venerdì 14 marzo 2014

Il divorzio e i Kasper ante litteram. Un testo attualissimo di Romano Amerio



    Proponiamo una riflessione di Romano Amerio a proposito del divorzio e delle sue conseguenza. Attualissima in tempi di sinodo sulla famiglia.

  Nel 1974 il divorzio avendo raccolto il suffragio del popolo italiano, quel plebiscito non poteva non contenere la volontà generale della nazione e per essere seguito a un’estesa campagna di chiarificazione non poteva dissimulare il suo carattere anticattolico.

L’inimicizia dello Stato moderno verso la Chiesa non si era congiunta mai all’impugnazione del diritto naturale, di cui è principale presidio la Chiesa. Ma in età postconciliare la defezione nel 1974 dell’Italia e nel 1981 della Spagna ha consumato la pienissima emancipazione della società europea dalla sua base religiosa.

Ho menzionato al §89 la strenua difesa opposta dalla Chiesa alla violenza che il dispotismo dei prìncipi, annuenti non di rado le gerarchie nazionali, tentava di infliggere all’indissolubilità del coniugio. Qualche raro caso di deviazione dalla perpetua dottrina si può trovare in pubblicazioni anche di ecclesiastici nel secolo scorso, ma sempre denunciata e condannata. La desistenza dalla fermezza da parte della Chiesa si manifestò in Italia al tempo della campagna referendaria contro il divorzio, quando si videro non pochi preti parteggiare, tollerandoli i loro Superiori, per la dissolubilità; taluni vescovi condannare addirittura la partecipazione dei preti alla promozione del referendum contro il divorzio, e il Patriarca di Venezia dover rimuovere dall’officio l’assistente ecclesiastico degli universitari cattolici pronunciatosi pubblicamente per il divorzio. La desistenza apparve anche dal Protocollo firmato dalla Santa Sede col Portogallo in febbraio 1975 per riformare il Concordato del 1940. Mentre il patto precedente stipulava che in ossequio al principio dell’indissolubilità i coniugi cattolici rinunziano alla facoltà civile di chiedere il divorzio e che pertanto i tribunali della Repubblica portoghese non possono pronunziare il divorzio di coniugi canonicamente sposati, il Protocollo del 1975 si limita a richiamare ai coniugi cattolici l’indissolubilità e riconosce ai tribunali civili di pronunziare la dissoluzione del vincolo (OR, 16 febbraio 1975).

Minore diviene lo stupore per tale novazione se si considerano le dichiarazioni di taluni Padri del Vaticano II in favore della dissolubilità del vincolo. Erano vescovi della Chiesa Orientale soggetti all’influsso della disciplina matrimoniale della Chiesa ortodossa. Questa ammette il divorzio in diversi casi, tra cui c’è la colpa del coniuge che complotta contro lo Stato. Come questa disposizione indultiva della Chiesa ortodossa dipenda storicamente dalla servitù politica di essa nei confronti dell’Impero bizantino e dell’impero zarista, fu ben lumeggiato dal card. Charles Journet nella sessione CXXXIX del Concilio (OR, 1 ottobre 1965). L’intervento era una risposta alle suggestioni di mons. Elias Zoghbi, vicario patriarcale dei Melchiti in Egitto, affinchè si sciogliesse il nodo tra coniuge ingiustamente abbandonato e il coniuge colpevole. Avendo la suggestione eccitato uno smisurato scalpore nell’assemblea e nella stampa, il presule stimò doveroso dichiarare in un successivo intervento in Concilio che proponendo quella dispensa egli non intendeva affatto derogare al principio di indissolubilità (OR, 5-6 ottobre 1965). Ma viene ovvia la replica: non basta mantenere lessicalmente una cosa, quando poi si pretende farla coesistere illesa a un’altra cosa che la distrugge. L’attacco più spiegato all’indissolubilità fu però condotto dal Patriarca dei Melchiti Maximos IV che riprese con  maggior impegno le proposte di mons. Zoghbi e raccolse in un volume gli interventi conciliari e le sue dichiarazioni extraconciliari. L’abbandono della dottrina non viene ovviamente professato come tale, ma proposto come una variazione della disciplina e non del dogma e come una soluzione pastorale. Si pone in capite libri l’indissolubilità, definita solennemente nel Tridentino oggetto di fede e che chiude la porta a ogni discussione. Ma poi con la sofistica propria dei neoteorici (vedi § 59) si viene a dire: «Dans l’Eglise catholique il se trouve des cas d’injustice vraiment rivoltante, qui condamnent des êtres humains, dont la vocation est de vivre dans l’état commun du mariage … et qui en sont empêchés san qu’il y ait de leur faute et sans qu’ils puissent humainement parlant supporter toute leur vie cet état anormal».

Agli argomenti del Patriarca si oppone la perpetua tradizione della Chiesa e , in linea teoretica, tutta la dogmatica cattolica. Non ci diffondiamo sul metodo bustrofedico proprio dei neoteoretici, di camminare in un senso concedendo localmente l’indissolubilità, ma poi volgersi tosto in senso opposto affermando la dissolubilità, come se le contraddittorie coesistessero. Le asserzioni del Patriarca oltrepassano il limite che divide la libertà teologica del dogma di fede e così vengono per obliquo a investire i principi della religione. Si rigetta infatti implicitamente il divario tra sofferenza e ingiustizia protestando che il coniuge innocente patisca dalla Chiesa un dolore ingiusto. Qui è implicata tutta la teodicea nonché la dottrina cattolica del dolore.

L’ingiustizia è evidente dal canto del coniuge che ha rotto la comunione, ma il Patriarca ne fa un’ingiustizia anche dal canto della Chiesa, la quale per tenersi fedele al principio evangelico non meno che al diritto naturale, non si arroga, di togliere quel dolore. Essa punisce il coniuge colpevole dell’ingiustizia, privandolo per esempio dell’eucaristia e infliggendogli altre diminuzioni dei suoi diritti, ma non fa prevalere mai il bene eudemologico al bene morale e alla legge. Anzi la base del cristianesimo è l’idea del Giusto sofferente e la religione non promette l’esenzione dal dolore mondano, ma dal dolore nell’altra vita e fa entrare il dolore in un ordine integrato della presente e della futura vita in una veduta essenzialmente soprannaturale. La posizione del Patriarca è naturalistica. Dio, secondo la fede, non conduce le cose del mondo in guisa che i buoni abbiano il bene mondano nel mondo, ma abbiano ogni bene dall’Ognibene nel fine.

La Chiesa non ha per fine peculiare la rimozione del dolore. Essa rifugge dalla tracotanza del filosofo antico che sentenziava: «nihil accidere bono viro mali potest» e da quella del moderno: «Quando si parla di un’azione buona accompagnata dal dolore si dice cosa contraddittoria». Gli uomini devono adoperarsi per rimuovere e punire l’ingiustizia, ma ciascuno vi è esposto indipendentemente dal suo stato morale, gli uomini soffrono perché sono uomini, non perché siano personalmente malvagi. Non entro nel discorso teologico che mostra ogni male umano dipendere originariamente dalla colpa. La religione non prende scandalo dalla sofferenza del giusto e non vi ravvisa un’ingiustizia, ma la vede sempre nell’ordine totale del destino e sempre associata a un sentimento prevalente di gaudio dato dalla speranza della beata immortalità: «feliciter infelices» secondo la formula di Sant’Agostino risuonante testi paolini. Il Patriarca prende il dolore come un’ingiustizia, anziché esperienza della virtù, partecipazione al Cristo, purificazione ed espiazione per i propri e per gli altrui peccati, e per di più trasloca la responsabilità dell’ingiustizia dal colpevole alla Chiesa incolpevole.

(Romano Amerio, Iota Unum, § 178)

martedì 11 marzo 2014

In memoria di Mario Palmaro



In loco pascuae me collocavit (Ps 22)

Domani 12 marzo alle ore 10,30 saranno celebrati nel Duomo di Monza con il Rito romano antico i funerali del "filosofo del diritto" (così si legge nell'annuncio funebre) Mario Palmaro.

Armonia ed eccezionalità contrassegnarono il percorso esistenziale di Mario Palmaro - l'armonia che è espressione della legge eterna che egli costantemente cercò, osservò e difese in famiglia, nell'attività di scrittore e apologeta cattolico, nella ricerca accademica dedicata a dimostrare il diritto di Dio sull'ordine creato, e l'eccezionalità che origina dall'inevitabile confronto tra questa armonia e un secolo che ogni verità vuole generalmente negare.

