lunedì 5 gennaio 2015

Tra Alessandria e Roma. Brevi considerazioni su “Gli ariani del IV secolo” di J.H. Newman. Un saggio di Andrea Sandri

Pubblichiamo qui di seguito un saggio di Andrea Sandri comparso ieri su Chiesa e postconcilio (vedi qui). Ripercorrendo una lunga vicenda teologica in Inghilterra, che dalla seicentesca Defensio Fidei Nicenae di George Bull porta alle riflessioni del beato John Henry Newman sugli ariani del IV secolo, il presente scritto individua luoghi e categorie idonee a conoscere il senso della crisi attuale della Chiesa e il ruolo delle parti in campo.

1 –  Una delle principali opere del Seicento teologico inglese è la Defensio Fidei Nicenae[1] del vicario di Siddington Mary’s e futuro Lord Bishop di St David’s George Bull. Pubblicata nel 1685, la Defensio fu approvata da molti autori cattolici e ottenne anche il consenso di Jacques Bénigne Bossuet che la considerò, nel suo complesso, oggettivamente cattolica. Il titolo polemico dell’opera di Bull corrisponde principalmente all’effettiva urgenza di difendere il Credo di Nicea dalla risorgente eresia sociniana, antitrinitaria e unitariana, in campo protestante, oltre che, nella specifica prospettiva del teologo anglicano, al posizionamento rispetto all’autorità della “Chiesa di Roma” e alla pretesa di questa sede di definire evolutivamente il deposito della fede. Sarà, in realtà, quest’ultimo il tema che occuperà John Henry Newman fino all’atto di conversione ricevuto dal passionista italiano Domenico Barberi nell’eremo oxoniense di Littlemore nel 1845[2].
In particolare le pagine della Defensio costituiscono una risposta all’eresia, che si andava diffondendo tramite le opere di Daniel Zwicker (1612-1678) e di Christopher Sandius (1644-1680), secondo la quale la dottrina ariana con il suo rifiuto della fede trinitaria fu lo sviluppo estremo, negato dai Padri niceni, delle dottrine autenticamente apostoliche dei primi tre secoli[3]. D’altro canto, non meno pericolosa, e tutto sommato divergente soltanto nel giudizio rispetto alle conclusioni degli unitariani tedeschi, appariva a Bull la posizione del gesuita francese Dénis Petau che nel suo De Trinitate (1644) aveva affermato che realmente i padri anteniceni erano incorsi in gravi errori nell’esporre alcuni punti fondamentali della fede cattolica (la Trinità e l’Incarnazione anzitutto) e che il Concilio – allora quello di Nicea ma poi ogni altro concilio ecumenico fino al Tridentino – ebbe l’autorità di condannare le vecchie formule e di definire, in opposizione a esse, l’autentico credo cattolico.

giovedì 25 dicembre 2014

"Il Verbo stesso si prese un corpo come offerta sacrificale". Una meditazione di Sant'Atanasio sull'Incarnazione - Terza parte


“Il Verbo stesso si prese un corpo come offerta sacrificale”. Il pensiero dell’Incarnazione, la visione del Verbo incarnato nella culla di Betlemme, rimanda già al sacrificio della Croce che è lo scopo stesso dell’Incarnazione del Verbo. Anche per questo veneriamo il Bambino Dio durante la Santa Messa di Natale e il nostro amore è più grande nel presentimento dei dolori del Crocifisso. Così cantano i monaci benedettini ai Vesperi di Natale: “Nos quoque qui sancto tuo / Redemti sanguine sumus, / Ob diem natalis tui / Hymnum novum concinimus” (vedi The Monastic Diurnal, Saint Michael’s Abbey Press, Farnborough 2011). Qui la terza parte (vedi la prima e la seconda qui e qui) della meditazione sull’Incarnazione di Sant’Atanasio d’Alessandria.

