"I Padri alessandrini, di cui si dice che grande fosse il debito verso la scienza pagana, non mostrarono certo né gratitudine né riverenza per i loro presunti maestri, ma sostennero la supremazia della tradizione cattolica" (John Henry Newman)
Commentari cattolici nel tempo della crisi della Chiesa
giovedì 4 dicembre 2014
Il chierico corrivo. Un articolo di Alessandro Gnocchi sugli intellettuali al seguito di una chiesa che rincorre il mondo e le sue idee
Pubblichiamo qui di seguito l'articolo di Alessandro Gnocchi apparso oggi ne il Foglio. Appare particolarmente interessante la denuncia delle elites intellettuali che, tradendo ogni volta, lungo corsi e ricorsi storici, il principio di realtà, favoriscono la progressiva dissoluzione delle istituzioni che spesso le ospitano. Fu il caso della chiesa rinascimentale, del Regno di Luigi XVI, ed è oggi il caso della chiesa misericordiosa di Francesco e dei suoi lacchè.
Ogni tanto si fa strada qualcosa di timidamente cattolico nelle cronache ecclesiali di questo inizio di millennio, ma non è un bel segno se diventa una notizia. Il parlare cattolico in casa cattolica è divenuto come il classico caso di scuola del bambino che morde il cane con cui vengono stupiti i praticanti giornalisti al primo giorno di redazione. Ma, per quanto arrivi anche in pagina, il bambino che morde il cane nella nuova chiesa di Francesco è pur sempre di una cosina da nulla, un ricamino a punto croce su una tunica lacera e rattoppata, destinato a divenire invisibile nessuno solo qualche giorno dopo.
E’ normale che vada così perché, a voler leggere il segni dei tempi nell’ermeneutica del “chi sono io per giudicare?”, il cane che morde il bambino, la non-notizia, sta nell’ossequioso inchinarsi al mondo. Cosicché sorprendono poco o nulla le scuse con le quali la curia di Milano ha sconfessato sull’altare laico di “Repubblica” un sacerdote preoccupato dall’incalzare della cultura gender o il licenziamento del professore di religione anti-aborto. Tanto che non vengono neppure citati in un’intera paginata di intervista sul “Corriere della Sera” alla vigilia del discorso di Sant’Ambrogio. Riescono a scandalizzare gli atei devoti al luminoso mistero della legge di ragione, qualche cattolico fuori moda e pochi altri ancora.
Ma, in questo prostrarsi della chiesa al cospetto della dittatura mondana la notizia ci sarebbe, e pure enorme. Pare impossibile che così pochi riescano a scorgere il relitto di una fede e di una cultura capaci di reggere la scena per due millenni rovesciato malamente sul fondale della storia. Eppure, la chiesa portatrice di una verità universale e libera da vocazioni minoritarie sulla cui esistenza si interroga Giuliano Ferrara è lì, impantanata nei bassifondi del mondo come la carcassa della “Concordia” dopo l’inchino davanti all’Isola del Giglio.
La chiesa postmoderna è statutariamente minoritaria perché ha scelto di esserlo nel momento in cui ha abbracciato il secolo invece che combatterlo per la sua redenzione. Con il Concilio Vaticano II, ha di fatto adottato per decreto i principi e l’agenda di un pensiero avverso portando a completa maturazione l’”Umanesimo integrale” sognato tre decenni prima da Jacques Maritain. Nel disegno del filosofo francese approdato al patto con la modernità dopo una fase antimoderna che lo aveva visto militare nell’Action Française di Charles Maurras c’era un cristianesimo minoritario, piccola parte di lievito destinata a far crescere la pasta mondana. Un disegno in evidente discontinuità con la vocazione maggioritaria e universale di cui la chiesa cattolica era sempre stata portatrice che suscitò qualificate resistenze. Il gesuita padre Antonio Messineo, nell’articolo “La filosofia della storia di Maritain” pubblicato nel 1956 su “La Civiltà cattolica”, diceva: “Il continuo appello al concetto evolutivo della storia fa sorgere spontaneamente la domanda, se la teoria del Maritain non abbia qualche punto in contatto con lo storicismo contemporaneo. (…) Sul piano della storia non opererebbe il Cristianesimo in quanto religione rivelata e trascendente, non il Vangelo nella sua purità originaria di parola divina trasmessa all’uomo, non l’ordine della grazia e delle realtà superiori in esso contenute, ma un cristianesimo e un Vangelo vuotati del loro contenuto soprannaturale e naturalizzati, temporalizzati. (…) Questi sarebbero, come li chiama Maritain, riflessi evangelici sul temporale. Sul significato di questa frase non può correre dubbio. Con essa si vuol dire che il Vangelo, nella sua essenza di lievito divino e soprannaturale, non fermenta direttamente la società e non entra tra i componenti della civiltà, di nessuna civiltà. Sul piano umano, in sua vece, agisce un surrogato che si ottiene mediante la perdita del suo carattere originario, mediante la trasformazione dei suoi princìpi in princìpi umani, temporali e limitati, di contenuto profano”.
Il sogno maritainiano, che solidificava gli intenti di desistenza fermentati da lungo tempo nel corpo ecclesiale, era destinato ad avere la meglio. E ciò fece del filosofo francese il modello dell’intellettuale cattolico, tanto che papa Paolo VI, suo debitore nel sentimento di apertura alla modernità, lo scelse come destinatario del messaggio agli uomini cultura e agli artisti sortito dal Vaticano II. In tal modo, Maritain divenne la soluzione all’inedito problema che il corpo ecclesiale si trovava ad affrontare, il rapporto con gli intellettuali.
Ai suoi inizi, la chiesa ha domato il mondo con il sangue dei martiri e non con l’inchiostro degli scrittori e dei pensatori. Poi ha avuto santi, papi, monaci, sacerdoti, teologi, filosofi, scienziati e, al tempo degli splendori della corte, scultori, poeti, pittori, musicisti: tutti illuminati da una chiarore che dovevano celebrare nei riflessi del loro genio o della loro santità, magari di tutte due insieme, a maggior gloria di Dio e per la salvezza del mondo.
La razza dell’intellettuale ha altra origine. E’ nata con la modernità e, anche se poi si accasa volentieri nelle stanze potere, in origine è fatta per le battaglia minoritarie. La sua formazione viene fatta risalire al XVIII secolo, con l’accendersi nel mondo dei lumi che avrebbero definitivamente travolto il cristianesimo e la sua rilevanza sociale. Ma il primo esemplare nasce due secoli prima dentro la chiesa con il monaco agostiniano Martino Lutero. Le sue “95 tesi” affisse nel 1517 a Wittemberg costituiscono un vero e proprio “manifesto”, atto intellettuale per eccellenza, il primo nella storia.
Da quel momento, la chiesa e la cultura cattolica hanno avuto in sospetto la figura del professionista delle idee e hanno potuto reggere l’urto fino a quando la presa sulla società non è stata minata nelle fondamenta. Meno di un secolo fa, Georges Bernanos riteneva “l’intellettuale moderno come l’ultimo degli imbecilli fino a quando non abbia fornito prova del contrario”. Ma la sua irrisione, per quanto fondata, era uno degli ultimi sussulti di un mondo destinato a soccombere. Sulla tolda di una nave che continuava a viaggiare, era difficile percepire la gravità della tragedia incombente, tanto che toccò a un ateo affascinato dalla forza civilizzatrice intrinseca alla chiesa cattolica come Maurras interrogarsi su “L’avvenire dell’intelligenza”. Era il 1927 e, apparentemente, poco lasciava presagire cosa sarebbe avvenuto nella chiesa e nel mondo nel giro di un secolo. Ma l’ateo francese che incappò nei fulmini di Pio XI aveva capito che uno stesso declino avrebbe accomunato cattolici e laici se non si fossero salvati gli intellettuali dall’essenza radicale che portavano nei geni fin dal loro nascere. “Noi parliamo dell’Intelligenza” diceva “come se ne parla a San Pietroburgo: del mestiere, della professione, del partito dell’Intelligenza”. E concludeva la sua analisi sostenendo che “Davanti a questo orizzonte sinistro, l’Intelligenza nazionale deve allearsi a coloro che tentano di fare qualche cosa di bello prima di naufragare. In nome della ragione e della natura, conformemente alle vecchie leggi dell’universo, per la salvezza dell’ordine, per la durata e i progressi di una civiltà minacciata, tutte le speranze sono riposte sulla nave di una Contro-Rivoluzione”.
Ma il processo di decadenza era ormai stato innescato con spietatezza irreversibile, come avrebbe mostrato quarant’anni più tardi il cattolico Marcel de Corte in un saggio titolato inequivocabilmente “L’intelligenza in pericolo di morte”. Il filosofo belga sosteneva che quando le elites del vecchio mondo tradiscono la loro consegna sostituendola “con un’altra meno austera, più brillante, più lusinghiera, la prima concezione vacilla. Basta qualche incrinatura nei punti nevralgici perché l’edificio crolli, anima e corpo. Quando l’alto clero si diverte a rinnegare Dio e a esaltare l’uomo nelle logge, quando l’aristocrazia va a scuola dai retori e dagli imbrattacarte, siano pure di talento, si può dire brutalmente che siamo alla fine”.
Giunta sul limitare del vecchio mondo, la chiesa ha preferito gettarsi nelle braccia del nuovo e si è dovuta inventare improvvisamente una figura di intellettuale che potesse dialogare con i novelli compagni di strada parlando la loro stessa lingua: Maritain era il prototipo perfetto. Ma, al di là dell’innegabile valore personale del filosofo francese, l’operazione ha dato vita a una sorta di ossimoro, un ruolo nato direttamente dall’istituzione invece che dalla libera necessità di maneggiare idee anche criticando l’istituzione stessa: invenzione di un clero senza più intelligenza, in debito di fede e quindi divenuto clericale. Accasato direttamente nelle stanze del potere senza essere passato nella palestra dell’antagonismo, l’intellettuale cattolico ha finito per copiare maldestramente i modelli mondani assumendone le idee, i comportamenti e persino i tic. Gli eredi di una tradizione che ha prodotto Dante e Manzoni, Giotto e Michelangelo, il canto gregoriano e il Palestrina si sono ridotti a scoprire la cattolicità del cinema neorealista, delle pagine di Pasolini o delle canzoni di De Andrè. Con l’unico mandato di assumere il Concilio Vaticano II come esclusivo criterio di interpretazione della realtà religiosa e profana: l’intera storia della chiesa e del mondo e la cronaca spicciola lette come anticipazione o come compimento del Concilio, con effetti comici se non fossero drammatici.
In tal modo, si è andata formando un’intellighentia clericale che, in parallelo alla corrispondenza di amorosi sensi con il mondo, tende all’emarginazione degli intellettuali cattolici non omologati. Sorti per germinazione spontanea senza debiti genetici nei confronti del modello laico e votati a un ruolo minoritario sono proprio costoro a essere riconosciuti come corpi estranei da un organismo la cui struttura di potere è in perenne cortocircuito. Votata da sempre a combattere con l’eresia, in epoca moderna e postmoderna la chiesa si è improvvisamente trovata al cospetto delle idee. Ma, non essendosi dotata di intellettuali capaci di vagliare il buono e gettare il cattivo, ha finito per assumere dal mondo le eresie valorizzandole come idee e per respingere al proprio interno le idee disprezzandole come eresie. Per questo motivo l’intervento critico dell’intellettuale cattolico non omologato può essere parzialmente tollerato derubricandolo a semplice atto d’amore senza riconoscergli lo statuto di atto dell’intelligenza. Il moto dell’intelletto è un gesto alieno nella chiesa del cuore e del sentimento, per questo i tempi della misericordia sono tanto spietati con il dissenso argomentato.
