza riconosca come buoni e voluti da Dio atti sessuali interni a un’unione contraria alla Legge naturale e alla Legge divina: “La coscienza può giudicare veramente e correttamente che talvolta gli atti sessuali tra persone che hanno contratto tra loro matrimonio civile, quantunque uno dei due o entrambi siano sacramentalmente sposati con un’altra persona, sono moralmente buoni, richiesti o comandati da Dio".
6 – L'assenza di proibizioni negative dai principi morali della Rivelazione e della Legge naturale: “I principi morali e le verità morali contenute nella Divina Rivelazione e nella legge naturale non includono proibizioni negative che vietano assolutamente particolari generi di azioni che per il loro oggetto sono sempre gravemente illecite”.
7 – La volontà di Nostro Signore Gesù Cristo di modificare la disciplina sulla comunione e sull’assoluzione ai divorziati risposati: “Nostro Signore Gesù Cristo vuole che la Chiesa abbandoni la sua perenne disciplina di rifiutare l’Eucaristia ai divorziati risposati e di rifiutare l’assoluzione ai divorziati risposati che non manifestano la contrizione per il loro stato di vita e un fermo proposito di emendarsi”.

Quest’ultima posizione, che imputa a Cristo stesso la “volontà” di far sì che “la Chiesa abbandoni la sua perenne disciplina”, sembrerebbe chiudere tutto il sistema di Amoris Laetitia e consegnare un nuovo sistema “cattolico” perfettamente estraneo alla fondazione trinitaria dell’ordine creato e della stessa Chiesa, ovvero alla legge eterna e alla Verità di Dio. In questo nuovo sistema fortemente incline all'immanenza la società trascina i costumi e Cristo, ridotto a una funzione della società e del “progresso storico” o alla semplice metafora di questa sostanza, rifà di volta in volta gli ordinamenti. La Chiesa non ha che prenderne atto.
Le due sezioni successive della Correctio dimostrano come gli errori del modernismo e di Lutero siano all'origine delle proposizioni eretiche di AL e, più generalmente, dell'attuale crisi.

venerdì 15 settembre 2017

Medjugorje. Visioni celesti o inganno religioso? Un libro fondamentale di D. A. Foley

Il 24 giugno 1981 a Medjugorje, un paese della Bosnia Erzegovina, situato in uno spazio non privo di significato per la storia religiosa, iniziò una lunga serie di visioni che ancora si protraggono lasciando dietro di sé numerosi messaggi regolarmente pubblicati da una rete mondiale di seguaci del fenomeno. I veggenti sin dal primo momento hanno attribuito le visioni alla Vergine Maria, ma l’atipicità, a volte sconcertante, di quanto è accaduto, e accade, rispetto alle apparizioni precedentemente riconosciute dalla Chiesa, a partire da Guadalupe fino a Beauring e Banneux, porta a chiedersi se realmente si tratti di un autentico intervento della Madre di Dio o non piuttosto di una vicenda iniziata senza l’intenzione dei giovani – di origine sovrannaturale o preternaturale? - e poi degenerata in una messa in scena che è interesse di molti non far cessare.

Nel volume Comprendere Medjugorje. Visioni celesti o inganno religioso?, pubblicato in Italia da Cantagalli e presto nelle librerie, Donal Anthony Foley, teologo inglese ed esperto di apparizioni mariane nell’età moderna, svela con particolare acribia e lontano da ogni partigianeria, alcuni elementi preoccupanti che già emergono nei primi giorni del fenomeno. A rendere particolarmente degna di fede l’indagine di Foley è l’analisi metodologicamente ineccepibile della trascrizione delle interviste fatte ai veggenti dai francescani di Medjugorje a ridosso delle visioni.

Questi testi, per la prima volta tradotti in italiano, vengono qui riportati e letti con precisione, senza perdere di vista tutte le altre questioni legate a Medjugorje: il contesto storico, le originarie connessioni con il Rinnovamento Carismatico, le figure dei “veggenti”, la natura dei “messaggi”, la forza della propaganda, a cui sono da ricollegare anche i cosiddetti “studi scientifici”, e tanto altro ancora.

Un libro coraggioso, chiaro e documentato il cui obiettivo non è quello di convincere, né tantomeno di forzare nessuno, bensì di informare criticamente il lettore che rimane così fino alla fine libero da manipolazioni e mistificazioni. Con l’auspicio che si possa finalmente procedere ad un sano discernimento tra preternaturale e sovrannaturale, tra fenomeni pseudo-mistici e veri interventi del Cielo.

Il libro in libreria dal 5 ottobre:

Donal Anthony Foley, Comprendere Medjugorje. Visioni celesti o inganno religioso?, Cantagalli, Siena 2017, pagine 504, Traduzione di A. Sandri. Introduzione di M. Corvaglia, Euro 25.

L’Autore


DONAL ANTHONY FOLEY (1956), scrittore, con una formazione in scienze umane e teologia, dirige la casa editrice Theotokos Books (www.theotokos.org.uk). Esperto di apparizioni mariane nell’età moderna, è Segretario dell’Apostolato Mondiale di Fatima in Inghilterra e Galles. In particolare si è occupato degli eventi di Fatima e delle presunte mariofanie di Medjugorje. Tra le diverse pubblicazioni, tradotto in italiano: Il libro delle apparizioni mariane. Influenza e significato nella storia dell’uomo e nella Chiesa (Gribaudi 2004).

giovedì 13 luglio 2017

Il Trionfo dell'Islam. Una poesia di John Medlin

Nell’ultimo numero di The Salisbury Review (Summer 2017 Vol. 35 Nr. 4), la prestigiosa rivista conservatrice inglese guidata da Sir Roger Scruton (vedi qui), sono stati pubblicati alcuni versi intitolati “The Triumph of Islam” del poeta e scrittore cattolico John Medlin di cui riproduciamo qui di seguito il testo originale completo del 2014 (come trascritto nel blog Medlin the Writer qui) e la nostra (emendabile) traduzione. Il percorso indicato da questa breve opera tocca, con il discernimento dello storico e la chiaroveggenza del poeta, alcune tappe fondamentali che hanno portato non soltanto l’Inghilterra, che è qui rimpianta, ma molte nazioni un tempo cristiane all’oblio di sé e della propria antica elezione.
La prima visione è data dai funerali di Churchill in un freddo gennaio del 1965. Una folla vicina e lontana, gli “ultimi inglesi”, assiste alla fine di uno Stato che aveva ancora saputo intrecciare durante la Guerra mondiale la vita del popolo con un’epica e con il senso di un destino. Li saluta San Paolo dall’alto dell’antica cattedrale di Ludgate Hill le cui fondamenta più profonde risalgono a San Mellito di Canterbury in cui ancora era fervida l’opera missionaria di San Gregorio Magno. Il tramonto dello Stato moderno non lascia però spazio a ciò che di iniziale aveva oscurato e, molte volte, perseguitato, ma a una tirannide più subdola e profonda che delle vuote strutture dello Stato, vuote come le “campane della marcia funebre”, continua a servirsi per la distruzione della Tradizione cattolica. È la tirannide personificata dai “foxish lawyers” - dai “volpeschi avvocati” o più generalmente dai giuristi positivi, dai legisti, dai burocrati, dai governi e dai parlamenti furbescamente proni alla volontà spersonalizzata e al pensiero neutralizzante e senza terra -, da coloro che traducono in ogni momento gli “statagemmi globalisti” in “leggi ingiuste” gettate “come scale” dell’“innumerevole umma” sulle “rive d’Albione”.
Com’è noto neutralizzazione della verità, egualitarismo astratto e “volpesco” formalismo non realizzano una società più giusta ma aprono la porta a chiunque passi, anche a chi è pronto a distruggere la casa e ad allearsi con i nemici interni, all’“onda fredda che s’abbatte e affoga”. E quando l’amore di ciò che è proprio e tramandato si muta in paura di fronte alle nuove maggioranze, disfattismo, simpatia per i nemico spacciata per civiltà, scolorano e spariscono le immagini dei vecchi vessilli. I figli degli “avvocati volpeschi”, orgogliosi soltanto del tradimento dei padri, formano con i nuovi arrivati, e, se possibile, con il “loro seme”, “un arcobaleno in un’alba maligna”. Ecco là nuova metafisica, la nuova religione, il futuro, i programmi dei partiti progressisti, dei trattati, delle ONG, degli incontri ecumenici.
Lo spettacolo dell’invasione e della distruzione è alla fine contemplato, quasi come in un flash-back, attraverso gli occhi di un osservatore che in un futuro prossimo guarda attraverso il varco scavato a forma di mirhab – della nicchia rituale aperta in direzione della Mecca i cui contorni si confondono con il nulla di ogni formalismo occidentale - in un vallo romano. Chiese cristiane invase da tappeti a disposizione dei nuovi signori e dei settatori dell’apostasia nazionale, il “lamento dei muezzin” che si allarga concentricamente conquistando nuovi spazi e li trasforma in una “marea paludosa” fino a raggiungere e sommergere la Vecchia Inghilterra, i “campi ricchi di raccolto”, le “radiose ginestre”, le “cappelle” immemorabili e “le grotte”, che ospitarono San Govan, San Gelert e molti altri fondatori. Nascosto, ma pronto a ritornare a sgorgare come da “conchiglie battesimali”, rimane Ciò che è Eterno.