Questa grande opera conveniva davvero moltissimo alla bontà di Dio. Infatti, se un re ha costruito una casa o una città e questa viene attaccata dai briganti per la negligenza degli abitanti, il re non l’abbandona affatto, ma la difende come opera sua e la salva non badando alla trascuratezza degli uomini ma al proprio onore. Tanto più il Dio Verbo del Padre perfettamente buono non permise che il genere umano da lui creato precipitasse nella corruzione, ma con l’offerta del proprio corpo cancellò la morte che era caduta su di loro, corresse con il suo insegnamento la loro negligenza restaurando con la sua potenza tutta la condizione umana. Ce lo possono garantire i teologi del Salvatore stesso, se si leggono i loro scritti, là dove dicono: “L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti affinché noi non viviamo più per noi stessi, ma per colui che per noi è morto e risuscitato” [2 Cor. 5, 14-15] dai morti, il Signore Nostro Gesù Cristo. E ancora: “Quel Gesù che fu fatto di poco inferiore agli angeli lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte per ciascuno” [Ebr. 2, 9]. Poi indica il motivo per cui nessun altro doveva incarnarsi all’infuori del Dio Verbo, dicendo: “Ed era ben giusto che colui per il quale e dal quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza colui che li doveva portare alla salvezza” [Ebr. 2, 10]. Con queste parole intende dire che nessuno all’infuori del Verbo, che li aveva creati all’inizio, poteva risollevare gli uomini dalla corruzione che era sopraggiunta. Che il Verbo stesso si prese un corpo come offerta sacrificale per i corpi simili al suo lo spiegano dicendo: “Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe similmente per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” [Ebr. 2, 14-15]. Infatti il sacrificio del suo corpo pose fine alla legge, che gravava su di noi, e ci ha portato l’inizio di una nuova vita dandoci la speranza della resurrezione. Poiché la morte è venuta a dominare sugli uomini per colpa degli uomini, la distruzione della morte e la risurrezione della vita sono avvenute mediante il Dio Verbo fatto uomo, come dice il portatore di Cristo: “Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti morirono in Adamo, così tutti saranno vivificati in Cristo” [1 Cor 15, 21-22], e quel che segue. Adesso infatti non moriamo più, come condannati, ma come quelli che sono destinati a risvegliarsi attendiamo la risurrezione universale di tutti, che “ci mostrerà a suo tempo” Dio che l’ha operata e donata.

(fonte: Sant’Atanasio, L’Incarnazione del Verbo, Roma 1987, pp. 53-54)

mercoledì 24 dicembre 2014

“Come quando un grande re è entrato in una grande città”. Una meditazione di Sant'Atanasio sull'Incarnazione - Seconda parte


“Come quando un grande re è entrato in una grande città”. Il Verbo, che è condisceso e ha preso la natura umana, è entrato nell’umanità come un grande re in una grande città, un re che fa cessare e rende definitivamente inefficace ogni assalto del nemico. È già l’immagine del Nuovo Israele. Qui la seconda parte (vedi la prima qui) della meditazione sull’Incarnazione di Sant’Atanasio d’Alessandria. Augurando a tutti una buona vigilia di Natale.

