giovedì 5 novembre 2015

Tradizione, visibilità e crisi della Chiesa. L'ultimo editoriale di "Radicati nella Fede"

Riportiamo qui di seguito l'editoriale di Novembre (2015) di Radicati nella Fede (vedi qui). L'autore ricorda quanto amare la Chiesa visibile sia fondamentale per conservare la fede cattolica e difendere la Tradizione in un momento di profonda crisi per la Chiesa. Senza la fede sovrannaturale nella Chiesa e l'amore per essa si affermano contemporaneamente i pericoli del volontarismo ultramontanista e del sedevacantismo che, a ben vedere, costituiscono le due facce della medesima medaglia (vedi qui). Si potrebbe, alla fine, obiettare che la visibilità della Chiesa viene meno proprio nel momento in cui chi dovrebbe vicariare l'opera del suo divino Fondatore e Reggitore è impegnato in atti e dichiarazioni che contraddicono l'essenza stessa della Chiesa. In realtà, a patto che i dogmi del primato e dell'infallibilità siano letti negli stretti limiti delle loro definizioni, ci si rende conto che la visibilità della Chiesa continua a essere data in ogni luogo in cui, per dirla con un'estrema semplificazione, "si rispettano le antiche rubriche". In questo senso la Chiesa è, nonostante la terribile crisi che l'attraversa, visibile in tutto l'Orbe.


Quanto più la crisi della Chiesa si fa terribile, vasta e profonda, tanto più occorre amare la Chiesa stessa.
Quanto più aumentano gli scandali nella casa di Dio, tanto più bisogna amare la Chiesa.

E questo amore deve essere molto concreto e operativo.

Il dovere della reazione non va mai disgiunto da un amore profondo per la Sposa di Cristo, la Santa Madre Chiesa; e su questo nessuno può scherzare.

D’altronde tu reagisci, domandi il ritorno della Chiesa alla sua Tradizione, riferendoti e utilizzando ciò che tu hai ricevuto dalla Chiesa stessa, la Tradizione appunto. Essere Cattolici tradizionali vuol dire fare proprio questo.

La Tradizione è della Chiesa, non è tua.
Non potresti appellarti alla Tradizione se tu non l’avessi prima ricevuta. Ma da chi l’hai ricevuta, se non dalla Chiesa stessa?

Come non si può seguire Cristo senza la Chiesa, la crisi Protestante insegna, così non si può essere Tradizionali senza la Chiesa.

I Protestanti pretesero di ricongiungersi a Cristo, saltando la Chiesa cattolica e la sua storia, e persero Cristo nelle nebbie di un mitico passato.
I Tradizionali, se non continueranno ad avere un amore per la Chiesa, potente fino al sangue, resteranno con una Tradizione vuota, fatta di rabbia e recriminazioni più o meno amare; ma una Tradizione senza la Chiesa non ha Cristo dentro.

Si potrebbero applicare ai “tradizionalisti acidi”, non amanti la Chiesa, le parole di S. Paolo ai Corinti:

Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7).

Sì, perché se è vero che sbaglia chi chiede un’obbedienza alla Chiesa, domandando di andare contro le verità della fede e della morale, domandando di andare contro il Vangelo e il dogma, o di dimenticarli; sbaglia ugualmente chi si attacca al dogma e al Vangelo, utilizzandolo contro l’unica Chiesa di Cristo.

Rischiano questo secondo errore tutti quelli che, partiti per la difesa del cattolicesimo tradizionale, incominciano a disquisire se il Papa è o non è tale, su chi sia veramente il vescovo, o dove sussista veramente la Chiesa di Dio. Questi estendono la difesa della Tradizione a un campo che non compete loro, rischiando il pericolo gravissimo di porsi fuori della Chiesa.

Dice il père Calmel 

La Chiesa non è un'istituzione di questo mondo: discende dal Cielo, direttamente da Dio (…) La Chiesa è invincibile, anche se con figli soggetti alla sconfitta e spesso vinti e che tuttavia, finché rimangono nel suo seno, non saranno mai vinti irreparabilmente. Quando lo sono è perché si sono separati da lei (…) Essa resta la dispensatrice infallibile della salvezza, il Tempio santo di Dio. Coloro che l’abbandonano si perdono, ma essa non è mai perduta”. (R. T. Calmel, Breve apologia della Chiesa di sempre, pagg. 17 e 18).

Insomma, la Chiesa è una e solo una. Non c’è una chiesa tradizionale e una chiesa modernista, c’è una sola Chiesa cattolica, i cui figli rischieranno di perdersi se la abbandoneranno, anche se con la scusa di difenderla.

Basterebbe per capire questo, lo ripetiamo, il fatto che la Tradizione per cui lottiamo, l’abbiamo ricevuta dalla Chiesa, anzi è la Chiesa stessa.

E la Tradizione, Vangelo – dogma – sacramenti – disciplina, non l’hai ricevuta una volta per tutte, continui a riceverla dalla Chiesa che è il Corpo Mistico di Cristo. E’ chiaro quindi che, in ogni decisione e attitudine, devi salvare questa unità della Chiesa e con la Chiesa, senza mettere in dubbio la sua visibilità.
Chi è Papa o vescovo, questo compete direttamente a Dio solo, e non a te. A te che hai capito la crisi della Chiesa, compete solo lo stare fermo nella sua Tradizione, in ciò che la Chiesa ha detto e fatto, fuori da questi terribili momenti di apostasia. Dio si è rivelato, ti ha dato la ragione per riconoscere la Sua rivelazione e per custodirla; non ti chiede di far politica ecclesiastica.

Occorre evitare due estremi letali per la fede: l'“autoritarismo” o “obbedientismo” da un lato e il “sedevacantismo” dall’altro: entrambi portano a lungo andare all’ateismo, alla perdita della fede.
Il primo fa stare dentro la Chiesa con una falsa obbedienza che non salvaguarda il Vangelo e i sacramenti; il secondo fa cercare una falsa chiesa alternativa; entrambi questi errori partono da una visione troppo umana della Chiesa, mancano entrambi di visione soprannaturale.

Occorre essere autenticamente tradizionali: il tradizionale sta di fronte a Dio, custodendo con amore il tesoro della Chiesa; il sedevacantista, che si inventa un’altra chiesa o non sa più dove essa sia, sta di fronte a se stesso utilizzando le cose ricevute da Dio.

Sempre père Calmel parla, con accenti commossi, dei veri cristiani, dei cristiani secondo la Tradizione, che custodiscono la fede amando immensamente la Chiesa:



Questi cristiani, che custodiscono la Tradizione senza nulla concedere alla rivoluzione, desiderano ardentemente, per essere pienamente figli della Chiesa, che la loro fedeltà sia penetrata di umiltà e di fervore; non amano né il settarismo, né l’ostentazione. Al loro posto, che è modesto e a stento tollerato, cercano di custodire ciò che la Chiesa ha trasmesso loro, ben sicuri che essa non lo ha revocato, e si sforzano, nel custodirlo, di salvaguardare lo spirito di ciò che custodiscono” (R. T. Calmel, op. cit., pag. 101).

Preghiamo carissimi, perché in noi aumenti l’amore alla Chiesa una e visibile, quanto più diventano violente le ondate dell'apostasia.


(c) Radicati nella Fede

mercoledì 16 settembre 2015

La Chiesa ribaltata. Presentazione del libro di E.M. Radaelli a Seregno

La Chiesa ribaltata (Gondolin, Trento 2014), ultimo libro del Professor Enrico Maria Radaelli, costiuisce un importante strumento di orientamento in mezzo alla preoccupante corruzione dei dogmi cattolici e all'oblivione della Tradizione della Chiesa durante l'attuale pontificato.
Il libro sarà presentato, su iniziativa del Circolo Culturale Cardinal John Henry Newman di Seregno, venerdì 25 settembre alle ore 21 presso la Sala comunale Mons. Luigi Gandini in via XXIV Maggio a Seregno.
Sono stati invitati a introdurre alla lettura delle pagine di Radaelli don Marino Neri, già in più occasioni ospite del Circolo J.H. Newman, e il Professor Giovanni Turco, Filosofo del Diritto dell'Università di Udine. Sarà presente il Presidente del Circolo Andrea Sandri. Pubblichiamo qui di seguito una recensione di Piero Vassallo