The TRIUMPH of ISLAM

“That England that was wont to conquer others
Hath made a shameful conquest of itself.”
(Richard II, 2:1, 65-6)


Sorrowful tramp of boots on sanded streets:
In winter’s grey, sad companies of men
Manhandle Churchill’s coffin with dull beats
Of drum and growling brass. Grown men and children
Sag heads and make their peace, and St Pauls greets
The last of England, mourned in fen and glen:
The state he served, those thin wan faces tell,
Has hollowed like the booming, death-march bell.


Mere thirty years from Pericles’ repose
Refulgent Athens died in Sparta’s fist.
In Ludgate Hill foxish lawyers at their windows
Watched Churchill pass and since have ticked their list
Of state-upturning statutes which in prose
Have sundered epic: mealy “one-world” grist
Which Albion’s beaches ramped with unjust laws
Bringing the millioned umma to these shores.


That stocky soldiery, those weeping folk,
That stark January day, in thirty years
Fast shrivelled to an untamed tribe bespoke
On sink estates of pierced lips and ears,
Their pride as great-strength oxen at the yoke
Neutered by those lawyers’ brats whose fears
Of nation-love have brewed with other spawn
A curdled rainbow in a sullen dawn.


On Sundays Finsbury Park is loud with trade,
Hijab and djellaba command the scene,
A church where once the liturgy was prayed
Disgorges carpets of a Turkish sheen,
The mosques are brimming, that which kept the shade
Tide-like swamps suburbs with the muezzin’s keen;
Soon, time-old villages, deep-valleyed towns,
Will startle as that cold wave slaps and drowns.


The crop-rich fields and gorse-bedazzled moors
Enfold two thousand years of Christ-men’s cells,
Those chapels, caves, where what’s eternal pours
Through being, fruitful as baptismal shells:
All lost; a rotted people slamming doors
Against its past must pander to the yells
Of ghazis who in church and manor halls
Gouge mihrabs in those age-encrusted walls.


Il TRIONFO dell'ISLAM

Passi dolenti di stivali sulle strade arenose:
Nel grigio inverno, tristi compagnie di uomini
Faticano la bara di Churchill con musica tediosa
Di tamburi e di ottoni lagnosi. Uomini maturi e bambini
Abbassano le teste e fanno la loro pace, e San Paolo saluta
Gli ultimi Inglesi, in lande e valli luttuose:
Lo stato che egli servì, raccontano quei volti consunti e pallidi,
Si è svuotato come la campana risonante della marcia funebre.

Appena a trent’anni dal sonno di Pericle
Atene rifulgente cadde sotto i colpi di Sparta.
In Ludgate Hill volpeschi avvocati alle finestre
Guardano Churchill passare e da allora applicano una per una
Le norme sovversive che scritte in prosa
Dall’epica separano il popolo: stratagemmi “globalisti”,
Leggi ingiuste che come scale gettate sulle rive d’Albione
Portano l’innumerevole umma su queste sponde.

Quella tarchiata soldatesca, quella gente in pianto,
Quel duro giorno di gennaio, in trent’anni
Quasi avvizziti in un’indomita tribù,
Parlavano da palazzi rovinanti di labbra e di lobi trafitti,
Come di possenti buoi aggiogati il loro orgoglio
Castrato dai figli di quegli avvocati che per paura
Dell’amor patrio han formato con altro seme
Un arcobaleno rappreso in un’alba maligna.

Di domenica Finsbury Park risuona di commerci,
Hijab e djellaba dominano la scena,
Una chiesa dove un tempo si celebrava la liturgia,
Vomita tappeti di turco splendore,
Straripano le moschee che accrebbero
Col lamento del muezzin la marea paludosa dei subborghi.
Presto antichi villaggi, paesi immersi nelle valli,
Saranno sorpresi da quell’onda fredda che s’abbatte e affoga.

I campi ricchi di raccolto e radiosi di ginestre
Abbracciano due millenni di celle di uomini cristiani,
Cappelle, grotte di santi, dove ciò che è eterno sgorga
Attraverso le cose fruttuoso come da conchiglie battesimali:
Tutto perduto. Gente marcia, che sbatte le porte
Al suo passato, è destinata a piegarsi alle grida
Dei ghazis risuonanti nelle chiese e nei manieri,
A scavar mihrab in quei valli incrostati dai secoli.

martedì 11 luglio 2017

Charlie e il suo giudice. Un articolo di Pucci Cipriani

Riprendiamo qui di seguito un articolo pubblicato nel blog della rivista Controrivoluzione (qui) nel quale Pucci Cipriani riassume con appassionata puntualità lo stato attuale della vicenda di Charlie Gard giunta nuovamente di fronte ai giudici della Suprema Corte inglese. Il primo pensiero va certamente alla salvezza di questa vita da una morte ingiusta perché ciò corrisponde alla evidente volontà del suo e nostro Creatore. E tuttavia non si può non osservare che la resistenza di Charlie, dei suoi genitori e di individui e gruppi che hanno iniziato a pregare e a sollevarsi contro una catena di decisioni inique, indica con chiarezza l'importanza decisiva per l'Occidente - non a caso tra gli attori compaiono la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, la Santa Sede e il Presidente Trump - di questa partita contro la pretesa minacciosa di disporre dell'uomo da parte di ordinamenti che hanno definitivamente negato ogni dipendenza da Dio. La loro vittoria non potrà che significare, oltre al sacrificio di un innocente, l'ulteriore sprofondamento del nostro mondo nel terrore e nel disordine. L'invito è quello di affidarsi all'intercessione della Vergine Maria, di San Taddeo e di San Michele Arcangelo.