Il Verbo vedendo che la corruzione degli uomini non poteva essere eliminata se non con una morte generale e che d’altra parte non poteva morire il Verbo, che è immortale e Figlio del Padre, si prese un corpo che può morire affinché questo corpo, partecipando del Verbo che è al di sopra di tutti, fosse sufficiente a morire per tutti, pur rimanendo incorruttibile in virtù del Verbo che abita in lui, e si allontanasse così da tutti la corruzione per la grazia della resurrezione. Perciò, offrendo alla morte come vittima e sacrificio esente da ogni macchia il corpo che si era preso, subito allontanò la morte da tutti i suoi simili con l’offerta di un corpo come il loro. Infatti il Verbo di Dio, che è al di sopra di tutti, offrendo il suo tempio e lo strumento del suo corpo come riscatto per tutti, pagava adeguatamente il debito nella sua morte. Inoltre l’incorruttibile Figlio di Dio, essendo in tutti tramite il suo corpo simile a quello di tutti, rivestì adeguatamente tutti dell’incorruttibilità nella promessa della resurrezione. Questa corruzione che si esprime nella morte non ha più alcuna possibilità di colpire gli uomini a causa del Verbo che abita in loro per mezzo di un corpo. Come quando un grande re è entrato in una grande città ed ha preso dimora in una delle tante abitazioni che sono in essa, senza dubbio una tale città è ritenuta degna di grande onore e nessun nemico o pirata l’assalta per saccheggiarla, ma la si considera piuttosto degna di ogni riguardo a causa del re che è andato ad abitare in una sua casa, così è accaduto per il Re di tutti. Da quando è venuto nel nostro mondo ed ha preso dimora in un corpo simile al nostro, ogni insidia dei nemici contro gli uomini è cessata ed è scomparsa la corruzione della morte, che prima esercitava il suo potere su di loro. Infatti il genere umano sarebbe perito, se il Figlio di Dio Signore e Salvatore di tutti non fosse venuto a soccorrerci per mettere fine alla morte.

(fonte: Sant’Atanasio, L’Incarnazione del Verbo, Roma 1987, pp. 53-54)

martedì 23 dicembre 2014

"Per questo viene sulla terra il Verbo". Una meditazione di Sant'Atanasio sull'Incarnazione - Prima parte



“Per questo dunque viene sulla nostra terra il Verbo di Dio incorporeo, incorruttibile e immateriale, sebbene prima non ne fosse in alcun modo lontano”. Il Verbo eternamente generato dal Padre è uscito per una prima volta per creare e governare il mondo, poi, inviato dal Padre, parlò ad Abramo e all’Antico Israele, finalmente è condisceso e ha preso la natura umana, incarnandosi, per abolire la legge della corruzione nel suo estremo compimento e per trionfare su di essa. Nel tempo di Natale proponiamo, in tre parti successive, una meditazione del grande Sant’Atanasio di Alessandria sull’Incarnazione e sui suoi frutti.

Per questo dunque viene sulla nostra terra il Verbo di Dio incorporeo, incorruttibile e immateriale, sebbene prima non ne fosse in alcun modo lontano. Infatti, nessuna parte del creato è rimasta priva di lui, perché egli, stando con il Padre suo, riempie tutti gli esseri (operando) in tutti; ma si rende presente abbassandosi fino a noi per soccorrerci con la sua benignità e la sua manifestazione!
Vedendo che la stirpe razionale andava in rovina e la morte regnava su di loro grazie alla corruzione; vedendo che la minaccia connessa con la trasgressione faceva dominare la corruzione contro di noi e che era assurdo che quella legge fosse abrogata prima di essere soddisfatta; vedendo che era assurdo, in quanto era accaduto, che scomparissero gli esseri di cui egli stesso era creatore; vedendo che la perversità degli uomini superava ogni limite e che a poco a poco l’avevano fatta crescere a loro danno fino a renderla insopportabile; vedendo che tutti gli uomini erano soggetti alla morte, ebbe pietà della nostra stirpe compatendo la nostra debolezza, si abbassò fino alla nostra corruzione e non permise che dominasse la morte; ma affinché non perisse ciò che era stato creato e non riuscisse inutile l’opera del Padre suo nei confronti degli uomini, si prese un corpo non diverso dal nostro. Non volle semplicemente essere in un corpo né volle soltanto apparire. Infatti, se avesse voluto semplicemente apparire, avrebbe potuto manifestare la sua divinità per mezzo di un essere più potente. Egli prese un corpo come il nostro; e non si limitò a prenderlo, ma lo prese da una vergine pura e senza macchia, che non conosceva uomo: un corpo puro e veramente non contaminato dal contatto con gli uomini. Egli che è potente e creatore dell’universo, si preparò il corpo della Vergine come un tempio e se lo appropriò come uno strumento per farsi conoscere ed abitare in esso. Così, preso da noi un corpo simile al nostro, poiché tutti siamo soggetti alla corruzione della morte, lo consegnò alla morte per tutti e lo consegnò al Padre compiendo un gesto di benignità affinché, come se tutti fossero morti in lui [Rom 6, 8], fosse abolita la legge della corruzione che colpiva gli uomini (il suo potere, infatti era stato applicato pienamente nel corpo del Signore, per cui non le rimaneva più alcuna possibilità contro gli uomini suoi simili) e riconducesse alla incorruttibilità gli uomini che si erano volti alla corruzione vivificandoli con la sua morte: per far scomparire la morte come paglia nel fuoco con l’appropriazione del loro corpo e la grazia della resurrezione.