***
La Chiesa ribaltata

Allievo del grande Romano Amerio e lucido interprete e continuatore della sua opera, Enrico Maria Radaelli è uno fra i più efficaci, equilibrati e condivisibili oppositori al novismo, in libera, squillante, applaudita ma confusionaria e avventurosa circolazione nelle squillanti chiacchiere dei teologi postconciliari, nel linguaggio di legno dei predicatori trans-religiosi e perfino nelle incontrollate e irruenti esternazioni private di Papa Francesco.
Nel recente robusto saggio "La Chiesa ribaltata" edito in Trento da Gondolin (www.edizionigondolin.com) e presentato da una puntuale nota dell'autorevole mons. Antonio Livi, Radaelli conferma la sua attitudine ad aggredire e confutare l'errore diffuso dai tifosi sparlanti nelle subdole curve del Vaticano II, senza venire meno al rispetto, che i fedeli debbono alla somma autorità ecclesiastica, quantunque essa si comporti in maniera curiosa e talora imbarazzante.
La critica all'invasiva teologia in circolo nella Chiesa d'oggi è, infatti, sviluppata da Radaelli entro i limiti tradizionali, segnati da San Roberto Bellarmino (1542-1621), il Dottore della Chiesa che ha affermato la liceità della resistenza all'errore professato da un Pontefice mentre ha negato la liceità e addirittura la pensabilità della sua deposizione da parte dei fedeli: "Come è lecito resistere al pontefice che attacca il corpo, così anche è lecito resistergli se attacca le anime e distrugge l'ordine civile o, sopra tutto, se tenta distruggere la Chiesa. Dico che è lecito resistergli attraverso il non fare ciò che ordina e l'impedire l'esecuzione della sua volontà, Non è lecito, tuttavia giudicarlo [in un processo] punirlo o deporlo, perché questi sono atti di un superiore". Superiorità che, nella Chiesa militante, appartiene unicamente al papa.
La tradizionale impostazione del giudizio sulla crisi in atto è apprezzata da mons. Livi, il quale, nella prefazione al testo in oggetto, dopo aver rammentato che un totale ribaltamento della Chiesa "non è non sarà mai la fine della storia", afferma risolutamente che il fedele consapevole che "qualcosa di tragicamente negativo per il bonumcommune dei credenti in Cristo sta succedendo ... sente il dovere di adoperarsi, come fa Radaelli, per contestare con argomentazioni valide e solide il messaggio che, grazie a papa Francesco, si stia finalmente attuando una radicale riforma della Chiesa che porterà a non condannare più alcun errore dottrinale o pratico e a considerare buone e giuste tutte le opzioni esistenti, compresa l'irreligiosità e l'ateismo".
L'indefettibilità della Chiesa cattolica, dunque, è fuori discussione. Non può essere invece taciuta la presenza deldisordine dottrinale, che tormenta il pensiero cattolico e sfiora addirittura la mente del sommo pontefice, suggerendo allarmanti concessioni all'errore, ad esempio all'ateismo vissuto in retta coscienza (o retta tracotanza/ultracogitanza?) e calato nella modesta statura del giornalista post-moderno Eugenio Scalfari.
Livi denuncia "la progressiva de-dogmatizzazione della pastorale, che sta contribuendo a consolidare quella dittatura del relativismo della quale invano Benedetto XVI aveva invitato i credenti alla resistenza", Radaelli denuncia addirittura la de-ellenizzazione della sapienza cristiana e dimostra che la teologia conciliare e post-conciliare è avvelenata dal progetto, a suo tempo formulato dai modernisti, di riportare la dottrina cristiana alla (presunta) avversione alla filosofia professata dalle comunità cristiane delle origini.
A ben vedere le avanguardie della teologia post-conciliare hanno sorpassato l'avversione modernistica alla retta ragione - ai preambula fidei - per gettarsi a capofitto in quel delirio sessantottino secondo cui (parola incendiaria e sconsiderata di Herbert Marcuse) il principio di identità e non contraddizione è il preambolo all'orrore nazista.
L'inesistenza di un primitivo disegno inteso alla de-ellenizzazione del Cristianesimo, ad ogni modo, è visibile nel primo volume degli Stromata, in cui Clemente Alessandrino (150-215) afferma: "la filosofia greca con il suo apparato non rende più forte la verità, ma siccome rende impotente l'attacco della sofistica e disarma gli attacchi proditori contro la verità la si è chiamata con ragione siepe e muro di cinta della vigna".
La dignità della ragione, in età moderna minacciata dalle elucubrazioni dei sedicenti illuminati, è coerentemente e legittimamente riaffermata dal Concilio Vaticano I: "la fede suppone e perfeziona la ragione anche se la fede è sopra la ragione non vi potrà mai essere una vera divergenza tra fede e ragione poiché lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione: questo Dio non potrebbe negare se stesso né il vero contraddire il vero" ("Dei Filius", IV).
Alla vigilia della rivoluzione francofortese, Pio XII, il papa refrattario all'irenismo, ha pubblicato l'Enciclica "Humani generis" per suggerire lo studio delle opere degli erranti (evoluzionisti, esistenzialisti, storicisti, nichilisti) "perché le malattie non si possono curare se prima non sono conosciute".
La fede separata o addirittura opposta alla ragione rende il fedele incapace di valutare la fragilità degli errori che circolano nella desolazione moderna e di resistere al fascino oscuro emanato dalla loro decrepitezza.
Privata del sussidio delle verità di ragione la fede cattolica si intenerisce e addolcendosi avanza fino al punto in cui si ode, nel borbottio crepuscolare/leopardiano di un qualunque Scalfari, il ruggito che mette in fuga il pensiero di San Tommaso d'Aquino.
Si scambia una siepe nana per un tenebrosa foresta. Di qui le infantili paure, i grotteschi inchini, le comiche giravolte, le prediche sgangherate e le servili lodi all'indirizzo degli apostati sepolti nel cimitero delle catastrofiche e disgraziate rivoluzioni.
Infine lo sguinzagliamento dei teologi conformisti, incapaci di vedere il tracollo, l'obitus marcionita del moderno e perciò intesi a vantare la presenza di Hegel nei loro arruffati pensieri.
Con ragione Radaelli sostiene che stiamo assistendo a una guerra "alla cose per quello che sono, la guerra tipicamente sudamericana dell'uomo Jorge Mario Bergoglio ben prima di essere chiamato al Sacro Soglio: pseudo-francescanesimo, semplificazione, informalità, velocità, sono tutti obiettivi che van visti alla luce di una prospettiva terzomondista, alla luce di una destrutturazione della complessità metafisica dell'essere, come la intuisce Martin Mosebach col suo libro, straordinario fin nel titolo, "L'eresia dell'informe".
L'intenzione dei combattenti contro la metafisica è nascosta sotto il mantello di un'untuosa e incappucciata fedeltà. Al proposito Radaelli rammenta che "il Bonaiuti, modernista lungimirante, diceva 'Non contro Roma né senza Roma, ma con Roma e in Roma. Se davvero vogliono conquistare l'inespugnabile Trono, Modernismo e Liberalismo debbono aggirare le difese naturali della sacra Città, devono sapersi infiltrare oltre le muraglie".
Effetto dell'infiltrazione suggerita da Bonaiuti e attuata dai suo uditori è il cristianesimo di pancia, predicato da papa Francesco, una novità di cui Radaelli descrive le cinque componenti: la grandiosa, felice e totale riforma della Chiesa, la conclusiva e fedele attuazione del Concilio Vaticano II.
Radaelli di seguito analizza i contenuti dell'enciclica "Lumen Fidei", scritta da Benedetto XVI e firmata da Francesco. Il suo giudizio è devastante: "Colpisce in questa Lettera enciclica sulla fede, l'assenza totale della parola dogma, di un concetto, cioè, ormai bandito dalla Chiesa da tempo: esattamente da cinquant'anni. Nella Humani generis, per esempio, essa compare sette volte e altre tre in parole derivate, e nella Pascendi Dominicis gregis diciassette volte più cinque in derivate".
Quando si pensa che dogma significa decreto emanato dall'autorità religiosa per definire un principio fondamentale non è difficile misurare l'allarmante vastità della confusione che si è introdotta nella Chiesa cattolica a causa della teologia soggiacente ai documenti del Concilio Vaticano II.
L'autore dell'Enciclica in questione, d'altra parte riconosce che la fede viene dall'ascolto (Fides ex auditu, Rm. 10,17) ma tace sul fatto che "ex auditu" è espressione che porta a un verbum, a una parola, a una testimonianza, a una dottrina, dunque a una verità, al dogma e senza l'udito non si ha e non si può avere nulla".
Infine Radaelli definisce la grande magagna che discende dalla guerra che il buonismo ha dichiarato alla metafisica: "camminare verso forme comuni di annuncio e pure speditamente. Noi e gli eretici, la verità e la fandonia, il reale col mito e la fantasia, il Cielo e Belial. Ma: che rapporto c'è tra il fedele e l'infedele? (2 Cor., 6.25). Nei termini tomasiani la risposta è: nessuno". Questo induce a sospettare che la Chiesa governata da papa Francesco corre in direzione di Nessuno.)


Piero Vassallo


(c ) pierovassallo.blogspot.it

domenica 2 agosto 2015

Riprovazione della Laudato si'. Un commento del Professor Radaelli all'ultima enciclica di Francesco.


Riceviamo dal Professor Enrico Maria Radaelli, che ringraziamo per l'autorizzazione di pubblicarlo, un magistrale commento all'Enciclica di Francesco Laudato si'. Il Professor Radaelli ricorrendo alle categorie ameriane e ai solidi parametri ricavati dalle proprie opere e riflessioni sottopone a un vaglio tanto rigoroso quanto proficuo le pagine di una "Lettera enciclica  più lunga di tutto il Nuovo Testamento messo insieme". 