Ormai avevamo cominciato a crederci! La grande e commuovente mobilitazione a favore della vita innocente di Gad Charlie sembrava avesse compiuto il miracolo : i medici dell'ospedale che seguono, evidentemente, la dottrina eugenetica nazista (e comunista) del dottor Mengele, avevano "gettato la spugna" (apparentemente) e, prima, era stata rimandato il giorno dell'esecuzione, quindi si era detto che sarebbero stati presi in considerazione i "protocolli" di cura dell'Ospedale del Bambin Gesù e quelli di un Ospedale americano....Le veglie di preghiera, le lettere, il popolo della rete, le telefonate che per ventiquattro ore avevano "intasato" le linee telefoniche vaticane, avevano fatto sì che, alla fine, anche Bergoglio parlasse, seppur vagamente, senza mai nominare Gad Charlie la vittima sacrificale sull'altare del satanismo moderno.
Poi anche il Papa, bon gré - mal gré, in un secondo twitter ha rammentato anche il bambino,e, immaginiamo con che imbarazzo Bergoglio - che non fa mistero delle sue idee "di sinistra" e della sue antipatie personali con personaggi "conservatori", abbia visto il suo nome associato, in questa lotta per la vita, a quello del Presidente americano Donald Trump che, oltre a prendere pubblica posizione "pro life", si è personalmente interessato al caso con il Governo inglese...e allora, dopo l'appello di Mario Giordano, sul quotidiano "La Verità", l'Ospedale del Bambin Gesù si era detto disponibile ad accogliere il piccino che, con la sua manina alzata, con al polso la medaglietta di San Giuda Taddeo, il Santo dei casi "impossibili", sembrava, e sembra tuttavia, ringraziare tutti coloro che lottano per farlo vivere.
Dunque ieri speravamo che, finalmente, la Suprema Corte Inglese, concedesse ai genitori di portare il bambino a farsi curare all'estero, ma, in serata la doccia fredda. Dopo che i due eroici genitori, Chris Gard e Connie Yates, hanno chiesto di poter sottoporre il bambino a terapie sperimentali e dopo che l'avvocato di famiglia aveva presentato "i protocolli" , il Giudice Nicolas Francis, soprannominato in Inghilterra "il Giustiziere", della stessa Corte che aveva precedentemente condannato a morte il piccino, ha replicato categoricamente : "Io ho sempre fatto il mio lavoro e continuerò a farlo (...) sarebbe sbagliato cambiare Giudice" quanto al rinvio al 23 luglio chiesto dai genitori (in attesa che venissero testate le cure e si potesse presentare qualcosa di "nuovo") lo stesso Francis si è detto "molto preoccupato" considerando le condizioni del bambino descritte dal Greant Ormond Street Mengele Hospital, che ha in cura (sic!) Charlie. Dal canto loro anche gli avvocati dell'ospedale hanno detto no ad un ulteriore rinvio. La sentenza di morte verrà dunque rimandata a giovedì 13 luglio...almeno che, ancora una volta, medici e giudici, impressionati - nonostante la pulsione di morte rilevata in ogni loro comportamento - dalla mobilitazione mondiale non decidano ancora di....rimandare.
Loro non conoscono la grande potenza della preghiera. Ma sarà bene ricordare che, prima di questa ulteriore "condanna a morte" era partita una sorta di "sollecitazione" e di "incoraggiamento" per il boia : a parte il dottor Viale [vedi qui, l'esponente radical - comunista, che si augura che "i colleghi inglesi tengano la schiena dritta" ovvero che uccidano, a freddo, il piccolo Gad Charlie, il giornale della Santa Sede "L'Osservatore Romano" (e nessuno dice nulla?) con un articolo, a firma di certo Gianpaolo Dotto - e titolato "Charlie e Gesù" sentenzia: "Di fronte a questa tragedia umana come a tante altre simili, Gesù non direbbe niente, semplicemente si chinerebbe a disegnare per terra e aspetterebbe che si faccia silenzio. Non pronuncerebbe alcun giudizio, ma inviterebbe tutti ad andare oltre e a non peccare più..." Poi lo scrittorello, prono a novanta gradi di fronte al Demonio (lo scrivo con la lettera maiuscola come il cognome del Dotto) ci informa che non peccare più, secondo la sua dottrina, la dottrina dei nuovi farisei, degli apostati che vorrebbero apostatare con la benedizione del Papa, significherebbe: "ritrovare nel silenzio il mistero della vita e lasciare con fiducia che faccia il suo corso."
Mobilitiamoci amici miei, coraggio, facciamoci sentire, con la preghiera e con la nostra presenza, guardiamo gli occhi limpidi e puliti del bambino inglese e i volti addolorati ma sereni a un tempo di quei due genitori fantastici che lottano con tanta passione, infondendo anche nei nostri cuori speranza e coraggio. Salviamo la vita al piccolo Charlie.Lasciamo perdere gli assassini e i loro complici. Vomiteremo dopo pensando ai vari Viale e Gianpaolo Dotto.

Pucci Cipriani

venerdì 7 luglio 2017

La battaglia per la Tradizione liturgica. Uno scritto di don Giuseppe Laterza per il X Anniversario del Summorum Pontificum

Per ricordare il decimo anniversario del Motu Proprio Summorum Pontificum pubblichiamo qui di seguito le riflessioni di don Giuseppe Laterza che hanno il merito di individuare, con immediatezza di giudizio, i buoni frutti di un buon albero radicato nella Tradizione della Chiesa e nell'opera della Redenzione, e di indicare ciò che alla sua crescita oggi si oppone. Ben si comprendono le parole del Sacerdote pugliese, se si tiene costantemente presente che il  Summorum Pontificum deve essere contemplato non tanto come un'autorizzazione a celebrare a determinate condizioni un Rito "straordinario" (tutto ciò, se negli articoli del documento è rinvenibile, appartiene più al compromesso con Conferenze episcopali e altri potentati ecclesiastici che alla sostanza del pronunciamento), ma come il riconoscimento da parte di un Pontefice, che così si pronunciò autorevolmente sulla Liturgia della Chiesa, della non abrogabilità della "forma antica" della Messa. 

07/07/07 - 07/07/17 sono passati 10 anni dal Summorum Pontificum, legge di Benedetto XVI che, istituita non per riavvicinare i preti della Fraternità San Pio X, prevede la ripresa della celebrazione della Messa di San Pio V. Istituita per riprendere l'uso di un messale mai abolito e che ha nutrito per secoli la cattolicità; sdoganare i preti che volessero usare questo messale dalle richieste a vescovi e superiori, che spesso hanno negato nei tempi questi uso. Sono sorte molte messe in Europa e nel Mondo, molti giovani frequentano il rito di San Pio V, pochi anziani... molte vocazioni al sacerdozio. Ringraziamo Dio per quanto opera nella sua Chiesa.

Al contempo vogliamo anche notare gli aspetti negativi di quanto succede: tanti sacerdoti sono perseguitati e messi al margine delle loro realtà perché hanno scelto di usare questo messale e celebrano. Privati di incarichi parrocchiali e della possibilità di sostentarsi sono messi alle strette, obbligati a non seguire il motu proprio che è una legge della Chiesa. Vescovi che parlano di "pastorale" non si curano delle esigenze di una piccola porzione del loro gregge, ma fanno di tutto per estinguere con la forza il nascere e il conoscere questo rito, quasi come Erode si prodigò nel cercare il Fanciullo divino per farlo morire e come il Sinedrio si adoperò per evitare la predicazione Apostolica. Oh! Che temi Erode? Colui che viene non toglie regni umani! Che temete, Eccellenze Serenissime? Forse una Messa non santifica quanto l'altra? Forse una Messa vale più dell'altra? Forse temete venga meno qualcosa?

