domenica 8 giugno 2014

Diez preguntas al Cardenal Braz de Aviz



Pubblichiamo qui di seguito per i nostri lettori di lingua spagnola la versione spagnola delle 10 domande che alcuni siti cattolici, tra i quali il nostro, hanno voluto rivolgere al Cardinal João Braz de Aviz in merito al processo di demolizione dei Frati, delle Clarisse e delle Suore dell'Immacolata. La traduzione è stata curata dall'ottimo blog argentino In Exspectatione (vedi qui) che ha ha aderito alla petizione.

Cardenal Braz de Aviz
Eminencia reverendísima:
nos permitimos dirigirle las siguientes preguntas con motivo de las graves cuestiones planteadas por el Comisariamiento de los Frailes Franciscanos de la Inmaculada y de la Visita Apostólica a las Hermanas Franciscanas de la Inmaculada, medidas ambas dispuestas por usted. Se trata de cuestiones de universal relevancia que surgen, a conciencia, de la obligación de toda persona de buscar la verdad, particularmente en los asuntos de fe y de moral. Como el escándalo suscitado en muchos a partir del Comisariamiento de los Frailes Franciscanos de la Inmaculada y de la Visita Apostólica a las Hermanas Franciscanas de la Inmaculada es público, las preguntas que emergen le serán extendidas también públicamente.

1) ¿Por qué fueron comisariados los Frailes Franciscanos de la Inmaculada? De parte del Decreto de Comisariamiento expedido por usted no es dable deducir ninguna razón. ¿Por qué? 

2) ¿Por qué usted no tuvo en cuenta la nota (29 de mayo de 2013) que le fuera enviada por el Consejo General, conjuntamente con el Procurador General de los Frailes Franciscanos de la Inmaculada, en el que se le hacían presentes -en lo que respecta a la Visita Apostólica entonces en curso - algunos hechos gravísimos, y que no tienen precedente alguno en toda la historia de la Iglesia, entre los cuales (como se lee): «la decisión [del Visitador] de proceder SOLAMENTE a través de un cuestionario escrito, evitando por completo la visita a las comunidades e incluso a los seminarios [...]; el contenido del cuestionario que, más allá de la intención de sugerir una versión "tendenciosa" de la situación del Instituto, estaba lleno de preguntas no fácilmente comprensibles para la mayoría de nuestros hermanos [...]; los resultados del cuestionario por sí mismos, sin una verificación de que lo que está escrito concuerde de veras con las convicciones de cada fraile, ¿no son poco fiables por las razones ya mencionadas?» 

3) ¿Tiene usted conocimiento de las disposiciones adoptadas por el Comisario apostólico designado por usted para conducir a los Franciscanos de la Inmaculada, por quien se impone a los frailes, entre otras cosas, el cierre de los seminarios, la suspensión de las ordenaciones y la prohibición de colaborar en publicaciones teológicas y de apostolado? Si está usted informado, ¿por qué ha avalado estas medidas, visiblemente destructivas de actividades fundamentales propias del carisma de tal Instituto, debidamente aprobado por la Santa Sede? 

4) ¿Por qué dispuso la Visita Apostólica para con las Hermanas Franciscanas de la Inmaculada, es decir, de la rama femenina del instituto religioso ya comisariado por usted? 

5) ¿Por qué ha enviado como Visitadora Apostólica a una religiosa tan distante, sea por actitudes que por formación -pero sobre todo por la manera de pensar y actuar-, de las Hermanas Franciscanas de la Inmaculada?

6) ¿Por qué no ha demostrado la misma atención y severidad en relación con aquellos institutos religiosos en los cuales un gran número de miembros se ha desviado notablemente del carisma de los Fundadores y de la observancia de las respectivas Reglas y Constituciones? 

7) ¿Qué piensa de la Teología de la Liberación? ¿Considera compatible con la fe católica la adhesión a las tesis de la Teología de la Liberación, sobre todo después de la explícita condena con la Instrucción de la Congregación para la Doctrina de la Fe, confirmada por Juan Pablo II (6 de agosto 1984), en la que, entre otras cosas, se señalan las "graves desviaciones ideológicas"? 

8) ¿Qué piensa de la perspectiva sincretista de unificar todas las religiones en una nueva religión planetaria? ¿Es cierto que usted ha participado, dirigiendo el discurso de presentación, en el Primer Forum Espiritual Mundial, junto con representantes de sociedades espiritistas, teosóficas y masónicas? 

9) ¿No considera que todo proyecto de religión planetaria contradice flagrantemente el principio de que "debe ser [.. .] firmemente creída como verdad de fe católica que la voluntad salvífica universal de Dios Uno y Trino es ofrecida y cumplida de una vez para siempre en el misterio de la encarnación, muerte y resurrección del Hijo de Dios"? (Congregación para la Doctrina de la Fe, Declaración Dominus Iesus, 14)

10) ¿Qué piensa usted de la masonería? ¿Considera compatible con la fe cristiana la adhesión de un católico y, con mayor razón, de un clérigo a la masonería?

Atentamente lo saludan

Corrispondenza Romana
Riscossa cristiana
Chiesa e postconcilio
Il Cammino dei Tre Sentieri
Vigiliae Alexandrinae
Giudizio cattolico
Conciliovaticanosecondo
Una Fides
In Exspectatione

sabato 7 giugno 2014

Francescani dell’Immacolata: 10 domande al cardinale João Braz de Aviz



Vigiliae Alexandrinae sottoscrive e presenta, congiuntamente ad altri siti e blog cattolici (la possibilità di nuove adesioni è aperta), dieci domande al Cardinale João Braz de Aviz, attuale Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica. Si tratta della triste vicenda dei Frati Francescani dell'Immacolata non ancora conclusasi e di altre questioni non disgiunte,urgenti e gravi, che riguardano la fede e la Chiesa cattolica.

Eminenza Reverendissima,

ci permettiamo di rivolgerLe le domande che seguono a motivo dei gravi interrogativi posti dal Commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata e della Visita apostolica a carico delle Suore Francescane dell’Immacolata, provvedimenti entrambi da Lei disposti.
Si tratta di interrogativi di rilievo universale, che emergono, in coscienza, dal dovere di ciascuno di cercare la verità, particolarmente nelle questioni di fede e di morale.
Siccome lo scandalo suscitato in tanti dal Commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata e dalla Visita apostolica delle Suore Francescane dell’Immacolata è pubblico, le domande che ne sono scaturite Le vengono parimenti poste pubblicamente.

  1) Perché sono stati commissariati i Frati Francescani dell’Immacolata? Dal Decreto di Commissariamento da Lei emanato non è dato evincere alcuna motivazione. Perché?

2) Perché Lei non ha tenuto alcun conto della Nota (del 29 maggio 2013) inviatale dal Consiglio generale, unitamente col Procuratore generale, dei Frati Francescani dell’Immacolata con la quale Le si facevano presente – per quanto riguarda la Visita apostolica allora in corso – alcuni fatti gravissimi, e che non hanno alcun precedente in tutta la storia della Chiesa, tra i quali (come vi si legge): “la decisione [del Visitatore] di procedere SOLO attraverso un questionario scritto, evitando del tutto la visita alle comunità e persino dei seminari […]; il contenuto del questionario che, al di là dell’intenzione di suggerire una “tendenziosa” versione della situazione dell’Istituto, era pieno di domande non facilmente comprensibili alla maggioranza dei nostri fratelli […]; I risultati del questionario, da soli, senza verificare che ciò che vi è scritto corrisponde davvero alle convinzioni di ogni frate, sono inaffidabili per le suddette ragioni”?