Piero di Cosimo - Vulcano ed Eolo maestri dell'umanità (1500-1505 ca.)


COMMENTO ALL'ENCICLICA LAUDATO SI'

IL PROBLEMA DELL’UOMO È IL PROBLEMA DELL’ADORAZIONE E TUTTO IL RESTO È FATTO PER PORTARVI LUCE E SOSTANZA.

Così scriveva Romano Amerio nel giugno 1926 in Di un bisogno dei contemporanei (Pagine nostre, periodico della diocesi di Lugano), ventunenne studente alla Cattolica di Milano.

È invece forse cambiato, “il problema dell’uomo”, in questi quasi cento anni da quel lontano giugno di fresche, assolutistiche e specialmente molto veridiche scoperte ameriane?
Oggi, giugno 2015, Papa Bergoglio ha immerso la Chiesa in una Lettera enciclica che asserisce urbi et orbi essere il problema dell’uomo tutto tranne quello dell’adorazione. La Laudato si’ è la più esemplare cartina di tornasole dello stato della civiltà occidentale oggi: una civiltà tutta post cristiana.
Infatti: le chiese di tutto il mondo ormai da decenni si stanno svuotando di giorno in giorno di milioni di fedeli. E dove vanno questi milioni di fedeli gioiosamente apostati? Non vanno solo a zonzo qua e là, quasi senza sapere dove andare, ma vanno in un luogo preciso, in un dirupo, in un abisso scosceso e senza fondo, che loro credono di vedere come un luogo ameno e solatio, il luogo dei piaceri e dei canti: vanno a ingrossare, spensierati e felici, le fila del liberalismo, dell’agnosticismo, dell’ateismo militante, che permette loro di fare finalmente quel che vogliono, una pacchia. E nei pochi che restano nella Chiesa il sentimento religioso, intanto, si immiserisce nell’abitudinarietà, nella pochezza spirituale, nella caduta del timor di Dio, tutta colpa, queste tre infinite miserie, della perdita di apprezzamento e di venerazione del dogma (la liturgia nasce dal dogma), sovrastato e ormai come cancellato dalla terra della Chiesa.

È la “Guerra delle forme”, o “delle due forme”: la forma dogmatica contro la pastorale, la forma pastorale contro la dogmatica. Guerra che tutti combattono e di cui nessuno parla o vuol parlare: da cinquant’anni i Pastori della Chiesa si procurano in tutti i modi di vessare il magistero dogmatico così da anteporgli con ogni mezzo, fondamentalmente con argomentazioni che in giurisprudenza cadrebbero sotto il nome di ‘falso ideologico’, il magistero pastorale, il quale però è un magistero a metà, è un magistero che vive e respira solo se dietro e tutt’intorno a lui è presente e gli dà aria il magistero dogmatico, e oggi, essendo tutti obnubilati da tali devianti registri (v., di chi scrive, Che cosa può cambiare e che cosa non può cambiare nella Chiesa, in Dogma e Pastorale. L’ermeneutica della Chiesa dal Vaticano II al Sinodo sulla famiglia, a cura di Antonio Livi, Leonardo da Vinci, Roma 2015, pp. 71, 103-6, 112, 139), non si trova un Pastore che sia uno che osi eccepire su religiosità, convenienza, e, specialmente, correttezza dottrinale della Laudato si’. Ciò che si vedrà qui.
    
Mettiamola pure così: la natalità di nazioni feconde come Italia, Francia e Germania è precipitata, superando persino il cosiddetto “punto di non ritorno”, e – ancor più grave – di ciò nessuno se ne occupa e preoccupa, pur se personalità come Ettore Gotti Tedeschi da anni fanno notare che tutta l’economia e il benessere sociale delle nazioni sono al traino della loro natalità. La quale natalità però, a sua volta, è al traino della religione, perché è solo in virtù della fede che l’uomo sa ritrovare i mezzi per vincere il proprio egoismo, sa prendere in mano responsabilmente il proprio dovere di generare a Dio altri figli nella fede, sa dare loro i mezzi per vivere adorandolo, così portando « luce e sostanza » a questo altissimo fine ultimo, solo per il quale l’uomo è stato creato e non adempiendo il quale l’uomo da se stesso si danna in eterno.
La situazione, insomma, è tale da poter affermare con certezza e senza ombra di dubbio che davvero “il punto di non ritorno”, se vogliamo chiamarlo così, tanto sognato dai liberali quanto ritenuto impossibile – e a ragione – dai cattolici, sarebbe arrivato anche per la cristianità. “Punto di non ritorno” che peraltro la cristianità, coll’indizione in forma meramente pastorale del concilio Vaticano II, si è accuratamente cercato, si è pervicacemente voluto. È proprio con quell’apertura che la forma pastorale attaccò tanto pesantemente quanto inaspettatamente la forma dogmatica, dando inizio a quella devastante “Guerra delle forme” che porterà in pochi decenni alla scomparsa della Chiesa dalla scena culturale di tutto il mondo occidentale e alla scristianizzazione pressoché totale che si diceva della civiltà.

Ma mentre le nazioni fino a ieri cristiane possono ora sbandierare felicemente un’almeno apparente vittoria del Liberalismo sul Veritarismo proclamando la fine della cristianità, rimpiazzata in ogni ramo del sapere dal pensiero anticattolico, la civiltà laicista, agnostica e atea che ne ha preso momentaneamente il posto con prepotente, melliflua, ma inarrestabile e smisurata violenza culturale, è giunta ormai quasi al suo prefissato e ben studiato traguardo, e la dimostrazione di ciò la si ha in particolare nelle arti: nell’arte propriamente detta, ma poi specialmente nella letteratura, nel cinema, nella tv, nelle pagine culturali dei giornali, nel modo stesso con cui si danno ormai oggi le notizie: è evidente a tutti l’invasione capillare e incontrastata dell’ambienza liberale, del nuovo e tutto antropocentrico clima culturale regnante su popoli e nazioni, che – pare – in tal modo finalmente possono ben vivere e prosperare non solo, come si diceva ai tempi di Spinoza, etsi Deus non daretur, “come se Dio non esistesse”, ma di più: velut si Deus homo ipse esset, “come se Dio fosse lo stesso uomo” (che è il pensiero più senza senso che un uomo possa avere), infatti ciascun uomo è oggi ormai Dio a se stesso.
Tale è il Liberalismo.
E che il Papa sia, come quelli dicono, “dalla nostra”, proprio questa purtroppo in nulla francescana Lettera circolare Laudato si’ ben lo dimostra. 
                         
1. I FATTI.

19 giugno 2015. Esce la seconda Lettera enciclica di Papa Francesco, che poi in realtà, essendo stata la Lumen Fidei concepita e scritta fondamentalmente da Papa Ratzinger, è la sua prima.
Essa, fin dal titolo, Laudato si’, oltre che per il tema, vorrebbe essere improntata, come può immaginarsi, a colui che dovrebbe essere il suo ispiratore ideale, san Francesco d’Assisi. Ma non lo è: è una Lettera tecnico-politica, non religiosa, che si muove su un terreno tecnico-politico, non religioso, dove il fine ultimo, l’obiettivo da perseguire è tecnico-politico, non religioso: « Affermiamo – dice al n. 127 – che “l’uomo è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale" (Gaudium et Spes, 63) ». L’uomo. Non Dio. Possibile? 
Ancora una volta c’è da avanzare forti riserve sulla reale consistenza del legame cui Papa Francesco tanto tiene col sublime Serafico: c’è da chiedersi se p. es. quest’ultimo avrebbe mai concluso un’Enciclica non con una, ma con due preghiere, nessuna delle quali però “giusta”: una che dovrebbe essere pregata da un certo gruppo di credenti, l’altra da un altro: la prima da un gruppo al 100% inclusivista, irenico e quanto mai impregnato del falso e fuorviante “spirito d’Assisi” di woytjliana memoria, che si rivolge a un generico e imprecisato “dio” pregato dall’insieme di tutti i credenti di tutte le religioni del mondo quali che siano; l’altra da un secondo gruppo, e questo, nella mente del Papa, più esclusivista, diciamo quasi esclusivista, se non fosse anch’esso ecumenico, cioè pancristiano, formato da cattolici, luterani, evangelici, anglicani eccetera, cioè e da cattolici e da eretici.
Ma – direbbe san Francesco, quello santo, esclusivista e strettamente cattolico e trinitario –, una preghiera da far dire ai soli cattolici, no? “Per soli cattolici”: che poi sarebbero gli unici a seguire la verità, dunque ad adorare Dio, dunque gli unici di cui Dio ascolterebbe la preghiera. Ma questo concetto si è perso da tempo, non lo crede più nessuno.