Sul limitare di armonia e di secolo ribelle visse Mario Palmaro senza mai cedere alle seduzioni dell'ultimo. Analizzò ogni attuale tentativo di distruzione dell'ordine naturale e descrisse con profondità di sguardo  il nichilismo giuridico. Insieme all'amico fraterno Alessandro Gnocchi contemplò il passaggio della Chiesa al secolo, l'orribile assalto ai dogmi cattolici e l'ammutinamento della gerarchia cattolica. Trovò, con alcuni amici, nelle forme costanti della Tradizione e della Liturgia cattolica la tavola di salvezza nel mezzo del naufragio.

Chi fu vicino a Mario Palmaro nei giorni della sua malattia può affermare che la sua agonia e la sua morte furono, in un certo senso, liturgiche, una continua imitazione di Cristo. Non ci fu nei suoi ultimi giorni alcun risentimento, ma una generosa offerta di sé per la Chiesa cattolica, per la famiglia, i confratelli e gli amici. La sua morte fu quasi un processo osmotico giacché, attraverso una sofferenza pienamente accettata, passò finalmente all'elemento che già tutto lo colmava. Riposi in pace.

sabato 1 marzo 2014

La fine dei Francescani dell'Immacolata? La notizia di un piano per integrare i frati nell'Ordine dei Cappuccini



“Una delle problematiche centrali viene dalla minaccia di una certa autoreferenzialità, cioè nel desiderio di sottolineare a tutti i costi la propria peculiarità caratterizzante. Ritengo invece prova certa di maturità cercare di superare tale atteggiamento, riconoscendo con spirito umile e francescano l’edificazione della Chiesa come referente ultimo della propria esperienza carismatica”

Queste parole che P. Fidenzio Volpi OFM Cap., il Commissario dei Francescani dell'Immacolata, scriveva nella sua prima comunicazione dell'estate del 2013, potrebbero rivelare nei prossimi giorni o mesi la natura di un vero e proprio testo programmatico.
Una fonte sicura ci fa infatti sapere dalla Germania che sarebbe allo studio il piano di fare confluire forzosamente i frati francescani dell'Immacolata nell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini cancellando di fatto e di diritto la Congregazione fondata da Padre Manelli.

Affidiamo in ogni caso alle preghiere di tutti coloro che ci leggono e all'intercessione della Santa Vergine la salvezza della Congregazione dei Francescani dell'Immacolata la cui opera per la restaurazione dell'ortodossia nella Chiesa ha dato grandi frutti e ha destato le speranze dei cattolici di tutto il mondo.

mercoledì 26 febbraio 2014

Benedetto XVI scrive a Tornielli. Ma non ė una cosa seria



Oggi, 26 febbraio 2014, il quotidiano La Stampa pubblica un articolo del vaticanista Andrea Tornielli che spiega perché Benedetto XVI "non è più Papa".
In realtà il lettore si aspetterebbe la pubblicazione di una lettera di Ratzinger allo stesso Tornielli dal momento che proprio in prima pagina al virgolettato "Vi spiego perché non sono più Papa" segue la firma di Benedetto XVI  (a mo' di articolista) e due citazioni che sembrerebbero alludere alla pubblicazione del testo integrale.
Niente di tutto ciò. La lettera non si trova. C'è soltanto l'articolo di Tornielli che riassume la vicenda della rinuncia papale dell'11 febbraio dello scorso anno e riporta tre scarne citazioni di una lettera con cui Benedetto XVI risponderebbe alle domande di Tornielli in merito alla validità e alla effettività della propria rinuncia (il condizionale è d'obbligo perché del testo della missiva Tornielli fa intravedere solo due ritagli: l'intestazione: "Benedictus XVI Papa emeritus. Città del Vaticano 18-2-2014 Egregio Signore Sig. Andrea TORNIELLI" e il congedo: "Spero di aver risposto in modo chiaro e sufficiente alle Sue domande Suo nel Signore Benedetto XVI").

È da notare la chiosa al secondo ritaglio: "La calligrafia minuta nella firma autografa è una caratteristica di Ratzinger", quasi una perizia calligrafica. Ma non vogliamo n'è possiamo produrre controprove. Può però essere qui interessante soffermarsi sui tre frammenti della "lettera a Tornielli".

Il primo enuncia la tesi di tutto l'articolo:

"Non c'è alcun dubbio - scrive l'Emerito al Vaticanista - circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde"

Proviamo a fermarci e a pensare per un solo momento Benedetto XVI che scrive a Tornielli per dirgli di essere d'accordo con Socci e di dubitare della validità delle proprie dimissioni. E poi passiamo al secondo frammento dell'epistola. Qui si fa riferimento a un'altra lettera di Benedetto XVI, questa volta ad Hans Küng (un signore che da Tübingen si era seriosamente augurato la morte di Giovanni Paolo II per il bene della Chiesa e che ora manda cartoline al Papa Emerito vecchio amico/nemico di scorribande conciliari), nella quale lo stesso Benedetto XVI afferma di "essere legato da una grande identità di vedute e da un'amicizia di cuore a Papa Francesco". Poiché i soliti maligni (Socci tra loro?) hanno insinuato che l'epistola a Küng possa essere un apocrifo, l'Emerito conferma tutto e scrive a Tornielli:

"Il prof. Küng ha citato letteralmente e correttamente le parole della mia lettera indirizzata a lui"
In quel "prof. Küng" c'è tutto il germanico rigore accademico che tutti conoscono nel Prof. Ratzinger. Il terzo frammento in realtà è dei tre l'unico a contenere la vera notizia. Molti si sono domandati perché un ex Papa continui a vestirsi da Papa. Chi si è attardato in speculazioni teologiche (più o meno ciò che ha fatto Joseph Ratzinger per una vita), avrebbe fatto meglio chiedere a un sarto o alla guardarobiera:

"Il mantenimento dell'abito bianco e del nome Benedetto - ci ha scritto - è una cosa semplicemente pratica. Nel momento della rinuncia non c'erano a disposizione altri vestiti. Del resto porto l'abito bianco in modo chiaramente distinto da quello del Papa. Anche qui si tratta di speculazioni senza fondamento".


Difficile est satiram non scribere!

venerdì 21 febbraio 2014

Il sensus fidei contro Padre Livio Fanzaga. La libertà cattolica di sottoscrivere un articolo di Roberto de Mattei



di Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro

Pare proprio che sia venuto il momento di mettere da parte il pietoso eufemismo “mondo cattolico” dietro il quale molti, troppi volonterosi hanno sempre cercato di nascondere il concetto di “Chiesa”. Naturalmente, per “Chiesa”, si intende la sua componente umana e allora bisogna avere il coraggio di mostrarne il disastro, intellettuale e umano. Quanto alla fede, penserà Nostro Signore a giudicare una per una le anime. 

Quale categoria, se non quella del disastro umano e intellettuale, si può applicare alla componente umana della Chiesa per commentare la cacciata di Roberto de Mattei da Radio Maria? Un’altra bella prova di padre Livio Fanzaga, inflessibile dispensatore di francescana misericordia: francescana nel senso di Francesco il Papa, non Francesco il Santo. 

I fatti sono noti. Dopo l’articolo “2013-2014 Motus in fine velocior” pubblicato su “Corrispondenza Romana” e che potete leggere CLICCANDO QUI, il direttore di Radio Maria ha preso carta e penna per dire a de Mattei che in quella radio non ci può più stare e la sua trasmissione è stata cancellata dal palinsesto. Per vedere la pochezza delle argomentazioni fanzaghiane, l’ineccepibile risposta di de Mattei e l’evanescente replica di padre Livio CLICCATE QUI

Bisogna ammettere che, in una Chiesa dove sembra che la misericordia l’abbia inventata Papa Francesco, una materia così nuova riesca difficile da maneggiare. Dopo duemila anni di un cristianesimo improntato all’algida inflessibilità degli specialisti del logos, ora che la misericordia è stata appena scoperta non si sa ancora bene dove posarla, cade di mano e va dove capita.  E si finisce per trovarsi davanti a un panorama in cui gli omosessuali diventano ingiudicabili mentre per i cattolici a tutto tondo come de Mattei pietà l’è morta. Insomma, c’è bisogno di una bella messa a punto per tutti quei fedeli di buona volontà che si sono gettati con entusiasmo ma senza perizia nei misericordiosi esercizi di nuovo conio.