Eppure, se una riconquista è possibile, può passare solo attraverso l’antagonismo di quegli intellettuali che vedono la radice dell’insignificanza della chiesa postmoderna nell’adesione all’assunto fondamentale della modernità: la rinuncia al corretto rapporto con il vero e la realtà. In piena temperie illuminista, Joseph Joubert descriveva efficacemente l’esito di tale operazione nei suoi “Pensées”: “Le menti falsate non hanno il senso del vero, ma ne posseggono le definizioni. Guardano in se stesse invece che guardare davanti ai loro occhi. Nelle deliberazioni consultano le idee che si fanno delle cose e non le coste stesse”. Ma questa è un’evidenza che la chiesa di oggi non ha neanche la forza di sussurrare poiché si è inchinata al suo opposto. “Al limite di una tale perversione dell’intelligenza” scrive de Corte nel suo saggio “ci si trova davanti a una religione senza Dio, una religione in cui Cristo è riportato all’uomo, una religione dell’uomo. Ma poiché una religione dell’uomo è inevitabilmente una religione che erige l’uomo signore dell’universo e poiché l’azione più efficace è quella che sottrae l’uomo alla sua natura e ne opera un rimpasto radicale, i valori dell’azione cedono il passo ai valori della trasformazione demiurgica dell’uomo e del mondo, ai valori di creazione di un mondo nuovo e di autocreazione dell’uomo a opera dell’uomo. In altre parole: il solo cristianesimo che oggi sia ‘valevole’ è il cristianesimo rivoluzionario in cui il potere dell’uomo sul mondo, su se stesso, sugli altri si manifesta pienamente. Tale l’abisso in cui ruzzola il clero che subordina la contemplazione all’azione e l’azione alla volontà di potenza. In questo abisso di iniquità non v’è il più piccolo posto per l’intelligenza”.
Tale oscurità può essere illuminata dai lampi di quegli intellettuali che sappiano maneggiare le idee senza manipolarle, trattandole per quel valgono, in ossequio alla verità e non al potere, compreso quello clericale. Per fare “ritorno al reale”, come auspicava Gustave Thibon, è necessario affidarsi a menti così paradossali che, in questi tempi invertiti, si possono concedere l’eccentricità di cercare il vero nella casa della verità e di buttare l’errore nella sentina della falsità. “Di tanto in tanto” scrive G.K. Chesterton celebrando “L’uomo comune” “nella storia dell’umanità, ma soprattutto in epoche inquiete come la nostra, compare una certa classe di cose. Nel vecchio mondo si chiamavano eresie. Nel mondo moderno si chiamano mode. Talvolta sono utili per un certo periodo, altre volte sono invece totalmente nocive. In ogni caso si tratta sempre di una concentrazione impropria su una verità o mezza verità. E’ quindi giusto insistere sulla conoscenza di Dio, ma è eretico insistervi, come fece Calvino a spese del suo Amore; è quindi giusto desiderare una vita semplice, ma è eretico desiderarla a spese della bontà d’animo e delle buone maniere. L’eretico, come il fanatico, non è un uomo che ama troppo la verità, nessun uomo può amarla troppo. L’eretico è un uomo che ama la sua verità più della verità stessa”.
Una verità semplice che la chiesa non è più in grado di dire al mondo poiché si è privata di coloro che avrebbero potuto farlo con efficacia. Agli intellettuali, magari un po’ fastidiosi quando fanno onestamente il loro mestiere, ha preferito i paggetti che le reggessero lo strascico alle nozze con il mondo. Con la paradossale conseguenza di aver creato tanti cortigiani che, in tempi di populismo tanguero, rischiano di non avere più neanche la corte.
Fonte il Foglio (c) 4 dicembre 2014
lunedì 10 novembre 2014
Francesco e lo scisma. Brevi considerazioni all'indomani della rimozione del Cardinale Burke
Beatus vir, qui non abiit in consilio impiorum, et in via peccatorum non stetit, et in cathedra pestilentiae non sedit: sed in lege Domini voluntas eius, et in lege eius meditabitur die ac nocte. (Ps.I)
La rimozione del Cardinale Burke é l'ultimo atto dell'esecuzione di un progetto inaugurato con il primo Angelus in cui Francesco promosse il Cardinale Kasper a "teologo in gamba". Bergoglio suole abbozzare e poi dipingere il quadro aggiungendo particolari sempre più precisi. Anche ciò che appare dapprima assolutamente casuale, si può rivelare di lì a poco parte essenziale di un vasto disegno.
Così lo stesso Kasper, il "teologo in gamba", è divenuto, per volontà di Francesco, il regista di un sinodo che dovrebbe levare dal Concilio una nuova chiesa della misericordia. Francesco ha quindi espressamente auspicato uno sviluppo eterogeneo della dottrina cattolica in materia di matrimonio, famiglia e sessualità e cercato di coalizzare la componente progressista ed eterodossa convinto di potere "abbattere ogni bastione" tradizionale. La marcia del progressismo sinodale trova però oggi la resistenza di cardinali e vescovi cattolici, tra questi il Cardinale Burke (vedi qui e qui). Almeno per ora la resistenza è riuscita a frenare l'iniquità. La nemesi bergogliana contro coloro che "trasformano il pane in pietre" si è finalmente abbattuta ieri sull'antico Arcivescovo di Saint Louis.
Francesco ridicolizzando il suo Prefetto per la Dottrina della Fede ("...parlate liberamente, non abbiate paura del Cardinale Müller") e fomentando i fautori dell'eterodossia, che nel frattempo si producevano nella loro volgare e frenetica sfrenatezza, ha di fatto aperto uno scisma di ampissima portata. Per di più spinto e trascinato da un attrezzatissimo e potente spirito del tempo. Soprattutto in Europa (il caso tragico dell'Austria e del suo raffinato Primate dagli stravaganti modi praghesi è emblematico), in parte negli Stati Uniti e in Sudamerica c'è un episcopato - e con esso un clero e un popolo - sedicente "cattolico" ormai completamente indisposto a ritornare nell'ortodossia cattolica (mentre l'Africa è notoriamente stata liquidata dal "teologo in gamba" come una vana terra di tabù). Aborto, comunione ai concubini, omosessualità hanno trovato in moltissimi luoghi accesso pastorale alle chiese, mentre il sacerdozio femminile è nel prossimo punto dell'ordine del giorno se è vero quel che afferma padre Pablo d'Ors, consigliere di Francesco, in un'intervista recente (vedi qui e qui e ancora qui). In tutti questi luoghi anche la dottrina ha accolto inaccettabili corruzioni.
Si tratta dunque di uno scisma inedito perché aperto e favorito da un Papa; di uno scisma che, a causa di una minoranza (o maggioranza silenziosa) cattolica, non è riuscito per ora a farsi completamente "nuova chiesa" universale (vedi però qui il senso del suo lungo sviluppo).
In realtà, nella logica sovrannaturale della fede cattolica e dell'ortodossia, a Bergoglio non restano ormai che due vie. O proseguire nell'impresa disperata e scontrarsi rovinosamente, lui e la sua fazione non più cattolica, con la Chiesa di sempre, con il Corpo Mistico di NSGC, con il lato apostolico della Chiesa di Roma che inevitabilmente è e sarà rappresentato da nuovi dottori e difensori dell'ortodossia, da novelli Atanasio, Basilio, Gregorio. Oppure arrendersi allo Spirito Santo e a Colui di cui egli stesso è, nonostante tutto, il Vicario, e opporsi allo scisma dilagante. In questo caso Bergoglio potrebbe forse essere tentato di ritenere in cuor suo che non Francesco ma un nuovo Papa possa essere più degno della battaglia da muovere con urgenza all'eresia.
Ora più che mai bisogna pregare per il Papa affinché sappia esercitare fino in fondo il giusto discernimento degli spiriti.
giovedì 6 novembre 2014
Il custode dei doni. Riflessione di Alessandro Gnocchi sull'utilità e sul danno del cattolico tradizionalista
Pubblichiamo la riflessione di Alessandro Gnocchi, apparsa oggi nel quotidiano il Foglio, sulla condizione del cattolico tradizionalista "in tempi di macerie e bastonate" e sul "virus tremendo" dell'"ipertrofia della cervice", comunque la si metta.
Parliamo del tradizionalista, un po’ come sett’anni fa Leo Longanesi diceva “Parliamo dell’elefante”. I vizi intellettuali non sono mutati e l’Italia a cavallo tra fascismo e antifascismo, che era comunque un po’ cattolica, apostolica e romana, assomiglia tremendamente alla chiesa di oggi, che è comunque sempre un po’ italiana. Allora, Longanesi metteva alla gogna i tic e le ipocrisie di una classe intellettuale che preferiva esibirsi in esotiche disquisizioni, amava “parlare dell’elefante” invece che dello sfacelo in cui era vittima e carnefice. Allo stesso modo, nella Chiesa d’oggi, fanno bella mostra coloro che preferiscono “parlare del tradizionalista” invece che prendere atto dell’allegro clima autodemolizione in cui, come usa dire, cantano e portano la croce.
Si fa presto a dire “tradizionalista” con la stessa levità del Duclos longanesiano. “Signori, parliamo dell’elefante” diceva l’ineffabile signore “è la sola bestia di una certa importanza di cui si possa parlare, in questi tempi, senza pericolo”. Ma il tradizionalista, a conoscerlo davvero, non è una bestia di cui si possa parlare ricorrendo ai servigi della banalità. Non è quello vituperato nei sermoni e nei tischreden di Santa Marta, non è quello degli imbonitori di rassegne stampa a onde medie, non è quello dei cultori di sociologia appesi all’attimo fuggente di un magistero in perenne evoluzione, non è quello dei vescovi che emanano poveri decreti di scomunica contro i fedeli che osano frequentare la buona Messa di una volta. Non è tutto questo e non è tanto altro ancora.
Il tradizionalista non è ciò che sembra. E’ misteriosa e inalienabile intimità con ciò che non ha più, è riparo per i legami tra cielo e terra ai tempi dell’oblìo decretato dalle voglie mondane penetrate nel tempio: è la sua stessa povertà, la sua stessa solitudine che si fanno luogo della carne e dell’anima dove è possibile incontrare grandezza o miseria, salvezza o perdizione. Lo scoglio su cui può salvarsi o fare naufragio è l’evangelico vivere nel mondo senza essere del mondo. La tentazione di ritirarsi altrove salvando una purezza terrena che non esiste è una sirena tremenda e vince con una troppa facilità. Così certi tradizionalisti preferiscono vivere in un mondo in bianco e nero quando il persino il colore è quasi passato di moda. Finiscono per coltivare un giardino nel quale gli altri, i moderni, non possono neanche guardare e, se anche lo facessero, non potrebbero godere dei tesori che vi crescono. Lo sdegno per una suor Cristina che imita Madonna, la cantante, dice poco o nulla se non si comprende dove e come nasce il fenomeno. Vivere nel mondo significa correre il rischio del contagio sapendo che l’antidoto sta nel non appartenergli. O si è contemporanei del proprio tempo pur combattendolo, o si diventa guardiani di un museo in cui il passato cessa di vivere e di essere tradizione poiché gli si sottrae il cuore.
Il destino del tradizionalista è in bilico come quello delle chiese che Proust proteggeva dalla rapacità laica dello stato in un articolo che il 16 agosto 1904 il “Figaro” titolava “La morte delle cattedrali”: “Ebbene, meglio devastare una chiesa che dissacrarla. Finché vi si celebra la Messa, per mutilata che sia essa conserva ancora la sua vita. Dal giorno in cui viene dissacrata è morta, e se anche sia protetta come monumento storico di celebrazioni scandalose, non è più che un museo. (...) Quando il sacrificio della carne e del sangue del Cristo, il sacrificio della Messa, non sarà più celebrato nelle chiese, non vi sarà in esse più vita”.
D’altra parte, bisogna riconoscere che la sirena di ritrarsi altrove è tanto più ammaliante in quanto ora è la Chiesa stessa a essere dissacrata dai tradimenti dei suoi figli e dei suoi pastori. Il custode della tradizione oggi vive nel dramma dei primi versi del Salmo 11, “Salvum me fac, Dómine, quóniam deficit sanctus, quóniam diminúte sunt veritátes a filiis hóminum”, si misura con il momento in cui non vi sono più santi, la sincerità è venuta meno tra i figli degli uomini e chi dovrebbe custodire la castità del vero, parla con “lábia dolósa”.
È questa la radice della grande tentazione: porre la domanda del salmista a Dio rispondendo però da se stessi con le proprie parole. Il frangente che costituisce il tradizionalista come tale, la consaoevolezza di essere ciò che ha perso, è anche quello in cui deve decidere se amare ancora una Chiesa divenuta matrigna e infida oppure perdersi nel rimpianto zelante e amaro di quando era madre e maestra. Questo sans papiers de l’Église, non può sottrarsi alla scelta impostagli dal tempo in cui vive: tenere per sé il tesoro che custodisce nella sacca o riportarlo tra le navate, sotto gli archi, davanti all’altare da cui è stato cacciato. Se ha carità, dividerà con i fratelli il seme che ha saputo salvare. Se non ne ha, lo conserverà per se stesso, finendo irrimediabilmente per modellare quel tesoro a propria immagine e somiglianza e renderlo sterile.