domenica 21 giugno 2015

Il ramadan e la "maison commune". La teologia di Monsignor Benoît Rivière

Riportiamo qui di seguito la lettera che Monsignor Benoît Rivière, vescovo di Autun, Chalon e Mâcon, nonché Abate di Cluny, ha scritto ai musulmani residenti nella sua Diocesi. L'"incoraggiamento alla preghiera" rivolto agli eretici da parte di un vescovo e l'indicazione del ramadan come di un "tempo privilegiato consacrato a Dio" rappresentano ormai il cliché di una pastorale, e di una teologia, apertamente anti-trinitaria praticata ostentatamente in molte Diocesi. La novità nella lettera di Monsignor Revière è la sollecitudine con cui si coniuga l'ideologia ecumenica con la "salvaguardia della casa comune" sostenuta da Francesco nell'enciclica "Laudato si". Nella visione del vescovo francese si profila una neutralizzazione che attende di realizzarsi nella prossima stazione del disvelamento storico ("l’umanité entière" nella "maison commune"), e una distinzione attuale tra l'umanità intera e "nous croyants", cristiani e musulmani, portatori di una rivelazione e di un credo comune ("création par Dieu"). Attualmente cristiani e musulmani, i "credenti", hanno una maggior consapevolezza della casa comune, una consapevolezza che sarà, e in parte già è, dell'intera umanità. In realtà, mentre la storia del mondo fluisce verso la parusia dell'anticristo, la storia della Chiesa è "già e non ancora" nella Parusia di Cristo. Ogni ecumenismo e ogni neutralizzazione dell'immagine di Cristo e della fede nella Trinità costituisce in fondo il tentativo di sostituire la "maison commune" all'"ecclesia". Con le conseguenze che un vescovo cattolico dovrebbe conoscere e riconoscere.

« Chers amis,

En ce début de Ramadan qui commence pour vos communautés de Saône-et-Loire, c’est avec beaucoup d’amitié et de respect que je vous écris aujourd’hui ce message d’encouragement et de prière.

Je souhaite que chaque musulman et chaque musulmane puissent vivre ce temps privilégié consacré à Dieu dans la sérénité personnelle et la joie de se retrouver ensemble.

Avec vous, frères musulmans, nous dialoguons régulièrement, sur les questions pressantes qui se posent à notre société. La violence, le racisme, nous les condamnons sans cesse, ensemble. La protection des faibles, le soutien aux plus démunis, l’accueil de l’étranger, nous les portons, ensemble.

Au lendemain de la parution de la Lettre encyclique du Pape François sur l’écologie, la solidarité universelle pour la protection de la terre constitue un appel urgent qui concerne l’humanité entière. Pour nous, croyants, nous voyons dans la nature ce surcroît de sens lié à sa création par Dieu. Cette préoccupation de « sauvegarde de la maison commune », nous la partageons donc aussi, ensemble.

Vous allez vivre un mois pour Dieu et pour votre communauté : que ces jours constituent, pour chacun de vous, ressourcement spirituel et approfondissement de foi.

Que la paix soit avec vous.

Je vous renouvelle mes salutations les plus fraternelles.

sabato 20 giugno 2015

Podemos. Ciò che il nuovo corso poté fare per distruggere le nazioni cristiane

Nel 2005 il Presidente del Governo spagnolo Zapatero fece approvare con legge dalle Cortes il "matrimonio omosessuale" e modificare l'art. 44 del Codigo civil che prevedeva espressamente l'"uomo e la donna" come contraenti del matrimonio, seguirono l'allargamento del "diritto di adozione" alle copie dello stesso sesso e la liberalizzazione della fecondazione assistita. La caduta della Spagna fu il primo frutto maturo raccolto dalle forze anticristiane e fatto girare come trofeo in tutto il mondo. Da quel momento uno dopo l'atro apostatarono dalla fede e dall'ordine naturale molti stati rappresentanti nazioni cattoliche, la Repubblica portoghese (2010), la Repubblica Federale Argentina (2010), la Repubblica francese (2012), la Repubblica Federale del Brasile (2013), la Repubblica Orientale dell'Uruguay (2013), la Repubblica di Malta (2014), la Repubblica Slovena (2015), il Granducato di Lussemburgo (2015), la Repubblica d'Irlanda che ha scelto i "matrimoni omosessuali" tramite referendum (2015). Anche se forse non in tutti questi casi l'apostasia degli stati è stata anche apostasia delle nazioni, è certo che in nessun luogo si sono registrate resistenze efficaci al sovvertimento (come non ci furono ai tempi delle legislazioni divorziste e abortiste). In realtà la causa più evidente del crollo del cattolicesimo in paesi nei quali l'alleanza fra popolo e clero cattolico era servita fino a pochi anni prima a tener testa alle tentazioni del laicismo e alle sue violenze, non può non cogliersi nella defezione della gerarchia cattolica che, quando non si è dimostrata del tutto immunodeficiente alla malattia (vedi qui), ha trovato una propria dimensione pastorale nel suo espandersi (vedi qui ). In fondo a tutto c'è una nuova costituzione della fede e della Chiesa che da più quarant'anni è entrata in concorrenza con la Tradizione e che pretende obbedienza da parte di Papi, Cardinali, Vescovi, clero e fedeli, generando schizofrenia nel magistero, confusione nei popoli e generale apostasia. Riportiamo qui, tratto dalla storia spagnola, un episodio iniziale ed emblematico di questo nefasto operare della gerarchia ecclesiale in mezzo alle nazioni cattoliche. .

Purtroppo, come fu per molti milanesi formati quasi sempre alla “scuola del Manzoni”, Paolo VI non conosceva né comprendeva la Spagna; anzi, in un certo senso la detestava, ritenendo in particolar modo la Spagna di Franco – già ripudiata dal suo maestro Maritain fin dalla Guerra Civile – colpevole di concentrare in sé il peggio di queste terre. Già da cardinale aveva dimostrato un atteggiamento molto negativo contro la Spagna; da Papa, nel suo intento di “politicizzare” in modo flagrante, ingiusto ed unilaterale la Chiesa spagnola, causò un danno difficilmente valutabile. […]
Paolo VI, che era stato per tutta la sua vita un’attivista politico della Democrazia Cristiana, vi si ostinò anche da Pontefice e favorì quasi apertamente l’ala sinistra del gran partito cattolico, che sempre più affondava nello smarrimento e nella corruzione; e non riuscì ad evitare la crisi irreversibile di quel partito.
Nella “gestione spagnola” poi, interferì indebitamente mediante un criterio che a molti spagnoli sembrò più politico che pastorale. Nella sua ossessione antifranchista favorì, purtroppo per colpa del suo consigliere (l’Arcivescovo Giovani Benelli), quei Vescovi, sacerdoti e cattolici contrari al regime di Franco e non si fermò fino a riuscire, per mezzo di un nunzio nefasto come Mons. Luigi Dadaglio, a capovolgere la maggioranza della Conferenza episcopale in senso antifranchista.
Come abbiamo visto poco prima, il nunzio Dadaglio fu designato nel 1967 ed il leader eletto dalla Santa Sede per la “nuova tappa” della Chiesa spagnola fu Mons. Tarancón, acerrimo antifranchista fin dal Concilio, ma dotato di una vocazione politica opportunista più che di buon senso pastorale – basti guardare ad esempio in quali nefaste condizioni lasciò il Seminario di Toledo quando passò per quella diocesi.
Per concludere questo breve excursus, si può sostenere che il cambiamento iniziò quando Franco era ancora in vita, quando già all’epoca, per tramite di Tarancón, cominciò il distacco della Chiesa spagnola: fu appunto la Chiesa, fino a quel momento pilastro del regime, a favorire il passaggio alla futura democrazia.
Per riuscirvi, Tarancón e Dadaglio non indugiarono nel “politicizzare” la Chiesa di Spagna, che così entrò in un lungo periodo di decadenza sacerdotale e di molteplice confusione, con gravissima perdita di prestigio presso il popolo, un’emorragia dalla quale non si è ancora rimessa e forse mai più si rimetterà.

(brani tratti da RICARDO DE LA CIERVA, Historia esencial de la Iglesia Católica en el siglo XX, Fénix, 1997, nella traduzioni riportata in appendice a MANUEL GARRIDO BONAÑO O.S.B., Francisco Franco. Cristiano esemplare, Effedieffe 2014)

lunedì 11 maggio 2015

Il Cattolicesimo non è il “culto di un buddha vivente". L'attualità di un'intervista di Monsignor Ducaud Bourget sulla Tradizione cattolica

Monsignor François Ducaud Bourget, quando il 27 febbraio 1977 organizzò la presa della chiesa di Saint Nicolas du Chardonnet a Parigi per ottenere ai parigini un tempio (negato ostinatamente dal Cardinal Marty) nel quale potessero assistere alla Messa di sempre e pregare secondo le forme tradizionali della santa liturgia (vedi qui), era stato cappellano dell’Ordine di Malta e prelato d’onore di Pio XII. Partigiano decorato (si ricorda il suo contributo nel mettere in salvo molti ebrei perseguitati consentendo il loro passaggio in Spagna) e poeta laureato dell’Accademia di Francia, godeva di una reputazione ecclesiastica, civile e letteraria degna di grandi uomini francesi dei secoli passati. In un’intervista di cui riproduciamo video (vedi qui) e traduzione in italiano, nel 1976, un anno prima di quella presa eroica che fu un segnavia fondamentale nella lunga difesa della Tradizione cattolica in Francia e in Europa (la cui giustizia è stata implicitamente sancita dal Motu Proprio Summorum Pontificum), Monsignor Ducaud Bourget aveva assunto le difese di Monsignor Marcel Lefebvre colpito dalla sospensione a divinis comminatagli da Paolo VI per avere denunciato gli errori conciliari.
In un momento drammatico il vecchio prelato francese esprime con estrema chiarezza e in poche battute la dottrina cattolica del primato e dell’infallibilità del Pontefice, l’idea che il Papa è in tutto sottoposto alla Tradizione della Chiesa che costituisce un prius rispetto all’autorità infallibile di dichiararla e di definirla. Il Cattolicesimo non può perciò essere ridotto al “culto di un buddha vivente, né a papolatria”.