Ciò che Cristo ha unito nessuno divida: il popolo è di Dio e al sacerdozio ne spetta la guida e l'istruzione con ogni mezzo possibile. Non vorremmo combattere contro Dio nel far guerra alla Messa che per secoli è stata celebrata nelle chiese del mondo! Non vogliamo trovarci ad affrontare Dio e San Michele Arcangelo negando alla gente di nutrirsi intorno all'altare... e ai preti di celebrare! Se si danno le chiese ai musulmani per pregare, se si tollerano spettacolini durante le messe, messe aperitivo, balletti e coreografie varie, perché non permettere anche la Messa in Latino? Perché su questo tasto ci si divide in casa? Non si dialoga e non ci si ama? Non ha forse detto Gesù che l'amore è il principio vitale del Cristianesimo? Forse il Concilio Vaticano II non ha spinto il sacerdozio a guardare le nuove sfide pastorali?

Forse ci preoccupiamo troppo di cose umane, di mantenere un potere inutile e di evitare problemi... ma la vera via per il Regno passa solo attraverso un indicare la croce, un amore per l'altro che, discendendo dal nostro amore per Dio, può aprirsi al fratello. Ed il fratello non è il lontano, ma l'uomo che è affidato alle cure pastorali del sacerdozio. Quando qualcosa viene da Dio, più la si opprime è più cresce, perché lo Spirito che è nel cuore dell'uomo riconosce nella oppressione l'intervento diabolico che vuole ostacolare la Verità, che non vuole anime vicine a Dio. Fu così ai tempi degli Apostoli, più li opprimevano e più erano felici e più crescevano di numero! Sara così anche ai giorni nostri, perché più si vuol eliminare qualcosa e, se viene da Cristo, più si fortifica, perché lui è il vero Sacerdote, noi siamo solo partecipazione al suo Sacerdozio. Lui è lo Sposo, noi gli amici dello Sposo. Nell'oppressione la forza, perché in noi agisca la morte ed in voi la vita!

Riflettiamo, Chiesa e anime sono di Dio e non nostre, la Messa è opera di Dio che rinnova in modo incruento il sacrificio di Cristo e non un palcoscenico per soubrette mal riuscite, non un palco dove una comunità viene privata della trascendenza e del sacro. Dio ce ne chiederà conto... e sarà molto severo perché con Lui non si scherza...

lunedì 3 luglio 2017

Il caso Müller, la FSSPX, Francesco e il suo nuovo Prefetto. Un articolo del Professor de Mattei e una breve chiosa

Pubblichiamo le interessanti considerazioni del Professor Roberto de Mattei comparse oggi sul quotidiano romano il Tempo a margine della rimozione del Cardinal Müller dalla Prefettura della Congregazione per la Dottrina della Fede e della sua sostituzione tramite il teologo e gesuita spagnolo Monsignor Luis Francisco Ladaria Ferrer. Si tratta un articolo condivisibile nel suo complesso come nei singoli passaggi il quale merita però di essere integrato da due brevi richiami che sorgono spontaneamente dalla sua stessa lettura. Il primo riguarda il passato e ci porta ricordare che la nomina di G.L. Müller, il cui curriculum di vescovo e di studioso si colloca alla sinistra di quello di Larirda Ferrer, sembrò a suo tempo il frutto della decadenza del Pontificato di Benedetto XVI che chiamava a occupare un importante ufficio un suo vecchio allievo noto per essere stato il curatore dei Gesammelte Schriften del Professor Ratzingerper i buoni rapporti con alcuni rappresentanti della teologia della liberazione. Il secondo richiamo è di estrema attualità e riguarda una lettera che è stata resa nota la scorsa domenica presso le Cappelle della FSSPX, una lettera inviata recentemente dal Cardinal Müller a Monsignor Fellay (vedi qui) con la quale si pongono come condizioni del riconoscimento canonico della Fraternità l'accettazione della Professio fidei del 1988, degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e del magistero successivo a esso nonché della legittimità oltre che della validità della Messa di Paolo VI. Poiché si tratta di uno degli ultimi atti del Cardinale tedesco, la cui simpatia per la FSSPX, sin dai tempi in cui era vescovo di Ratisbona, non è mai stata tanto spontanea e naturale, c'è da chiedersi quale sia il suo reale movente, se sia un colpo di coda di un antico nemico o il riflesso di una nuova mossa di papa Francesco nella lunga e per molti un po' misteriosa partita con Monsignor Fellay (nella lettera Müller affermerebbe di avere avuto l'assenso del Papa). 
In seguito alla preannunciata risposta negativa di Menzingen alle richieste di Roma saranno revocate le autorizzazioni concesse da Francesco alla Fraternità Sacerdotale San Pio X per quanto riguarda l'esercizio della giurisdizione nelle confessioni e nei matrimoni e la legalità delle ordinazioni e degli altri sacramenti? Quale sarà l'atteggiamento di Monsignor Luis Francisco Ladaria Ferrer nei confronti del più grande, diffuso e antico istituto della Tradizione cattolica? La lettera giunta a Fellay reca già la firma del nuovo Prefetto in sostituzione di quella di Müller?