Chi gli rimprovera di mutare i pani in pietre, di farsi duro di cuore, intellettualista, legalista ne ha poca pratica e lo scambia colpevolmente con la sua caricatura. Lo stregone che lancia sui suoi seguaci i precetti come fossero pietre non ha nulla a che fare con il custode della tradizione, ha ben altra origine. Lo testimoniano quei cattolici progressivi, liberi e disinibiti già negli anni Ottanta, che al momento di divorziare, vivevano come momento più drammatico “quello in cui dovevamo dirlo al padre”: quel “padre” duro e inflessibile era David Maria Turoldo, il profeta dei tempi nuovi e di una Chiesa nuova, che aveva trovato proprio nel sostegno al divorzio la chiave per predicare la sua religione al mondo. La morale e la misericordia, senza la verità, diventano sempre moralismo e violenza.
Nulla di più lontano dal reverendo Bournisien, oggi ridotto a vecchio arnese tradizionalista, il sacerdote che porta i sacramenti a madame Bovary sul letto di morte. “Il prete” racconta Flubert “si sollevò per prendere il crocefisso. Allora ella allungò il collo come un assetato e, premendo le labbra al corpo dell’Uomo-Dio, con le poche forze che le restavano vi depose il più grande bacio d’amore che mai avesse dato. Poi il prete recitò il Miserere e l’Indulgentiam, immerse il pollice della mano destra nell’olio e cominciò l’unzione. Prima sugli occhi che avevano bramato tutte le ricchezze terrene; poi sulle nari tanto avide di tiepida brezza e di profumi amorosi; poi sulla bocca che si era schiusa alla menzogna, che aveva avuto gemiti d’orgoglio e gridi di lussuria; poi sulle mani che avevano conosciuto la delizia dei contatti soavi, e infine sulla pianta dei piedi, così rapidi, un giorno, nel correre all’appagamento dei desideri e che ormai non avrebbero più camminato. Il prete si asciugò le dita, gettò nel fuoco i batuffoli d’ovatta intrisi d’olio e tornò a sedere presso la moribonda per dirle per dirle che ora ella doveva congiungere le proprie sofferenze con quelle di Gesù e abbandonarsi alla Misericordia divina”.
Questa sequenza di segni, così celesti e così concreti, “ad oculos, ad aures, ad nares, ad os comperssis labiis, ad manus, ad pedes” avrebbe efficacia anche se l’uomo non ci mettesse il cuore, perché sgorgano da quello di Dio. Ed è tragico che vengano imputati come prova di aridità a carico chi continua a tenerli vivi, quasi che la condiscendenza alle derive mondane possa essere più meritoria agli occhi del Signore. Non c’è nulla, sulla terra, che valga quanto la forma e la materia di un sacramento per santificare e letificare la vita e la morte degli uomini: “Ora Emma non era più così pallida e aveva sul volto un’espressione di serenità, quasi che il sacramento l’avesse guarita”. Proust, padre letterario degli atei devoti, era incantato dalla levità di queste righe. E fu forse lo splendore liturgico che vi riluceva a fargli serbare come ricordo tra i più amati un Rosario portatogli dalla Terra Santa, tanto da chiedere più volte alla governante di porglielo tra le mani in punto di morte. Ma, pur essendo custode di tale splendore e tale grandezza, il tradizionalista può cadere nel troppo umano e persino nel solo umano. Che non consiste nell’esibire una dottrina e una pastorale a cui ha sottratto il cuore, ma nel tenerle solo per sé, quasi fosse l’avanguardia di una rivoluzione al contrario e non, invece, soldato sotto gli stendardi del contrario della rivoluzione.
Tale tentazione è frutto dell’applicazione di categorie politiche al Corpo Mistico di Cristo: l’unico luogo di questo mondo in cui non hanno efficacia e sono destinate a fallire. La prova del Concilio Vaticano II, consegnato dal modernismo a una visione politicizzata, ha condotto certi tradizionalisti a cadere nel grande inganno rivoluzionario finendo in due finti opposti. Da un lato, si sostiene che un Concilio non può sbagliare e dunque, dal momento che alcuni documenti del Vaticano II suscitano difficoltà, il Papa che li ha promulgati e i successori che li hanno accettati hanno perso quanto meno “formalmente” la suprema autorità: sono Papi solo “materialmente”. Dall’altro, si dice che un Concilio non può sbagliare, dunque il Vaticano II non ha sbagliato, dunque non solo è un vero Concilio ma è il metro per giudicare tutto il Magistero precedente. Se per i primi il Vaticano II è tutto da buttare a prescindere, per i secondi è tutto da accettare a prescindere. Ma si tratta della stessa posizione che viene semplicemente capovolta.
Gli uni e gli altri, hanno perduto di vista il cristallino “Magnopere curandum est ut id teneatur quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est” distillato da San Vincenzo di Lerino nel suo “Commonitorium”: “Bisogna soprattutto preoccuparsi perché sia conservato ciò che in ogni luogo, sempre e da tutti è stato creduto”. Il tradizionalista si perde quando sottrae la conservazione e la trasmissione della fede all’esercizio della carità e la consegna in ostaggio alla propria intelligenza, al proprio ego. Cosicché, l’eccessiva raffinatezza della cervice teologica, a forza di rendere acuti i ragionamenti, finisce trasformarli in ottusi e incapaci di parlare al prossimo. Sia che viri verso il neoconservatorismo, sia che viri verso il sedevacantismo, il risultato è un tradizionalismo afasico, al limite dell’autismo, che si compiace della purezza propria e, forse ancor di più, dell’impurezza altrui. Sul piano pastorale, ne discende una degenerazione clericale: il sopruso e la condanna senza capacità di porgere perdono. Sul piano dottrinale, ne deriva il peccato d’orgoglio: alla condanna senza capacità di porgere la verità.
Ma sarebbe troppo semplice, troppo politico, applicare la teoria degli opposti estremismi al mondo tradizionale nel tentativo di salvare un centro buono e puro. L’ipertrofia della cervice è un virus tremendo che ama diffondersi ovunque vi sia attenzione alla ragione e alla dottrina e, nella fase di incubazione, si accontenta di poco. Gli basta che il ventricolo cerebrale del cattolico prenda a pulsare anche solo un po’ più forte e un po’ più fretta di quello caritatevole. Allora il tradizionalista, che giustamente e cattolicamente prova orrore al cospetto dell’ospedale da campo dove ogni male viene curato con il corazòn, rischia di dimenticare che gli uomini sono anime dentro a dei corpi. Perde di vista il senso con cui San Pio X ammoniva che “i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né novatori, ma tradizionalisti”.
E non è nell’incedere liturgico, nei paramenti pregiati, nelle suppellettili preziose che il tradizionalista trova ostacolo nel farsi amico del popolo. Chi sorride o si scandalizza della devozione a tanto splendore, non sa che quelle liturgie, quei paramenti, quelle suppellettili possono diventare la salvezza di Emma Bovary e della vecchina perennemente inginocchiata a dire il rosario, che possono accompagnare un re all’incoronazione o un sacerdote davanti al protone d’esecuzione dei rivoluzionari spagnoli e messicani. La grandi opere di assistenza e di mutuo soccorso sono nate nel cuore della chiesa ai tempi in cui il Santissimo passava sotto magnificenti baldacchini tra le folle inginocchiate. Il tradizionalista è amico del popolo proprio perché si fa tutt’uno con quell’incedere liturgico, quei paramenti pregiati, quelle suppellettili preziose, le offre a Dio e quindi non chiede nulla in cambio agli uomini.
Così può curarsi dei corpi senza dimenticare che racchiudono delle anime. Come Santa Teresa di Gesù Bambino, anima felice di essere forma di un corpo malato. Un giorno, durante la malattia che la accompagnò alla morte, la piccola Teresa ebbe in dono dalle consorelle una rosa. Invece che deporla in un vaso, la sfogliò sul Crocifisso con pietà e amore, quasi a lenire le piaghe di Cristo. “Nel mese di settembre” disse accompagnando il suo gesto “la piccola Teresa sfoglia ancora una rosa di primavera”. E poi “En éffeuillant pour Toi la rose printanière, je voudrais essuyer tes pleurs!”. Sfogliando per Te la rosa primaverile, vorrei asciugarti le lacrime”. E, siccome i petali cascavano per terra e rischiavano di andare persi, ormai morente si affrettò a invitare le consorelle a non sprecare tanta bellezza: “Raccoglieteli sorelline mie, vi saranno utili per fare dei piaceri più tardi, non ne perdete nessuno…”. Era il settembre 1897. Nel settembre 1910, uno di quei petali guarì il vecchio Ferdinand Aubry da un cancro alla lingua.
Il tradizionalista ha tra le mani petali come questi e, se non vuole perdere se stesso, deve perennemente fare memoria che non sono suoi. Solo così potrà trovare un luogo, anche piccolo, in una di quelle scene sacre che ammaliarono Proust, dalle vetrate delle cattedrali in procinto di essere dissacrate dallo stato francese. Immagini così cattoliche da accogliere tutti “Non soltanto la regina e il principe (...). O voi tutti, dalle vostre vetrate di Chartres, di Tours, di Bourges, di Sens, di Auxerre, di Troyes, di Clermond Ferrand, di Tolosa, bottai, pellai, speziali, pellegrini, bifolchi, armaioli, tessitori, tagliapietre, beccai, panierai, scarpari, cambiamonete, o voi, grande democrazia silenziosa, fedeli ostinati ad ascoltare l’uffizio, non smateriati ma più belli che ai giorni della vostra vita, nella gloria di cielo e di sangue della preziosa vetrata, non udrete più la Messa che vi eravate assicurata dando per l’edificazione della chiesa i vostri più limpidi scudi”. Il limpido scudo con cui il tradizionalista può assicurarsi un luogo tra questi fratelli è lucente di dottrina e liturgia, ma ha da ardere di carità.
Fonte il Foglio 6 novembre 2014
giovedì 30 ottobre 2014
La risposta cattolica della FSSPX a Monsignor Semeraro. Apostasia e stato di necessità
É apparsa ieri sera sul sito della FSSPX la risposta alla Notificazione dell'Amministratore della Diocesi Suburbicaria di Albano, Mons. Marcello Semeraro (vedi qui il nostro commento e il link al testo della Notificazione). La pubblichiamo qui di seguito constatando l'ortodossia cattolica degli argomenti della FSSPX e del suo Distretto italiano.
A PROPOSITO DELLA NOTIFICAZIONE DI MONSIGNOR SEMERARO
In una notificazione del 14 ottobre scorso, Mons. Marcello Semeraro, che amministra la Diocesi Suburbicaria di Albano, ha pensato di dichiarare che la Fraternità Sacerdotale San Pio X non è “un’istituzione della Chiesa Cattolica” e che i fedeli non devono frequentarla per non “rompere la comunione con la Chiesa”.
Molte cose potremmo chiedere a Mons. Semeraro, guardando dal suo punto di vista.
Potremmo chiedere se sa che la Fraternità San Pio X è stata eretta con l’approvazione del Vescovo di Friburgo nel 1970; che la Santa Sede le ha conferito il decreto di lode nel 1971; se sa che la stessa casa della Fraternità ad Albano, con il suo Oratorio semipubblico per amministrarvi i sacramenti, è stata eretta canonicamente con decreto del suo Predecessore Mons. Raffaele Macario il 22 febbraio 1974 (prot. 140/74).
Potremmo anche chiedergli come concilia le sue proibizioni con le dichiarazioni ufficiali della Santa Sede, che con risposta della Commissione Ecclesia Dei del 18 gennaio 2003, diceva che è possibile soddisfare il precetto della Messa domenicale “assistendo ad una messa celebrata da un prete della Fraternità San Pio X”; o come pensa che si possa “rompere la comunione con la Chiesa” andando a Messa dalla Fraternità San Pio X, quando la stessa Santa Sede non ritiene più fuori dalla comunione nemmeno i Vescovi della medesima Fraternità; o se pensa che presunte irregolarità canoniche equivalgano a una rottura della comunione.