Monsignore, si è ancora cattolici quando si disobbedisce in modo così palese al Papa?

Naturalmente sì, poiché il cattolicesimo non è un feticismo, il cattolicesimo non è il culto di un buddha vivente, né è papolatria, per nulla! È chiaro che il Papa è il superiore, il vicario di Gesù Cristo, ma il suo compito è quello di conservare la Tradizione data dalla Chiesa, perché la Chiesa esisteva prima del Papa.

Chi è cattolico in questa vicenda, Monsignor Lefebvre o il Papa?

Senza alcun dubbio Monsignor Lefebvre.

Quindi il Papa non è cattolico?

Questo riguarda lui, spetta a lui scegliere, ma una cosa è certa: obbedendogli non si obbedisce ad un cattolico. Un vero cattolico, un Papa cattolico, non può in coscienza, onestamente, interdire moralmente un sacerdote, un vescovo come Monsignor Lefebvre e dei giovani perfettamente onorabili.

Dunque in conclusione il Papa si comporta come se non fosse cattolico?

Esattamente, esattamente. Tutto qui

Oggi la Parrocchia di Saint Nicolas du Chardonnet continua a essere un punto di riferimento per i fedeli cattolici (vedi qui attività, orari e bollettino)

sabato 25 aprile 2015

Vita & Pensiero. Il declino secolarista di una libreria universitaria cattolica

Qui ormai è scomparso, o è stato nascosto, anche il Cristo che mostra il Sacro Cuore, patrono e protettore dell'Università Cattolica di Milano. Il Sacro Cuore che ancora veglia nelle aule, seppur rattristato da lezioni per nulla cattoliche di professori selezionati con i procedimenti laici dello stato italiano (atei, modernisti, filoislamici, giudaizzanti, semiprotestanti, marxisti, liberali, massoni improvvisamente trasformati in "cattolici" dalla semplice esibizione concordataria di un certificato di battesimo). Persino nel bar dell'università, ora restaurato in stile vagamente "California Bakery", resiste il Sacro Cuore di Gesù, ma nella dirimpettaia libreria Vita&Pensiero non sembra essercene più traccia e, se da qualche parte l’hanno appeso, è in esilio.

Vita&Pensiero è la casa editrice del più grande ateneo cattolico italiano. Vita&Pensiero sembra alludere al superamento della netta divisione cartesiana tra pensiero e realtà corporale, e all'originario (e presto naufragato) programma gemelliano di ricondurre finalmente la vita dei corpi a una sineresi che è partecipazione della stessa verità trinitaria. Il Sacro Cuore che, carnale e palpitante, rivela la profondità del Mistero trinitario è il vessillo più eloquente di questo programma originario, dell'università come della sua casa editrice e della sua libreria. Ma il Sacro Cuore è scomparso (nascosto? occultato?) e "vita" e "pensiero" ritornano a essere le disarticolate membra del "pensiero moderno".
Qualche tempo fa in un liceo statale romano fu data lettura pubblica di alcuni passaggi dell'ultima fatica letteraria della scrittrice omosessualista Melania Mazzucco Sei come sei (vedi qui una recensione). Le pagine furono giudicate pornografiche e scandalose da alcuni studenti e ne sortì una querelle, ampiamente ripresa dai media, che durò alcuni giorni. Fu il senso morale, prima ancora di un sensus fidei, di alcuni liceali (vedi qui). A Milano lo stesso libro contestato viene incontro in bella vista alla matricola di Largo Gemelli che potrà acquistarlo anche con un discreto sconto.

La stessa matricola che volesse approfondire le prospettive letterarie della Mazzucco, potrebbe acquistare anche Lei tanto amata, la biografia in chiave perfettamente omosessualista di Annemarie Schwarzenbach, stesso scaffale, stessa libreria, stesso sconto per lo studente.
Peccato che delle opere della zurighese Annemarie Schwarzenbach, che, nonostante le incertezze sessuali magnificate dai suoi falsi amici, fu una degna e interessante esponente della letteratura di viaggio del XX secolo (tra l'altro descrisse in maniera commossa e commovente il martirio degli Armeni e di alcuni sacerdoti cattolici in mezzo a loro per mano dei soldati turchi del tiranno massone Ataturk compuntamente omaggiato dal Vescovo di Roma che oggi condanna giustamente quel genocidio senza però fare il nome degli autori), non ci sia traccia alcuna nello scaffale "letteratura". Non mancano però il famoso Seminario sulla gioventù di Aldo Busi e Amore, Prozac e altre curiosità di Lucìa Etxebarrìa campionessa indiscussa dello zapaterismo letterario.

Non si tratta qui certamente di fare quello che non fecero i monaci medioevali e seppero fare benissimo i censori protestanti e puritani delle belle lettere; non si tratta di occultare Orazio, Catullo, Ovidio, Marziale, Alceo, Saffo, Aristotele, Platone. Neppure di sottrarre alla disponibilità degli studenti in una libreria universitaria cattolica i classici della filosofia moderna, a patto che ci siano professori ortodossi che ne espongano limiti, errori e pericoli. Ciò che veramente è inaccettabile non è l'esposizione in vetrina dell'ultima edizione critica di Also sprach Zarathustra, ma la corrività e correità con le tendenze del tempo o, peggio, con i vernissages televisivi e della rete. È questa infatti la sostanza del modernismo accademico e, in fondo, la causa principale della profonda crisi dell'Università Cattolica e dell'Università tout court. Si finisce così per far leggere agli studenti la Mazzuco invece di spiegare prudentemente il senso epocale dei pericolosi viaggi novecenteschi della Schwarzenbach. Questa distanza poteva essere la virtù e il carattere proprio di un'Università che si definisce cattolica.

Dagli scaffali di teologia scompaiono o si rarefanno allora Sant'Agostino, San Tommaso e i Padri della Chiesa (persino le orribili copertine arancioni di Città Nuova, che pur avevano il merito di attirare l'attenzione su Atanasio, Basilio, sui due Gregorio e molti altri scrittori antichi, non si vedono più) e al loro posto arrivano Non mollare. Consigli per affrontare la vita di don Mazzi e Una battaglia lunga una vita di Hans Küng (la prossimità delle due copertine ha l'indubbio vantaggio di rivelare una sorprendente somiglianza fra il padre spirituale di Mara Venier e il teologo di Tubinga).

Naturalmente la corrività (e correità) di Vita&Pensiero travalica i confini della teologia finendo per coinvolgere aspetti della vita pratica in prospettive tutt'altro che accademiche e men che meno cattoliche. Il "teologo" Vito Mancuso fa capolino anche negli scaffali di politica in coppia con un noto affabulatore anticristiano, Flores d'Arcais, tanto umile da credersi la reincarnazione di Celso e di Porfirio messi insieme.
Poco più in là tra gli scienziati il sorriso di Umberto Veronesi, lo stesso che ha rivelato al mondo che "il tumore è la prova della non esistenza di Dio" e che coniuga in un bislacco mélange pseudoscientifico l'elogio del veganismo con l'apologia della sodomia, suggerisce Siate sani . A pensar male si indovina: deve essere la triste alternativa laicista di un ben più sano: "Siate santi".