3) È al corrente delle disposizioni emanate dal Commissario apostolico, da Lei designato per guidare i Francescani dell’Immacolata, con cui si impone ai Frati, tra l’altro, la chiusura dei seminari, la sospensione delle ordinazioni, e la proibizione di collaborare a pubblicazioni teologiche e di apostolato? Se ne è informato, perché ha avallato tali misure, evidentemente distruttive di fondamentali attività proprie del carisma di tale Istituto, regolarmente approvato dalla Santa Sede?

4) Perché ha disposto la Visita apostolica nei confronti delle Suore Francescane dell’Immacolata, cioè del ramo femminile dell’Istituto religioso da Lei già commissariato?

5) Perché ha inviato come Visitatrice apostolica una religiosa così distante per attitudini e per formazione – ma soprattutto per il modo di pensare e di agire – dalle Suore Francescane dell’Immacolata?

6) Perché non ha dimostrato altrettanta attenzione e severità nei confronti di quegli Istituti religiosi, nei quali un gran numero di membri si è palesemente allontanato dal carisma dei Fondatori e dall’osservanza delle rispettive Regole e Costituzioni?

7) Che cosa pensa della Teologia della liberazione? Ritiene compatibile con la fede cattolica l’adesione alle tesi della Teologia della liberazione, particolarmente dopo l’esplicita condanna con la Istruzione della Congregazione della Dottrina della Fede, confermata da Giovanni Paolo II (6 agosto 1984), con la quale, tra l’altro, se ne dichiarano “le gravi deviazioni ideologiche” ?

8) Che cosa pensa della prospettiva sincretista di unificare tutte le religioni in una nuova religione planetaria? È vero che Lei ha partecipato, tenendo la relazione introduttiva, al Primo Forum Spirituale Mondiale, insieme ai rappresentanti di società spiritiste, teosofiche e massoniche?

9) Non ritiene che ogni progetto di religione planetaria contraddica palesemente il principio che “deve essere [...] fermamente creduto come verità di fede cattolica che la volontà salvifica universale di Dio Uno e Trino è offerta e compiuta una volta per sempre nel mistero dell’incarnazione, morte e resurrezione del Figlio di Dio” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dominus Iesus, 14)?

10) Che cosa pensa della Massoneria? Ritiene compatibile con la fede cristiana l’adesione di un cattolico ed, a maggior ragione di un ecclesiastico, alla Massoneria?

          Con deferenti saluti

Corrispondenza Romana (qui)
Riscossa cristiana (qui)
Chiesa e postconcilio (qui)
Il Cammino dei Tre Sentieri (vedi qui)
Vigiliae Alexandrinae
Giudizio cattolico (qui)
Conciliovaticanosecondo (qui)
Una Fides (qui)
In Exspectatione (blog argentino vedi qui)
Secretum meum mihi (vedi qui)
Fratres in Unum (blog brasiliano vedi qui)

martedì 3 giugno 2014

Padre Serafino e il Concilio. Un'interessante recensione di chiesaepostconcilio



Nelle ultime pagine di Iuxta modum. Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione della Chiesa (Siena 2012, pp. 174-175) p. Serafino Lanzetta scriveva: "In sé, il Vaticano II provoca uno sviluppo dottrinale-dogmatico solo lì dove vi è, in modo diretto o indiretto, la definitività della dottrina, e non ogni volta che parla il Concilio. Bisogna distinguere frequentemente e non fare del Concilio Vaticano II l'universo della fede cattolica, un tutto dogmatico, o viceversa un tutto pastorale. Crediamo che un approccio errato al Concilio sia quello di dogmatizzarlo in toto o di renderlo tutto solo pastorale. Nessuno dei due approcci è corretto, o perché si fa iniziare la Chiesa dal Concilio o si deve necessariamente cestinare il Concilio per far vivere la Chiesa (di prima?). Un errore è stato forse quello di dar troppa importanza al Concilio. Dargli cioè un posto di primato assoluto nell'architettura della fede cattolica, che il Concilio stesso non ha voluto. È necessario sgonfiare il pallone del Super-Concilio, o forse si sta già sgonfiando".
  In un libro, apparso recentemente e recensito in maniera intelligente e puntuale da
chiesa e postconcilio (vedi qui), il Teologo francescano sembra riprendere e sviluppare l'idea che "la Chiesa sia più grande del Concilio" affermando la necessità di interpretare sistematicamente le "fonti del Concilio" e quindi di  "ricorrere a un principio ermeneutico superiore: la fede della Chiesa, quindi l’omogeneità della sua dottrina".
Nella consapevolezza che la tesi di p. Lanzetta finisce con collidere con le posizioni di una critica più profonda del Concilio, della sua teologia e delle sue fonti (una per tutte qui), riportiamo qui di seguito la recensione appena menzionata.


Serafino M. Lanzetta, Il Vaticano II, un concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari, Cantagalli, Siena 2014, pp. 490, euro 25,00.

Il nuovo libro di p. Serafino M. Lanzetta nasce come tesi di abilitazione alla libera docenza, conseguita presso la Facoltà Teologica di Lugano (Svizzera), sotto la direzione del Prof. Dr. Manfred Hauke. L’opera si avvale di numerose fonti “di prima mano”, documenti d’archivio, soprattutto perizie di teologi della Commissione dottrinale e di scambi epistolari significativi tra i Padri del Concilio e con lo stesso Pontefice Paolo VI.

Così l’Autore ha potuto ricostruire alcuni passaggi storici nodali, in cui si vede Paolo VI che attentamente segue i lavori conciliari e particolarmente i lavori della Commissione dottrinale. S’informa costantemente presso il Card. Ottaviani (Presidente della Commissione) sulla grande questione della Tradizione costitutiva (la tradizione orale ci dona alcune verità di fede che non si trovano neppure implicitamente nella S. Scrittura, se non quando questa è letta alla luce della Tradizione, che precede la formazione delle Scritture e segue, diventando vita stessa della Chiesa), la quale per alcuni era da limare, per altri da lasciare in modo generico, o da presentare in modo più ecumenico in Dei Verbum. I periti e poi i Padri avevano opinioni diverse al riguardo.

Il S. Padre voleva invece che si dicesse chiaramente il tenore costitutivo della Tradizione apostolica, citando un testo di S. Agostino (De baptismo contra Donatistas, V, 23,31), in cui l’Ipponate afferma questa fede della Chiesa: molte cose che gli Apostoli hanno insegnato non sono reperibili nelle Scritture. Si entrava nel problema della duplicità delle fonti della Rivelazione, che il Concilio voleva superare mettendo l’accento più sulla Rivelazione che sulle fonti della sua trasmissione. Il testo finale di Dei Verbum 9 preferisce una formulazione neutrale, che sfuma il problema, toccandolo solo lateralmente: «la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura…».
Intanto Dei Verbum ha apportato un notevole sviluppo teologico del concetto di Rivelazione, accanto però a una formulazione di compromesso su questo dato, esigita, prima che dai Padri conciliari, dalla maggioranza dei periti della Commissione dottrinale per un solido approccio ecumenico e per evitare che il Concilio, contro la posizione di Lutero – il Concilio non era chiamato a condannare errori né a pronunciare nuovi dogmi – non rischiasse di posizionarsi sulla “Sola Traditio”. Sta di fatto che la formulazione più pastorale della dottrina sulla Tradizione costitutiva ha visto e continua a vedere fiumane di possibili interpretazioni, quando si prescinde da ciò che la Chiesa già insegnava e da quello che ha insegnato sia negli altri documenti conciliari che nei successivi documenti magisteriali, particolarmente nel Catechismo della Chiesa Cattolica: due sono le fonti, o se si vuole i rivoli, mediante i quali ci è consegnata la Rivelazione, la Scrittura e la Tradizione, da ricevere e venerare «pari pietatis affectu ac reverentia» (Dei Verbum 9, con rimando al Conc. di Trento, Decr. De canonicis Scripturis: Denz. 783 [1501]). 