Potremmo ancora chiedergli perché lui, il Vescovo, possa organizzare una veglia ecumenica nella cattedrale (18 gennaio 2014) per pregare con persone che di certo non sono “in comunione con la Chiesa Cattolica” come una pastora evangelica e un vescovo ortodosso (ortodossi cui nel 2009 ha consegnato la chiesa di San Francesco a Genzano, costruita dai nostri padri per il culto cattolico); mentre i suoi fedeli non possono pregare con altri cattolici alla Messa della Fraternità.
Potremmo chiedergli perché l’apertura di spirito della Diocesi è tanto ampia da includere il “Primo forum dei cristiani omosessuali”, tenutosi nella Casa dei Padri Somaschi il 26-28 marzo scorso, ma non chi rimane legato alla Tradizione della Chiesa cattolica.
Non attendiamo una risposta su questi punti che mostrano in maniera lampante le contraddizioni di Mons. Semeraro.
La Fraternità fonda il suo ministero presso tutti i fedeli proprio sulla necessità di combattere gli errori contro la fede cattolica romana che sono diffusi nella Chiesa dagli stessi Vescovi: da quello appena citato dell’indifferentismo ecumenico, per cui si può dare credito a tutte le religioni come se fossero tutte vie di salvezza, abbattendo di fatto il Primo Comandamento di Dio, fino all’adozione di una liturgia che si allontana dall’espressione dei dogmi della Chiesa Romana per diventare semi-protestante e irriverente. Errori che si spingono sempre oltre, come si è visto nell’ultimo Sinodo, dove sotto apparenze di misericordia, si è discusso sulla possibilità di modificare il Sesto Comandamento e di rinunciare nei fatti all’indissolubilità del matrimonio cristiano. Lo stato di grave necessità generale, dovuto alla capillare diffusione di errori contro la fede da parte della gerarchia ecclesiastica, fonda canonicamente il diritto e il dovere di ogni sacerdote fedele di dare i sacramenti e un’autentica istruzione cattolica a chiunque lo richieda.
La Fraternità San Pio X, sull’esempio del suo fondatore, continuerà a trasmettere integralmente il deposito della fede e della morale cattolica romana, schierandosi apertamente contro tutti gli errori che vogliono deformarlo, senza tema di minacce o ingiuste sanzioni canoniche, poiché questo deposito né Mons. Semeraro, né alcun altro membro della gerarchia ecclesiastica potrà mai cambiarlo. Come dice San Pietro: “Occorre obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”.
Tutti coloro che desidereranno ricevere i sacramenti come la Chiesa li ha sempre amministrati, ricevere un catechismo autentico per i loro bambini, una formazione per gli adulti, una direzione spirituale e un conforto per i malati saranno sempre benvenuti.
Il Distretto d’Italia della Fraternità San Pio X
mercoledì 29 ottobre 2014
Semerarus episcopus diabolicus et pravus. Apologia della FSSPX ad Albano e in tutto l'Orbe
Dopo ben due settimane dalla pubblicazione della Notificazione ai Parroci sulla "Fraternità Sacerdotale San Pio X" (vedi qui) di Mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano, appaiono in questi giorni le prime reazioni in campo cattolico.
La Notificazione rivolta ai parroci è riassumibile nei seguenti punti:
1) Si afferma la non appartenenza della FSSPX alla Chiesa cattolica.
2) Si motiva questa estraneità con l'assenza di uno statuto canonico.
3) Si dichiara l'illegittimità dell'amministrazione dei sacramenti da parte della FSSPX.
4) Si pone il divieto per i fedeli della Diocesi di Albano (dove è presente un Priorato che è sede del Superiore della FSSPX in Italia) di partecipare alla Messa della Fraternità e di richiedere o di ricevere i sacramenti alla stessa. Pena la rottura della comunione ecclesiale (leggi: scomunica).
5) Si stabilisce che i fedeli che incorrano in questa rottura, potranno essere riammessi alla comunione soltanto dopo un "adeguato percorso personale di riconciliazione secondo la disciplina ecclesiastica stabilita dal vescovo".
6) Si assegna "ai parroci il compito di dare adeguata informazione ai fedeli".
Per alcuni versi apprezzabile è il tentativo di Chiesa e Postconcilio (qui) di disinnescare il documento di Monsignor Semeraro dimostrando come il suo intero impianto contraddice il sistema stesso del Concilio Vaticano II che non chiede più ai cristiani acattolici il "redditus" alla Chiesa Cattolica ma la stessa "conversio"a Cristo che è anche dovere di ogni cattolico. L'argomento patisce la debolezza di ogni ragionamento gravato da un "als ob" - come se la FSSPX fosse acattolica, come se Semeraro fosse certamente cattolico, come se il sistema del Concilio Vaticano II fosse al di sopra di ogni sospetto -, ma proprio l'evidente tentativo di disinnescare la Notificazione di Monsignor Semeraro sottintende una preoccupazione profonda che non può che essere condivisa e che qui tenteremo di esplicitare.
Meno condivisibile è l'affermazione dell'Autore di Chiesa e Postconcilio secondo cui "la Notificazione ai parroci sulla «Fraternità San Pio X» del Vescovo di Albano ... non fa altro che dare la fotografia della situazione dal punto di vista canonico". È questa una opinione tralatizia che ha prodotto assuefazione e che tradisce una nozione moderna e positivista del Diritto canonico tendente a fare dell'ordinamento della Chiesa alcunché di a sé stante rispetto alla teologia (nozione cui in realtà alla fine non sembra aderire lo stesso Autore della nota: "Il diritto si fonda sulla verità").
Monsignor Marcel Lefebvre soleva ricordare che gli statuti della Fraternità da lui fondata erano stati approvati dal Vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo Monsignor François Charrière nel 1970. Ma l'esistenza giuridica ed ecclesiale della FSSPX continua a radicarsi, ben oltre qualsiasi riconoscimento meramente formale, nello "stato di necessità" che da più di quarant'anni caratterizza la Chiesa funestata da una delle crisi più profonde della sua storia, forse dalla più perniciosa. Oggi assistiamo a una vasta apostasia di vescovi e di clero (basti ricordare le dichiarazioni di vescovi e cardinali nel corso del Sinodo), alla difficoltà generalizzata di chiedere e ricevere sacramenti secondo forme cattoliche certe, al rifiuto compiaciuto e spavaldo della dottrina antica e tradizionale, a "orientamenti pastorali" e a "percorsi formativi" che, con buona pace di Mons. Semeraro, sono spesso pianificati per macchiare e avvelenare le anime cristiane. Alla necessità grave ed urgente di trovare gli strumenti tradizionali della salvezza delle anime. Non si può non ripetere di fronte a questo panorama quel che affermava Joseph Butler, l'antico maestro del Beato Cardinal Newman, che "everything is what it is and not another thing".
La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha corrisposto sin dall'inizio con eroismo a questa necessità, oggi evidentissima, e in essa trova la propria legittimità (ossia nello stesso principio supremo: "salus animarum suprema lex"), mentre nell'eccezione ha il proprio status cui un Diritto canonico ancora legato alla ragione teologica non può dimostrare indifferenza. La FSSPX ha eccezionalmente conservato la purezza del rito e della dottrina, ancora una volta si deve dire: "Everything is what it is and not another thing".
Sono ben note la triste vicenda dei Francescani e dalle Francescane dell'Immacolata, la rimozione di Monsignor Rogelio Livieres dalla Diocesi di Ciudad del Este, la duplice liquidazione del Cardinal Burke, le prime minacce che lambiscono la Diocesi di Albenga; in tutti questi casi, e in altri che probabilmente si presenteranno, il Diritto canonico è stato (e sarà) utilizzato come procedimento legale per aggredire l'ortodossia cattolica (anche se, come nel caso delle più odiose infamie della storia, forse difficilmente si troveranno i comandi scritti). Un'eccezione, la Fraternità, rimane la più grave difficoltà per chi vuole distruggere la fede e la tradizione. L'eccezione pone la Fraternità extra ordinem, seppur non extra ius e tanto meno extra ecclesiam (come risulta chiaramente dal toglimento delle scomuniche ai quattro vescovi), la pone al riparo da visitatori e da commissari, la consegna a uno status che non è meno status giuridico e che sfugge tuttavia alle regolarità del governo positivo delle Diocesi e delle Parrocchie da parte di un clero indegno. La sottrae alla taxis della chiesa conciliare e la conserva nel kosmos della Chiesa cattolica, del Corpo Mistico di NSGC.
Monsignor Semeraro ha predisposto nella Notificazione del 14 ottobre 2014 un sistema inedito (escluso persino ai tempi delle consacrazioni episcopali a Ecône), mirato a eliminare l'eccezione della Fraternità introducendo i punti 4, 5 e 6 dello schema sopra riportato ossia la minaccia odiosa di scomunica per i cattolici che si rivolgono alla FSSPX: alla possibilità stessa di salvarsi l'anima ricevendo sacramenti e dottrina cattolici nel mezzo della generale e disperata apostasia.
Non sappiamo se si tratti dell'iniziativa estemporanea e imprudente di un vescovo colto da ebbrezza postconciliare oppure (tale è la più grande preoccupazione) di un esperimento locale in vista di un'operazione in grande stile di eliminazione della FSSPX (dell'eccezione della tradizione): perché scomunicare i cattolici di Albano e non quelli di Roma? C'è comunque il grave sospetto che tutto ciò sia opera di "colui che si mette di mezzo", del diavolo appunto. Semerarus episcopus diabolicus et pravus, così sarà forse ricordato un giorno Marcello Semeraro in quel di Albano. Impegnando tutto l'ottimismo metafisico si può sperare in un giorno non lontano.
venerdì 24 ottobre 2014
Arcana imperii, arcana ecclesiae. La tentazione assolutistica tra potere spirituale e potere temporale.
In un suo scritto del 1955 dal titolo I misteri dello Stato, di cui vi proponiamo qui un estratto significativo, Ernst Hartwig Kantorowicz tenta di rintracciare lo sviluppo storico che ha consegnato alla modernità due “gemelli terribili”, l’uno ecclesiologico e l’altro statualistico.
Entrambi rappresenterebbero l’esito di un’iperbole positivistica, più comunemente nota come “assolutismo”, che assegna all’autorità la dazione e non la semplice custodia della verità. Kantorowicz ferma la sua indagine alle soglie della modernità, senza giungere a considerare l’epoca contemporanea; cosa naturale per uno storico di professione, che oltretutto ha lasciato questo mondo nel 1963. Riprendendo tuttavia la suggestione del grande studioso, sembra potersi intravedere in tale sviluppo una circolarità che troverebbe infine conferma negli esiti contemporanei.
Le molte analisi provenienti da autori legati alla Tradizione tendono a ricostruire l’attuale crisi “conciliare” come effetto di una “unione adultera” tra Cattolicesimo e principi della rivoluzione francese. Sul piano sostanziale questo pare essere effettivamente l’ultimo approdo, anche sotto il profilo ecclesiologico: una Chiesa che si lascia tentare dall’assolutismo democratico.
Tuttavia, pur ammessa in linea generale una osmosi concettuale, non si può con certezza affermare che lo schema cronologico sia sempre e necessariamente questo; che sia cioè sempre e necessariamente il secolo ad anticipare la Chiesa e a tentarla.
Il potere, per quanto necessario, è sempre stato una tentazione anche dentro la Chiesa. Con esso il demonio tentò addirittura Nostro Signore nel deserto: chi siamo noi poveri peccatori, ma i Papi stessi, per non esserne a nostra volta tentati?
E così Kantorowicz ci mostra come l’assolutismo fu mutuato dal potere temporale dopo essersi sviluppato nel potere spirituale, già ben prima dell’ultramontanismo ottocentesco.
Noi possiamo aggiungere, come ulteriore considerazione, che il potere temporale ha ora saldato il proprio debito, sviluppando e offrendo alla Chiesa la tentazione dell’assolutismo democratico.
Un perfetto cerchio diabolico, che non può tuttavia chiudersi fino a soffocare la verità, poiché Verbum Dei non est alligatum e Cristo non abbandona mai la sua Chiesa.
Buona lettura.