Ma il peggio, l'insinuazione dell'errore nelle anime innocenti, la corruzione della vera fede nella Trinità raccontata come una favola sta negli scaffali dei libri per bambini. Qui, accanto alle Regole raccontate ai bambini di Gherardo Colombo e di Marina Morpurgo (in copertina alcuni fanciulli in cerchio che apprendono gli insegnamenti del famoso pubblico ministero che vanta di avere il vizio della memoria e disapprendono la morale cattolica), l'opera di Roberta Lipparini Io credo come te. Poesie per una scuola senza pregiudizi. L'insinuazione sta già tutta nell'immagine di copertina nella quale bambini di ogni credo guardano nel cielo dove vola una colomba bianca (non manca una bimba velata, perché il messaggio sia chiaro). All'interno le illustrazioni di Arianna Operamolla sono accompagnate dai versi della Lipparini. Ci limitiamo a riportare qui di seguito la poesia L'ora di religione:

Mi piacerebbe la classe intera
a condividere qualcosa
una specie di preghiera
A cercare ciò che ci confonde,
a non temere quel che si nasconde
cogliere l'eco delle nostre parole
a sentire e capire
che non sono mai sole.
A credere insieme
con un unico suono
che attraversi la Terra
che sfiori ogni uomo.







venerdì 24 aprile 2015

Verbum Dei non est alligatum! I campioni della verità cristiana contro l’Anticristo

Contro la tentazione della disperazione nel caos dell’ora presente, un testo di Augustin Lémann, vecchio di oltre un secolo e meritoriamente riproposto dall’editore Effedieffe (A. Lémann, L’anticristo, Effedieffe 2014, pp. 109-118), ci offre inalterate le imperiture ragioni teologiche ed escatologiche della nostra speranza cristiana; sempre avendo presenti, come ammonisce Lémann stesso, l’incertezza dell’epoca della venuta dell’Anticristo e la proibizione di fissarla.

I

Quel che saranno questi campioni della fede, Sant’Agostino l’ha espresso in questo grido di ammirazione: «Che siamo noi in confronto dei santi e dei fedeli degli ultimi tempi, se per provarli, Iddio sbriglierà un nemico, contro il quale, quantunque incatenato, noi non possiamo lottare che con grandi pericoli?». Sant’Ippolito ha detto ancora: «Oh felici coloro che vinceranno un tal tiranno! Essi saranno, bisogna confessarlo, più illustri e più eroici dei loro antecessori» .
Quali saranno dunque questi eroi dell’avvenire?
Anzitutto la Chiesa medesima, la Chiesa militante, stretta nella sua gerarchia, coll’augusto suo Capo, coi vescovi, coi sacerdoti, coi religiosi, con tutti i suoi ministri. Nessun provvedimento, per quanto astuto ed oppressivo, avrà la potenza di chiuder loro la bocca. Quando il pellegrino, nella città dei Papi, visita la chiesa sotterranea di Santa Maria in Via Lata, un tempo prigione, vi legge, sentendosi commosso, cinque parola incise nei muri, riproduzione di quelle che, in quel medesimo luogo, l’apostolo San Paolo scrisse al suo discepolo Timoteo: «La parola di Dio non si incatena, Verbum Dei non est alligatum» .
Lo stesso apostolo San Paolo è stato la dimostrazione vivente di questo novello assioma. Libero, predica su quasi tutte le plaghe del mondo allora conosciuto; prigioniero, non cessa mai di predicare. La parola di Dio non si incatena! Dopo gli Apostoli, questo parole si son ripetute da tutti i membri della gerarchia cattolica. Esse vibravano ancora, e, son pochi anni, sulle labbra del venerando arcivescovo di Parigi, di sì dolce e cara memoria, il cardinal Guibert, allorché, ad una circolare ministeriale che aveva la pretesa di regolare gli ordini dei vescovi, egli dette questa calma e fiera risposta: «Signor ministro, non s’incatena la parola di un vescovo, come non s’incatena un raggio di sole» .
La parola di Dio non s’incatena! Queste parole saranno ancora, secondo l’atteggiamento che prenderà l’Anticristo, la risposta della Chiesa. La Chiesa rimarrà irremovibile nella missione affidatale dal suo divino Fondatore: «Andate ed istruite tutte le genti, insegnando loro di osservare tutto quello che io vi ho comandato. Ed ecco che io sono con voi tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli». Insegnare la verità cristiana, insegnarla a tutte le genti, insegnarla tutti i giorni, insegnarla sino alla consumazione dei secoli, tali sono il precetto e la profezia. Nulla potrà impedirne il compimento. E se i torrenti della persecuzione, ingrossando sempre più, cresceranno e cresceranno ancora, si vuol sapere che cosa avverrà della Chiesa?
A misura che le acque del diluvio crescevano, dice un testo misterioso del Genesi , l’arca, tranquilla sui suoi destini, saliva molto in alto da terra: «Elevaverunt arcam in sublime a terra» . Il sublime! Sì, ecco, per la Chiesa gli effetti delle persecuzioni. Essa giungeva al sublime e parlava da molto in alto, quando, al secolo di Giuliano l’Apostata, all’ingiunzione fattale di cessare da ogni insegnamento, rispondeva con voci che si chiamavano Anastasio, Gregorio di Nazianzo, Agostino, Giovanni Crisostomo!
La Chiesa giungerà ancora al sublime, quando, nella persecuzione dell’Anticristo, più formidabile di tutte quelle che avrà subito, seguiterà la sua missione con una fermezza già celebrata dalla parola magnifica del padre Lacordaire: «Potranno bene i prìncipi, tuonava un giorno l’illustre domenicano dal pulpito di Nostra Signora di Parigi, congregarsi per combattere le prerogative della Chiesa, bruttarle di nomi vituperevoli, affine di renderle odiose, potranno ben gridare, che è una potestà eccessiva, che manda in rovina gli Stati: noi li lasceremo dire, e continueremo a predicare la verità... Se ci manderanno in esilio, se ci cacceranno nelle prigioni, se ci incateneranno nelle miniere, noi faremo questo medesimo in esilio, in carcere, nelle miniere; se ci faranno partire da un regno, noi entreremo in un altro. Ma se ci cacciassero da tutti i luoghi, se la potestà dell’Anticristo venisse mai a distendersi per tutta quanta la terra, allora come fu già nel primo entrare della Chiesa, noi ripareremo nei sepolcri e nelle catacombe. Finalmente se ci venissero perseguitando anche in queste ultime stanze della miseria, se ci facessero salire il patibolo, in ogni cuore ben nato noi troveremo l’ultimo asilo, perché non avremo disperato della verità, della giustizia e della libertà del genere umano».

II

Il secondo campione della verità cristiana contro l’Anticristo sarà una falange di dottori suscitata da Dio in quei tempi di prova. Giammai i dottori, astri benefici, sono mancati alla Chiesa. Ma allora in modo tutto speciale questa falange di dottori riceverà, per la difesa e consolazione dei buoni, una maggiore intelligenza delle nostre sante Scritture. Il profeta Daniele ne ha dato l’annunzio in un altro passo del suo libro, egualmente consacrato alla persecuzione dell’Anticristo: «Gli empi, dice egli, opereranno empiamente, e nessuno degli empi capirà, ma gli scienziati capiranno» . Il che significa che mentre gli empi, accecati, compiranno le ultime profezie, come un tempo i giudei, senza comprenderle, i dottori della Chiesa, rischiarati da nuovi lumi e penetrando i passi più oscuri di queste profezie, vi troveranno la spiegazione degli avvenimenti di quest’epoca, e, premunendo i fedeli contro gli artifizi dell’Anticristo, li manterranno nella fermezza e nella confidenza, nella fedeltà alla Chiesa e ai suoi divini insegnamenti, anche a costo della vita. Sotto la parola infuocata dei dottori della verità, l’insegnamento cristiano, per quanto perseguitato e battuto possa essere, brillerà ancora di tale splendore, e tanti gli dovranno la loro perseveranza, che lo stesso profeta Daniele, in una descrizione sommaria della vita futura, tracciata in un modo rapido, fa eccezione di questi dottori degli ultimi tempi; egli si ferma dinanzi a loro e mostrandoli a dito: «Costoro, egli dice, che avranno insegnato a molti la giustizia, rifulgeranno come stelle per la intera eternità».