Su questo dato – un esempio tra gli altri esaminati nel volume – si vede che non basta la formulazione dottrinale del Concilio, dettata soprattutto dalla ricerca di un accordo da raggiungere in aula, ma è necessario ricorrere a un principio ermeneutico superiore: la fede della Chiesa, quindi l’omogeneità della sua dottrina. 

Paolo VI chiedeva al Concilio che si dicesse poi chiaramente la dipendenza costitutiva del Collegio episcopale dall’autorità del Romano Pontefice in Lumen gentium (cap. III). Chiede una perizia aggiuntiva sul testo in questione. Il testo nel suo interno fu lasciato anche questa volta sfumato e perciò il S. Padre dovette esigere l’aggiunta di una Nota praevia [qui], che potesse spiegare chiaramente la nozione di collegio e l’esercizio della collegialità episcopale posta in atto unicamente dal Romano Pontefice. Il fine del Concilio, la pastoralità dell’approccio magisteriale, furono determinanti in molti casi, ma non senza problemi, che si fecero sentire sin da subito. 

Il titolo del lavoro di P. Lanzetta esprime chiaramente la peculiarità del Vaticano II: un concilio fontalmente pastorale, che si distingue per un insegnamento dottrinale cospicuo, riuscendo a coinvolgere tutti i più importanti e influenti teologi del tempo. Un problema ermeneutico fondamentale che l’Autore affronta è riassumibile nella seguente domanda: qual è il grado di vincolabilità magisteriale del Concilio Vaticano II come tale? A questa domanda non si può rispondere correttamente se non si esaminano puntualmente le singole dottrine che costituiscono il ricco insegnamento del Vaticano II, e quindi, se non si entra, per così dire, nella stessa mens conciliare, rinvenibile solo grazie allo studio sistematico delle fonti del Concilio, lette alla luce della vivente Tradizione della Chiesa e del Magistero pontificio.

Dallo studio analitico della mens dei Padri, l’Autore arriva a questo possibile grado teologico del tenore magisteriale del Vaticano II nelle sue principali dottrine insegnate nelle Costituzioni dogmatiche: sententiae ad fidem pertinentes, non definitive, ma che possono conoscere ancora un importante progresso magisteriale, rimanendo, quale nota magisteriale del Concilio in quanto tale, quella di magistero solenne e straordinario nella forma, ma ordinario nell’esercizio effettivo. 

L’Autore sceglie tre grandi temi che possono illuminare la grande questione ermeneutica del Vaticano II: il rapporto tra Scrittura e Tradizione in Dei Verbum, il mistero della Chiesa in Lumen gentium, con particolare attenzione alla questione dei membri divenuto poi appartenenza alla Chiesa, della collegialità e della Chiesa come sacramento, e infine il tema mariologico di Lumen gentium nel cap. VIII, studiando la posizione del mistero di Maria SS. in Cristo e nella Chiesa. Particolarmente qui la questione della mediazione di Maria (mediatrice di tutte le grazie?, si chiedeva ad es. l'Episcopato tedesco), vero motivo teologico di una scelta più pastorale nel dire la fede mariana della Chiesa, fa vedere quanto il Concilio desiderasse poter intavolare un dialogo con i fratelli separati dalla Chiesa. La pastoralità voluta da Giovanni XXIII non impedisce al Vaticano II di esercitare un munus docendi propriamente detto, ma, data la sua notevole enfasi, talvolta, condiziona la stessa dottrina, la sua esposizione e il suo tenore magisteriale. Tutto ciò non può lasciare indifferenti; soprattutto spinge a lumeggiare numerose questioni teologiche rimaste in sospeso o volutamente accantonate per rispettare il fine della grande Assise ecumenica. 

Ci sono molte dottrine che sono rimaste nella loro formulazione magisteriale al tempo del Concilio o a prima del Concilio, ma che necessiterebbero di essere di nuovo prese in considerazione e aggiornate. Pensiamo al tema del limbo (scartato allora e solo di recente riaffrontato dalla CTI), al dato dei membri della Chiesa in relazione alla coestensività del Corpo mistico di Cristo e della Chiesa cattolica romana, al tema della Chiesa “arca di salvezza”, alla questione del celibato in relazione alle Chiese orientali, alla presentazione di un «diaconato di fatto» che in realtà non esiste. In diversi casi, il loro stato teologico si è bloccato al 1962, ma molto spesso contro la stessa volontà dei Padri, i quali non volevano certo congelare la teologia, ma solo indicare, per alcuni temi ritenuti più cogenti, una formulazione pastoralmente migliore, per dire la dottrina in modo nuovo, per quel tempo ritenuto nuovo. Sta di fatto, però, che il tempo di oggi è già qualitativamente nuovo e molto diverso rispetto a quello dei Padri del Concilio e la stessa visione della Chiesa nel mondo contemporaneo è fortemente cambiata. 

Il libro di P. Lanzetta è arricchito della prefazione del teologo tedesco Don Manfred Hauke, che definisce il lavoro «una trattazione brillante del tema scelto», in cui «l’autore conosce bene la discussione contemporanea e le fonti del Vaticano II». Per questo «la tesi porta un contributo originale nuovo sia dal punto di visto storico…, sia dal lato della riflessione sistematica». 

Al termine dell’Introduzione al suo studio, P. Lanzetta si chiede se il Vaticano II potrà finalmente essere un concilio per l’unità della Chiesa. Spesso l’unità ecumenica, cosa eccellente e nobile, ha fatto perdere di vista l’unità nella fede, nel credere con la Chiesa (di sempre). Per questo l’Autore solleva molte domande, le quali – di questo è cosciente – sono al momento molto più numerose delle risposte. Ma almeno spera di aver indovinato quelle giuste, che facciano riflettere non solo gli studiosi del tema, ma anche tutti gli altri, che, per motivi vari, invece, vorrebbero avere tutte le risposte senza porsi però le rispettive domande. Non si può far finta che domande non ci siano.