*****
La formula “i misteri dello Stato”, quale concetto-chiave dell’assolutismo, affonda le sue radici nel Medioevo. Il carattere relativamente recente di questa mescolanza tra la sfera spirituale e quella secolare, risultato delle innumerevoli relazioni tra la Chiesa e lo Stato, è riscontrabile in tutta l’epoca medievale e ha attirato giustamente l’attenzione degli storici. In seguito alle importanti indagini svolte da Andreas Alföldi sulle cerimonie e sulle insegne degli imperatori romani, Theodor Klauser ha analizzato l’origine degli stemmi vescovili e dei diritti derivanti dalla carica vescovile, dimostrando esplicitamente come durante e dopo l’epoca di Costantino i Vescovi della Chiesa trionfante si appropriarono di numerosi privilegi riguardanti le divise e le cariche che nel tardo impero erano stati propri degli ufficiali più alti in grado. Contemporaneamente anche Percy Ernst Schramm ha pubblicato un breve articolo su un tema analogo in cui focalizza l’attenzione sulle influenze tra sacerdotium e regnum. Egli dimostra come all’imitatio imperii della forza spirituale corrispondesse l’imitatio sacerdotii della forza secolare. Schramm ha condotto la sua ricerca giustamente solo fino agli inizi del periodo degli Hohenstaufen. Esaminando gli scambi reciproci – di stemmi, titoli, simboli, privilegi e prerogative – che agli inizi del Medioevo accomunavano principalmente i vertici della sfera spirituale e di quella secolare (si pensi, per esempio, al pontefice con la corona sul capo e all’imperatore che indossa il mitra papalino), egli dimostra che il sacerdotium assunse sembianze imperiali, mentre il regnum acquisì fattezze religiose. Al più tardi agli inizi del XIII secolo, si raggiunse un certo stato di saturazione allorché tanto il capo della Chiesa quanto quello dell’impero avevano l’uno assunto tutte le prerogative essenziali delle cariche dell’altro.
Tuttavia l’influenza tra le due sfere non si esaurì. Cambiarono solo gli intenti poiché nel corso dei secoli il centro di gravità, se così possiamo dire, si spostò dall’autorità personale del Medioevo alle forme collettive dei tempi moderni, ai nuovi Stati nazionali e alle altre comunità politiche. Gli scambi e gli influssi tra la Chiesa e lo Stato non riguardarono più il singolo detentore del potere, ma le comunità. In conseguenza di ciò, alcuni problemi sociologici diedero vita a questioni ecclesiastiche e, viceversa, queste crearono dei problemi sociologici. Sotto l’autorità del pontefice, in quanto princeps e verus imperator, l’apparato gerarchico della Chiesa romana – malgrado alcune caratteristiche del costituzionalismo – dimostrò una tendenza a divenire il prototipo perfetto di una monarchia assoluta e razionale, fondata su basi mistiche. Contemporaneamente lo Stato dimostrava una tendenza crescente a diventare una quasi-Chiesa e una monarchia mistica fondata su basi razionali. In queste acque – torbide, se vogliamo – il nuovo misticismo dello Stato trovò la sua origine e il suo sviluppo.
Per avvicinarci facilmente alla questione, cominciamo con il porci una semplice domanda: attraverso quale canale e quale tecnica gli arcana ecclesiae spirituali si trasferirono allo Stato così da produrre i nuovi arcana imperii dell’assolutismo? La risposta proviene dalle fonti del resoconto che segue e, senza tralasciare la letteratura, l’arte e nemmeno i riti e la liturgia, la nostra analisi è fuori di dubbio legittima. Anzi, proprio le fonti che qui presenteremo chiariranno le nuove forme degli scambi tra ambito spirituale e ambito secolare. Dopo tutto non c’è da stupirsi: i canonisti si avvalevano del diritto romano e lo applicavano, mentre i civilisti si servivano di quello canonico e ambedue i corpi legislativi erano impiegati anche dai giuristi del Common Law. Entrambi erano influenzati inoltre dal pensiero e dal metodo scolastico e dalla filosofia aristotelica; i giuristi di tutte le branche del diritto, ben lontani da una qualche forma di scrupolo e di inibizione, si servivano liberamente di metafore e di similitudini teologiche per avvalorare i propri pareri nelle glosse e nei giudizi ufficiali. Sotto l’impatto di questi influssi tra chiosatori e glossatori canonici e civili – ancora inesistenti agli inizi del Medioevo – nacque la formula dei “misteri dello Stato” che oggi, in un senso più generico, tradurremmo con “teologia politica”. Arguto come sempre, Maitland ha sottolineato una volta con un’espressione del tutto calzante che “la nazione si era messa nei panni del principe”; noi dal canto nostro, pur concordando con il suo ponto di vista, vorremmo tuttavia aggiungere che “questo avvenne solo dopo che il principe si era messo già nei panni del pontefice e del vescovo”.
[…]
Credo che il concetto assolutistico dei “misteri dello Stato” abbia avuto origine da queste stratificazioni della riflessione. Quando la nazione si trovò a indossare le vesti papali del principe, lo STATO ASSOLUTO moderno fu in grado di avanzare pretese allo stesso modo della Chiesa perfino in assenza di un Principe.
(tratto da E. H. Kantorowicz, I misteri dello Stato, Marietti, Genova-Milano 2005, pp. 187-190 e 221)
mercoledì 22 ottobre 2014
Introvigne e il "Dio delle sorprese". Il senso di un'eresia reazionaria
Francesco con il discorso conclusivo del Sinodo (qui) ha preso le distanze dai "tradizionalisti ... che trasformano il pane in pietre" e dai "progressisti che ... trasformano le pietre in pane". Quindi ha indicato, senza fissare con chiarezza la natura dichiarativa di quella che in materia spirituale è più un' auctoritas che una plena potestas, la propria funzione di autore dell'unità della Chiesa e rivendicato obbedienza.
Il problema di questi passaggi è l'indeterminatezza di ogni dichiarazione di metodo che promette, in quanto tale, la produzione di una verità o di un giusto risultato. Pensare la Verità del Cristianesimo, che è anche "Via e Vita" (Gv 6), lo stesso Verbo Divino, come il prodotto di un metodo oppure concepire le dichiarazioni del magistero ordinario (e straordinario) alla stregua dell'attività normativa di una competenza suprema significa abbandonare il sistema cattolico. Anche il dogma dell'infallibilità che è funzione della Tradizione, e non viceversa, ne esce deformato.
Sotto il presupposto formale deformante della competenza suprema e del suo metodo possono darsi appuntamento sia le componenti conservatrici sia quelle progressiste, purché accettino il presupposto stesso e siano disposte a conformarsi (e a deformarsi). La vittima di questo sistema, ormai non più cattolico, è la stessa fede, e con la fede l'anima cristiana, il cui contenuto è messo integralmente a disposizione di un procedimento formale (e deformante) dagli esiti (almeno da quarant'anni) mobili. Tale disponibilità della fede e dell'anima, cui corrisponde la tirannia meccanizzata della competenza, è la forma più estrema di modernismo. La distruzione formale (ora sinodale) di ogni contenuto della Rivelazione e il prosciugamento delle stesse fonti della Rivelaziome, Tradizione e Scrittura.(su questi punti si vedano i nostri precedenti interventi qui e qui)
Un esempio evidente di questa infinita devozione alla competenza formale è il commento dedicato da Massimo Introvigne al discorso di chiusura del Sinodo di Francesco (qui). Dopo avere negato, come di consueto, la differenza sostanziale tra magistero ordinario e straordinario (si tratta di uno dei postulati introvigneschi), il "reggente nazionale vicario" di Alleanza Cattolica, raccoglie tutti i passaggi del discorso di Francesco per affermare quell'occasionalismo (in tal senso parlava Karl Löwith - vedi Storia e fede, Bari 2000, p. 97 - degli ultimi sviluppi del pensiero decisionista post Kierkegaard) che è il vero fondamento reazionario del suo pensiero: meglio una decisione che nessuna decisione. Nella successione di de Bonald, de Maistre, Donoso Cortes Introvigne si pone idealmente, dopo Cortes, all'estrema avanguardia della reazione alla rivoluzione montante e, pur di salvaguardare il supremo decisore, tutto si concede, difende - lui e il suo movimento - il Concilio Vaticano II, Nostra Ætate, il Novus Ordo, la libertà religiosa, l'idolatria di Assisi, l'oblivione del Nuovo Israele, la coscienza di Scalfari e, infine, il" Dio delle sorprese".
A proposito di quest'ultimo concetto Introvigne non spiega che Dio può fare miracoli, a ciò pensava ancora Kierkegaard, ma non cambiare la dottrina rivelata (Kierkegaard non se lo sarebbe neppure sognato), perché ciò sarebbe come se Dio cambiasse se stesso. Da questi incerti e strani abissi che sono i medesimi del nominalismo e di un certo volontarismo gesuitico, la Chiesa si è sempre tenuta lontana. Ma il punto, è in fondo, proprio questo: il "Dio delle sorprese" è il dio degli occasionalisti reazionari, e il nostro reazionario torinese è finalmente giunto a casa.
sabato 18 ottobre 2014
Ideologia e fenomenologia dell'emancipazione. Una pagina di Robert Spaemann per comprendere la rivoluzione kasperiana
Robert Spaemann, probabilmente il più grande filosofo tedesco (e cattolico) vivente, ha svolto nei suoi scritti un'importante critica all'ideologia dell'emancipazione che costituisce un momento essenziale del soggettivismo moderno.
Riportiamo qui di seguito, nella nostra traduzione, una pagina tratta dall'opera autobiografica di Spaemann Von Welt und Gott (Stuttgart 2012, Klett-Cotta, pp. ; ed it. Dio e il mondo, Siena 2014). Il filosofo vede nell'emancipazione moderna la pretesa del soggetto di affermarsi su ogni realtà data (Gegebenheit), sia essa retaggio, tradizione oppure ordine naturale. Il soggetto emancipato e il gruppo degli emancipati, che si auto- eleva a élite rivoluzionaria, assumono il compito di guidare tutti gli altri verso la liberazione dalla tradizione e dalla natura - dalla stessa datità del sesso.
In questo senso le riflessioni di Spaemann rappresentano un sicuro parametro per comprendere l'ideologia dominante e la fenomenologia dei Kasper, dei Bruno, dei Schönborn, e di chi li fomenta, insomma della "componente progressista" ed eterodossa che sta sferrando un attacco mortale alla Chiesa universale.
Dalle rivolte degli anni 1967-1969 è scaturita un'ideologia che ancor oggi produce i suoi effetti. Ne è l'essenza un determinato concetto di emancipazione. Con essa si sostiene una concezione di libertà in base alla quale gli uomini devono emanciparsi da condizioni delle quali non sono essi stessi gli artefici. Tutto ciò che appartiene al retaggio tradizionale, ciò che si definisce costume, deve essere abbandonato, dissolte tutte le cose che appaiono ovvie e naturali. Bisogna emanciparsi anche dalla natura.
Le conseguenze tardive di questa idea di emancipazione si colgono nel fatto che oggi molti rifiutano di riconoscere l'appartenenza a un sesso come un dato naturale. La società dovrebbe perciò impegnarsi a far sì che la questione del sesso possa essere decisa liberamente da ogni essere umano. Mentre si plaude al cambiamento chirurgico del sesso, la possibilità, garantita dalla psico-terapia, di mutare l'orientamento omosessuale in eterosessuale è combattuta rabbiosamente. In ciò si vede infatti un pregiudizio reazionario che fa dell'orientamento eterosessuale la norma e ne stabilisce la conformità alla natura. Proprio da queste premesse sarebbe però necessario emanciparsi. Tutto ciò che è dato, come la propagazione del genere umano tramite la congiunzione carnale, deve essere rivisto, manipolato. Così il Famulus Wagner nel Faust di Goethe:
Behüte Gott! Wie sonst einst das Zeugen Mode war,
Erklären wir für eitel Possen
Iddio me ne guardi! L'antico modo di generare,
Noi l'abbiam dichiarato pura farsa
In base al concetto classico di emancipazione si poteva stabilire con precisione da quale vincolo si intendeva liberarsi e quando la liberazione si sarebbe compiuta. Per esempio la liberazione degli schiavi si realizzò come emancipazione nell'istante in cui fu abolito lo status di schiavo.