Così, dopo aver già fatto fuori i sottoscritti, il  misericordioso padre Fanzaga ha fatto fuori anche de Mattei con la stessa motivazione: non si può criticare il Papa, un cattolico non lo può fare. Dunque, le posizioni di Roberto de Mattei, di Gnocchi e Palmaro e quella di tanti, tantissimi fedeli che ci hanno testimoniato la loro vicinanza e il totale consenso sarebbero, quanto meno, da scismatici neanche troppo latenti, dunque non cattolici.

Roberto de Mattei ha provato a spiegare nella sua lettera a padre Livio che non è così. Ma, evidentemente, la dottrina cattolica è troppo difficile per i tempi correnti. E poi bisogna riconoscere che dentro la Chiesa, nella sua componente umana, vale quella tragica osservazione che Giovannino Guareschi faceva cinquant’anni fa per gli italiani: i nostri compatrioti, si lamentava lo scrittore, preferiscono alzarsi la mattina e trovare già tutto pensato. Ecco, questo è quello che fanno tanti, troppi cattolici. La mattina si alzano, leggono i giornali, se del caso fanno la rassegna stampa oppure accendono il megafono per diffondere la “voce del magistero” e sono felici tutto il giorno perché la testa la possono lasciare nell’armadio in sacrestia. 

Invece, ad averla, questo sarebbe proprio il momento di farla funzionare. Dentro e fuori la Chiesa stanno accadendo troppi fatti su cui non si può evitare di pensare, di ragionare e quindi di parlare. Se questo parlare non è cattolico, viene da chiedersi quanto lo sia il silenzio di coloro che autoassolvono le loro convenienze e le loro viltà dietro l’idea che siccome la Chiesa è di Cristo ci penserà lui. 

Per Roberto de Mattei non usiamo la parola solidarietà, che puzza troppo di manifesto della sinistra anni Settanta. Preferiamo usare amicizia e stima per tutto quello che ha fatto, che sta facendo e che farà. Vogliamo considerare quel suo articolo che tanto ha inquietato padre Livio Fanzaga come se l’avessimo scritto anche noi, dalla prima all’ultima riga, titolo compreso e sotto ci mettiamo anche la nostra firma. 

Anzi, a questo proposito, vogliamo lanciare una piccola iniziativa: lo firmino tutti coloro che lo ritengono integralmente cattolico. Non ci vuole molto: basta aggiungere il proprio nome e il proprio cognome in coda a un pezzo veramente splendido. E poi vediamo quanti sono quei cattolici che preferiscono usare la testa invece che lasciarla in sacrestia. Questo sì che farà del bene alla Chiesa. Altro che le purghe in stile sovietico. 

Chi vuole sottoscrivere l’articolo di Roberto de Mattei, “2013-2014 Motus in fine velocior”, può farlo tramite l'apposito tabulato predisposto da Riscossa Cristiana (QUI). L’indirizzo mail non verrà pubblicato. L’elenco dei sottoscrittori sarà aggiornato quotidianamente.

giovedì 13 febbraio 2014

Radaelli vs Socci sulla validità della rinuncia di Benedetto XVI



Pubblichiamo qui di seguito una nota critica del Professor Enrico Maria Radaelli, che ringraziamo, in risposta all'articolo apparso il 12 febbraio 2014 sul quotidiano Libero con il titolo Forse non è canonicamente valida la "rinuncia" di Papa Benedetto e segnaliamo, per il medesimo tenore delle argomentazioni, l'intervento Di nuovo sull'abdicazione del Papa di don Mauro Tranquillo sul sito del distretto italiano della FSSPX

Non si dia retta alle enormità messe in giro oggi 12 febbraio 2014 da presunti "scoop", come li chiamano, sulle dimissioni di Papa Ratzinger: sono solo allarmismi farneticanti basati sul nulla. Antonio Socci, solo per dimostrare che lui sì che aveva ragione, a mettere in dubbio la validità canonica di quelle che lui chiama "dimissioni", ma che in realtà, canonicamente parlando, vanno chiamate "rinuncia", si appella a imprecisate norme canoniche, ma quali? Non lo dice; che sarebbero norme di famosi canonisti, ma quali? Nemmeno questo dice; poi si appella a fumose condizioni solo per le quali, in analogia alle condizioni dell'elezione papale, avverrebbe la transustanziazione eucaristica, le quali condizioni a suo dire sarebbero materia, forma e... intenzione del celebrante (ex opere operantis)! Ma san Tommaso nega vi possa essere l'apporto intenzionale intimo del celebrante, v. Summa Theologiae, III, q. 82, a. 7, Se gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati siano in grado di consacrare: il santo Dottore, in accordo con sant'Agostino, spiega che quei soggetti (eretici, scismatici e /o scmunicati) consacrano validamente, ancorché sacerdoti, giacché, se quei medesimi tornassero nella Chiesa, non sarebbero di nuovo ordinati. Però non consacrano lecitamente, perché sono fuori della Chiesa, e dunque commettono peccato grave di sacrilegio.
Questo mostra che l'intenzione intima non è affatto la terza condizione per avere la transustanziazione, perché essa si ha "ex opere operato", ossia "indipendentemente dalle intime disposizioni", ma solo per materia e forma corrette nelle mani di un (anche indegno) celebrante. D'altronde, è bene che sia così, perché in caso contrario il fedele non saprebbe mai se l'Eucaristia cui ha partecipato è valida o no. L'Angelico, d'altronde, nell'analisi delle condizioni del Sacramento, pone solo due Questiones: la 74, sulla materia del Sacramento, e la 78, sulla forma del Sacramento. Altre Questiones che riguardino altre condizioni, come un'ipotetica disposizione del celebrante, non vi sono: le condizioni sono solo di materia e di forma, anche perché nella forma c'è tutto, e la forma sono le parole, non già i pensieri. Quando mai dei pensieri possono essere oggettivati?
E così pure per l'elezione di un Papa (che comunque non è un Sacramento): le disposizioni interiori dell'elegendo sono insignificanti, ininfluenti, perché il soggetto può pensare intimamente qualsiasi cosa, ma chi lo testimonia, come può essere oggettivato il suo pensiero, se resta pensiero?
Altro è se il soggetto lasciasse scritto o variamente documentato che previamente il suo atto è a suo avviso stato sottoposto a condizioni pesanti di volontà terze, a ricatti, a simonia, o ad altro condizionamento che lo rendono impuro. Ma tale non è il caso di Papa Ratzinger: egli non ha lasciato documenti o testimonianze in tal senso di nessun tenore.
L'elezione di Papa Ratzinger, e la sua rinuncia, sono valide a tutti gli effetti, e se vi saranno scismi nella Chiesa nei prossimi tempi non sarà per lui. Con buona pace di Socci.

Enrico Maria Radaelli

sabato 18 gennaio 2014

Il latrocinium del Cardinal Liénart e la sustruzione della nuova chiesa conciliare. Intorno a un recentissimo scritto di Enrico Maria Radaelli 




Del piano sovversivo, messo a punto dalla componente progressista durante il Concilio Vaticano II e attuato con successo dal Cardinal Achille Liénart con la collaborazione dei cardinali Frings, König e Döpfner, si discute dai tempi delle prime pubblicazioni di Monsignor Marcel Lefebvre - soprattutto Un vescovo parla (Rusconi, Milano 1975) e Il colpo maestro di Satana (il Falco, Milano 1975) - e si è continuato a discutere in Iota Unum di Romano Amerio (Ricciardi, Milano 1985) e più recentemente in Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta di Roberto de Mattei (Lindau, Torino 2010) e in Il Vaticano II. Alle radici di un equivoco di Monsignor Brunero Gherardini(Lindau, Torino 2013).

Com'è noto, il 13 ottobre 1962, all'inizio della Seconda Congregazione generale del Concilio, al momento di votare i rappresentanti nelle dieci commissioni che avrebbero dovuto esaminare gli schemi elaborati dalle commissioni preparatorie e approvati dal Papa, Monsignor Liénart, uno dei dieci membri della Presidenza, interruppe l'esposizione del Segretario Generale e chiese la parola al Presidente di turno, il Cardinal Tisserant, adducendo l'impossibilità di procedere alla votazione senza avere conoscenza dei candidati. Nonostante le proteste di Tisserant ("I Padri sono stati convocati semplicemente per votare"), la componente progressista fece scoppiare la bagarre e lo stesso Presidente dovette chiudere la seduta per riferire al Santo Padre. Giovanni XXIII capitolò e accettò di modificare l'ordine degli schemi che aveva precedentemente approvato.