Questa la scheda con cui l'Editore presenta il libro:
Una approfondita ricerca sul concilio Vaticano II. L'autore analizza da più punti di vista, nessuno escluso, tutte le tematiche legate al Concilio Vaticano II. Il volume frutto di una ricerca durata 3 anni sviscera tutte le teorie, le correnti di pensiero ''conciliari''. Una straordinaria Summa su questo evento che ha cambiato la storia della Chiesa. L'ermeneutica della continuità, quella della discontinuità, lo spirito del concilio, le riforme effettivamente indicate e quelle presunte, che non trovano riscontro nei documenti. L'autore non rinuncia in questo studio ad indicare una possibile unità della chiesa nella comprensione di questo evento. Il libro è corredato da un'amplissima bibliografia che raccoglie tutte le fonti relative al dibattito sul Concilio.

sabato 31 maggio 2014

La Santissima Trinità e l'ordine. La recente Lectio magistralis di Enrico Maria Radaelli



Che ogni rivoluzione sociale ha ultimamente le proprie radici in un'eresia antitrinitaria, è una constatazione dotata di una qualche evidenza storica. La monarchia orientale, il despotismo islamico,  il democraticismo moderno (fino al comunismo) trovano, per esempio, di volta il proprio modello esplicativo nel subordinazionismo ariano (e poi nella negazione del "Filioque"), nel monofisismo e nella negazione idealistica del Padre come fonte della divinità del Figlio.
Anche in questo ordine di riflessioni si inserisce la Lectio magistralis -dal titolo Il sorriso di Dio, il sorriso dell'uomo. Genesi metafisica, sviluppo teleologico, suo stato attuale - pronunciata il 9 maggio 2014 dal Professor Enrico Maria Radaelli ospite dell'Osservatorio Medico "Ottaviano Paleani" presso la Santa Casa di Loreto.
Così per Radaelli anche l'attuale liberalismo, la cui conseguenza è un progressivo insterilimento dei corpi sociali, si radica nell'immagine di un Logos divenuto estraneo al Padre e di un uomo incapace di ogni adeguamento veritativo al Logos  ossia di ogni sacrificio conformante a bellezza e a verità.
Grati all'Autore per l'autorizzazione che ha voluto concederci, pubblichiamo qui di seguito la Lectio magistralis.


  PROEMIO.

  Ringrazio l’Osservatorio Medico “Ottaviano Paleani”, benemerito organo del Centro Studi Lauretani, in specie nella persona del chiarissimo Professor Fiorenzo Mignini, per l’onore che mi fa di poter tenere oggi qui questa Lectio Magistralis su un tema che si vedrà decisivo: Il sorriso di Dio, il sorriso dell’uomo; ringrazio il Legato Pontificio del Santuario della Santa Casa, S. E. l’Arcivescovo Giovanni Tonucci, e la Professoressa Teresa Schiavoni, Assessore alla Cultura del Comune di Loreto, per il Loro alto e benevolo patrocinio, e ringrazio altresì tutti i convenuti per la generosa e immeritata attenzione che pur mi concederanno.

  Gli antichi poeti, in epoche e luoghi

martedì 27 maggio 2014

Evemero e la memoria del principe. Qualche riflessione sul senso delle recenti canonizzazioni.



Nello scritto monografico La memoria del principe: studi sulla legittimazione del potere nell'età giulio-claudia, il giurista Giuseppe Giliberti ha messo bene in luce la funzione politica che nella Roma antica svolgevano l'apoteosi, la damnatio memoriae e la rescissio actorum.
Questa la sintesi proposta dalla presentazione del libro: “In questo libro l'autore ha inteso ricostruire alcune dinamiche di legittimazione e delegittimazione del potere imperiale nell'età giulio-claudea, affrontando, in particolar modo, il tema dei giudizi politici sull'operato dell'imperatore defunto. Mediante l'apoteosi, la "damnatio memoriae" o la “rescissio actorum", si lanciava con grande evidenza un messaggio, che serviva a rassicurare i gruppi dirigenti legati al defunto, o viceversa a manifestare una clamorosa rottura di continuità politica. I sudditi erano, cioè, chiamati a venerare l'imperatore come una nuova divinità, oppure a condannarlo, o semplicemente a dimenticarlo, secondo le contingenze politiche e gli interessi del nuovo regime”.
Lo schema interpretativo proposto è suggestivo: la memoria religiosa dei predecessori come instrumentum regni nelle mani del principe regnante.
Tale schema, una volta secolarizzato, mostra una persistente validità. È ben nota la funzione politico-legittimante dell’esaltazione, della condanna o dell’oblio storici dei capi politici. Esiste indubitabilmente un pantheon del politicamente legittimo e un tartaro del politicamente illegittimo.

  Se passiamo a considerare l’attualità della Chiesa, ed in particolar modo le recenti canonizzazioni, è difficile non nutrire almeno il dubbio che lo schema interpretativo proposto da Giliberti sia valido anche per esse.
La canonizzazione di due papi che rappresentano il nuovo corso della Chiesa, quello conciliare, e la prossima beatificazione (se non canonizzazione) di un terzo, consentono di ipotizzare, senza troppa irriguardosa spregiudicatezza, che la Chiesa conciliare, attraverso il principe regnante, è in fine giunta all’apoteosi dei suoi stessi artefici. Per converso, tutto ciò che la precede viene sospinto con forza nell’oblio (il rito Vetus Ordo), nella damnatio memoriae (le tante scuse poste al mondo per presunte colpe che appaiono essere tutte della Chiesa pre-conciliare) o, là dove la damnatio è resa impossibile da una pregressa canonizzazione, in uno strisciante revisionismo storico (il caso di San Pio X, cfr. l'Avvenire).
L’atto della canonizzazione sembra ridotto ad un politicissimo instrumentum regni, senza troppo indugiare su vecchi concetti quale quello della grazia di intercessione.
Si obietterà facilmente che una simile lettura pecca di razionalismo e storicismo e trascura considerevolmente il soprannaturale proprio della Chiesa.
L’obiezione sarebbe fondata, se non fosse che la riduzione razionalistica e storicistica degli atti della Chiesa è da imputarsi proprio ad un male che affligge dall’interno la stessa Chiesa-istituzione visibile, il male fin troppo evidente del modernismo. Il problema non sta in una errata comprensione della Chiesa, ma nella comprensione che la Chiesa oggi pare avere di sé.
Sia consentita una breve digressione per meglio spiegarsi.

  L’evemerismo è l’antica dottrina dello scrittore greco Evemero (IV-III sec. a.C.). È una dottrina che può pacificamente definirsi, agli occhi di un osservatore moderno, razionalistica e al contempo storicistica. La voce “Evemerismo” dell’Enciclopedia Treccani così sintetizza le sue asserzioni principali: “Gli dèi non sarebbero altro che potenti sovrani o eroi del passato, che erano riusciti, in virtù della saggezza o del valore, ad attribuirsi la natura divina e l’adorazione di contemporanei e posteri”. Con l’avvento del Cristianesimo, l’evemerismo fece buon gioco agli apologisti per dimostrare la falsità del politeismo. Forme di neo-evemerismo ebbero poi fortuna con l’illuminismo e il positivismo.
Il compilatore della voce enciclopedica non dubita della persistente attualità della dottrina di Evemero: “ha tuttora non poca fortuna come teoria esplicativa nella moderna storia delle religioni”.