(fonte: Sant’Atanasio, L’Incarnazione del Verbo, Roma 1987, pp. 51-53)

domenica 21 dicembre 2014

Nasce la “Lega cattolica per la preghiera di riparazione”



Il Corpo Mistico di Nostro Signore Gesù Cristo, che è nella sua realtà santo e perfetto, appare oggi, dopo decenni di defezioni e di infedeltà dottrinale e liturgica, esteriormente deformato e quasi irriconoscibile. La vita sacramentale dei cristiani è messa in costante pericolo dal sentimentalismo di sacerdoti che credono di dovere cercare nelle proprie emozioni, e non nell’istituzione di Cristo, le forme della Grazia, così come la trasmissione della dottrina è alterata dalla resa al pensiero e alla cultura dominante che tutto reinterpreta e conforma ai bisogni del soggetto. Quando poi questo sentimentalismo e questo soggettivismo diventano la sostanza di una nuova concezione dell’autorità e di una aberrante affermazione dell’infallibilità, al Corpo Mistico sembra tolta ogni armonica bellezza.

Ciò che ogni giorno è distrutto, corrotto e vulnerato da una volontà sbrigliata, la bellezza e la santità esteriore della Chiesa, può essere riparato con il mezzo sovrannaturale della preghiera e dell’offerta delle proprie rinunce e sofferenze. È questo il senso dell’appello che il sito cattolico Riscossa Cristiana e la Confraternita del Sacro Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria, operante da due anni in Lombardia e in Veneto, hanno pubblicato in questi giorni (vedi qui).

Lungi dall’essere una vera e propria organizzazione, la Lega cattolica per la preghiera di riparazione, che si va formando attorno all’appello, è costituita da quanti aderiscono nominalmente all’iniziativa e si impegnano alla devozione e alla preghiera riparatoria dovuta al Sacro Cuore nelle semplici modalità stabilite dallo stesso appello.

Riscossa Cristiana e la Confraternita si limiteranno a un’opera di coordinamento e di raccordo tra coloro che aderiscono a un’iniziativa che può diffondersi facilmente in più direzioni anche tramite il passaparola. Così la riparazione della nave della Chiesa, tutta affidata all’ausilio della Provvidenza che trascende infinitamente i limitati mezzi di pochi naufraghi, potrà essere opera collettiva di molti che ora si sentono disperatamente abbandonati alla tempesta dell’eresia e dell’anomia.

giovedì 18 dicembre 2014

L'Aspettazione della Santa Vergine. Un'antica tradizione di Toledo per contemplare i Desideri di Maria negli ultimi otto giorni di Avvento