Sul latrocinium del 1962 è tornato recentemente il Professor Enrico Maria Radaelli in un articolo pubblicato in Divinitas (Anno LVI, n. 3, 2013): A proposito della "rottura della legalità conciliare" ad opera del Cardinale Liénart (ora anche qui). Questo scritto è particolarmente interessante perché, sviluppando alcune intuizioni ameriane, mette in luce alcuni aspetti fondamentali rimasti sinora in ombra. In particolare Radaelli sembra confermare il sospetto di molti ossia la constatazione del formarsi di una chiesa conciliare tendenzialmente distinta dalla Chiesa cattolica e tuttavia sedicente tale.

Nell'analisi dell'Autore, di cui è ben noto il rigore logico e filosofico, a una rottura formale (ma essenzialmente sostanziale quanto al principio intaccato) consegue una rottura dottrinale.

La prima rottura sta nella negazione dell'indisponibile "ius proponendi" del Sommmo Pontefice - indisponibile perché intimamente connesso all'ufficio petrino così come fondato da nostro Signore Gesù Cristo - che si consumò con il successo dell'intervento di Liénart:

"La Pietra che è Cristo, e che, suo Vicario, è il Papa, è la ferma matrice e la solida testimonianza dell'unità della Chiesa: l'unità della Chiesa si attua e ha origine a partire dalla fedeltà pietrosa, solida, ferma, incorruttibile, della Pietra che è il Papa. Togliete questa pietra e avrete il protestantesimo. Il fine del conciliarismo è togliere di mezzo Pietro" (p. 317)


E non avrebbe gran senso sostenere, come fa il Cardinal Angelo Scola in un recente intervento (Riforma della Chiesa e primato della fede. Per un'ermeneutica del Concilio Vaticano II, EDB, Milano 2013), che la "richiesta di rinvio delle votazioni" fu accettata dalla Presidenza e sanata, quanto alla sua portata eversiva, da Giovanni XXIII:

"Altro che 'ispirazione' dello Spirito Santo', come molti si affrettarono a favoleggiare e ritengono ancor oggi, oltretutto contraddicendosi: come può Dio prima ispirare a un Papa un concilio e poi la rottura di quel medesimo concilio?" (p. 325)


Di fatto fu proprio quella rottura - prosegue Radaelli - a compromettere nel Concilio Vaticano II la struttura e la funzione caratterizzanti ogni precedente concilio ecumenico: l'esercizio dell'infallibilità dogmatica da parte del Concilio in unione con il Papa e la definizione di dogmi di fede. La seduta del 13 ottobre e la svolta conciliarista con la quale si concluse ebbe l'efficacia di distruggere l'esercizio dell'infallibilità da parte del Vaticano II e la conseguente impossibilità, formale e sostanziale, di definire con l'autorità della Chiesa i contenuti della fede in quella stessa sede. In questo senso la pastoralità si imponeva, a prescindere dalle intenzioni di Giovanni XXIII o forse proprio a causa di esse,  come conseguenza necessaria della rottura e come alternativa alla "rottura delle essenze":

"Tali accadimenti, che abbiamo chiamato "rotture" [...] per loro natura avrebbero potuto provocare nella Chiesa quella 'rottura delle essenze' di cui parla Amerio (cfr. Iota unum, ed. Lindau, p.315), se solo la forma del concilio fosse stata riconosciuta quale quella che avrebbe dovuto essere per diritto:  'dogmatica'. Infatti in questo caso il livello del magistero impegnato dal Papa - e, attraverso il Papa, dal concilio - sarebbe stato (il condizionale è d'obbligo) il sovrastorico, l'infallibile, e la rottura sarebbe stata - sempre al condizionale - la rovinosa, mortale 'rottura delle essenze' che avrebbe dissolto la Chiesa" (p. 328)


Il risultato di questo escamotage con cui si vollero e si dovettero salvare le essenze e la Chiesa stessa senza condannare la rottura e le sue conseguenze, sembra essere, a leggere fino in fondo le conclusioni di Radaelli, la sustruzione di una chiesa pastorale e conciliare (in quanto esclusivamente costituita dal Concilio) la quale, sganciatasi nel suo fortunoso momento genetico dall'ambito "sovrastorico" e "infallibile" della Chiesa e della dottrina di sempre, continua a produrre iniquità, "depravazioni, eresie covate, liturgie blasfeme", che incendiano tutta la Chiesa.

martedì 14 gennaio 2014

Veglia di preghiera con recita del Santo Rosario in Santa Maria Maggiore



Comunicato Indizione Veglia di Preghiera A Santa Maria Maggiore in Roma. Laudetur Jesus Christus!

Di recente i fedeli hanno, con grande dolore, constatato una ingiustificata "censura" applicata al Rito Romano Tradizionale. Senza entrare nel merito di vicende interne a ordini religiosi, istituti o gruppi, ciò che si verifica, ovvero la soppressione generica dei "centri di Messa" o dei gruppi devoti all'uso Tradizionale, lascia sconvolti. Soprattutto lascia le Anime, della cui salvezza si deve occupare la Sacra Gerarchia, con a Capo il Sommo Pontefice, prive di una fonte di Grazia necessaria al nutrimento Spirituale garantita dalla Tradizione millenaria confermata dal Motu proprio Summorum Pontificum.

Proprio nei primi giorni dell'anno appena iniziato questa "censura" si è abbattuta anche sulla Messa Tradizionale, officiata nella Cappella Cesi della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore e peraltro dedicata alla devozione mariana del primo Sabato del mese, interrompendo una consuetudine di quattordici anni!

Il gesto manifesta un intento di segno contrario rispetto alla paterna benevolenza espressa dal Pontefice felicemente regnante, Papa Francesco, il quale ha con grande larghezza benedetto non solo i gruppi Tradizionali, ma lo stesso pellegrinaggio che annualmente essi compiono "una cum Papa nostro".

Di fatto i fedeli Tradizionali vengono ghettizzati quando non disprezzati e respinti. Questo contraddice il messaggio di "comprensione e accoglienza" che lo stesso Pontefice ha espresso e messo a base della sua pastorale. Risulta incredibile che l'accoglienza possa essere data a tutti, tranne che a coloro che amano la Chiesa e il Papa, e che non esprimono altro che la Fede Cattolica.

Per questo abbiamo già chiesto l'intervento del Santo Padre e, nell'attesa, organizzato una veglia di Preghiera con la recita del Santo Rosario in Santa Maria Maggiore (25 gennaio - ore 16), per impetrare Grazie attraverso l'intercessione di Maria Santissima, Salus Populi Romani. In particolare la Grazia del ripristino della Santa Messa Tradizionale in Basilica, e delle Messe che finora sono state indebitamente soppresse, con grande danno ai fedeli che devotamente vi partecipavano.

Questa veglia è aperta a tutti i Cattolici di buona volontà, senza distinguo, e si svolgerà nel massimo raccoglimento, sicuri della paterna accoglienza che i Sacri Pastori riserveranno a tutti noi.
Ad Jesum per Mariam!

Gli organizzatori, Summorum Pontificum Romano

sabato 11 gennaio 2014

“Il sentimento religioso esiste là dove esiste la religione”. Considerazioni a margine di una conferenza di don Paolo Comba.  


Al termine di una conferenza dal titolo “Tracce di vita cristiana” tenuta su Radio Maria il 7 gennaio scorso da don Paolo Comba (qui il link al file audio) incentrata sul tema della moralità, un’ascoltatrice è intervenuta ponendo una questione che ogni cattolico dalle idee ancora un po’ chiare avrebbe posto. In sintesi, affermava l’ascoltatrice: per avere cognizione della morale di Cristo è necessario imparare la dottrina di Cristo, insegnata con autorità. A tale ovvia e ragionevole constatazione logica, don Comba ha avuto di che obiettare.
Il fulcro della sua risposta è stato, come prevedibile, la “religiosità”, topos della “teologia” ciellina.
A tale topos è seguita l’affermazione - che don Comba ha attribuito a don Carròn - secondo la quale “difficilmente qualcuno abbandona la fede perché non ha capito la Trinità. Il più delle volte la si abbandona perché non c’è chi ti testimonia l’incontro”.
Don Comba affermava poi: “Ecco perché tutto parte da che concezione aveva Cristo della vita dell’uomo”.
Concludeva dunque la sua risposta all’ascoltatrice con l’insistenza sulla “religiosità” più che sulla “dottrina”: quest’ultima, senza religiosità, sarebbe – per don Comba – solo un “insieme di nozioni” (domanda e risposta si trovano a partire dal minuto 36.40 del file audio).