La rimozione del cardinale Gerhard Ludwig Müller rappresenta un momento cruciale nella storia del pontificato di papa Francesco. Müller infatti, nominato prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede il 2 luglio 2012 da Benedetto XVI, ha solo 69 anni. Non è mai accaduto che un cardinale lontano oltre cinque anni dall’età canonica del pensionamento (75 anni) non sia stato rinnovato per un secondo quinquennio.
Basti pensare che vi sono prelati che, pur avendo dieci anni di più del  cardinale Müller, occupano ancora importanti incarichi, come il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontifico consiglio per i Testi legislativi, lo stesso porporato il cui segretario è stato recentemente colto in flagrante dalla gendarmeria pontificia, nel corso di un’orgia omosessuale a base di droga all’interno di un Palazzo appartenente al Vaticano. Coccopalmerio però aveva mostrato il suo apprezzamento per la Amoris laetitia, spiegando che «la Chiesa è sempre stata comunque il rifugio dei peccatori», mentre Müller non aveva nascosto le sue perplessità verso le aperture della Esortazione pontificia,  sia pure con dichiarazioni di natura oscillante. 
Sotto questo aspetto, il licenziamento del cardinale Müller  è un atto di autorità che costituisce una sfida aperta di papa Bergoglio a quel settore di cardinali conservatori ai quali il Prefetto della Congregazione per la Fede era notoriamente vicino. Francesco si è mosso con forza, ma anche con abilità. Ha iniziato a fare terra bruciata attorno a Müller, imponendogli di licenziare tre dei suoi più fidati collaboratori. Gli ha fatto poi ventilare fino all’ultimo la possibilità del rinnovo, pur senza mai dargli esplicite assicurazioni. Infine l’ha sostituito, ma non con un esponente del progressismo radicale, come il rettore dell’Università Cattolica di Buenos Aires, monsignor Víctor Manuel Fernández, o il Segretario speciale del Sinodo monsignor Bruno Forte. Il prescelto è l’arcivescovo Luis Francisco Ladaria Ferrer, gesuita, fino a oggi segretario della Congregazione. La sua scelta rassicura e spiazza i conservatori. Ciò che alcuni di essi non comprendono è che  ciò che importa a papa Francesco non è l’ideologia dei collaboratori, ma la fedeltà al suo piano di “riforma irreversibile” della Chiesa.
Più che di vittoria di papa Francesco si dovrebbe però parlare di sconfitta dei conservatori. Il cardinale Müller non condivideva la linea di papa Francesco, ed era stato tentato di assumere pubblicamente una posizione contraria, ma la tesi corrente nel gruppo dei conservatori, era che fosse meglio che egli conservasse il suo posto tacendo, piuttosto che di perderlo parlando. Il Prefetto aveva scelto una linea di “profilo basso”. In un’intervista a Il Timone, aveva detto che  «La “Amoris laetitia” va chiaramente interpretata alla luce di tutta la dottrina della Chiesa. […] Non mi piace, non è corretto che tanti vescovi stiano interpretando “Amoris laetitia” secondo il loro proprio modo di intendere l’insegnamento del papa», ma in un’altra dichiarazione, aveva anche espresso la sua contrarietà alla “pubblicizzazione” dei dubia dei quattro cardinali. Ciò non ha evitato la sua rimozione.
Il “profilo basso”, nella strategia di alcuni conservatori, rappresenta un male minore rispetto al male maggiore della perdita del posto, conquistato dagli avversari. Questa strategia di “contenimento” non funziona però con papa Francesco. Qual è stato infatti l’esito della vicenda? Il cardinale Müller ha perso una preziosa occasione di criticare pubblicamente la Amoris laetitia e alla fine è stato congedato, senza neppure il dovuto preavviso. E’ vero, come osserva Marco Tosatti, che egli oggi è più libero di esprimersi. Ma se anche lo facesse, sarebbe la voce di un cardinale pensionato e non quella del Prefetto del più importante Dicastero della Chiesa. L’appoggio della Congregazione della Fede ai quattro cardinali che vanno avanti per la loro strada sarebbe stato rovinoso per chi oggi guida la Rivoluzione nella Chiesa e papa Francesco è riuscito ad evitarlo. La lezione della storia è che chi non combatte per non perdere, dopo il cedimento conosce la sconfitta. 

Roberto de Mattei 

fonte: Il Tempo, 2 luglio 2017

giovedì 29 giugno 2017

L'ombra dell'Anticristo sul mondo. Da un'antica e attualissima omelia di J.H. Newman

Sullo sfondo St Mary in Oxford
Durante l’Avvento dell’anno del Signore 1835 John Henry Newman predicò nella Chiesa Universitaria di St Mary a Oxford un ciclo di omelie o letture su The Patristical Idea of the Antichrist le quali furono poi raccolte e pubblicate nel Tract 83 (consultabile in J.H. Newman, Discours and Arguments on Various Objects, vol. 2, Longmans Green, London 1907, oppure qui). Nella Prima lettura sul “tempo dell’Anticristo” il giovane Cappellano universitario descrive con una impressionante chiaroveggenza i segni che indicano se non l’ingresso finale almeno la prossimità dell’“uomo dell’iniquità”: apostasia, neutralizzazione e riduzione della Fede critiana a fatto della coscienza individuale, oblio e negazione della Verità, lotta alla all’autorità, alla rilevanza pubblica e alla dislocazione spaziale della Chiesa, rinuncia ad educare i giovani al Cristianesimo, equiparazione di ogni culto, tirannia della decisione democratica, spiritualismo, costituirsi di una “confederazione del male” operante in tutto il mondo e, in mezzo a tutta questa distruzione del giusto ordine, la finale tentazione di Satana per ognuno. Qui di seguito, nella nostra traduzione un passo particolarmente rilevante e attuale dell’antica omelia. [A.S.]

“Il nemico di Cristo e della Sua Chiesa sorgerà da uno speciale allontanamento da DIO? E non c’è alcuna ragione di ritenere che questa apostasia si stia gradualmente preparando, realizzando, accelerando proprio in questi nostri giorni? In questo stesso momento, pressoché ovunque, in tutto il mondo, qui e là, in questo o quel luogo, più o meno alla luce del sole, ma comunque in maniera visibile e terribile in tutte le sue parti civilizzate e potenti non si compie infatti il tentativo di agire senza la Religione? Non si sta diffondendo la risaputa e montante opinione secondo cui una nazione non ha alcunché a che fare con la Religione? Che la Religione è semplicemente una questione della coscienza individuale di ogni uomo? Il che equivale del tutto ad affermare che siamo autorizzati a far venir meno la Verità dalla terra senza tentare di conservarla in essa e su di essa per il tempo che verrà dopo di noi. Non c’è forse in tutti i paesi un movimento vigoroso e compatto il cui scopo è quello di abbattere la Chiesa di Cristo, di toglierla di mezzo dal potere e dallo spazio? Non si tenta con frenesia e costante dedizione di negare la necessità della Religione nella vita pubblica? Per esempio il tentativo di fare a meno dei giuramenti con la scusa che essi sarebbero troppo sacri rispetto a questioni della vita di tutti i giorni, e ciò invece di far sì che essi siano prestati con maggior riverenza e decenza. Non si assiste al tentativo di educare senza la Religione e, che è la stessa cosa, mettere tutte le religioni sullo stesso piano? Al tentativo di imporre la temperanza, e le virtù che da essa fluiscono, senza la Religione, per mezzo di Società edificate su meri principi di utilità? Al tentativo di fare dell’opportunità, e non della verità, il fine e la regola degli interventi dello Stato e delle applicazioni del diritto? Al tentativo di porre i numeri e non la verità a fondamento della decisione di far salva o meno quella o questa dottrina, come se noi avessimo qualche motivo, qualunque cosa affermi la Scrittura, per ritenere che la maggioranza avrà ragione e la minoranza torto? Al tentativo di privare la Bibbia del suo unico significato che tutti gli altri esclude, per fare pensare al popolo che ci può essere un centinaio di significati egualmente buoni, o, in altre parole, che essa non ha alcun significato, che è lettera morta, e può essere messa da parte? Al tentativo di soppiantare completamente la religione in quanto è esterna e oggettiva, in quanto è esposta in decreti o può essere espressa in parole scritte? Al tentativo di relegarla nell’ambito dei nostri sentimenti interiori, e, di fatto, se si considera quanto siano labili, evanescenti i nostri sentimenti, di distruggere la Religione?
C’è sicuramente ai nostri giorni una confederazione del male, che arruola le proprie milizie in tutte le parti del mondo, che si organizza, prende provvedimenti, avvolge la Chiesa di Cristo come in una rete e prepara la via a un’apostasia generale da essa. Se sarà questa apostasia a dare i natali all’Anticristo o se il suo avvento sarà ancora ritardato, com’è stato ritardato così lungamente, non possiamo saperlo. In ogni caso questa apostasia, tutti i suoi segni e i suoi mezzi, sono da ricondurre al Maligno e sanno di morte. Lungi da noi l’essere tra quelle persone semplici che rimangono irretite nella trappola che ci circonda! Lungi da noi l’essere sedotti dalle belle promesse nelle quali Satana è certo di avere celato il suo veleno! Pensi che egli nella sua potenza sia tanto sprovveduto da chiederti apertamente e direttamente di unirti a lui nella sua guerra contro la verità? Non è così. Egli ti offre le esche per tentarti. Ti promette la libertà civile, ti promette l’eguaglianza. Ti promette commerci e ricchezze. Ti promette la remissione delle tasse. Ti promette le riforme. È questo il modo in cui ti nasconde il tipo di lavoro al quale ti sta iniziando. Ti tenta convincendoti a opporti ai tuoi governanti e ai tuoi superiori. Egli fa lo stesso e ti induce a imitarlo. Oppure ti promette illuminazione. Ti offre conoscenza, scienza, filosofia, allargamento di vedute. Si prende gioco del passato, di ogni istituzione che lo veneri. Ti suggerisce che cosa dire, e poi ti ascolta, e ti elogia e ti incoraggia. Ti invita a salire. Ti mostra come divenire simile agli dei. E poi ride e si prende gioco di te, diviene tuo intimo. Ti prende per mano e mette le sue dita tra le tue dita, le tiene strette, e tu sei suo.