Nel secolo VII il santo Papa Martino I confermò con Decreto uno stabilimento della chiesa di Toledo che da tempo immemorabile celebrava la Festa dell’Aspettazione il diciotto di dicembre, otto giorni prima del Natale. In seguito Sant’Ildefonso difese e propugnò questa tradizione dandole il titolo di Aspettazione del Parto della Santa Vergine. Così il vescovo della città spagnola voleva fare intendere ai suoi fedeli che, quantunque durante tutto il tempo dell’Avvento dovessero anelare ardentemente con la Chiesa la Nascita del Signore, la loro premura e i loro desideri per il Parto sacro della Vergine dovevano essere raddoppiati in questi otto giorni. Il culto dell’Aspettazione, poi detto anche dei Desideri di Maria, si diffuse in tutta la Spagna, passò in Francia e in Italia. In Messico “Nuestra Señora de la Expectación” è venerata nell’antica cattedrale di Zapopan ed è all’origine del cattolicesimo in quella terra. In Spagna la Vergine dell’Aspettazione si celebra per uno spazio di otto giorni con grande pietà. Ogni giorno si dice una Messa solenne alla quale assistono le donne gravide. Proponiamo qui di seguito un testo spirituale nel quale il padre domenicano Sante Pascucci rifletteva nell’anno 1750 sulla magnificenza e sui doni dei Desideri di Maria. In attesa con tutta la Chiesa del divino Parto.

Avvicinandosi il compimento de’ novi Mesi di gravidanza della S.S. Vergine; ella, che sempre era stata in aspettazione del suo Parto, cominciò a vivere più che mai anelante di darlo in luce pur, una volta, sì per rispetto di Gesù; acciò terminassero quelle incomodità, e que’ patimenti, che sosteneva nell’oscura e stretta prigone del suo Ventre; sì per rispetto degli Uomini, acciò entrassero anch’essi in parte d’un tanto dono; e tutti ne godessero beneficio; giacché s’era incarnato appunto per tutti; sì finalmente per rispetto proprio, acciò potesse vagheggiare la di lui bellissima faccia, stringerlo amorosamente al seno; affettuosamente baciarlo; e godendo della sua esteriore presenza impiegarsi tutto giorno in di lui servigio. Da tali desiderj infiammata, ben può credersi, che ad ogni tratto seco parlasse col cuore, e gli dicesse: quando sarà, o Figlio, quell’ora, quando giungerà quell’istante, in cui vi vegga fuori attaccato al petto di me vostra dilettissima madre? Mio bene, a che tardate; mia vita a che tanti indugi? mio amore, a che più dimore? Ah che gli occhi miei si struggono, per voglia di vedere il vostro bel volto. Ah che le mie braccia anelano di stringervi a questo seno. Ah che le mie mani son avide d’accarezzarvi, i miei labbri di baciarvi, le mie orecchie di udirvi, le mie poppe d’allattarvi. Così approssimandosi sempre più l’ora del parto, crescevano maggiormente in Maria non i dolori, non le convulsioni, compagne ordinarie degli altri parti; ma gli ardori dei desiderj col fervore delle preghiere, e con l’intensione degli abiti virtuosi: sin che giunse quel momento, in cui questo benedetto frutto di vita dolcissimamente si staccò dall’Albero: diventando la Vergine compitamente Madre; e restando nella sua Verginità illibata. Or in memoria di ciò fu istituita, al tempo del Sommo Pontefice Martino primo, nel Concilio decimo Toletano, questa Festa chiamata de’ Desideri di Maria, o dell’aspettazione del Parto della Vergine. E perché indi a diecissette anni, essendo contraddetta da alcuni nella Spagna, venne difesa da Idelfonso: questi ne fu dall’istessa Vergine, per ricompensa, adornato d’un candido manto. Ad oggetto poi che si celebrasse più perfettamente, fu altresì istituita, in riverenza de’ nove Mesi della gravidanza dell’istessa Vergine, una Novena di giorni, la quale serva insieme per apparecchio della Festa del S. Natale. Nè andò guari, che principiata nella Spagna, largamente si propagò negli altri Regni Cattolici, e specialmente nella nostra Italia, con non ordinario frutto de’ Fedeli.