  Credo che molti ascoltatori non ciellini e ancora semplicemente cattolici non abbiano compreso che cosa non andasse nelle affermazioni dell’ascoltatrice. La risposta è che non vi era semplicemente nulla che non andasse. Molte invece le affermazioni discutibili di don Comba, figlie dirette del pensiero ciellino.

  Proviamo ad enuclearle brevemente.

  - Il Cattolicesimo è una religione, e precisamente è la sola vera religione, la religione rivelata, istituita ed insegnata da Dio per la salvezza delle anime.
Se non si parte dalla religione ma si parte dalla “religiosità”, l’unico approdo possibile è quella subdola forma di indifferentismo professata da documenti quali la Nostrae aetate, in cui, non a caso, compare in apicibus il concetto di “senso religioso” (“Dai tempi più antichi fino ad oggi presso i vari popoli si trova una certa sensibilità a quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, ed anzi talvolta vi riconosce la Divinità suprema o il Padre. Questa sensibilità e questa conoscenza compenetrano la vita in un intimo senso religioso”). Il binomio fede-religione è sostituito dal binomio senso religioso-religiosità. Come qualificare tutto questo se non modernismo?

  - Don Comba, riprendendo don Carròn, afferma che “difficilmente qualcuno abbandona la fede perché non ha capito la Trinità. Il più delle volte la si abbandona perché non c’è chi ti testimonia l’incontro”. Al di là della vaghezza tipicamente esistenzialistica di un concetto quale “incontro”, invero è facile imbattersi in persone che entrano in crisi di fede perché non comprendono fino in fondo le verità di Cristo, e non le comprendono proprio perché hanno avuto cattivi maestri, pastori che, rinunciando all’autorità di Cristo, si sono presentati in nome proprio per insegnare dottrine diverse.
Senza riferire casi conosciuti nella vita privata, può riportarsi il caso emblematico di Carl Gustav Jung: “Ricordo ancora la preparazione alla Cresima, fattami da mio padre. Il catechismo mi annoiava in maniera indicibile. Una volta, mentre lo sfogliavo per trovarvi qualcosa d'interessante, lo sguardo mi cadde sui paragrafi relativi alla Trinità. Quest'argomento destò il mio interesse, e con impazienza aspettai di arrivare a quel punto. Ma quando giunse l'ora desiderata, mio padre mi disse: «Questo capitolo lo saltiamo, perché io stesso non ci capisco niente». Così fu sepolta la mia ultima speranza. Ammirai, a dire il vero, l'onestà di mio padre, ma ciò non toglie che da quel momento ogni chiacchiera in tema di religione mi abbia mortalmente annoiato” (Gli archetipi dell’inconscio collettivo, 1935).
Jung perse definitivamente interesse per la fede perché suo padre non conosceva la dottrina trinitaria!

  - L’esistenzialismo implicito nel concetto di “incontro” (che a sua volta discende immediatamente dalla declinazione ciellina del concetto di “esperienza”) si fa invece esplicito e parossistico quando don Comba giunge ad affermare: “Ecco perché tutto parte da che concezione aveva Cristo della vita dell’uomo”. Cristo aveva una concezione della vita! Ogni buon cattolico sa che invece Cristo Signore non predicava una concezione della vita ma insegnava con autorità una dottrina (“Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità.” Marco 1,27).
Date queste premesse, è logica la conclusione di don Comba: la prevalenza della religiosità sulla dottrina, sull’”insieme di nozioni”. Le premesse e gli esiti irrazionali dell’esistenzialismo, qui chiaramente evidenti, sono stati espressamente condannati da Pio XII nella lettera enciclica Humani generis: “Ma nessun cattolico può mettere in dubbio quanto tutto ciò sia falso, specialmente quando si tratti di sistemi come l'immanentismo, l'idealismo, il materialismo, sia storico che dialettico, o anche come l'esistenzialismo, quando esso professa l'ateismo o quando nega il valore del ragionamento nel campo della metafisica”.

    - Da ultimo, e con più generale riferimento al complesso del pensiero ciellino, occorre evidenziare come la sostituzione del concetto tradizionale di fede con concetti moderni quali “senso religioso”, “esperienza” ed “incontro”, produca un implicito naturalismo. La Fede infatti è virtù teologale, e come tale ha ad oggetto Dio, dunque i suoi contenuti sono per definizione e per eccellenza soprannaturali. Il “senso religioso” invece, se lo intendiamo come apertura dell’uomo alla trascendenza, pertiene alle cose naturali: è una facoltà umana, ancorché rivolta al trascendente. Il “senso religioso” dista dalla Fede quanto la creatura dal Creatore. Costruire la fede sul senso religioso equivale a costruire una mera religione naturale.
Precorrendo i tempi, lo aveva ben capito dom Guéranger, quando ricordava come non vi è sentimento religioso se non là dove vi è la religione. Una prospettiva esattamente rovesciata rispetto a quella ciellina che, come tutta la modernità, è incapace di cogliere il soprannaturale e rovescia cause ed effetti.
Leggiamo il grande Abate di Solesmes: "E’ provato che i contemporanei non credenti da soli non intuiscono nulla dei principi religiosi. Questa impotenza deriva dal silenzio discreto che si mantiene da troppo tempo nei loro confronti e che permette loro di ignorare tutto. È impossibile non essere colpiti dalla devozione e dall'eroismo pacato delle Suore di carità. Senza dubbio ci si rende conto del principio che ispira questa devozione e questo eroismo; si sa che il sentimento religioso ne è la sorgente. Ma fra tutti coloro che chiedono il loro soccorso, le persone, che non hanno la fortuna di essere illuminate dalla luce soprannaturale, quale idea si fanno del sentimento religioso che anima queste Suore? Perché il sentimento religioso esiste là dove esiste la religione. Perché mai una tale devozione non esiste nelle religioni del mondo antico? Perché tra i tanti popoli cristiani esiste soltanto tra coloro che partecipano alla comunione romana? E’ il risultato di un dogma che non si rintraccia altrove. Sarebbe stato opportuno indagarlo a fondo in questo secolo in cui piace rendersi conto di tutto, in cui si fa la statistica di tutto. Invece non si fa nulla, ci si limita ad ammirare, accettando i benefici. In fondo la cosa è molto semplice; si tratta di dire agli interessati: "avete delle Suore di carità ai vostri ordini perché esiste un sacerdozio fondato da Gesù Cristo; i membri di questo sacerdozio hanno il potere di purificare le anime e di metterle in seguito in rapporto con Dio stesso in un mistero che si chiama la comunione di cui essi sono i dispensatori. Se questo sacerdozio cessasse di operare, se fosse respinto dalla nostra società, voi vedreste scomparire nello stesso tempo queste serve dei poveri e degli ammalati. Ciò che voi chiamate il sentimento religioso non saprebbe più produrle ormai nè moltiplicarle" (dom Prosper Guéranger, Il senso cristiano della storia)

  Non ha detto dunque nulla di male la signora ascoltatrice. E la sua semplicità ortodossa ed evangelica (“Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità.” Marco 1,27) è stata contestata in nome dell’”incontro”. Ma in fondo anche questo si spiega per chi conosce CL. Ci si potrebbe domandare, date le premesse moderne della “teologia” ciellina, come questa possa giungere a sostenere l’oggettività delle posizioni cattoliche, cosa che pur in diverse occasioni ha fatto. La risposta è nella insostenibile oggettivizzazione, con ombre di ontologismo, dell’”esperienza” e dell’”incontro”. Il ciellino, attraverso il movimento, ha vissuto l’esperienza dell’incontro, e chi non la vive, cattolico o meno che sia, semplicemente non userebbe né la ragione né il cuore. La posizione è decisamente elitista e tutto accade ancora sul piano naturale.
Invero la Verità di Cristo non si sottomette al tribunale ciellino dell’esperienza, ma è accolta solo dopo il primo movimento soprannaturale proveniente da Dio e che a Dio ritorna: la virtù teologale della Fede.
In virtù delle Fede, si crede alla Verità di Dio per l’autorità e la veridicità di Dio stesso, non già per il suo aderire alla nostra esperienza, da sola incapace di Dio per le conseguenze del peccato originale.        

venerdì 10 gennaio 2014

Abbandonati ai vietcong del relativismo. Una lettera cattolica di Mario Palmaro



Riprendiamo qui di seguito la lettera recentemente indirizzata dal Professor Mario Palmaro al direttore de La Nuova Bussola Quotidiana, Riccardo Cascioli. Palmaro denuncia con l'onestà e l'intelligenza, che i cattolici sono abituati ad apprezzare, la presente distrazione dei pastori della Chiesa di fronte la ripresa velenosa del relativismo omosessualista: è anzi il "chi sono io per giudicare" pronunciato da Francesco a vanificare tragicamente ogni tentativo di resistenza, se non a consegnare i resistenti al nemico. Interessante anche la risposta di Cascioli - alla quale ci limitiamo a rinviare - che ripropone la collaudata lettura volontaristica e sovranista dell'infallibilità pontificia, falsa e eterodossa quanto pericolosa per la verità e per la salvezza delle anime, ma tanto cara all'opaco fronte neo-conservatore di cui la Nuova Bussola Quotidiana è la gazzetta. "Chi sono io per giudicare?": et voilà le dogme!