martedì 27 giugno 2017

Dal natìo Borgo selvaggio. Recensione di un bel libro di Pucci Cipriani prima della sua presentazione fiorentina

Enrico Pazzagli - Borgo sotto la neve visto dai Bastioni
Giovedì 29 giugno 2017, alle ore 17:00, a Firenze, presso la Sala delle Feste della Regione Toscana in Palazzo Bastogi - via Cavour, 18 - presentazione del libro di Pucci Cipriani Dal natìo Borgo selvaggio: quando ancora c'era la Fede e si pregava in latino (Solfanelli) (con prefazione di Massimo de Leonardis e postfazione di Cosimo Zecchi, in copertina il dipinto del pittore borghigiano Enrico Pazzagli "Borgo sotto la neve visto dai Bastioni". Interverranno Giovanni Donzelli, Luca Ferruzzi, Ascanio Ruschi, e, con l'Autore, Lorenzo Gasperini, Giovanni Tortelli e Gabriele Bagni. Per l'occasione offriamo qui di seguito ai nostri lettori una bella recensione del libro scritta da Luca Ferruzzi.

Due volte l'ho voluto rileggere questo bel libro, tanto mi ha aiutato, alla sera, a far pace con me stesso: a sopirmi l'animo, in attesa che il corpo lo seguisse, prima di prender sonno, ché nei “bei tempi andati”, quelli appunto ricordati da Pucci, di notte si dormiva bene, in armonia con se stessi, la famiglia, la società, la natura stessa.
Ecco, allora, che sono proprio questi aspetti, che poi sono quelli che costituiscono l'interiorità, l'essenza stessa dell'uomo che Pucci ci descrive, con dovizia di caratteristiche, amore e nostalgia.
Dall'opera traspare forse una particolarità di fondo, che la permea e ne costituisce il filo conduttore: la consapevolezza attiva e militante di voler porsi come porzione elementare, parte integrante, testimone e portabandiera di quella società tradizionale, cristiana e contadina propria, precisamente, del Natio Borgo Selvaggio che a questo punto, e a tutti gli effetti, diventa Domestico – una casa, appunto, dove natura, uomo e società elevano all'unisono una armoniosissima laude al Creatore.
E questa volontà di testimonianza diventa, in Pucci, quasi un bisogno fisico, un dovere, anzitutto nei confronti degli altri: dell'amata famiglia, degli amici, dei parrocchiani, delle guide sicure che dovrebbe avere una società sana (in questo caso le autorità civili e religiose del borgo), ma poi anche nei propri confronti: per rafforzare le personali determinazioni, rinsaldare l'azione sdipanata con costanza e coraggio nel corso di una vita (i modernisti psicanalitici settari e i sessantottardi piliferi tanto cari a Pucci direbbero, per svilire il processo interiore, per rinforzare il proprio Io), ma qui si tratta di qualcosa di infinitamente più profondo ed incomprensibile ai suddetti, qualcosa di parecchio più faticoso, essoterico ed eroico: estirpare dal proprio sentiero le insidiose malerbe infestanti, in vista dell'esamino che ci sta predisponendo il Supremo Giudice, e lasciare tale sentiero lindo, pulito e ben tracciato come regalo per chi vorrà percorrerlo.
E infatti, come giustamente ci fa notare Pucci in ogni frase, ad ogni pagina … non servono grosse e dotte disquisizioni di filosofia, antroposofia, sociologia e morale per farci capire chi siamo, cosa eravamo, dove eravamo e anche, purtroppo, dove stiamo andando: basta tranquillamente portare alla coscienza, se ancora ce l'abbiamo, il ricordo del sapore delle frittelle di San Giuseppe, dell'abbacchio pre-vegano pasquale, del papero per la battitura, dell'odore dell'incenso durante la processione del Corpus Domini, del suono melodioso, profondissimo e salvifico delle campane, delle parole e dei canti in latinorum (come direbbe, per l'appunto, l'On. Peppone di Guareschi) di una volta, o, come dice Pucci, di sempre.
Ma perché sia di sempre, allora tale filosofia di vita deve necessariamente essere vissuta, professata, trasmessa in tutte le sue più recondite manifestazioni, altrimenti essa muore lasciando in sua vece, ci ammonisce Pucci, l'aridità del nulla cosmico.
Ecco allora l'impegno militante dell'Autore in difesa della tradizione e di tutti i suoi aspetti: dal canto alle usanze popolari, grondanti sacralità e significato, l'amore per gli spettacoli circensi, la denuncia del modernismo dalla rivoluzione francese in poi (ma io direi, caro Pucci, da prima ancora: dalla vittoria dei Guelfi sui Ghibellini, dall'affermarsi della Chiesa Curiale su quella Monastica, fino alla pressoché totale obnubilazione di quest'ultima), la propensione politica per una monarchia imperiale, l'impegno nel teatro, nell'insegnamento.
E per non farsi mancar nulla, ecco che Pucci rifugge, nel libro ma anche nella vita, da ogni forma ipocrita del politically correct mettendo alla berlina, in modo vivace e sapido, chi sparla di PACS invece che di matrimonio sodomitico, o di integrazione culturale per coprire la realtà dell'invasione mussulmana.

Grazie Pucci, e che Dio te ne renda merito.

domenica 18 giugno 2017

Quando il migrante è il nemico pubblico. Un saggio attualissimo di Álvaro d'Ors

Del tutto attuale in un periodo di immigrazione clandestina di massa è il saggio del grande giurista cattolico spagnolo Álvaro d'Ors Bien Común y Enemigo Público, pubblicato in Spagna dalla casa editrice Marcial Pons e recentemente tradotto in Austria dal domenicano Wolfgang Hariolf Spindler, che è anche l'autore di una interessante introduzione, per la casa editrice  Karolinger Verlag  (Gemeinwohl und Öffentlicher Feind, Wien 2015, Karolinger Verlag, 130 pagine, 19,90 Euro). Prima di darne conto con uno studio più approfondito vogliamo segnalare compendiosamente i temi affrontati e la tesi sostenuta proprio in considerazione del dibattito attuale. D'Ors sostiene infatti che in determinate circostanze le comunità politiche devono, per autoconservarsi e per difendere il "bene comune", dichiarare i migranti "nemico pubblico".