Il moderno concetto di emancipazione si riferisce ad alcunché che non ha mai fine, perché il soggetto è costantemente impegnato nella lotta contro l'esistente. Questa forma di emancipazione non può mai pervenire a un compimento. Il che però significa privilegiare permanentemente gli emancipatori rispetto ai loro protetti, ossia rispetto a tutti gli altri. Infatti coloro che hanno già fatto progressi, hanno il diritto di dettar regole agli altri. Una volta al principio degli anni Settanta Peter Handke scrisse che le persone che vogliono sempre le stesse cose non dovrebbero avere gli stessi diritti di coloro che vogliono un cambiamento. Perché dovrebbe essere così? Non è forse vero il contrario?
mercoledì 15 ottobre 2014
Le basi della Relatio post disceptationem non sono cattoliche. Una recentissima intervista al Cardinal Burke
Riprendiamo qui di seguito, nella nostra traduzione, un'intervista rilasciata ieri dal Cardinal Raymond Leo Burke all'editore della rivista on-line The Catholic World Report (CWR) Carl E. Olson (originale qui). Il Cardinale denuncia espressamente la relazione di mediotermine del Sinodo (Relatio post disceptationem qui) e la sua carenza di un autentico fondamento teologico cattolico.
La presentazione di ieri della relazione di medio termine del Sinodo Straordinario dei Vescovi sulla Famiglia è stata accolta con notevole interesse dai media cattolici e non cattolici. Il sito della Radio Vaticana introducendo il documento afferma:
Nella relazione di medio termine i Padri sinodali si esprimono sul compito della Chiesa di riconoscere i semi della Parola sparsi oltre i suoi confini visibili e sacramentali. L'appello alla "legge della gradualità" come riflessione sul modo in cui Dio comunica con l'umanità e fa avanzare il Suo popolo passo per passo.
La reazione alla relazione oscilla tra le dichiarazioni positive riguardo a "un cambiamento di tono verso gay e divorzio" (New York Times) e giudizi più pessimistici. Mary Jo Anderson, inviata a Roma per il Catholic World Report ha osservato che "il Sinodo straordinario sulla famiglia è giunto a metà e sono evidenti alcuni momenti di separazione: c'è un divorzio sul divorzio, sulla ripetizione del matrimonio e sulla Comunione".
Il Cardinal Burke, Prefetto del Tribunale Supremo della Signatura Apostolica e coautore con quattro altri cardinali (e quattro studiosi) del nuovo libro Permanere nella verità di Cristo (Siena 2014, Cantagalli) (vedi recensione di Cristina Siccardi qui) ha espresso preoccupazione in merito a parecchi aspetti del sinodo, tra questi la spinta verso cambiamenti in materia di Comunione, i cattolici divorziati e risposati e il modo in cui l'informazione sul sinodo viene, per usare le sue parole, "manipolata".
Il Cardinal Burke ha risposto ieri alle domande che gli sono state poste da Carl E. Olson, editore di The Catholic World Report, riguardo alle sue preoccupazioni, la sua opinione rispetto alla relazione di medio termine, e alla ragione per cui un pronunciamento di Papa Francesco è ormai "da tempo necessario".
CWR: In che senso l'informazione su ciò che sta accadendo nel Sinodo viene manipolata o riportata e resa pubblica soltanto parzialmente?
Cardinal Burke: Gli interventi dei singoli padri Sinodali non sono resi noti al pubblico, come invece è accaduto in passato. Tutte le informazioni concernenti il Sinodo sono controllate dal Segretariato Generale del Sinodo che ha chiaramente favorito sin dal principio le posizioni espresse nella Relatio post disceptationem della mattina di ieri.
Mentre gli interventi individuali dei Padri sinodali non sono stati pubblicati, la Relatio di ieri, che è soltanto un documento interlocutorio, è stata pubblicata immediatamente e, come ho detto, in diretta. Non c'è bisogno di essere uno scienziato per accorgersi che questo approccio non è certamente quello della Chiesa.
CWR: Come si riflette tutto ciò nel documento di medio termine del Sinodo presentato ieri, il quale è stato criticato da molti per il suo appello alla gradualità?
Cardinal Burke: Mentre il documento in questione (Relatio post disceptationem) pretende di riportare soltanto la discussione che ha avuto luogo tra i Padri sinodali, di fatto anticipa posizioni che la maggioranza dei Padri non appoggia e che, da pastori fedeli del gregge, non possono accettare. Chiaramente la risposta al documento nella discussione immediatamente succeduta alla sua presentazione ha dimostrato che un gran numero di Padri sinodali lo ritiene criticabile.
Il documento è carente di una solida fondazione nelle Sacre Scritture e nel Magistero. In una questione sulla quale la Chiesa ha un insegnamento molto ricco e chiaro, esso dà l'impressione di inventarne uno del tutto nuovo, ciò che un Padre sinodale ha definito "rivoluzionario", con la pretesa di insegnare sul matrimonio e sulla famiglia. Esso ripete continuamente e in maniera confusa principi generici privi di definizione come, per esempio, quello di "legge della gradualità".
CWR: Quanto è importante, secondo lei, che Papa Francesco faccia presto una dichiarazione allo scopo di arginare la sensazione montante - nei media e tra i fedeli - che la Chiesa sia sul punto di cambiare la propria dottrina in merito a molti punti essenziali concernenti matrimonio, "ripetizione del matrimonio", accesso alla Comunione e persino le "unioni tra omosessuali"?
Cardinal Burke: A mio giudizio un pronunciamento di questo tipo è necessario ormai da molto tempo. Il dibattito su queste questioni prosegue da almeno nove mesi, specialmente nei media secolari ma anche attraverso gli interventi del Cardinale Kasper e degli altri che appoggiano la sua posizione.
I fedeli e i loro buoni pastori guardano al Vicario di Cristo affinché sia confermata la fede cattolica e la pratica riguardante il matrimonio che è la prima cellula della vita della Chiesa.
Fonte Catholic World Report 14 ottobre 2014
martedì 14 ottobre 2014
La professione di fede di un Cardinale cattolico. Alessandro Gnocchi intervista il Cardinale Burke
Riportiamo qui di seguito l'intervista di Alessandro Gnocchi al Cardinale Raymond Leo Burke pubblicata oggi sul quotidiano il Foglio con il titolo "La fede non si decide ai voti". Nella sua estrema chiarezza rappresenta una vera e propria professione di fede cattolica nel mezzo della confusione attuale. Ringraziamo l'autore per l'autorizzazione.
Piace poco o nulla al mondo, il cardinale Raymond Leo Burke. E, se possibile, piace ancora meno alla chiesa che piace al mondo. D’altra parte, questo americano di sessantasei anni di Richland Center, Wisconsin, ha fatto di tutto per riuscire cattolicamente nell’intento di ustionare le coscienze cristiane troppo inclini alla tiepidezza. Partecipa alle marce per la vita, dice che non va data la comunione ai politici che sostengono leggi abortiste, denuncia il rapido progredire dell’agenda omosessualista, fa sapere a papa Francesco che la difesa dei principi non negoziabili non è una moda sottoposta agli umori dei pontefici, sostiene la messa in rito tradizionale. Recentemente ha firmato il libro collettivo “Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica”, scritto in aperta polemica con le misericordiose aperture del cardinale Walter Kasper su famiglia e comunione ai divorziati risposati. Nulla di strano, quindi, se il rimpasto curiale pensato da Bergoglio prevede che, da prefetto della Segnatura Apostolica, ora venga esiliato alla carica di cardinale patrono del Sovrano Ordine di Malta. Ma intanto, al Sinodo sulla famiglia, questo finissimo canonista figlio dell’America rurale ha assunto il ruolo di oppositore, verrebbe da dire di katechon, al cospetto della svolta attribuita, senza smentite, alla mens papale. Come recita l’antica “Bibbia poliglotta” aperta sul leggìo del suo studio alla pagina dell’Ecclesiaste, “Ogni cosa ha il suo tempo (…) c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”.
D. Cosa si vede oltre la cortina mediatica che avvolge il Sinodo?
R. Emerge una tendenza preoccupante perché alcuni sostengono la possibilità di adottare una prassi che si discosta dalla verità della fede. Anche se dovrebbe essere evidente che non si può procedere in questo senso, molti incoraggiano per esempio pericolose aperture sulla questione della comunione concessa ai divorziati risposati. Non vedo come si possa conciliare il concetto irreformabile dell’indissolubilità del matrimonio con la possibilità di ammettere alla comunione chi vive una situazione irregolare. Qui si mette direttamente in discussione ciò che ci ha detto Nostro Signore quando insegnava che chi divorzia da sua moglie e sposa un’altra donna commette adulterio.
D. Secondo i riformatori questo insegnamento è diventato troppo duro.
R. Dimenticano che il Signore assicura l’aiuto della grazia a coloro che sono chiamati a vivere il matrimonio. Questo non significa che non ci saranno difficoltà e sofferenze, ma che ci sarà sempre un aiuto divino per affrontarle ed essere fedeli sino alla fine.
D. Sembra che la sua sia una posizione minoritaria…
R. Qualche giorno fa ho visto una trasmissione in cui il cardinale Kasper ha detto che si sta camminando nella direzione giusta verso le aperture. In poche parole, i 5.700.000 italiani che hanno seguito quella trasmissione, hanno ricavato l’idea che tutto il Sinodo marci su quella linea, che la Chiesa sia sul punto di mutare la sua dottrina sul matrimonio. Ma questo, semplicemente, non è possibile. Molti vescovi intervengono per dire che non si possono ammettere cambiamenti.
D. Però non emerge dal briefing quotidiano della Sala stampa vaticana. Lo ha lamentato anche il cardinale Müller.
R. Io non so come sia concepito il briefing, ma mi pare che qualcosa non funzioni bene se l’informazione viene manipolata in modo da dare rilievo solo a una tesi invece che riportare fedelmente le varie posizioni esposte. Questo mi preoccupa molto perché un numero consistente di vescovi non accetta le idee di apertura, ma pochi lo sanno. Si parla solo della necessità che la chiesa si apra alle istanze del mondo enunciata a febbraio dal cardinale Kasper. In realtà, la sua tesi sui temi della famiglia e su una nuova disciplina per la comunione ai divorziati risposati non è nuova, è già stata discussa trent’anni fa. Poi da febbraio ha ripreso vigore ed è stata colpevolmente lasciata crescere. Ma tutto questo deve finire perché provoca un grave danno per la fede. Vescovi e sacerdoti mi dicono che ora tanti divorziati risposati chiedono di essere ammessi alla comunione poiché lo vuole Papa Francesco. In realtà, prendo atto che, invece, finora non si è espresso sulla questione.
D. Però sembra evidente che il cardinale Kasper e quanti sono sulla sua linea parlino con il sostegno del Papa.
R. Questo sì. Il Papa ha nominato il cardinale Kasper al Sinodo e ha lasciato che il dibattito proseguisse su questi binari. Ma, come ha detto un altro cardinale, il Papa non si è ancora pronunciato. Io sto aspettando un suo pronunciamento, che può essere solo in continuità con l’insegnamento dato dalla Chiesa in tutta la sua storia. Un insegnamento che non è mai mutato perché non può mutare.
D. Alcuni prelati che sostengono la dottrina tradizionale dicono che se il Papa dovesse portare dei cambiamenti li accetterebbero. Non è una contraddizione?
R. Sì, è una contraddizione, perché il Pontefice è il Vicario di Cristo sulla terra e perciò il primo servitore della verità della fede. Conoscendo l’insegnamento di Cristo, non vedo come si possa deviare da quell’insegnamento con una dichiarazione dottrinale o con una prassi pastorale che ignorino la verità.
D. L’accento posto dal Pontefice sulla misericordia come la più importante, se non l’unica, idea guida della Chiesa, non contribuisce sostenere l’illusione che si possa praticare una pastorale sganciata dalla dottrina?
R. Si diffonde l’idea che possa esistere una Chiesa misericordiosa che non rispetta la verità. Ma mi offende nel profondo l’idea che, fino a oggi, i vescovi e i sacerdoti non sarebbero stati misericordiosi. Io sono cresciuto in una zona rurale degli Stati Uniti e ricordo che, quando ero bambino, nella nostra parrocchia c’era una coppia di una fattoria vicina alla nostra che veniva in chiesa a Messa, ma non faceva mai la comunione. Crescendo, chiesi il perché a mio papà e lui, con naturalezza, mi spiegò che vivevano in una condizione irregolare e accettavano di non accedere alla comunione. Il parroco era molto gentile con loro, molto misericordioso e applicava la sua misericordia nell’operare perché la coppia tornasse a una vita consona alla fede cattolica. Senza verità non può esserci vera misericordia. I miei genitori mi hanno sempre insegnato che, se noi amiamo i peccatori, dobbiamo odiare il peccato e dobbiamo fare di tutto per strappare i peccatori dal male nel quale vivono.