Caro direttore,

ho letto il tuo editoriale del 3 gennaio – “Renzi, se questo è il nuovo che avanza” – e non posso che condividere la tua analisi sulla figura del nuovo segretario del Pd, sulla sua furbizia disinvolta, sul suo trasformismo, sulle contraddizioni inevitabili tra il suo dirsi cattolico e il promuovere cose che contrastano non solo con il catechismo ma con la legge naturale. Aggiungo i miei complimenti per quello che fai da tempo con la Bussola su questa frontiera dell’offensiva omosessualista e non voglio rimproverarti nulla.

Però avverto la necessità di scrivere a te e ai lettori ciò che penso. In tutta sincerità: ma il nostro problema è davvero Matteo Renzi? Cioè: noi davvero potevamo aspettarci che uno diventa segretario del Partito democratico, e poi si mette a difendere la famiglia naturale, la vita nascente, a combattere la fecondazione artificiale  e l’aborto, a contrastare l’eutanasia? Ma, scusate lo avete presente l’elettorato del Pd, cattolici da consiglio pastorale, suore e parroci compresi? Secondo voi, quell’elettorato che cosa vuole da Renzi? Ma è ovvio: i matrimoni gay e le adozioni lesbicamente democratiche. Ma, scusate, avete mai ascoltato in pausa pranzo l’impiegato medio che vota a sinistra? Secondo voi, vuole la difesa del matrimonio naturale o vuole le case popolari per i nostri fratelli omosessuali, così orribilmente discriminati? Smettiamola di credere che il problema siano Niki Vendola o i comunisti estremisti brutti e cattivi, e che l’importante è essere moderati: qui i punti di riferimento dell’uomo medio sono Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, le coop e Gino Strada, Enzo Bianchi ed Eugenio Scalfari. Renzi mette dentro nel suo frullatore questi ingredienti essenziali del suo elettorato, miscelandoli con dosi omeopatiche di don Ciotti e don Gallo, e il risultato è il beverone perfetto che tiene insieme la parrocchietta democratica e l’Arcigay. Aspettarsi qualche cosa di diverso da lui sarebbe stupido.

  Lo scandalo, scusate, è un altro. Di fronte a Renzi che fa il Segretario del Pd e strizza l’occhio ai gay, lo scandalo è ascoltare gli esponenti del Nuovo Centro Destra che dicono: “Le unioni civili non sono delle priorità del governo”. Capite bene? Non è che l’NCD salta come una molla e intima: noi queste unioni non le voteremo mai. No: dice che non sono una priorità. Uno incontra Hitler che dice: voglio costruire le camere a gas, e che cosa gli risponde: “Adolf, ma questa non  è una priorità”. Facciamole, facciamole pure, ma con calma. Ho visto al Tg1 il cattolico ministro Lupi che spiegava la faccenda. Volto imbarazzatissimo, l’occhio terrorizzato di uno che pensa (ma posso sbagliarmi): mannaggia, mi tocca parlare di principi non negoziabili e di gay, adesso mi faranno fare la stessa fine di Pietro Barilla, mi toccherà lasciare il mio ministero così strategico e così importante, con il quale posso fare tanto bene al mio Paese. E al mio movimento. Ed eccolo rifugiarsi, Lupi come tutti gli altri cuor di leone del partito di Angiolino e della Roccella, nella famosa faccenda delle priorità: no, le unioni civili non sono una priorità. Palla in calcio d’angolo, poi dopo vediamo. Ovviamente poi c’è il peggio: allo stesso Tg1 c’era Scelta Civica che intimava: dobbiamo difendere i diritti delle persone omosessuali. Scelta civica… credo si tratti di quello stesso partito che fu costruito a furor di Todi 1 e Todi 2, e che i vescovi italiani avevano eretto a nuovo baluardo dei valori non negoziabili dietro la cattolicissima leadership di Mario Monti. Poi c’è il peggio del peggio, e nello stesso Tg c’era una tizia di Forza Italia che trionfante annunciava che loro avrebbero miscelato le loro proposte sui diritti dei gay con quelle di Renzi. Ho udito qualche rudimentale rullo di tamburo contro le unioni civili dalle parti della Lega di Salvini, flebilmente da Fratelli d’Italia. Punto..

No, caro direttore, il mio problema non è Matteo Renzi. Il mio problema è la Chiesa cattolica. Il problema è che in questa vicenda, in questo scatenamento planetario della lobby gay, la Chiesa tace. Tace dal Papa fino all’ultimo cappellano di periferia. E se parla, il giorno dopo Padre Lombardi deve rettificare, precisare, chiarire, distinguere. Prego astenersi dal rispolverare lettere e dichiarazioni fatte dal Cardinale Mario Jorge Bergoglio dieci anni fa: se io oggi scopro mio figlio che si droga, cosa gli dico: “vai a rileggerti la dichiarazione congiunta fatta da me e da tua madre sei anni fa in cui ti dicevamo di non drogarti”? O lo prendo di petto e cerco di scuoterlo, qui e ora, meglio che posso?.

Caro direttore, in questa battaglia, dov’è la conferenza episcopale, dove son i vescovi? Silenzio assordante. Anzi, no:  monsignor Domenico Mogavero - niente meno che canonista, vescovo di Mazara del Vallo ed ex sottosegretario della Cei – ha parlato, eccome se ha parlato: “La legge non può ignorare centinaia di migliaia di conviventi: senza creare omologazioni tra coppie di fatto e famiglie, è giusto che anche in Italia vengano riconosciute le unioni di fatto”. Per Mogavero, “lo Stato può e deve tutelare il patto che due conviventi hanno stretto fra loro. Contrasta con la misericordia cristiana e con i diritti universali – osserva – il fatto che i conviventi per la legge non esistano. Oggi, se uno dei due viene ricoverato in ospedale, all’altro viene negato persino di prestare assistenza o di ricevere informazioni mediche, come se si trattasse di una persona estranea”. Conclude il vescovo: “Mi pare legittimo riconoscere diritti come la reversibilità della pensione o il subentro nell’affitto, in virtù della centralità della persona. E’ insostenibile – sottolinea Mogavero – che per la legge il convivente sia un signor Nessuno”. E per la Chiesa, sul cui tema è stata già invitata a riflettere da papa Francesco, in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia, “senza equipararle alle coppie sposate, non ci sono ostacoli alle unioni civili”. Amen.

Capisci, caro direttore? Fra poco prenderanno mio figlio di sette anni e a scuola lo metteranno a giocare con i preservativi e i suoi genitali, e la Chiesa di che cosa mi parla? Dei barconi che affondano a Lampedusa, di Gesù che era un profugo, di un oscuro gesuita del ‘600 appena beatificato. No, il mio problema non è Matteo Renzi. Caro direttore, dov’è in questa battaglia l’arcivescovo di Milano Angelo Scola? Fra poco ci impediranno di dire e di scrivere che l’omosessualità è contro natura, e Scola mi parla del meticciato e della necessità di comprendere e valorizzare la cultura Rom. E’ sempre l’arcivescovo di Milano che qualche settimana fa ha invitato nel nostro duomo l’arcivescovo di Vienna Schoenborn: siccome in Austria la Chiesa sta scomparendo, gli hanno chiesto di venire a spiegare ai preti della nostra diocesi come si ottiene tale risultato, qual è il segreto. Del tipo: questo allenatore ha portato la sua squadra alla retrocessione, noi lo mettiamo in cattedra a Coverciano. E guarda la coincidenza, fra le altre cose: Schoenborn – che veste il saio che fu di San Domenco e di Tommaso d’Aquino - è venuto a spiegare ai preti ambrosiani che lui è personalmente intervenuto per proteggere la nomina in un consiglio parrocchiale di due conviventi omosessuali. Li ha incontrati e, dice Schoenborn, “ho visto due giovani puri, anche se la loro convivenza non è ciò che l’ordine della creazione ha previsto”. Ecco, caro direttore, questa è la purezza secondo un principe della Chiesa all’alba del 2014. E il mio problema dovrebbe essere Matteo Renzi e il Pd? Prenderanno mio figlio di sette anni e gli faranno il lavaggio del cervello per fargli intendere che l’omosessualità è normale, e intanto il mio arcivescovo invita in duomo un vescovo che mi insegna che due gay conviventi sono esempi di purezza?.