Le coordinate del pensiero di d'Ors sono il Diritto romano, di cui fu professore presso le Università di Santiago e di Pamplona, e il Diritto naturale compreso secondo la dottrina tradizionale della Chiesa cattolica e il suo radicamento trinitario. All'interno della disputazione di questa specifica questione sono assunte dall'Autore anche le categorie politiche di "amico-nemico" formulate da Carl Schmitt al quale d'Ors era legato da una fraterna e feconda amicizia personale e intellettuale, anche se non priva delle divergenze intellettuali ben testimoniate da una lunga e sostanziale corrispondenza (C. Schmitt - Á. d'Ors, Briefwechsel, Duncker & Humblot, cut. M. Herrero Berlin 2004).

Per d'Ors, che distingue il "bene comune" dal bene " privato" e dal "bene pubblico" sottomettendo gli ultimi al giudizio del "bene comune" come parametro oggettivo costante, la determinazione del "nemico pubblico" è caratterizzata sempre da una certa relatività poiché il "nemico pubblico" è sempre "nemico di un determinato gruppo".  In particolare nello Stato moderno, e ciò costituisce per il giurista spagnolo un problema, la determinazione del nemico deve considerarsi in stretto rapporto con il principio di maggioranza. In ogni caso il nemico è "pubblico" poiché "pubblica", cioè concernente non il singolo privato ma una comunità politica in rapporto a un altro gruppo, è la determinazione del nemico (d'altro canto, proprio per questo, il "nemico pubblico" non può considerarsi nemico di tutta l'umanità!). Per d’Ors, come per Schmitt, ciò significa che l’inimicizia pubblica si deve sempre dirigere contro un determinato gruppo.

Coerentemente rispetto a queste premesse, secondo d’Ors, affinché vi sia il nemico pubblico, è necessario che questo sia dichiarato. In questo modo il gruppo, contro il quale si rivolge l’inimicizia, può venire a conoscenza della condizione di inimicizia in cui è stato posto. La  forma più radicale di "inimicizia pubblica" consegue alla dichiarazione di guerra che introduce un ordinamento e giudici eccezionali e rende legittimi atti che altrimenti sarebbero giudicati contrari al diritto. La dichiarazione di guerra può essere diretta anche al nemico interno. L'inimicizia interna si manifesta anche nella riprovazione di determinati gruppi le cui opinioni sono considerate intollerabili.

Così nell’Antichità la dichiarazione formale di inimicizia era necessaria per poter dare inizio a una guerra ai cui atti di violenza si applicava il diritto di guerra. Il che ha un preciso significato: una volta che qualcuno è dichiarato nemico, ne diventa legittimo l’annientamento. In questo senso l’annientamento sociale di un nemico interno sul presupposto di un’opinione che non può essere tollerata è legittimato come atto di difesa. Il problema delle comunità statali moderne fondate sulla neutralizzazione dei fondamenti morali e ultimamente religiosi del politico si palesa proprio quando la dichiarazione dello status di nemico è presa, o respinta, con una decisione a maggioranza con la quale un determinato gruppo viene discriminato e criminalizzato oppure assolto (nonostante l'oggettiva pericolosità per il bene della comunità).

Del tutto indipendentemente dal loro contenuto le decisioni prese a maggioranza presentano dunque, così come le intende d’Ors, un carattere quanto meno problematico. Il principio di maggioranza, slegato da ogni vincolo contenutistico e veritativo e, in ultimo, dal "bene comune" come conformità al Diritto naturale, è caratterizzato da una costitutiva irrazionalità. La determinazione (o non determinazione) del nemico come ogni altra decisione politica è così indirizzata dal mero criterio formale della maggioranza al probabile disordine sociale. In tutto ciò d’Ors vede non soltanto un operare contrario alla ragione, ma anche alla responsabilità. Infatti “la decisione a maggioranza è espressione dell’opzione della libera volontà di un gruppo umano, ma non contiene la garanzia di un’effettiva assunzione di responsabilità”. Ciò significa che le decisioni prese a maggioranza non sono responsabili e non possono perciò fondare un’azione responsabile. La maggioranza non è infatti un singolo individuo che può essere chiamato a rispondere per una decisione, ma una massa di indefinite responsabilità.

Urgente per d’Ors è risparmiare l’ambito del bene comune dalle decisioni ingiuste. Per lui il bene comune è “ciò che corrisponde alla legge naturale […] e non una serie di principi etici che sono stabiliti in base al consenso degli uomini”. Questa legge naturale o diritto naturale, diversamente da quanto è accaduto al Diritto canonico, è scomparsa dagli ordinamenti. Il suo posto è stato preso dal positivismo in base al quale ha validità di diritto tutto ciò che è stato posto come diritto, come legge. A differenza di Carl Schmitt, che riconosce nello Stato un prodotto necessario della storia e un'istituzione essenziale per l'esistenza del diritto, per d’Ors, sostenitore del carlismo politico, lo Stato non è più che uno “falso sviluppo della secolarizzazione” e, prima ancora, della Riforma protestante. Già in una lettera del 3 ottobre 1962 scriveva a Schmitt che “la dottrina sociale cattolica è di per sé inconciliabile con l’idea di ‘Stato’” (C. Schmitt - Á. d'Ors, Briefwechsel, cit. p. 224). Non lo Stato moderno ma la comunità storica e tradizionale è perciò competente a garantire la conformità del bene comune con la legge naturale.

L’immigrazione comporta una violazione del Diritto naturale quando avviene in massa. Se è pur vero che, sempre secondo il Diritto naturale, l’uomo dovrebbe potersi muovere liberamente, non si può trascurare che quella che è esclusivamente una libertà individuale, non può essere riferita a un intero gruppo. “Lo spostamento di massa di uomini dal proprio territorio in un territorio straniero” piuttosto che l'esercizio della libertà di singoli uomini nel tempo rappresenta un’invasione. E se dunque si comprende il bene comune secondo il suo fondamento nel Diritto naturale, la resistenza a una simile invasione a difesa dello stesso bene comune - la continuità e conservazione di una comunità politica conformemente al Diritto naturale - deve essere considerata un intervento legittimo. A una comunità è consentito “impedire l’immigrazione nel proprio territorio attraverso misure preventive. Ciò che non può fare, è tentare di purificarsi dell’immigrazione già avvenuta, giacché allora essa ha ormai perduto la propria precedente identità”.

Un migrante pertanto è un nemico pubblico fintanto che, in quanto appartenente a un gruppo estraneo in movimento, si trovi al di fuori del territorio della comuinità. L’inimicizia è dichiarata in questo caso tramite la salvaguardia delle frontiere. Tutti i problemi, che in un paese insorgono in relazione all’immigrazione di massa, hanno origine dall’omissione della dichiarazione del nemico. Dichiarazione che ha l’efficacia di proteggere il bene comune e di impedire l’invasione soltanto se ha luogo nel momento giusto.

Fonti:

G. Breuer, Der Migrant: Ein öffentlicher Feind? (qui)
J. Adame Goddard, d'Ors, Álvaro,  Bién Comun y Enemigo Público (qui)
Á. d'Ors, Gemeinwohl und Öffentlicher Feind, Wien 2015, Karolinger Verlag.
C. Schmitt - Á. d'Ors, Briefwechsel, Duncker & Humblot, cut. M. Herrero Berlin 2004.



martedì 30 maggio 2017

A Lepanto le cose non stavano diversamente. Un appello alla preghiera del Rosario contro l'approvazione dello jus soli

Una serie di interventi normativi, che si aggiungono alla legislazione divorzista e abortista degli anni Settanta, sta completando l'opera di dissoluzione della società italiana e del suo radicamento nella Fede cattolica. Non ultimo il tentativo di introduzione, seppur in una forma attenuata, dello "jus soli" che trasformerebbe quasi automaticamente le seconde e terze generazioni di immigrati in partito maggioritario, senza alcun discernimento di appartenenza e culto praticato (discernimento che sarebbe imperiosamente escluso in base al principio costituzionale di eguaglianza). Sono dunque in questo momento del tutto attuali e interessanti le riflessioni di Maria Guarini (che riproduciamo qui di seguito; vedi inoltre qui), anche perché sottolineano opportunamente che la salvezza e il destino del nostro popolo si gioco ben oltre i confini del perimetro costituzionale. Vigiliae Alexandrinae aderisce volentieri all'invito a ricorrere al Rosario affinché una rovinosa iniziativa possa fallire. Nella sostanza a Lepanto e a Vienna le cose non stavano poi diversamente.