D. Nel suo studio c’è una statua del Sacro Cuore, nella sua cappella, sopra l’altare, c’è un’altra immagine del Cuore di Gesù, il suo motto episcopale è “Secundum Cor Tuum”. Allora, un vescovo può tenere unite misericordia e dottrina…
R. Sì, è presso la fonte inesauribile e incessante della verità e della carità, cioè dal glorioso trapassato Cuore di Gesù, che il sacerdote trova la sapienza e la forza di guidare il gregge secondo la verità e in carità. Il Curato di Ars definiva il sacerdote come l’amore dal Sacro Cuore di Gesù. Il sacerdote unito al Sacro Cuore non soccomberà alla tentazione di dire al gregge parole diverse da quelle di Cristo indefettibilmente trasmesseci nella Chiesa, non cadrà nella tentazione di sostituire alle parole della sana dottrina un linguaggio confuso e facilmente erroneo.
D. Ma i riformatori sostengono che la carità, per la chiesa, consista nel rincorrere il mondo.
R. Questo è il cardine dei ragionamenti di chi vuole mutare la dottrina o la disciplina. Mi preoccupa molto. Si dice che i tempi sono tanto cambiati, che non si può più parlare di diritto naturale, dell’indissolubilità del matrimonio… Ma l’uomo non è cambiato, continua a essere come Dio l’ha voluto. Certo, il mondo si è secolarizzato, ma questo è un motivo in più per dire in modo chiaro e forte la verità. E’ nostro dovere, ma per farlo, come ha insegnato San Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae, bisogna chiamare le cose con il loro nome, non possiamo usare un linguaggio quanto meno ambiguo per piacere al mondo.
D. La chiarezza non sembra essere una priorità dei riformatori se, per esempio, non si sentono in contraddizione quando sostengono che i divorziati risposati possono accedere alla comunione a condizione di riconoscere l’indissolubilità del matrimonio.
R. Se uno ribadisce sinceramente l’indissolubilità del matrimonio può solo rettificare lo stato irregolare nel quale si trova o astenersi dalla comunione. Non ci sono vie di mezzo.
D. Neanche quella del cosiddetto “divorzio ortodosso”?
R. La prassi ortodossa dell’economia o del secondo o terzo matrimonio penitenziale è storicamente e attualmente molto complessa. In ogni caso, la chiesa cattolica, che sa di questa prassi da secoli, non l’ha mai adottata, in virtù delle parole del Signore ricordate nel Vangelo secondo San Matteo (19, 9).
D. Non pensa che, se di dovesse concedere questa apertura, ne seguiranno tante altre?
R. Certamente. Ora si dice che questo verrà concesso solo in alcuni casi. Ma chi conosce un po’ gli uomini sa che, quando si cede in un caso, si cede in tutti gli altri. Se verrà ammessa come lecita l’unione tra divorziati risposati, verranno aperte le porte a tutte le unioni che non sono secondo la legge di Dio perché sarà stato eliminato il baluardo concettuale che preserva la buona dottrina e la buona pastorale che ne discende.
D. I riformatori parlano spesso di un Gesù disposto a tollerare il peccato per poter andare incontro agli uomini. Ma era così?
R. Un Gesù simile è un’invenzione che non ha riscontro nei Vangeli. Basti pensare allo scontro con il mondo nel Vangelo di San Giovanni. Gesù è stato il più grande oppositore del suo tempo e lo è anche al tempo di oggi. Penso a quanto disse alla donna sorpresa in flagrante adulterio: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11).
D. Ammettere alla comunione i divorziati risposati mina il sacramento del matrimonio, ma anche quello dell’eucaristia. Non le sembra una deriva che tocca il cuore della chiesa?
R. Nella Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 11, San Paolo insegna che chi riceve l’eucaristia in stato di peccato mangia la propria condanna. Accedere all’eucaristia significa essere in comunione con Cristo, essere conformi a lui. Molti oppongono l’idea che l’eucaristia non è il sacramento dei perfetti, ma questo è un falso argomento. Nessun uomo è perfetto e l’eucaristia è il sacramento di coloro che stanno combattendo per essere perfetti, secondo quando chiede Gesù stesso: di esserlo come il Nostro Padre che è in cielo (Mt 5, 48). Anche chi combatte per raggiungere la perfezione pecca, certo, e se è in stato di peccato mortale non può comunicarsi. Per poterlo fare deve confessare il suo peccato con pentimento e con il proposito di non commetterlo più: questo vale per tutti, compresi i divorziati risposati.
D. Oggi, la partecipazione all’eucaristia non viene quasi più visto come un atto sacramentale, ma come una pratica sociale. Non significa più comunione con Dio, ma accettazione da parte di una comunità. Non sta qui la radice del problema?
R. E’ vero, si sta diffondendo sempre di più questa idea protestante. E non vale solo per i divorziati risposati. Si sente spesso dire che, in momenti particolari come la prima comunione, la cresima dei figli o in occasione dei matrimoni, anche i non cattolici possono essere ammessi all’eucaristia. Ma questo, ancora una volta, è contro la fede, è contro la verità stessa dell’eucaristia.
D. Invece che un dibattito su questi temi, che cosa dovrebbe produrre il Sinodo?
R. Il Sinodo non è un’assemblea democratica dove i vescovi si radunano per cambiare la dottrina cattolica a seconda della maggioranza. Io vorrei che diventasse l’occasione per dare il sostegno dei pastori a tutte le famiglie che intendono vivere al meglio la loro fede e la loro vocazione, per sostenere quegli uomini e quelle donne che, pur tra molte difficoltà, non vogliono staccarsi da ciò che insegna il Vangelo. Questo dovrebbe fare un Sinodo sulla famiglia, invece che perdersi in inutili discussioni su argomenti che non possono essere discussi nel tentativo di cambiare verità che non possono essere cambiate. A mio avviso, sarebbe stato meglio togliere questi temi dal tavolo perché non sono disponibili. Si parli piuttosto di come aiutare i fedeli a vivere la verità del matrimonio. Si parli della formazione dei ragazzi e dei giovani che arrivano al matrimonio senza conoscere gli elementi fondamentali della fede e poi cadono alle prime difficoltà.
D. I riformatori non pensano a quei cattolici che hanno tenuto insieme la loro famiglia anche in situazioni drammatiche rinunciando a rifarsi una vita?
R. Tante persone che hanno fatto questa fatica mi chiedono ora se hanno sbagliato tutto. Chiedono se hanno buttato via la loro vita tra inutili sacrifici. Non è accettabile tutto questo, è un tradimento.
D. Non pensa che la crisi della morale sia legata alla crisi liturgica?
R. Certamente. Nel postconcilio si è verificata una caduta della vita di fede e della disciplina ecclesiale evidenziata specialmente dalla crisi della liturgia. La liturgia è diventata un’attività antropocentrica, ha finito per rispecchiare le idee dell’uomo invece che il diritto di Dio di essere adorato come Lui stesso chiede. Da qui, discende anche nel campo morale l’attenzione quasi esclusiva ai bisogni e ai desideri degli uomini, invece che a quanto il Creatore ha scritto nei cuori delle creature. La lex orandi è sempre legata alla lex credendi. Se l’uomo non prega bene, allora non crede bene e quindi non si comporta bene. Quando vado a celebrare la Messa tradizionale, per esempio, vedo tante belle famiglie giovani, con tanti bambini. Non credo che queste famiglie non abbiano problemi, ma è evidente che hanno più forza per affrontarli. Tutto questo vorrà pur dire qualcosa. La liturgia è l’espressione più perfetta, più completa della nostra vita in Cristo e quando tutto questo diminuisce o viene tradito ogni aspetto della vita dei fedeli viene ferito.
D. Che cosa può dire un pastore al cattolico che si sente smarrito davanti a questi venti di cambiamento?
R. I fedeli devono prendere coraggio perché il Signore non abbandonerà mai la sua Chiesa. Pensiamo come il Signore ha placato il mare in tempesta e le sue parole ai discepoli: “Perché avete paura, gente di poca fede?” (Mt 8, 26). Se questo periodo di confusione sembra mettere a rischio la loro fede, devono solo impegnarsi con più forza in una vita veramente cattolica. Ma mi rendo conto che vivere di questi tempi dà una grande sofferenza.
D. Riesce difficile non pensare a un castigo.
R. Questo lo penso prima di tutto per me stesso. Se io sto soffrendo adesso per la situazione della chiesa, penso che il Signore mi sta dicendo che ho bisogno di una purificazione. E penso anche che, se la sofferenza è così diffusa, ciò significa che c’è una purificazione di cui tutta la Chiesa ha bisogno. Ma ciò non dipende da un Dio che aspetta solo di punirci, dipende dai nostri peccati. Se in qualche modo abbiamo tradito la dottrina, la morale o la liturgia, segue inevitabilmente una sofferenza che ci purifica per riportarci sulla via stretta.
Fonte il Foglio 14 Ottobre 2014
mercoledì 8 ottobre 2014
Il Sinodo, il divorzio e la revoca di tutti i voti. Uno scritto di Alessandro Gnocchi
Pubblichiamo qui di seguito un articolo di Alessandro Gnocchi comparso oggi nel quotidiano il Foglio con il titolo "Il sinodo della voglia matta". Ringraziamo l'autore per avere autorizzato la pubblicazione in questo blog di uno scritto che mette in luce gli intendimenti delle correnti ereticali che attraversano la Chiesa e i pericoli per le anime e per i corpi insiti nell'attuale svalutazione "pastorale" del matrimonio.
Laddove non sia sopportabile il giogo del sacramento arrivi il palpito del cuore, “el latido del corazón”, per dirla nel misericordioso ispanico con cui papa Francesco immagina la nuova chiesa, o mgari “der Herzschlag”, come si traduce nell’inflessibile alemanno del cardinale Walter Kasper. Ideato, annunciato e avviato sotto il segno della tenerezza, difficilmente il Sinodo straordinario sulla famiglia prenderà altre vie da quella della pastorale aperta alle voglie matte del mondo.
I gesti, i discorsi, le interviste, gli incontri di cui è intessuto l’attuale pontificato possono condurre solo lì, dove paginate di giornale e minuti di televisione divorano ingordamente il viatico affidato da Francesco ai padri sinodali contro “i cattivi pastori” che “caricano sulle spalle della gente pesi insopportabili che loro non muovono neppure con un dito”. Paginate di giornale e minuti di televisione che il giorno prima si pascevano del fulmine scagliato da Casa Santa Marta contro “i capi del popolo” secondo cui “tutto si riduce al compimento dei precetti creati dalla loro febbre intellettuale e teologica”. E poi su, a risalire con fame insaziabile fino a quell’“Angelus” in cui il papa venuto dalla fine dl mondo citava, tutt’altro che casualmente, il cardinale che ora gli fa da portavoce dentro e fuori il Sinodo: intellettuale e teologo, ma, evidentemente, non febbricitante di quel morbo che tanto allarma Francesco. “In questi giorni” diceva il papa nel suo primo “Angelus” “ho potuto leggere un libro di un cardinale - il cardinale Kasper, un teologo in gamba, un buon teologo – sulla misericordia. E mi ha fatto tanto bene, quel libro, ma non crediate che faccia pubblicità ai libri dei miei cardinali! Non è così! Ma mi ha fatto tanto bene, tanto bene”.