Sante Pascucci o.p., Esercizi di divozione per celebrare le feste della SS. Vergine dati in luce a beneficio de’ Principianti nella virtù di sì gran Signora, Venezia 1750, presso Giovanni Battista Recurti, pp. 414-416.

mercoledì 10 dicembre 2014

L'immutabilità della Tradizione. Un convegno del Circolo J.H. Newman di Seregno sulla Pascendi di San Pio X

Il Circolo Culturale John Henry Newman di Seregno è stato in questi ultimi anni promotore di importanti convegni a favore della Tradizione cattolica e dell'affermazione dell'ortodossia nella Chiesa. Tra gli ospiti del Circolo ricordiamo il Cardinale Burke, l'Abbé Jean-Pierre Herman, padre Serafino Lanzetta FI, padre Uwe Michael Lang dell'Oratorio di Londra, padre Massimo Malfer dell'Oratorio di Verona, il canonista Fabio Adernò, gli scrittori Alessandro Gnocchi, Paolo Gulisano, Cristina Siccardi.
In questo contesto venerdì 12 dicembre si terrà nella Sala Civica di Seregno un Convegno su "L'immutabilità della Tradizione. Teologia e attualità dell'Enciclica Pascendi Dominici Gregis di San Pio X". Parteciperanno il Professor Roberto de Mattei, già ospite del Circolo, storico della Chiesa presso l'Università Europea di Roma, e don Mauro Tranquillo, Sacerdote della Fraternità Sacerdotale San Pio X e raffinato indagatore di questioni teologiche.
All'indomani di un Sinodo in cui alcuni vescovi e cardinali hanno apertamente negato l'immutabilità della Tradizione della Chiesa, il convegno di Seregno aspira a essere occasione per una riparatrice riaffermazione dell'ortodossia cattolica e per un incontro dei cattolici preoccupati per una situazione ogni giorno più grave.
A conclusione del convegno, Sabato 13 dicembre, sarà celebrata alle ore 10 nella chiesa di San Giuseppe presso la Villa Buttafava (via Resegone, Desio) una Messa in Rito ambrosiano antico.

sabato 6 dicembre 2014

Vita & Pensiero. Il declino secolarista di una libreria universitaria cattolica

Qui ormai è scomparso, o è stato nascosto, anche il Cristo che mostra il Sacro Cuore, patrono e protettore dell'Università Cattolica di Milano. Il Sacro Cuore che ancora veglia nelle aule, seppur rattristato da lezioni per nulla cattoliche di professori selezionati con i procedimenti laici dello stato italiano (atei, modernisti, filoislamici, giudaizzanti, semiprotestanti, marxisti, liberali, massoni improvvisamente trasformati in "cattolici" dalla semplice esibizione concordataria di un certificato di battesimo). Persino nel bar dell'università, ora restaurato in stile vagamente "California Bakery", resiste il Sacro Cuore di Gesù, ma nella dirimpettaia libreria Vita&Pensiero non sembra essercene più traccia e, se da qualche parte l’hanno appeso, è in esilio.

Vita&Pensiero è la casa editrice del più grande ateneo cattolico italiano. Vita&Pensiero sembra alludere al superamento della netta divisione cartesiana tra pensiero e realtà corporale, e all'originario (e presto naufragato) programma gemelliano di ricondurre finalmente la vita dei corpi a una sineresi che è partecipazione della stessa verità trinitaria. Il Sacro Cuore che, carnale e palpitante, rivela la profondità del Mistero trinitario è il vessillo più eloquente di questo programma originario, dell'università come della sua casa editrice e della sua libreria. Ma il Sacro Cuore è scomparso (nascosto? occultato?) e "vita" e "pensiero" ritornano a essere le disarticolate membra del "pensiero moderno".
Qualche tempo fa fa in un liceo statale romano fu data lettura pubblica di alcuni passaggi dell'ultima fatica letteraria della scrittrice omosessualista Melania Mazzucco Sei come sei (vedi qui una recensione). Le pagine furono giudicate pornografiche e scandalose da alcuni studenti e ne sortì una querelle, ampiamente ripresa dai media, che durò alcuni giorni. Fu il senso morale, prima ancora di un sensus fidei, di alcuni liceali (vedi qui). A Milano lo stesso libro contestato viene incontro in bella vista alla matricola di Largo Gemelli che potrà acquistarlo anche con un discreto sconto.