  Notoriamente il modernismo professa e pratica una tale riduzione razionalistica e storicistica del soprannaturale: è sufficiente rammentare il triste sdoppiamento di Nostro Signore in un “Gesù storico” e un “Gesù della fede”. Non serve dilungarsi per mostrare quanto un simile approccio sia ormai da decenni diffusissimo fra teologi, esegeti e finanche principi della Chiesa.
Ora, è proprio la spregiudicatezza evemeristica del modernismo ad apparire come la precisa causa della riduzione al solo livello politico dell’atto di canonizzazione: perché in fondo il principio ultimo di legittimazione sarebbe la storia stessa. Modernismo e politicizzazione della canonizzazione ben sembrano tenersi, come ben sembrano tenersi evemerismo e politicizzazione dell’apoteosi.
È forse anche per questa ragione che si consuma tra gli stessi cattolici una guerra per le memorie. Un esempio per tutti è quello della memoria di Pio XII. Molti cattolici fedeli alla tradizione lo esaltano per ciò che fece. Altri cattolici fedeli alla tradizione lo criticano per ciò che fece. I modernisti ne condannano la memoria, al di là di ciò che fece, per ciò che rappresenta. Non è un caso se Mons. Lefebvre scrisse: “Non siamo soli in questa battaglia: abbiamo con noi tutti i Papi fino a Pio XII compreso” (Ils l’ont découronné), tracciando chiaramente in questo modo, al di là delle acribie storiche, la linea di consumazione della rottura tra la vecchia e la nuova legittimità.
Certo, lo schema interpretativo proposto dovrebbe essere verificato con attenzione nella realtà.
Certo.

  Di recente, riferendosi al caso dei Francescani dell’Immacolata, l'arcivescovo Rodriguez Carballo  “ha detto che la fedeltà al Concilio Vaticano II costituisce un punto centrale per la vita religiosa. Letteralmente, il numero due della congregazione religiosa, ha detto: «Per i religiosi il Concilio è un punto non negoziabile». Chiunque vede nelle «riforme» del Vaticano II, tutti i mali che affliggono la vita religiosa, «nega la presenza dello Spirito Santo nella Chiesa». L’Arcivescovo curiale ha sottolineato che la Congregazione dei Religiosi è «particolarmente preoccupata» sul tema: «Vediamo le differenze reali». Soprattutto perché «molti Istituti» danno ai loro affiliati una formazione «non solo pre-conciliare, ma anche anti-conciliare», dice Rodriguez Carballo. «Ciò non è consentito, vorrebbe dire stare al di fuori della storia. Si tratta di qualcosa di molto preoccupante per noi nella Congregazione». Una «preoccupazione», ovviamente condivisa dal prefetto della Congregazione dei Religiosi, Cardinale João Braz de Aviz. Anche da Papa Francesco? Ci sono alcuni indizi” (vedi chiesaepostconcilio).
“Fuori dalla storia”. Evemero sarebbe d’accordo.  

sabato 10 maggio 2014

Se Francesco piace troppo alla Feltrinelli. Un articolo di Antonio Margheriti Mastino



Abbiamo letto ed apprezzato l'articolo di Antonio Margheriti Mastino apparso ieri su Qelsi quotidiano con il titolo "Sta sorgendo la Nuova Chiesa. Lo dicono pure alla Feltrinelli". Non sempre siamo stati d'accordo con Mastino la cui moderazione di sovente suppone troppo, eppure queste considerazioni rivelano una sincera anima cattolica, preoccupata per un Papa, Francesco, che sta diventando ogni giorno di più un "autore Feltrinelli"

domenica 4 maggio 2014

Piazza San Pietro. La polizia italiana sequestra cartelli antiabortisti.


Roma 4. Maggio 2014. Marcia per la Vita. La Polizia dello Stato italiano sequestra alle porte di Piazza San Pietro alcuni cartelli critici (non insultanti) verso Marco Pannella, Emma Bonino e Giorgio Napolitano. Al di là del fatto che le scritte non configuravano in alcun modo le fattispecie di calunnia (chiedere a Bonino e Pannella di vergognarsi per avere promosso l'aborto non è diffamatorio) o di vilipendio (chiedere a Napolitano di fermare un eccidio non ne viola l'ufficio), non si comprende come la Polizia italiana possa limitare la libertà di manifestazione del pensiero in uno Stato straniero.

sabato 26 aprile 2014

La spada di San Paolo e il telefono di Papa Francesco. Breve nota sulla telefonata di Francesco a Pannella



Donoso Cortes sosteneva, con una profondità di sguardo del tutto inattuale e oggi persino scandalosa, che l'abrogazione legale della pena capitale nei singoli Stati avrebbe portato ad altrettante stragi degli innocenti. Tale affermazione, con buona pace dei nostri contemporanei, ha la propria logica cristiana nel capitolo XIII della Lettera ai Romani dove l'Apostolo, dopo avere raccomandato di "stare sottomessi alle autorità costituite, perchè non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio", afferma che, se si fa il male, bisogna temere, "perchè non invano essa [l'autorità] porta la spada" ed "è al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male". Si potrebbe dire, ed è questo in fondo il senso recondito dell'osservazione di Donoso Cortes, che l'autoritá è da Dio nella misura in cui può utilizzare la spada, perchè ciò è proprio quello che è proibito all'uomo: "Non uccidere", "Non giudicare". La spada è sempre un ministero divino. Un'autorità umanizzata tende a mutarsi in un'opera cainitica. Già Sant'Agostino scriveva che "remota itaque iustitia sunt regna nisi magna latrocinia".

L'umanizzazione dell'autorità, che altro non è se un momento fondamentale della più vasta secolarizzazione, ha realizzato pienamente la profezia di Donoso e l'affermazione del Vescovo di Ippona: al trionfo dei partiti abolizionisti ha sempre, presto o tardi, fatto seguito una legislazione abortista, l'assassinio della vita innocente nelle sue diverse (e aggiornate) forme.

Marco Pannella ed Emma Bonino sono stati in Italia, non senza la complicità di partiti laici, socialisti e sedicenti cristiani, i principali fomentatori dell'umanizzazione dell'autorità (non solo statale, ma anche corporativa e familiare) e i fieri sostenitori dell'aborto di Stato sempre propagandato con la stessa fierezza con cui chiedevano all'autorità di essere debole. La parola "amnistia", per la quale sta lottando Marco Pannella, è diventata oggi, al di là di ogni considerazione sulle condizioni carcerarie, l'ultima assoluzione per chi "opera il male". L'abbattimento della spada a favore della violenza generalizzata. Risulta che Pannella e Bonino, oltre che all'aborto, siano stati negli ultimi anni favorevoli a pedofilia (Marco Pannella ha più volte accusato gli italiani di essere un popolo "pedofobo"), sodomia, eutanasia, ricerca sugli embrioni, guerre ingiuste.

È di ieri la notizia (vedi qui) che Papa Francesco ha telefonato - forse sollecitato da Emma Bonino - a Marco Pannella degente in seguito a un aneurisma presso il Policlinico Gemelli. Il telefono ha squillato e la conversazione è durata venti minuti. Secondo quanto riferito dallo stesso Pannella, i due avrebbero parlato soprattutto di "amnistia". "Ma sia coraggioso, Eh!!! Anche io l'aiuterò, contro questa ingiustizia..", avrebbe detto Bergoglio a Pannella.

giovedì 24 aprile 2014

El manípulo contra la acedia de la Iglesia. Un recentísimo escrito de Alessandro Gnocchi



Pubblichiamo per i nostri lettori di lingua spagnola la bella traduzione dell'articolo di Alessandro Gnocchi - da noi riportato con il titolo Il manipolo contro l'accidia della Chiesa - curata da Flavio Infante per il blog argentino In Expectatione che raccomandiamo particolarmente per la ricchezza e l'intelligenza dei contributi.

mercoledì 23 aprile 2014

The Ultramontanist's Progress. Analisi di un'eresia conservatrice

Ultra montes, ultramontani, coloro che stanno oltre i monti. Ultramontano non è nel Medioevo più che un concetto geografico, un modo, per lo più tedesco e francese, per definire tutto ciò che è italiano. Soltanto dopo la Riforma protestante, se non già dai tempi delle rivolte anticuriali di Filippo il Bello e di Lodovico il Bavaro, assunse un significato sostanzialmente politico che intercettava polemicamente il formarsi della moderna sovranità statale, giacché ultramontano, e finalmente ultramontanista, divenne il nemico pubblico che obbediva a Roma piuttosto che alla chiesa nazionale e al suo capo. Il senso politico dell'ultramontanismo entrò nel vocabolario cattolico quando, soprattutto in Austria, il cattolico romano divenne oppositore del giurisdizionalismo settecentesco. L'ultramontanista sarebbe ricomparso durante il Concilio Vaticano I come antagonista di tutto il mondo moderno.