Ricevo da un lettore il testo che segue, che sottoscrivo e condivido con voi integrandolo con le mie considerazioni. Umanamente siamo impotenti, se non attraverso il nostro impegno civile che ha i suoi limiti, anche se gutta incidit lapidem... Come cittadini non faremo mancare le nostre 'gocce'; come credenti abbiamo l'arma potente del Santo Rosario (1), che vi invito a recitare - da oggi, fino al 15 giugno, data in cui il ddl sullo ius soli dovrebbe essere discusso in Senato - uniti nell'intenzione di un aiuto speciale per questa ennesima minaccia alla nostra Patria così vilipesa.
"Se a giugno al Senato passa lo uus soli, possiamo chiudere baracca e burattini. Possiamo dire addio all'Italia. Tra dieci anni saremo come Francia e Inghilterra, cioè perdute per sempre. Avremo le seconde generazioni radicalizzate a farci la festa. Una futura maggioranza Renzi-Berlusconi o anche grillina non tornerebbe più indietro a ridiscutere questa legge. Sarebbe davvero il punto di non ritorno e la vittoria schiacciante e definitiva dell'immigrazionismo di massa. Ѐ l'ultimo boccone avvelenato del PD, dopo divorzio breve e simil-matrimonio sodomitico, anche se non gli è riuscita la zampata sull'adozione gay, ma sarà per il loro prossimo giro. Il PD ha fatto il suo dovere. Ѐ il Partito radicale di massa nato sulle ceneri del PCI e pronosticato genialmente da Augusto Del Noce sin dagli anni Settanta. Voleva distruggere la famiglia e sostituire il popolo e ci è quasi riuscito. Io mi segnerò a uno a uno i nomi di chi voterà in Senato a favore dello ius soli. A loro il mio infinito disprezzo"

Sul tema, riporto di seguito, estrapolando e integrando quanto già detto in altre occasioni :
O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
(G. Leopardi, All'Italia - L'intero testo qui,
da rispolverare per noi o da scoprire per i più giovani)


“Giuridicamente parlando, la cittadinanza italiana è fondata sullo ius sanguinis: si è cittadini italiani se si è nati in Italia da cittadini italiani”. Lo ius soli, la “soluzione opposta”, prevede che “si diventa cittadini del Paese nel quale si entra e ci si insedia”.
Lo ius soli in Italia trova applicazione solo in circostanze eccezionali. Il ddl, che dovrebbe essere discusso dal senato il 15 giugno prossimo, mira a introdurre uno “ius soli soft”, che consentirebbe ai minori stranieri nati in Italia o residenti da anni nel Paese di ottenere la cittadinanza italiana, solo rispettando alcune condizioni come la frequenza scolastica o la residenza nel Paese da più anni da parte di uno dei genitori. Realisticamente ciò significa sottovalutare, o addirittura ignorare irresponsabilmente, la cosiddetta sfida delle seconde generazioni, che in tutta Europa risultano le più permeabili al temuto radicalismo islamico e fabbricare italiani che tali non sono ma servono come bacino elettorale per i soliti noti che permettono la nostra sostituzione etnica e il meticciato. Avete sentito molte voci levarsi su questo?
C'è chi ricorda sofisticamente che si tratta di una soluzione adottata storicamente “dai Paesi sotto-popolati”, che “adottano lo ius soli perché hanno bisogno di popolazione”. Premesso che noi non siamo sotto-popolati ma affetti da deficit di natalità cui, oltre alle contingenze socio-economiche, non è estraneo l'aborto senza freni né morali né giuridici, citiamo Sartori che, nel replicare all'ex ministro Kyenge, afferma con una certa onestà intellettuale che:
La “distinzione in questione è logica e storicamente giustificata [nei casi di effettiva sotto-popolazione]”, “lo ius soli è un errore gravissimo. Sarebbe un disastro in un paese con altissima disoccupazione. Aumenterebbe le file dei lavoratori sottopagati e la delinquenza per le strade. Io non sono mai stato di destra ma non sto con una sinistra che pensa a quote riservate agli immigrati nella società. Siamo alla demenza. La gente ormai ha paura ad uscire la sera e si vuole favorire la negritudine come in Francia. Ma noi possiamo farne a meno”. “Tutti meticci? Mai: “integrare non è lo stesso che assimilare, e l'integrazione in questione è soltanto etico-politica”. Per esempio, “per i musulmani tutto è deciso dal volere di Allah, dal volere di Dio. Qui il potere discende soltanto dall’alto. Per le nostre democrazie, invece, il potere deriva dalla volontà popolare, e quindi nasce dal basso, deve essere legittimato dal demos”.
Ma non bastano queste motivazioni, pur valide : la questione, oltre ad avere un aspetto pratico socio-politico, ha anche una valenza più ampia e più alta : lo ius sanguinis riguarda non solo il senso di appartenenza, ma anche una identità strutturata su valori e risorse culturali e spirituali sedimentate e fruttificate nei secoli. L'italianità non può e non deve essere scissa dalla civiltà euro-occidentale cristiana e greco-romana, recuperandone i valori autentici oggi offuscati. Non ci sono solo le vestigia, che rendono unico il nostro Paese come scrigno di bellezze sia naturali che scaturite dal genio dei suoi avi, l'italianità è viva nella nostra anima e nella nostra storia e non morirà con noi.
Ci troviamo ad andare contro corrente in un Euro-atlantismo dal quale sembra arduo se non impossibile districarsi, ma non per questo dobbiamo arrenderci e smettere di dare il nostro contributo, per quanto irrisorio possa essere...

Maria Guarini

__________________________


1. In prossime occasioni, e per altre intenzioni che non mancheranno, sarebbe bello oltre che efficace poter recitare il Santo Rosario coralmente in diretta streaming in un'ora prefissata. Per questo invito a contattarmi su romaperenne@gmail.com chi di voi voglia e possa darmi un supporto per organizzarci al riguardo dal punto di vista tecnico per rendere in futuro iniziative come questa fruibili in tempo reale attraverso il blog. Oppure mi dia le coordinate necessarie per attivarle attraverso un'altra piattaforma.

lunedì 29 maggio 2017

Fatima. Teologia e storia. Un convegno a Seregno con Roberto de Mattei e don Marino Neri

Fatima Teologia e Storia 
Convegno nel centesimo anniversario delle Apparizioni

Interverranno 

Don MARINO NERI 
Teologo

Professor ROBERTO de MATTEI 
Storico della Chiesa 

Introdurrà 

Andrea Sandri 
Presidente del Circolo culturale J. H. Newman

Seregno 9 giugno Ore 21,00 - Sala Monsignor Gandini – Via XXIV Maggio Circolo Culturale Cardinal J.H. Newman