La stessa matricola che volesse approfondire le prospettive letterarie della Mazzucco, potrebbe acquistare anche Lei tanto amata, la biografia in chiave perfettamente omosessualista di Annemarie Schwarzenbach, stesso scaffale, stessa libreria, stesso sconto per lo studente.
Peccato che delle opere della zurighese Annemarie Schwarzenbach, che, nonostante le incertezze sessuali magnificate dai suoi falsi amici, fu una degna e interessante esponente della letteratura di viaggio del XX secolo (tra l'altro descrisse in maniera commossa e commovente il martirio degli Armeni e di alcuni sacerdoti cattolici in mezzo a loro per mano dei soldati turchi del tiranno massone Ataturk compuntamente omaggiato dal Vescovo di Roma che oggi condanna giustamente quel genocidio senza però fare il nome degli autori), non ci sia traccia alcuna nello scaffale "letteratura". Non mancano però il famoso Seminario sulla gioventù di Aldo Busi e Amore, Prozac e altre curiosità di Lucìa Etxebarrìa campionessa indiscussa dello zapaterismo letterario.

Non si tratta qui certamente di fare quello che non fecero i monaci medioevali e seppero fare benissimo i censori protestanti e puritani delle belle lettere; non si tratta di occultare Orazio, Catullo, Ovidio, Marziale, Alceo, Saffo, Aristotele, Platone. Neppure di sottrarre alla disponibilità degli studenti in una libreria universitaria cattolica i classici della filosofia moderna, a patto che ci siano professori ortodossi che ne espongano limiti, errori e pericoli. Ciò che veramente è inaccettabile non è l'esposizione in vetrina dell'ultima edizione critica di Also sprach Zarathustra, ma la corrività e correità con le tendenze del tempo o, peggio, con i vernissages televisivi e della rete. È questa infatti la sostanza del modernismo accademico e, in fondo, la causa principale della profonda crisi dell'Università Cattolica e dell'Università tout court. Si finisce così per far leggere agli studenti la Mazzuco invece di spiegare prudentemente il senso epocale dei pericolosi viaggi novecenteschi della Schwarzenbach. Questa distanza poteva essere la virtù e il carattere proprio di un'Università che si definisce cattolica.

Dagli scaffali di teologia scompaiono o si rarefanno allora Sant'Agostino, San Tommaso e i Padri della Chiesa (persino le orribili copertine arancioni di Città Nuova, che pur avevano il merito di attirare l'attenzione su Atanasio, Basilio, sui due Gregorio e molti altri scrittori antichi, non si vedono più) e al loro posto arrivano Non mollare. Consigli per affrontare la vita di don Mazzi e Una battaglia lunga una vita di Hans Küng (la prossimità delle due copertine ha l'indubbio vantaggio di rivelare una sorprendente somiglianza fra il padre spirituale di Mara Venier e il teologo di Tubinga).

Naturalmente la corrività (e correità) di Vita&Pensiero travalica i confini della teologia finendo per coinvolgere aspetti della vita pratica in prospettive tutt'altro che accademiche e men che meno cattoliche. Il "teologo" Vito Mancuso fa capolino anche negli scaffali di politica in coppia con un noto affabulatore anticristiano tanto umile da credersi la reincarnazione di Celso e di Porfirio messi insieme.
Poco più in là tra gli scienziati il sorriso di Umberto Veronesi, lo stesso che ha rivelato al mondo che "il tumore è la prova della non esistenza di Dio" e che coniuga in un bislacco mélange pseudoscientifico l'elogio del veganismo e della sodomia, suggerisce Siate sani . A pensar male si indovina: deve essere la triste alternativa laicista di un ben più sano: "Siate santi".