È finalmente notevole e inaspettato il ritorno di questo tipo intellettuale nelle pagine dello Sviluppo organico della liturgia del benedettino Alcuin Reid, uno studio importante e assai approfondito sulla storia del Movimento Liturgico che durante cinquant'anni tentò in vario modo di affrontare il problema della "actuosa partecipatio" dei fedeli alla liturgia fino a consegnare i frutti ultimi di un lungo percorso ai riformatori postconciliari.  Uscito negli Stati Uniti con una prefazione elogiativa del Cardinale Joseph Ratzinger, il volume è stato recentemente pubblicato in italiano dalla casa editrice Cantagalli (Lo sviluppo organico della liturgia, Siena 2013, pp. 432).

Reid, seguendo da vicino l'idea newmaniana di uno "sviluppo dottrinale" mai dominato dallo "sviluppo politico" e storico, pone il principio sufficientemente rigido dello sviluppo organico della "tradizione liturgica oggettiva" e con esso vaglia gli autori e le fasi del Movimento Liturgico.
Interessante e feconda, anche per il giudizio sull'attualità, è l'individuazione precisa e in più occasioni ribadita dei due principali nemici della tradizione liturgica ossia dell'archeologismo e dell'esigenza pastorale - gli stessi principi che Ratzinger definisce nella prefazione, con un'espressione che è più che una condanna, gli "unholy twins". Secondo lo schema già messo a punto dal liturgista gesuita Joseph Jungmann i due "empi gemelli" sono perfettamente identici, giacché, se ciò che è primitivo è necessariamente semplice, ciò che è semplice soddisfa meglio alle esigenze dell'uomo moderno ed è eminentemente pastorale.

Archeologismo e pastorale hanno bisogno a loro volta di due attori, la scienza liturgica che individua con indubitabile metodo e certezza ciò che è antico, e l'autorità del Pontefice che in nome dell'antichità e della pastoralità attua la riforma. Reid, che mette in più occasioni in evidenza il pericolo di trasformare la tradizione liturgica oggettiva in un'antichità prodotto del metodo scientifico, si sofferma anche sul problema dell'autorità. Secondo la regola cattolica dell'evoluzione omogenea l'autorità, anche quella del Pontefice, non dovrebbe essere più che un'istanza declaratoria, quand'anche in senso evolutivo (dall'implicito all'esplicito), del contenuto oggettivo della Tradizione, qui della Tradizione liturgica indissolubilmente legata alla tradizione dogmatica (lex credendi lex orandi). Ciò considerato, risulta innovativa, e, alla luce degli sviluppi successivi, persino funesta, l'assenza del vincolo della Tradizione nell'Enciclica Mediator Dei di Pio XII, ossia la possibilità  dell'idea che debba considerarsi tradizionale ogni forma liturgica soltanto in quanto approvata da un Pontefice. È a questo punto che emerge  la presenza, nella Chiesa degli anni Cinquanta e Sessanta, di una corrente che approfitta con una certa disinvoltura della lacuna della Mediator Dei e che Reid definisce, in maniera del tutto azzeccata, "ultramontanista".

Se si volesse tracciare la genealogia ideale e interna, e non soltanto politica, più risalente dell'ultramontanismo, bisognerebbe forse rivolgersi a quegli zelanti gesuiti di Salamanca, magistralmente rievocati da Owen Chadwick in un capitolo dell'imperdibile From Bossuet to Newman (University Press, Cambridge 1957), i quali pretendevano di poter trarre conclusioni dogmaticamente certe da premesse dogmaticamente incerte quando queste ultime fossero state soltanto confermate dall'autorità. È evidente che in questo modo si sostituiva la voluntas dell'autorità alla immutabilità della Tradizione. Dopo alcuni secoli la lettura sovranista dell'infallibilità, che vieppiù si intrecciava con le categorie positivistiche del Diritto pubblico degli anni '60 del XIX secolo e fu sconfitta durante il Vaticano I insieme alle opposte correnti  antiinfallibiliste capeggiate da Döllinger, riassunse l'essenza stessa dell'ultramontanismo ottocentesco secondo il proprio concetto classico. Tale lettura forse  poteva giustificarsi storicamente, ma non sul piano dottrinale, come estremo rimedio al movimento rivoluzionario, socialista e liberale, scaturito dal 1848. E non stupisce che tra gli ultramontanisti ci fossero uomini come Donoso Cortès, il Cardinal Manning, Padre William Faber, l'Abbé Migne, il cui servizio reso alla Chiesa cattolica e alla maggior gloria di Dio non può essere affatto discusso.

L'odierno ultramontanismo, descritto da Reid nella sua fase geminale, non pretende più di affrontare la rivoluzione mondiale con la forza irriducibile e occasionalistica della decisione sovrana che frena la rivolta sociale proprio dal momento che non si consegna ad essa. L'idea neo-ultramontanista di rinsaldare in un unico sistema di riforma gli "unholy twins" - oggi evidentemente più di due - con la volontà del Vescovo di Roma, mentre le forme stesse dell'infallibilità sembrano dileguare nell'incertezza positivistica dell'uniformità del comando, insegue piuttosto la rivoluzione mondiale dal momento in cui la pastoralità (uno degli "empi gemelli") è divenuta coerentemente regola fondamentale degli atti della Chiesa. Un primo nefasto risultato è la distruzione formale (a suon di decreti) del culto alla quale ogni cattolico assiste. Così il nuovo ultramontanismo si fa ogni volta più radicalmente sostenitore dell'autorità del Papa quanto più questa aumenta il proprio potere mutandosi in esso ed erodendo il fondamento della Tradizione, quanto più abbandona il "recinto di Pietro" e del papato esponendo la propria debolezza. Si potrebbe dire che il novello ultramontanista difende piuttosto il potere del Papa, giacché il prezzo è l'autorità.