E vado a finire. Matteo Renzi che promuove le unioni civili è il prodotto fisiologico di un Papa che mentre viaggia in aereo si fa intervistare dai giornalisti e dichiara: “Chi sono io per giudicare” eccetera eccetera. Ovviamente, lo so anche io che non c’è perfetta identità fra le due questioni, che il Papa é contrario a queste cose e che certamente ne soffre, e che è animato da buone intenzioni. Però i fatti sono fatti. A fronte di quella frasetta epocale in bocca a un papa – “chi sono per giudicare”  - ovviamente si possono scrivere vagonate di articoli correttivi e riparatori, cosa che le truppe infaticabili di normalisti hanno fatto e stanno facendo da mesi per spiegare che va tutto ben madama la marchesa. Ma tu ed io sappiamo bene, e lo sa chiunque conosca i meccanismi della comunicazione, che quel “chi sono io per giudicare” è una pietra tombale su qualunque combattimento politico e giuridico nel campo del riconoscimento dei diritti degli omosessuali. Se fossimo nel rugby, ti direi che ha guadagnato in pochi secondi più metri a favore della lobby gay quella frasetta di Papa Francesco, che in decenni di lavoro tutto il movimento omosessualista mondiale. Ti dico anche che vescovi come Mogavero, all’ombra di quella frasetta sul “chi sono io per giudicare” possono costruire impunemente castelli di dissoluzione, e a noi tocca solo tacere.

Intendiamoci: sarebbe da stolti imputare al Papa o alla Chiesa la colpa che gli stati di tutto il mondo stiano normalizzando l’omosessualità: questa marea montante è inarrestabile, non si può fermarla. La ragione è semplice: Londra e Parigi, New York e Roma, Bruxelles e Berlino sono diventate una gigantesca Sodoma e Gomorra. Il punto però è se questo noi lo vogliamo dire e lo vogliamo contrastare e lo vogliamo denunciare, oppure se vogliamo fare i furbi e nasconderci dietro il “chi sono io per giudicare”. Il punto è se anche Sodoma e Gomorra planetari debbano essere trattati con il linguaggio della misericordia e della comprensione. Ma allora, mi chiedo, perché non riservare la stessa misericordia anche ai trafficanti di armi chimiche, agli schiavisti, agli speculatori finanziari? Sono poveri peccatori anche loro? O no? O devo chiedere a Schoenborn di incontrarli a pranzo e di valutare la loro purezza? Caro direttore, la situazione ormai è chiarissima: qualsiasi politico cattolico o intellettuale o giornalista che anche volesse combattere sulla frontiera omosessualista, si troverà infilzato nella schiena dalla mistica della misericordia e del perdono. Siamo tutti totalmente delegittimati, e qualsiasi vescovo, prete, teologo, direttore di settimanale diocesano, politico cattolico-democratico può chiuderci la bocca con quel “chi sono io per giudicare”. Verrebbe impallinato da un Mogavero qualsiasi come un fagiano da allevamento in una battuta di caccia..

Caro direttore, il nostro problema non è Matteo Renzi. Il nostro, il mio problema è che l’altro giorno il Santo Padre ha detto che il Vangelo “non si annuncia a colpi di  bastonate dottrinali, ma con dolcezza.” Anche qui, prego astenersi normalisti e perditempo: lo so anche io che effettivamente il Vangelo si annuncia così -  a parte il fatto che Giovanni il Battista aveva metodi suoi piuttosto bruschi, e nostro Signore lo definisce “il più grande fra i nati di donna” – ma tu sai benissimo che con quella frasetta siamo, tu ed io, tutti infilzati come baccalà. Tu ed io che ci siamo battuti e ci battiamo contro l’aborto legale, contro il divorzio, contro la fivet, contro l’eutanasia, contro le unioni gay, e contro i politici furbi come Matteo Renzi che quella roba la promuovono e la diffondono. Ecco, tu ed io siamo, irrimediabilmente, dei randellatori di dottrina, della gente senza carità, degli eticisti, degli “iteologi” dice qualche giornalista di cielle. E fenomeni come La Bussola e come Il Timone sono esemplari anacronistici di questa mancanza di carità, di questo rigore morale impresentabile. E non basteranno gli sforzi quotidiani e titanici dei normalisti per sottrarre queste testate alla delegittimazione da parte del cattolicesimo ufficiale, perché tutti gli esercizi di equilibrismo e di tenuta dei piedi in due staffe si concludono sempre, prima o poi, con un tragico volo nel vuoto.

Penso anche che il problema – scusa il fatto personale - non siano Gnocchi e Palmaro, brutti sporchi e cattivi, che sul Foglio hanno scritto quello che hanno scritto: io lo riscriverei una, dieci, cento mille volte, perché purtroppo tutto si sta compiendo nel modo peggiore, molto peggiore di quanto noi stessi potessimo prefigurare.

Ecco, caro direttore, perché il mio problema, e il problema tuo, dei cattolici e della gente semplice, non è Matteo Renzi. Il problema è nostra Madre la Chiesa, che ha deciso di mollarci nella giungla del Vietnam: gli elicotteri sono ripartiti e noi siamo rimasti giù, a farci infilzare uno dopo l’altro dai vietcong relativisti. Per me, non mi lamento, per le ragioni che sai. E poi perché preferisco mille volte essere rimasto qui, ad aspettare i vietcong, piuttosto che salire su quegli elicotteri. Magari con la promessa in contropartita di uno strapuntino in qualche consulta clericale tipo Scienza e Vita, o con l’illusione di tessere la tela dentro nel palazzo del potere ufficiale insieme a tutti gli altri movimenti ecclesiali. O con la pazza idea – scritta nero su bianco - che, sì, Gnocchi e Palmaro magari c’hanno ragione ma non dovevano dirlo, perché certe verità non vanno dette, anzi vanno addirittura negate pubblicamente per confondere il nemico.

No, io non mi lamento per me. Mi rimane però il problema di quel mio figlio di sette anni e di altri tre già più grandi, ai quali io non voglio e non posso dare come risposta i barconi che affondano a Lampedusa, i gay esempio di purezza del cardinale Shoenborn, il meticciato e l’elogio della cultura rom del cardinale Scola, il disprezzo per le randellate dottrinali secondo Papa Francesco, Mogavero che fa l’elogio delle unioni civili. A questi figli non posso contare la favola che il problema si chiama Matteo Renzi. Che per lui, fra l’altro, bastano dieci minuti ben fatti di Crozza.

Caro direttore, caro Riccardo, perché mai ti scrivo tutte queste cose? Perché questa notte non ci ho dormito. E perché io voglio capire – e lo chiedo ai lettori della Bussola - che cosa deve ancora accadere in questa Chiesa perché i cattolici si alzino, una buona volta, in piedi. Si alzino in piedi e si mettano a gridare dai tetti tutta la loro indignazione. Attenzione: io mi rivolgo ai singoli cattolici. Non alle associazioni, alle conventicole, ai movimenti, alle sette che da anni stanno cercando di amministrare conto terzi i cervelli dei fedeli, dettando la linea agli adepti. Che mi sembrano messi tutti sotto tutela come dei minus habens, eterodiretti da figure più o meno carismatiche e più o meno affidabili. No, no: qui io faccio appello alle coscienze dei singoli, al loro cuore, alla loro fede, alla loro virilità. Prima che sia troppo tardi.

Questo ti dovevo, carissimo Riccardo. Questo dovevo a tutti quelli che mi conoscono e hanno ancora un po’ di stima per me e per quello che ho rappresentato, chiedendoti scusa per aver abusato della pazienza tua e dei lettori.