III

Il terzo campione della verità cristiana contro l’Anticristo sarà il popolo cristiano, rimasto fedele. Non fu così presso il popolo giudaico al tempo della persecuzione di Antioco? «Il popolo che conosce il suo Dio, si terrà fermo ed agirà» . Il popolo che conosce il suo Dio! Al contrario degli apostati vi sarà dunque un popolo di fedeli, e questo popolo di fedeli si mostrerà altamente, energicamente attaccato alla legge.
«Crediamo, dice Sant’Agostino, che né le conversioni, né le apostasie mancheranno alla Chiesa; ma i genitori per far battezzare i loro figliuoli, ed i neofiti, spiegheranno tanta forza, che trionferanno del demonio scatenato; e tutte le astuzie più perfide, gli sforzi più violenti saranno inutili contro la loro saggia vigilanza e la loro irremovibile fermezza... Perché, convien confessarlo, se la carità di moltissimi si raffredderà vedendo l’iniquità trionfante, e se il demonio, libero dalle sue catene, riuscirà con persecuzioni inaudite, con astuzie fin allora sconosciute, a far cader molti che non sono scritti nel libro della vita: bisogna credere ancora che non solamente i fedeli i quali usciranno vittoriosi dalla prova di quel tempo, ma anche molti infedeli, aiutati dalla grazia di Dio e dalla meditazione delle Scritture, che predicono la fine dei tempi di cui sentiranno l’avvicinarsi, troveranno allora più fermezza per credere a ciò che non credevano, e più forza per vincere il demonio scatenato».
Ma ecco la meraviglia. La profezia di Daniele aggiunge: «E i dottori del Popolo illumineranno molta gente, e correranno incontro alla spada, e alle fiamme, e alla schiavitù, e allo spogliamento delle sostanze per molti giorni» . E’ notevole l’espressione: i dottori del popolo ! Ma che! Questo titolo di dottori, fatto notare dal profeta, non è riservato nella Chiesa? Non è il titolo delle intelligenze privilegiate che han consumato le loro veglie nell’acquisto, spesso arduo, della verità? Non dice: i dottori della Chiesa, ma i dottori del popolo! ... Ammiriamo le delicatezze divine: Questo titolo di dottore, giusta ricompensa dell’ingegno unito al lavoro, lo Spirito Santo lo attribuisce egualmente, e con infinita giustizia, a poveri popolani che la grandezza della loro fede ha trasformati in apostoli. Chi non ha incontrato sulla sua strada questi dottori del popolo? Qualche oscuro operaio, un umile servitore, anche dei bambini. Cadevano dalle loro labbra come fasci di luce, era l’amore che li faceva sgorgare, l’amore che vede assai lontano, spesso più lontano dell’intelligenza. Attorno alla culla della sua fede, la nostra città di Lione ha inteso questi dottori del popolo , e poi, nella sua riconoscenza, non ha più separato l’umile Blandina dal gran santo Ireneo!
Cosi avverrà eziandio con quei dottori del popolo nei quali la Chiesa negli ultimi tempi riscontrerà una delle sue principali forze, per tener testa all’Anticristo. Apostoli intrepidi delle verità cristiane, le faranno risuonare nelle officine, nelle botteghe, nei trivî e per le campagne. Anche l’Anticristo li avrà in odio, riguardandoli come uno dei più grandi ostacoli allo stabilimento del suo regno tirannico. Li perseguiterà ferocemente. Gli uni cadranno sotto la spada, altri per le fiamme e la schiavitù e per lo spogliamento delle sostanze per molti giorni. Qual sarà il numero di questi figli del popolo dottori insieme e martiri? ... Il Signore se n’è riserbato il segreto. Ma per quanto vasto possa essere il campo dei loro combattimenti, salutiamoli sin da ora: i figli del popolo vi cadranno per la causa di Cristo e delle sue verità!

IV

Tre campioni sono già passati sotto la nostra rassegna: la Chiesa, i dottori, il popolo fedele. Resta un quarto campione, riservato come soccorso straordinario, e di cui non si può parlare senza una certa riserva, per il mistero che lo circonda: è questo il ritorno e la predicazione simultanea d’Enoch e di Elia, designati probabilmente nell’ Apocalisse sotto nome di due testimoni.
Ecco ciò che se ne può dire, secondo la Tradizione e la Scrittura:
a) E’ certo che Enoch ed Elia non sono morti, essendo Enoch, come dice San Paolo, stato trasportato perché non vedesse la morte, ed Elia essendo salito al cielo sopra un cocchio e con cavalli di fuoco. Tutti i Padri sono concordi su questo punto.
b) E’ ugualmente certo che, tenuti in riserbo in un luogo conosciuto da Dio solo, Enoch ed Elia devono ritornare a predicare in mezzo agli uomini. Elia deve infatti ritornare e riordinerà tutte le cose, ha detto lo stesso nostro Signore; ed il libro dell’ Ecclesiastico , afferma di Enoch: «che egli fu trasportato nel paradiso per predicare alle genti la penitenza» . Anche il Bellarmino ha potuto concludere: «Negare la venuta futura e personale d’Elia, è un’eresia o un errore che si avvicina all’eresia» . Ed il Bossuet, non meno affermativo, scrive: «Bisogna essere più che temerari per rigettare la tradizione d’Enoch e di Elia alla fine dei secoli» .
Sono dunque certe queste due cose: la vita sempre permanente di Enoch e di Elia, e il ritorno dell’uno e dell’altro in mezzo agli uomini, per predicarvi la penitenza e ravvivare la fede. Ma quando avverrà precisamente questo ritorno?
E’ questa la riserva di cui parliamo e che è tuttora comandata. Ciò non ostante quasi tutta la Tradizione cattolica è concorde nel fissare questo ritorno al tempo dell’Anticristo, e nel riconoscere Enoch ed Elia nei due famosi testimoni dell’Apocalisse, ai quali toccherà la invidiabile e gloriosa missione di combattere a faccia il figlio di perdizione . Ecco il celebre passo dell’Apocalisse:
«E io darò missione ai miei due testimoni che per milleduecentosessanta giorni profetino vestiti di sacco. Questi sono i due ulivi, e i due candelieri posti davanti al Signore della terra. E se alcuno vorrà offenderli, uscirà fuoco dalle loro bocche, che divorerà i lor nemici; imperocché in tal guisa fa d’uopo che sia ucciso chi vorrà far loro alcun male. Questi hanno potestà di chiudere il cielo, sicché non piova nel tempo del lor profetare; e hanno potestà sopra le acque, per cangiarle in sangue e di percuoter la terra con qualunque piaga, ogni volta che vogliano. Finita poi che abbiano di rendere testimonianza, la Bestia, che vien su dall’abisso, muoverà ad essi guerra e li supererà e li ucciderà».
E chiarissimo che l’Apocalisse, in questo passo, parla di due testimoni, predicatori in mezzo agli uomini ed antagonisti della Bestia, antagonisti dall’Anticristo: perché, fedele alla trama del mistero che va dalla prima all’ultima pagina, l’Apocalisse non nomina espressamente questi due testimoni, designandoli quanto basta; qui ancora si impone l’obbligo della riserva.
Ma, giova ripeterlo, la Tradizione cattolica quasi tutta intera si accorda a nominarli, e, colla sua gran voce, grida: i due testimoni, antagonisti dell’Anticristo, saranno Enoch ed Elia. La brevità di questo lavoro non ci permette di qui riferire i monumenti della Tradizione: ma i grandi commentatori biblici, come Cornelio a Lapide ed Estio, li hanno a disposizione dei nostri lettori e, come seguito delle testimonianze citate, essi possono leggere le seguenti righe: «Che Enoch ed Elia siano ancora vivi, e che debbano l’uno e l’altro, prima del giudizio, predicare contro l’Anticristo, rilevasi dall’antica tradizione della Chiese, a cui la maggior parte dei Padri rendono testimonianza: Vetus est Ecclesiam traditio, cujus plerique Patres etiam meminerunt» .
E prima di Estio e di Cornelio, San Tommaso aveva già scritto: «Enoch è stato trasportato in un paradiso terrestre, dove la credenza lo fa vivere insieme ad Elia sino alla venuta dell’Anticristo» .
I due grandi testimoni del Vangelo, al tempo dell’Anticristo, saranno dunque, tutto ci autorizza a crederlo, Enoch ed Elia: inviati, uno ai cristiani prevaricatori, per correggerli; l’altro ai giudei increduli per richiamarli. A quello toccheranno più particolarmente le nazioni; a questo i superstiti di Giacobbe; ma a tutti e due la predicazione del Vangelo; ad ambedue la difesa della verità cristiana. Ed allora sotto il tonare di queste due voci dominanti il mugghio della tempesta, quale spettacolo degno degli sguardi del cielo! Non è più solamente la Chiesa, coi suoi ministri, i suoi dottori, i suoi fedeli, che fa risuonare il Credo delle verità cristiane, sono ancora i secoli del passato che risuscitano ed entrano in lizza per proclamare Gesù Cristo. I secoli della Legge di natura, rappresentati dal patriarca Enoch! I secoli della Legge scritta, rappresentati dal profeta Elia! I secoli della Legge di natura e i secoli della Legge scritta ecco che danno la mano ai secoli della Legge di grazia e si levano tutti insieme dinanzi all’Anticristo, che compendia in sé tutte le eresie, tutti gli scismi, tutte le persecuzioni del passato, e gridano a lui e a tutti i confini della terra: Gesù Cristo è Dio! Egli solo è il Redentore... Ed anche la Chiesa non arriverà al sublime, Elevaverunt arcam in sublime?

sabato 18 aprile 2015

L'altare sosteneva il prete, il trono il re. Un testo attuale di Gustave Thibon

L’antropocentrismo pietoso “che confonde il canale con la sorgente” raccontato da Gustave Thibon in una lucida analisi delle sorti dell’autorità civile e religiosa nell’eclissi della societas christiana.