Si assiste così a un'obbedienza che da razionale si fa occasionalista per diventare, infine, irrazionalista: "I tempi sono cambiati, l'ha detto il Papa!". Del fatto che i vecchi nemici della sovranità pontificia siano oggi i più coerenti ultramontanisti, non c'è da stupirsi, proprio perché la svolta pastorale del Concilio Vaticano II allaccia l'ufficio petrino (non la sua intima essenza naturalmente) alla locomotiva hegeliana della storia, dell'economia e del progresso umano. Meno scontata appare invece la posizione dei conservatori odierni, il cui vasto spettacolo in Italia è notoriamente recitato da Massimo Introvigne, don Piero Cantoni, p. Giovanni Cavalcoli, Andrea Tornielli e dal numeroso coro di CL. Come gli antichi gesuiti di Salamanca, tutti questi signori han perduto ormai da tempo la riverenza e il senso della cattolica verità delle premesse accontentandosi di una suprema volontà. Non c'è più argomento, San Tommaso è morto, è morto il sillogismo.

sabato 19 aprile 2014

¡Dios no muere! La solitudine del Signore e il nostro zelo amaro

 
 
Diminutae sunt veritates a filiis hominum”, sono diminuite le verità tra i figli degli uomini  (Salmo 11). 
Vi sono epoche storiche in cui questo accade più che in altre. Vi sono epoche in cui il potere di questo mondo, ogni potere di questo mondo, politico, economico, intellettuale, non solo non cerca Dio, non solo non lo teme, non solo non ne ha rispetto (almeno rispetto): non ne ha neppure pietà. Vi sono epoche in cui è più forte e nitida la consapevolezza che l’ingiustizia del sinedrio e la barbarie del Calvario non avranno fine sino a che il Divin Giudice non tornerà per ristabilire per sempre ogni Giustizia. 
Oggi assistiamo ad un orrenda offensiva del peggior radicalismo occidentale contro ogni ordine sociale. L’offensiva colpisce ogni istituzione sociale fondata nella realtà eterna e nell’aevum di Dio: la famiglia, il lavoro, la comunità. La proiezione internazionalistica di questo monstrum ci sta probabilmente spingendo verso scenari sempre più plausibili di guerra, e di guerra ingiusta, mostrando così ancor più la sua spregiudicatezza ideologica.
Non è necessario essere più espliciti: ogni amico di Cristo non ottenebrato dall’ottundimento della propaganda del pensiero dominante sa di cosa si sta parlando. I nemici di Cristo lo sanno senz’altro benissimo. 
Quando capitano epoche di questo genere, conservare e difendere la verità di Dio è un dovere, ma anche un’impresa decisamente straordinaria, impossibile senza un soccorso soprannaturale. Vivere secondo Dio e difendere i Suoi diritti mentre il mondo intero afferma costantemente, in modo più o meno subdolo, il contrario. Vivere secondo Dio e difendere i Suoi diritti senza tutti gli aiuti che Dio stesso ha voluto donarci nell’ordine naturale: restare cattolici e farne di altri (allevare figli cattolici, curare parrocchiani, etc.) senza l’aiuto di vere famiglie cattoliche, di vere scuole cattoliche, di vere comunità cattoliche. Per non parlare della politica, dell’economia, della cultura. Insomma, conservare Dio nell’anima e fare le sue opere mentre tutto il mondo intorno a noi cerca di strapparcelo per sempre. Oggi sappiamo quale diabolica velleità si nasconda dietro ogni contemporanea “scelta religiosa”. La contrapposizione tra “interno” ed “esterno”, ma in fondo la sua stessa tematizzazione, è un vecchio artificio che il demonio usa da circa cinquecento anni per consegnare le società al dispotismo di poteri politici senza Dio e uccidere la fede nella anime. 
Sono di una profondità che davvero colpisce alcune riflessioni svolte da Gustave Thibon per mostrare le conseguenze della patologica scissione tra morale e costumi: “La crisi morale che tutti oggi accusano a gara è soprattutto una crisi dei costumi. Il peccato emigra sempre più fuori del luogo suo proprio (la coscienza e la libertà individuale) per installarsi, da una parte nel dominio della vita collettiva (regimi politici e climi sociali malsani), e dall'altra in quello della vita incosciente e quasi organica (nervi scossi, istinti pervertiti, ecc.). La zona del male propriamente morale rimpicciolisce sempre più, di modo che il moralista non sa più bene dove finisca il suo compito e dove cominci quello dell'uomo di Stato o del medico. Non ignoriamo che una simile deviazione dei costumi costituisce un clima ideale per il sorgere delle vocazioni eroiche; essa fa nascere per reazione degli esseri la cui purità morale risale la corrente dei costumi e crea una nuova salute tutta fondata sulla coscienza e sull'amore, tutta spinta verso la vetta dello spirito. Si pensi per esempio in quali condizioni biologiche e in quale atmosfera sociale venga oggi a trovarsi il dovere elementare della procreazione e quali tragici ostacoli debba talvolta superare. Ma uno stato di cose che tende, per così dire, ad appendere la sanità alla santità, non procede mai senza pericoli (abbiamo già visto quali); in ogni caso, esige una forza e una grandezza d'animo che non sono nelle possibilità dell'umanità media. Ogni sistema sociale che contribuisce a rendere necessarie, per la maggioranza degli uomini e nella condotta ordinaria della loro vita, virtù essenzialmente aristocratiche, si rivela appunto per questo malsano. Quanto alla pseudo-democrazia nata dallo spirito dell'89, essa aggiunge alla malvagità l'assurdità: fondata teoricamente sulla giustizia e sull'amore verso le masse, finisce per imporre praticamente agli individui di queste povere masse, se vogliono compiere il loro umile dovere, un eroismo che sarebbe appena ragionevole chiedere a non sappiamo quale pusillus grex evangelico. Se si cerca la ragione segreta della spaventosa temerità con cui gli spiriti rivoluzionari sconvolgono tradizioni e costumi che hanno fatto buona prova, la si trova in questa illusione 'angelica' che la moralità può e deve bastare a sostituire i costumi distrutti. Ma non v'è peggior misfatto sociale che forzare le masse sulle orme della santità ...” (Diagnosi). 
In certe epoche è fondamentale un atteggiamento: non cercare scorciatoie. Ogni tentazione di giungere presto alla metà, di voler vedere la vittoria già nel tempo, porta con sé il rischio non secondario di venire a patti con il mondo, anche solo per sottrarsi a quella terribile sensazione di solitudine che prima o poi il vero cristiano prova nella vita. Non ci sono scorciatoie: il Signore è morto solo sulla Croce. Basti per tutti l’esempio, mostrato da un recentissimo articolo di don Curzio Nitoglia (vedi qui), di Joseph de Maistre, campione della contro-rivoluzione, che in fondo, da quanto risulta dall’analisi di don Curzio, non avrebbe mai abbandonato l’idea di un accomodamento tra Dio e il mondo, in quella terribile forma di superbia che è la gnosi. Ma anche se si volesse contestare tale analisi della parabola intellettuale e spirituale di de Maistre, il rischio di fondo che don Curzio mostra resta vero per ogni cattolico. Quando si subisce la vis polemica delle forze anticristiche, è facile, per reazione, accoglierne le provocazioni e cadere nei loro tranelli. Non ci sono davvero scorciatoie. La vittoria verrà, ma forse non la vedremo noi. Conta solo fare la nostra parte. 
Ma – come si dice in questi casi – c’è un “ma”. Il quid proprium dell’ora presente è la crisi nella stessa Chiesa di Dio. 
È vero, è innegabile. I segni della crisi sono ormai parossistici in questi tempi. Nella lettera e nell’intervista tristemente note, un giornalista potente, ateo e non meno gnostico (“io credo nell’Essere, cioè nel tessuto dal quale sorgono le forme, gli Enti”) come Eugenio Scalfari può dire al Pontefice romano in persona di non credere in Dio e di non cercarlo neppure, e sentirsi nondimeno offrire dal Papa una risposta tranquillizzante (“Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che - ed è la cosa fondamentale - la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza”). Viene da domandarsi se sia ancora vero quanto recita il Salmo 13: "Dixit insipiens in corde suo, non est Deus ... Dominus de caelo prospexit super filios hominum, ut videat si est intelligens, aut requirens Deum", "lo stolto pensa: Non c’è Dio … Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio". Resta senz’altro vero che, come dice lo stesso Salmo, questi potenti senza Dio divorano il Suo popolo come il pane: "Nonne cognoscent omnes, qui operantur iniquitatem, qui devorant plebem meam sicut escam panis?", "Non comprendono nulla tutti i malvagi, che divorano il mio popolo come il pane?". Un acutissimo intellettuale che ho avuto il piacere di conoscere di persona, un giorno ha sostenuto che a suo giudizio il Papa sarebbe responsabile – ricorrendo ad una metafora penalistica - di “intelligenze col nemico”. In verità sta diventando ormai sempre più difficile anche solo distinguere tra amici e nemici. 
È vero, la crisi nella Chiesa è terribile. E ora i cattolici che vogliono restare cattolici e agire da tali si sentono ancora più soli. Ma la lezione della storia non cambia: non ci sono scorciatoie. Occorre resistere e reagire nel solo modo possibile che è quello cristiano. Se si vuole ottenere tutto e subito, si rischia di perdere anche quel poco che ancora c’è. 
Un grande esempio di vero spirito di reazione costruttiva ci è dato dall’opera e dalle parole di Mons. Lefebvre: “ … malgrado tutto io non sono pessimista. La Santa Vergine avrà la vittoria. Ella trionferà della grande apostasia, frutto del liberalismo. Ragione di più per non star lì a rigirarsi i pollici! Dobbiamo lottare più che mai per il Regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo. Non siamo soli in questa battaglia: abbiamo con noi tutti i Papi fino a Pio XII compreso. Hanno tutti combattuto il liberalismo per liberare da esso la Chiesa. Dio non ha permesso che riuscissero, ma non è una ragione per deporre le armi! Bisogna tenere duro. Bisogna costruire mentre gli altri demoliscono. Bisogna ricostruire le roccaforti crollate, ricostruire i bastioni della fede: prima il Santo Sacrificio della Messa di sempre, che fa i santi, poi le nostre cappelle che sono le nostre vere parrocchie, i nostri monasteri, le nostre famiglie numerose, le nostre imprese fedeli alla dottrina sociale della Chiesa, i nostri uomini politici decisi a fare la politica di Gesù Cristo; è tutto un tessuto di vita sociale cristiana, di costumi cristiani, di riflessi cristiani che dobbiamo restaurare, nella misura in cui Dio vorrà, quando Dio vorrà. Tutto quel che so, ce lo insegna la fede, è che Nostro Signore Gesù Cristo deve regnare quaggiù, adesso, e non solo alla fine del mondo, come vorrebbero i liberali! Mentre questi distruggono, noi abbiamo la felicità di ricostruire” (Ils l’ont découronné). 
Costruire senza zelo amaro, perché la Chiesa è di Dio, perché Nostro Signore è Re della storia tutta, perché ¡Dios no muere! 
 