Mario Palmaro Fonte: © LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

domenica 5 gennaio 2014

Ribellarsi all'eresia. L'ultimo editoriale di Radicati nella fede



Pubblichiamo l'appello cattolico di Radicati nella fede (gennaio 2014)nel quale ci sembra di cogliere il senso proprio del "lato apostolico della Chiesa" di cui abbiamo scritto in un nostro precedente post. Nell'ora più tragica per la Tradizione in chi si ribella all'eresia professando integralmente la fede nella sacra Liturgia e nella dottrina di sempre appare la dolcezza dell'ortodossia cattolica romana e il trionfo della Chiesa.

Tutto, praticamente tutto viene permesso, tutto eccetto la Tradizione.

 Dopo il coraggioso e, nello stesso tempo, timido gesto di Benedetto XVI, costituito dal motu proprio del 2007, si è assistito ad una costante opera di “confino” della Tradizione della Chiesa.
 Il Santo Padre disse che la Messa antica non fu mai abolita. In qualche modo confermò che non si può abolire, perché l'Autorità nella Chiesa serve a custodire la Tradizione come fonte della Rivelazione, così come serve a custodire la Sacra Scrittura, e non può mai far da padrona su di esse; se facesse da padrona, l'Autorità non sarebbe quella voluta da Nostro Signore e si configurerebbe come autoritarismo.
 Ebbene, dopo il motu proprio Summorum Pontificum, le varie curie diocesane si impegnarono in una instancabile opera per fermare, arginare, confinare qualsiasi tentativo di ritorno alla gloriosa Tradizione della Chiesa, in campo sia liturgico che dottrinale.
 È stato il boicottaggio totale della volontà del Papa, volontà che poi era un semplice atto di giustizia: non si può abolire la Messa che la Chiesa ha celebrato per quindici secoli e che ha fatto i Santi.

 Nemmeno la terribile mancanza di preti, cui assisteremo in questi anni, nemmeno questa potrà liberare la tradizione dal suo confino. Piuttosto staranno senza preti, piuttosto chiuderanno le chiese, ma non permetteranno a un sacerdote tradizionale di celebrare la messa di sempre.  Quanti preti erano pronti a passare alla Tradizione, quanti erano seriamente interessati a riappropriarsi di ciò che è il più profondo patrimonio della Chiesa, quanti chiesero di imparare la Messa antica. Poi, come mannaia implacabile, la scure scese su coloro che con gioiosa semplicità iniziarono a celebrarla: processi canonici, rimozione dalle parrocchie, sottili accuse di scisma!... ecc... la storia la conoscete. Così il gelo cadde sui sacerdoti, molti dei quali giovani, che sognavano già di poter dire salendo all'altare “Introibo ad altare Dei...”. E che dire dei chierici? "Se ami la Tradizione sei pericoloso e non puoi essere ordinato per questa Chiesa”, questo è il refrain dei superiori dei seminari obbedienti ai loro vescovi.

 Un gelo tremendo è così calato su una primavera possibile per le anime, dei sacerdoti prima e dei fedeli poi. Il Papa aveva sperato in un cambio di clima nella Chiesa, ma la vecchia guardia, fatta di ex- sessantottini oggi nelle curie diocesane, non ha permesso alcunché.

 I preti amanti della Tradizione si sono rinchiusi in un mutismo prudenziale, i seminaristi in una “apnea” di coscienza per poter giungere alla sospirata ordinazione, illusoriamente convinti che le cose cambieranno quando saranno preti.

 Ma è normale tutto questo? No di certo, non è normale nella Chiesa!

 Tutti questi signori che osteggiano la Tradizione e la impediscono con strani bizantinismi, sono ancora preoccupati per la salvezza delle anime? Vogliono ancora fare il Cristianesimo? O aspirano a qualcosa di diverso? E se è così perché occupano la Chiesa di Dio?

 Hanno promosso una nuova religione con dei timidi riferimenti al Cristianesimo di un tempo. Hanno lavorato, spendendo notevoli soldi!, per una trasformazione del Cattolicesimo in una religione presentabile nei salotti della cultura; si perdono dietro un dipinto da restaurare o dietro un testo da commentare, ma sono assenti sul campo... non vanno in confessionale e non salgono tutti i giorni all'altare, perché impegnati in qualche progetto culturale.

 Sono ancora preoccupati che le anime si accostino ai sacramenti? Reputano ancora i sacramenti necessari alla salvezza, o sono solo preoccupati di fare “comunità”, sostituendo la struttura all'essenziale, cioè a Dio?

 Ci auguriamo di tutto cuore che il nuovo anno porti due cose:

1. Un sussulto di coraggio in tutti quei preti e seminaristi che stanno soffrendo per una chiesa sempre più nemica del suo passato. Vorremmo dire loro “Cosa aspettate a ribellarvi? Sì, a ribellarvi per obbedire a Dio! Considerate l'esito di questa Chiesa malamente ammodernata, considerate la grande tristezza che ha prodotto e obbedite gioiosamente a Dio. Solo così servirete  con amore la Chiesa, perché la Chiesa è Tradizione".

2. Un ravvedimento in coloro che hanno così osteggiato la Messa tradizionale e l'hanno confinata. Sappiamo che non tutti sono in cattiva coscienza. A loro vorremmo dire “lasciateci fare l'esperienza della Tradizione”, dateci le Chiese, permetteteci la cura delle anime e poi venite con tutta semplicità a considerare i frutti. Avete dato le chiese anche agli ortodossi scismatici, pubblicate anche gli orari di culto degli eretici protestanti, quando farete uscire dal limbo la Messa di sempre? Cosa direbbero i vostri vecchi parroci, i vostri nonni e i santi di duemila anni di cristianesimo?

 Perdonateci se vi abbiamo parlato in tutta schiettezza, non vogliamo offendere nessuno ma suscitare un sussulto di coscienza: nelle situazioni drammatiche non c'è tempo per i convenevoli.

 Che l'anno 2014 possa smuovere, per grazia di Dio e per la preghiera di molti, dal torpore tante anime sincere.

sabato 4 gennaio 2014

Inizia la pastorale delle coppie gay? Il discorso di Francesco ai superiori generali



Secondo quanto si legge ne il Messaggero on line, per Francesco le coppie gay pongono nuove sfide educative. «A livello educativo, le unioni gay oggi pongono sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere», ha spiegato Papa Francesco nel suo discorso ai superiori generali del 29 novembre scorso, pubblicato da Civiltà Cattolica. Ai figli di coppie gay, dice, non si deve «somministrare un vaccino contro la fede».

Quasi a conclusione del lungo colloquio con i superiori generali degli ordini religiosi, il Papa si è soffermato sul tema dell'educazione, sottolineando che essa «deve essere all'altezza delle persone che educa, deve interrogarsi su come annunciare Gesù Cristo a una generazione che cambia».

Il Papa ha anche citato la sua esperienza di Arcivescovo di Buenos Aires: «Ricordo il caso di una bambina molto triste - ha raccontato - che alla fine confidò alla maestra il motivo del suo stato d'animo: "La fidanzata di mia madre non mi vuol bene". La percentuale di ragazzi che studiano nelle scuole e che hanno i genitori separati è elevatissima. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Come annunciare Cristo a questi ragazzi e ragazze? Come annunciare Cristo a una generazione che cambia? Bisogna stare attenti a non somministrare ad essi un vaccino contro la fede».

Bisognerà leggere l'intero testo pubblicato da Civiltà Cattolica, ma già da queste prime battute sembra riemergere pericolosamente il ben noto problema della tensione tra fede e pastorale, alla cui soluzione dovrebbe sempre accompagnarsi il caveat a che la verità non sia travolta dai fatti. Non v'è dubbio che la Chiesa debba preoccuparsi della salvezza delle anime di coloro che senza colpa subiscono sin dalla nascita l'innaturale cattività delle solidarietà omosessuali, ma non si può accettare che questa cura pastorale passi per un seppur parziale riconoscimento di dette solidarietà. Rimane la certezza del peccato e del disordine morale di convivenze che recano in sé tutto il risentimento del "non serviam", il vero "vaccino contro la fede". Parlare di "figli di coppie omosessuali" sarebbe già porsi sul terreno dell'errore: non si conoscono in realtà figli di coppie omosessuali.  Una pastorale delle coppie omosessuali costituirebbe l'ennesima erosione della fede e del diritto naturale in nome di "una generazione che cambia".