Da allora, si è diffuso per l’orbe cattolico un certo fastidio liberatorio per quanto di sacramentale e dottrinale forma il “giogo soave” che Gesù promette ai suoi seguaci. La Nuova Legge, che è legge d’amore, non è scevra da condizioni e da giuramenti, e il ristoro dell’anima, dice Cristo nel Vangelo, è subordinato all’assunzione del vincolo: “Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le anime vostre. Poiché il mio giogo è soave e il mio peso è leggero”. Ma il ristoro dell’anima non è la pace del mondo, il giogo soave e il peso leggero non sono salvezza a buon mercato. “Se uno vuol venire dietro me”, ammonisce Gesù, “rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. E lo diceva quando, agli occhi degli uomini, la croce non era ancora stata trasformata in via di salvezza eterna, ma rimaneva strumento di morte crudelmente solo umano. E ora, dopo che la chiesa per duemila anni ha tratto fior di santi da carne peccatrice indotta a portare la croce il virtù del giogo soave dei sacramenti e della dottrina, tutto dovrebbe cambiare. Il peso leggero è divenuto insopportabile e la croce una chimera da nascondere alle genti: solo il palpito del cuore è buono per l’annuncio agli uomini, savi e cattivi, santi e dannati, uniti in un unico destino che, al più, può illudere di soffrire un po’ meno su questa terra. Ciò che il mondo non comprende va tolto di mezzo, persino quando si tratta di dare forma cristiana a un fatto naturale come l’unione tra un uomo e una donna. Quasi che il matrimonio, per venti secoli, fosse stato offuscato da un apparato superstizioso di formule, di vincoli, di impegni pensati da “cattivi pastori”, da maligni “capi del popolo”, e non invece voluto da Dio.
Ma se vi è un che di superstizioso, non lo si deve cercare nel matrimonio, nel suo rito, nella sua morale. Come diceva G.K. Chesterton in un saggio di un secolo fa, se c’è una deriva da cui guardarsi, è “La superstizione del divorzio”. “Se infatti penso che l’amore libero sia un’eresia”, diceva lo scrittore inglese, “il divorzio al contrario mi sembra avere tutto l’aspetto di una superstizione. Non è soltanto una superstizione più grande di quella dell’amore libero, ma è anche molto più grande di quella del sacramento matrimoniale. (…) Sono i partigiani del divorzio, e non i difensori del matrimonio, che attribuiscono una sacralità rigida e insensibile a una semplice cerimonia in sé. Sono i nostri oppositori, non noi, a sperare di poter essere salvati dalla lettera del rituale invece che dall’anima della realtà. Sono loro a sostenere che giuramento o violazione, lealtà o slealtà, possano essere sanciti da un rito magico e misterioso, compiuto prima in palazzo di giustizia e poi in chiesa o all’anagrafe. (…) Che un uomo debba baciare la Bibbia per mostrare di dire la verità può essere una superstizione, come non esserlo. E’ certamente più meschina la superstizione secondo la quale qualsiasi cosa dica quell’uomo diverrà vera baciando la Bibbia. (…). E questo è precisamente ciò che implica l’affermare che inventare un modo per risposarsi possa alterare la qualità morale di un’infedeltà coniugale. Può essere una macchia rimastaci dal medioevo che Aroldo dovesse giurare su una reliquia, pur sapendo che poi avrebbe abiurato. Ma sicuramente quell’epoca avrebbe raggiunto il fondo della meschinità se, per abiurare, ad Aroldo fosse stato sufficiente baciare un’altra reliquia dopo aver fatto lo stesso con la prima. Questo è il nuovo altare che i riformatori vorrebbero erigere per noi”.
Nel suo saggio, GKC prendeva a male parole la società laicizzata dei suoi tempi e l’anglicanesimo soffocato dall’abbraccio del mondo. Letta un secolo dopo, questa pagina diventa la triste cronaca del declinare di una chiesa cattolica cui il destino dei cosiddetti fratelli separati non ha insegnato nulla. Quando parla del “nuovo altare” su cui i riformatori vorrebbero celebrare le benedizioni dei “nuovi matrimoni” Chesterton evoca con chiarezza quanto nessuno ha ancora il coraggio di chiamare con il tremendo ossimoro che gli compete: divorzio cattolico. Poiché di altro non si tratta se i divorziati contraenti nuove nozze, pur con tutti distinguo che le astuzie pastorali sapranno suggerire, verranno ammessi alla comunione, inducendoli colpevolmente, secondo il monito di San Paolo, a mangiare la propria condanna.
L’infezione mondana che ha penetrato la chiesa chiede il suo tributo. Non ancora per le “forme ideologiche delle teorie del gender”, assicura il cardinale Peter Erdo, relatore generale del Sinodo nel suo discorso, perché per adesso sono invise alla stragrande maggioranza dei cattolici. Per l’ammissione all’eucaristia dei divorziati risposati, invece, i tempi sono maturi, si tratta di “vera urgenza pastorale”. Se si avanzassero dubbi, è il papa stesso a spiegare che “il mondo è cambiato e la chiesa non può chiudersi nelle presunte interpretazioni del dogma”.
Eppure, se si scorrono le lettere dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria raccolte nei “Consigli matrimoniali alle figlie sovrane”, si ha l’impressione che, più dei tempi, sia mutata la religione. Nel promemoria per Maria Amalia, sull’orlo della rottura con il marito Ferdinando Borbone di Parma, scriveva che “la sua felicità e la sua salvezza consistono nel non abbandonare mai, senza esserne obbligata veramente, la residenza, il palazzo, poiché non potrebbe mutare questa con nessun altro luogo al mondo se non con un ritiro a vita in un convento del Parmigiano, in cui, nel caso di separazione da suo marito, potrebbe vivere onestamente da sola”.
Vero è che Maria Teresa anteponeva a ogni incombenza terrena la salvezza eterna, così da dire, a proposito della figlia Maria Giuseppa “Si tratta non solo dell’educazione di una delle mie figli, ma di una che fra quattro anni potrebbe essere chiamata al trono per far felice o infelice tutto un regno, suo marito e, ma questo conta meno, se stessa. Si tratta della sua felicità e soprattutto della sua salute spirituale”.
Non è questione di epoche su cui la religione dovrebbe modellare suoi dogmi a ogni voltar di secolo. E non è neppure questione di rango poiché, davanti a Dio e al suo giogo, una popolana vale quanto una regina. Quando nei suoi romanzi John Fante ricorda la madre, contadina abruzzese trapiantata in America, la vede in trono al centro della casa, intenta a salvare un marito che umanamente non lo merita e figli che non ne vogliono sapere scorrendo i grani del Rosario. “Ave Maria, Ave Maria. Sogni senza sonno la inghiottivano. Passioni disincarnate la cullavano. Amore senza morte, cantava la melodia della fede. Era lontana, era libera (…) ormai era giunta nella terra dove si possiede tutto. Ave Maria, Ave Maria, senza mai smettere, migliaia, milioni di volte, preghiera dopo preghiera, il sonno del corpo, il volo della mente, la morte della memoria, l’annientamento del dolore, il senso profondo e silenzioso della fede. Ave Maria, Ave Maria. Ecco la sua ragion d’essere”.
Per l’una e per l’altra, per la popolana e per l’imperatrice, nella Messa di matrimonio, il sacerdote aveva pregato perché fossero fedeli e caste, portassero il giogo dell’amore e della pace, imitassero le sante spose di cui narra la Scrittura “amábilis viro suo, ut Rachel; sápiens ut Rebecca; longaeva et fidelis ut Sara”, e poi ancora perché fossero gravi per verecondia, rispettabili per pudore, istruite nella dottrina celeste, feconde per prole, buone e innocenti. Cosicché loro e i loro sposi vedessero “fliórum suórum, usque in tértiam et quartam generatiónem, et ad optátam pervéniant senectútem”.
In virtù di questa fede, l’una e l’altra, la popolana e l’imperatrice, hanno serbato nella loro anima un’evidenza obliata dalle “vere urgenze pastorali” di ultima generazione. Sapevano che il matrimonio cristiano non ammette repliche poiché si regge su ciò che John Ruskin, nella seconda delle sue “Mattinate fiorentine”, chiama l’incontro della vita familiare con quella monastica, del concreto senno casalingo con la follia del deserto. Si alimenta di quella speciale percezione dell’intangibile sacralità racchiusa nei gesti domestici della Sacra Famiglia rivelata allo sguardo umano da Giotto. Mai prima, raramente dopo, si è compiuto nell’arte figurativa questo miracolo tutto cattolico e tutto italiano, per dire romano e universale, nel quale il dogma si fa quasi palpabile traducendosi in vita quotidiana esibita senza difesa agli occhi degli uomini. Al cospetto di tale epifania della santità domestica, lo scrittore d’arte inglese coglie l’impossibilità di ridurre le esigenze sacre della famiglia alle voglie profane del mondo: “Sui termini ‘vita domestica’ devo dire che la visione divina non si concilia certo né con il razionalismo, né con la concorrenza commerciale che Stuart Mill offrirebbe alle donne il luogo della loro missione di spose e di madri, bensì con la sapienza casalinga, l’opera d’amore, il lavoro della terra, in accordo con le leggi celesti. Queste cose sono assai più conciliabili con la rivelazione in una grotta o in un’isola, con il sacrificio di una vita desolata e priva d’amore, con l’immobilità delle mani giunte che attendono l’ora di Dio!”.
L’eleganza inusitata e ribalda di quel punto esclamativo posto a suggellare mani immobili e oranti in attesa di Dio non è invenzione nata nel delirio di una “febbre intellettuale e teologica”. E’ il segno germogliato tra i pensieri e le aspirazioni di un’intelligenza per nulla indulgente con il cattolicesimo, allorché si trovò al cospetto dell’arte religiosa italiana. Conquistata dal di più esibito in una fede capace di mostrarsi nella ricchezza della sua dottrina, dei suo dogmi e dei suoi riti in perenne e immutabile guerra al mondo e alla sue lusinghe. Una fede in grado di esigere da chiunque l’abbracci l’inflessibile fedeltà al pronunciamento di un voto, quello religioso come quello matrimoniale. Non è su questa strada che hanno avviato il Sinodo la teologia e l’intellettualità dominanti, quelle sì febbricitanti e visionarie. L’incontro tenero e amoroso con le voglie del mondo può condurre solo a una resa senza onore alle difficoltà di mantenere fede a una promessa. Una deriva che, dice Chesterton, iniziò con il tradimento di un re ancora cattolico: “La civiltà dei voti fu distrutta quando Enrico VIII ruppe la propria promessa matrimoniale. (…) I monasteri, costruiti per voto, furono distrutti. Le corporazioni, reggimenti volontari, furono disperse. La natura sacramentale del matrimonio fu negata (…). Il matrimonio diventò così non solo inferiore a un sacramento, ma inferiore alla santità. Minacciò di diventare non solo un contratto, ma un contratto che poteva non essere mantenuto. Proprio questo punto ha conservato, tra tanti altri simili problemi, una strana e simbolica supremazia che sembra perpetuare l’origine comune della questione. Tutto è cominciato con il divorzio di un re e sta ora finendo in divorzi per un intero regno”. Non è ammettendo i divorziati risposati alla comunione che si porrà rimedio a quanto inquietava Chesterton cento anni or sono. In una chiesa dove orami pochi si confessano e tutti fanno la comunione, mettersi in fila per ricevere l’ostia consacrata è divenuta una pratica sociale grazie alla quale ci si sente accettati dalla comunità in festa. In quest’ottica, escludere qualcuno dalla fila dei comunicandi appare un’inutile crudeltà a cui nessun argomento puramente umano è in grado di opporsi.
Per salvare il matrimonio, bisogna prima salvare l’eucaristia da tale profanazione mondana. Davanti a Gesù, che sta in corpo, sangue, anima e divinità dentro l’ostia pallida e pura, più indifeso di un bambino, bisogna essere mondi con il proposito di non peccare più. Per non tradire l’eucaristia dopo aver tradito il matrimonio, non bisogna tradire la confessione. Ma la confessione deve essere vera, come quella che John Fante fece per la sua prima comunione: “Uscii dal confessionale. Ero felice, molto felice. M’inginocchiai all’altare e dissi la mia penitenza. Poi uscii nel sole di un pomeriggio sereno. Non mi ero mai sentito più pulito. Ero un pezzo di sapone. Ero come l’acqua fresca. Ero come una stagnola lucente. Ero un vestito nuovo. Ero un taglio di capelli. Ero la Vigilia di Natale e una scatola di dolci. Fluttuavo, fischiettavo”.
Ma il piccolo John ebbe la fortuna di nasce nella casa di una contadina abruzzese malata, senza saperlo, di quella “febbre intellettuale e teologica” che aveva contagiato il popolano Giotto e ha i suoi germi tra le pagine del Vangelo.
fonte (c) il Foglio 08.10.14
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