domenica 13 aprile 2014

Mons. Bernard Fellay risponde al Cardinal Kasper, teologo in gamba.

Pubblichiamo la recentissima presa di posizione della FSSPX nella persona di Mons. Bernard Fellay sulla dottrina-Kasper sui divorziati (fonte www.dici.org).
Que se passera-t-il à l’assemblée  extraordinaire du Synode des évêques qui doit se réunir du 5 au 19 octobre 2014, consacré aux « défis pastoraux de la famille dans le contexte de l’évangélisation » ? Cette question se pose avec une grande inquiétude depuis que, lors du dernier Consistoire (20 février 2014), le cardinal Walter Kasper, à la demande du pape François et avec son soutien appuyé, a présenté  le thème du prochain Synode en faisant des ouvertures prétendument pastorales et doctrinalement scandaleuses.

Cet exposé qui aurait dû initialement rester secret, a été publié dans la presse et les débats houleux qu’il a soulevés parmi les membres du Consistoire ont fini par être également révélés.  Un universitaire n’a pas hésité à parler d’une véritable « révolution culturelle » (Roberto de Mattei), et un journaliste a  qualifié de « changement de paradigme » le fait que la cardinal Kasper propose que les divorcés « remariés » puissent communier sans que leur précédent mariage soit reconnu comme nul, « actuellement ce n’est pas le cas, sur la base des paroles de Jésus, très sévères et explicites sur le divorce.» (Sandro Magister)

Des prélats se sont élevés contre ce changement, tel le cardinal Carlo Caffara, archevêque de Bologne, s’interrogeant : « Qu’en est-il du premier mariage célébré et consommé ? Si l’Eglise admet (les divorcés « remariés ») à l’Eucharistie, elle doit donner de toute façon un jugement de légitimité à la seconde union. C’est logique. Mais alors – comme je le demandais – qu’en est-il du premier mariage ? Le deuxième, dit-on, ne peut pas être un vrai deuxième mariage, car la bigamie va à l’encontre de la parole du Maître. Et le premier ? Est-il dissout ? Mais les papes ont toujours enseigné que le pouvoir du pape ne va pas jusque là : sur le mariage célébré et consommé, le pape n’a aucun pouvoir. La solution exposée (par le cardinal Kasper) porte à penser que le premier mariage demeure, mais qu’il y a quand même une deuxième forme de cohabitation que l’Eglise légitime. (…) La question de fond est donc simple : qu’en est-il du premier mariage ? Mais personne ne répond. » (Il  Foglio, 15/03/14)

On pourrait ajouter les graves objections formulées par les cardinaux Gerhard Ludwig Müller, Walter Brandmüller, Angelo Bagnasco, Robert Sarah, Giovanni Battista Re, Mauro Piacenza, Angelo Scola, Camillo Ruini… Mais ces objections restent, elles aussi, sans réponse.

Nous ne pouvons attendre, sans élever la voix, que le Synode se tienne en octobre prochain dans l’esprit désastreux que veut lui donner le cardinal Kasper. L’étude jointe, intitulée « La nouvelle pastorale du mariage selon le cardinal Kasper », montre les lourdes erreurs contenues dans son exposé. Ne pas les dénoncer reviendrait à laisser une porte ouverte aux périls que pointe du doigt le cardinal Caffara : « Il y aurait (ainsi) un exercice de la sexualité humaine extra-conjugale que l’Eglise considèrerait comme légitime. Mais avec cela on ruine le pilier de la doctrine de l’Eglise sur la sexualité. À ce point on pourrait se demander : pourquoi n’approuve-t-on pas l’union libre ? Et pourquoi pas les rapports entre homosexuels ? » (Ibidem)

Alors que de nombreuses familles se sont mobilisées courageusement ces derniers mois contre les lois civiles qui partout sapent la famille naturelle et chrétienne, il est proprement scandaleux de voir ces mêmes lois subrepticement soutenues par des hommes d’Eglise désireux d’aligner la doctrine et la morale catholiques sur les mœurs d’une société déchristianisée, au lieu de chercher à convertir les âmes. Une pastorale qui bafoue l’enseignement explicite du Christ sur l’indissolubilité du mariage, n’est pas miséricordieuse mais injurieuse à l’égard de Dieu qui accorde à chacun sa grâce de façon proportionnée, et cruelle envers les âmes qui, placées dans des situations  difficiles, reçoivent cette grâce dont elles ont besoin pour vivre chrétiennement et même grandir dans la vertu, jusqu’à l’héroïsme.

Menzingen, le 12 avril 2014

+ Bernard Fellay
Supérieur général de la Fraternité Saint-Pie X