“Non più tradizioni, non più categorie: solo persone! La persona oggi è il cardine di tutto. Si sposa, per esempio, la persona che piace, senza tenerne nel minimo conto l'ambiente o la posizione; un regime politico s'incarna in un uomo e muore con lui, ecc.. Tutto questo porta lontano: al tramonto di tutte le grandi continuità sociali, all'instabilità universale. La persona umana non è un assoluto. Un tempo si amavano gli uomini attraverso le istituzioni: il matrimonio aveva maggior peso, nell'anima di una sposa del gran secolo, della persona di suo marito; si tollerava il re per rispetto alla monarchia, ecc.. Attualmente si sopportano le istituzioni solo attraverso un persona idolatrata; si considerano le categorie come cose astratte e morte. Ma non lo sono state sempre: sono divenute tali a misura che aumentava il culto della persona. Impersonale non è necessariamente sinonimo di morto e di astratto; ciò che non è una persona può essere altrettanto concreto e vivente. E anche le categorie che reggono, difendono e superano le persone possono essere amate con ardore! E poi, dietro queste categorie c'è la persona di Dio - la sola che si possa adorare senza pericolo - che garantisce e vivifica tutto... La tendenza di certi "personalisti" moderni, che vorrebbero respingere come puramente artificiale e decorativo tutto quello che non è personale, ci lascia preoccupati. Sacrificare le persone alle categorie (qui sta il pericolo di tutti i climi forti e classici) non è un bene, sacrificare le categorie alle persone ci sembra anche peggio: da una parte si causa sterilità, dall'altra putrefazione. Ancora qualche progresso di questa religione della persona, e non avremo più "buone casate", né patria, né spirito di corpo o di casta - non avremo più radici nel tempo e nello spazio. Non andiamo troppo lontano nelle nostre rivendicazioni in favore della persona umana: essa è relativa, effimera, deludente e gonfia spesso dell'impersonale più vano. Noi non crediamo che al personalismo divino. Il primato della persona spinto all'esagerazione porta con sè un altro pericolo capitale. Ecco dei realisti i quali non amano la monarchia che attraverso il volto di un principe che li ha sedotti, dei cattolici che legano la fede nell'autorità pontificia a una specie di culto infantile della persona del papa, popoli interi sollevati da ridicolo entusiasmo per un dittatore... Le cose più universali sono divenute "questioni di persone", "affari privati". Non si ha occhi e cuore che per gli individui. Essi portano da soli tutto il peso delle istituzioni. Queste si edificano e franano con loro. Questo personalismo stupido è una delle cause delle catastrofi rivoluzionarie dei tempi moderni: di mano in mano che il popolo si abitua a confondere la persona dei grandi con il principio eterno che essi rappresentano, il suo rancore verso di essi tende a trasformarsi in una volontà di distruzione universale. Il passato sapeva distinguere le istituzioni dalle persone: si poteva avere in dispregio un re o un papa (il Medio Evo non vi ha certo rinunciato!) senza mettere per nulla in discussione il principio della monarchia o del papato. Si sapeva che un'istituzione sana - una istituzione venuta da Dio - si conservava feconda anche attraverso l'uomo meno perfetto. I capi politici e religiosi erano allora come dei traits d'union tra Dio e gli uomini: si giudicava più importante ciò che essi trasmettevano di ciò che essi erano. L'altare sosteneva il prete, il trono il re. Oggi si chiede al re di sorreggere il trono, al prete di sorreggere l'altare. Le istituzioni non si giustificano agli occhi delle folle che attraverso il genio o il magnetismo di qualche individuo. Tale esigenza porta con sé due rovinose conseguenze: impone ai disgraziati "sostenitori" delle istituzioni un grado di tensione e di attività del tutto inumano, e, correlativamente, lega la sorte delle istituzioni a miserabili casi individuali. Antropocentrismo pietoso, che confonde il canale con la sorgente e che tende a fare della persona umana il sostegno assoluto di ciò che passa attraverso l'uomo e riposa in realtà su Dio solo ...” (G. Thibon, Diagnosi, 1940).

giovedì 16 aprile 2015

Preghiera e riparazione. Programma della terza giornata della buona stampa a Linarolo

Nel dicembre del 2014 nasceva in seno della Confraternita del Sacro Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria, operante in Lombardia e in Veneto, la Lega cattolica per la preghiera di riparazione con lo scopo di riparare attraverso il mezzo sovrannaturale della preghiera e l’offerta delle proprie rinunce e sofferenze ciò che, nella Chiesa e nel creato, quotidianamente è distrutto, corrotto e vulnerato da una volontà ribelle (vedi in particolare qui).
La Lega cattolica, concepita sin dal principio come la società spontanea di coloro che liberamente aderiscono ai medesimi orientamenti e scopi, ha trovato sino ad oggi centinaia di adesioni di cattolici in Italia e nel mondo, talché si può ben sperare nei frutti di tante preghiere e offerte per la Santa Chiesa e per la salvezza delle anime in un tempo più che mai aggredito dalle sedizioni dell’infedeltà e dell’errore avanzate dal maligno.
A distanza da qualche mese dalla fondazione i soci e gli amici della Lega cattolica per la preghiera di riparazione avranno la possibilità di incontrarsi in occasione della Terza giornata della buona stampa che si terrà, come di consueto, il primo maggio presso la Parrocchia di Linarolo nella Diocesi di Pavia.
La giornata sarà costellata da un ciclo di importanti conferenze cattoliche e di presentazioni librarie alle quali parteciperanno i Reverendi don Marino Neri e don Claudio Crescimanno, Alessandro Gnocchi, Paolo Deotto, Fabio Trevisan, Mauro Faverzani, Cristina Siccardi e Andrea Sandri. Si concluderà con il Rosario e la Santa Messa celebrata secondo le forme antiche.
Qui di seguito il programma dettagliato (inoltre qui). Le adesioni devono essere comunicate quanto prima a legariparazione@email.it.

lunedì 13 aprile 2015

L'inquadramento canonico della FSSPX in Argentina. Può fare il Cardinal Poli quello che non pensa Francesco?



Dal Boletín Oficial de la República Argentina (vedi vedi qui il documento originale: inserendo "Resolución 25/2015") si apprende che è stato concesso alla Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da Monsignor Marcel Lefebvre lo status di “associazione pubblica di diritto diocesano”, di “società di vita apostolica”. Si dichiara inoltre che “a detta fraternità è riconosciuto il carattere di persona giuridica pubblica all’interno della Chiesa cattolica apostolica romana, in conformità alle norme del Codice canonico”.
A proposito di questa iniziativa l'autorevole blog argentino Adelante a la Fe (vedi qui) ha riportato il parere di un importante canonista: “La Chiesa cattolica ha in Argentina uno statuto unico e particolare. Secondo il Código Civil è una persona giuridica di Diritto pubblico dotata di uno statuto differente da quello di ogni altra associazione nel paese. Inoltre lo Stato argentino è obbligato a sostenere il culto apostolico romano. Nessun’altra religione gode di questo status. I culti diversi da quello cattolico sono riconosciuti dalla Secretaría de Cultos, ma rimangono associazioni di diritto privato al pari delle imprese e dei club sportivi. È impossibile che un ente cristiano non cattolico sia incorporato nella Chiesa come persona giuridica di Diritto pubblico. Il culto evangelico, i musulmani o gli ebrei possono ricevere sussidi dallo Stato, ma non sussiste in capo allo Stato alcun obbligo di sovvenzione come avviene invece nel caso dei versamenti ai vescovi. Si tratta di una decisione del tutto particolare, di una soluzione dovuta evidentemente all’iniziativa del Cardinal Mario Aurelio Poli [Arcivescovo di Buenos Aires]. A mio avviso si tratta di un gesto unico che persino eccede quanto operato da Benedetto XVI”

domenica 8 febbraio 2015

Il Cardinal Burke: "Resisterò" . Un'intervista oggi su France2


In merito ai prossimi sviluppi del Sinodo il Cardinal Burke ha risposto con franchezza ad alcune domande postegli in un’intervista nel contesto del programma 13H15 del canale televisivo francese France2. L’intervista andrà in onda oggi, domenica 8 febbraio alle 13. Pubblichiamo qui di seguito un’anticipazione dalla quale risulta con chiarezza l’intenzione del Cardinale americano di difendere la fede cattolica.

Cardinal Burke: Non posso accettare che la Comunione sia data a una persona che si trova in un’unione irregolare, giacché si tratta di adulterio. Per quanto riguarda la questione delle persone dello stesso sesso, ciò non ha nulla a che fare con il matrimonio. Si tratta piuttosto di una sofferenza patita da alcune persone, dal momento che queste sono attratte contro natura da persone dello stesso sesso.

Se, per caso, il Papa vorrà perseverare in questa direzione, Lei che farà?

Cardinal Burke: Resisterò, non posso fare altro. Non c’è dubbio, è un periodo difficile. Questo è chiaro, è chiaro.

Doloroso?

Cardinal Burke: Sì.

Preoccupante?

Cardinal Burke: Sì.

Secondo Lei si può affermare che oggi la Chiesa cattolica in quanto istituzione sia in pericolo?

Cardinal Burke: Il Signore ci ha assicurato, quando confermò San Pietro nel Vangelo, che le potenze del diavolo non prevarranno, “non prevalebunt”, come diciamo in latino, che le forze del diavolo non avranno la vittoria sulla Chiesa.

Il Papa è suo amico!


Cardinal Burke (sorridendo): Certamente non vorrei inimicarmi il Papa; speriamo nelle cose migliori.

Un'anticipazione video dell'intervista QUI