Ma il peggio, l'insinuazione dell'errore nelle anime innocenti, la corruzione della vera fede nella Trinità raccontata come una favola sta negli scaffali dei libri per bambini. Qui, accanto alle Regole raccontate ai bambini di Gherardo Colombo e di Marina Morpurgo (in copertina alcuni fanciulli in cerchio che apprendono gli insegnamenti del famoso pubblico ministero che vanta di avere il vizio della memoria e disapprendono la morale cattolica), l'opera di Roberta Lipparini Io credo come te. Poesie per una scuola senza pregiudizi. L'insinuazione sta già tutta nell'immagine di copertina nella quale bambini di ogni credo guardano nel cielo dove vola una colomba bianca (non manca una bimba velata, perché il messaggio sia chiaro). All'interno le illustrazioni di Arianna Operamolla sono accompagnate dai versi della Lipparini. Ci limitiamo a riportare qui di seguito la poesia L'ora di religione:

Mi piacerebbe la classe intera
a condividere qualcosa
una specie di preghiera
A cercare ciò che ci confonde,
a non temere quel che si nasconde
cogliere l'eco delle nostre parole
a sentire e capire
che non sono mai sole.
A credere insieme
con un unico suono
che attraversi la Terra
che sfiori ogni uomo.







"Sanno tutto e non credono a niente". Incubo moderno e poesia cattolica

Attraverso due autori cattolici, entrambi grandi pur nella loro diversità, può rivolgersi uno sguardo disincantato all’epoca contemporanea. Se ne coglie, nella pars destruens narrata da Carl Schmitt nei suoi commenti giovanili al Nordlicht di Theodor Däubler, l’incubo post-umano e post-cristiano (e anticristico?) generato dai tentativi di realizzazione di progetto politici e sociali rassomiglianti in modo inquietante alle peggiori utopie negative. In questa devastazione, la pars construens diviene un compito immane, di cui pareva avere consapevolezza John Ronald Reuel Tolkien. La sua difesa della “santa evasione cristiana”, raccontata dal discusso Elémire Zolla nella discussa Introduzione all’edizione italiana de Il signore degli anelli del 1970, è una coraggiosa difesa militante dello spirito cattolico di fronte alla militante “degradazione” della modernità. Incubo moderno e poesia cattolica in questo modo si contrappongono senza possibilità di superamento dialettico, dacché non esprimono altro che il dramma realissimo ed attualissimo della Chiesa nel mondo. E tra lo spirito di Cristo e lo spirito del mondo non è possibile alcun accordo.

«Come ogni cosa che abbia una cattiva coscienza, quest’epoca si è compiaciuta del ragionare sulle sue problematiche, fino a che non sono finite le critiche della coscienza ed essa ha potuto sentirsi a suo agio – essendo comunque interessante. L’epoca si è autodefinita capitalista, meccanicista, relativista, epoca delle comunicazioni, della tecnica e dell’organizzazione. Di fatto sembra che l’“industria” sia la sua firma, l’industria quale mezzo grandiosamente efficiente per raggiungere un qualsiasi miserabile o insensato scopo, l’universale prevalere del mezzo sullo scopo, l’industria, che annienta a tal punto il singolo che questi non sente nemmeno il suo annullamento e che si richiama in ciò non ad un’idea ma tutt’al più ad un paio di banalità e che afferma sempre e soltanto il principio secondo cui tutto deve svolgersi in maniera liscia e senza inutili attriti. Il successo della enorme ricchezza materiale, risultato della generale mediazione e calcolabilità, sorprendeva. Gli uomini sono diventati poveri diavoli: “sanno tutto e non credono a niente”. Si interessano di tutto e non si appassionano a nulla. Capiscono tutto, i loro studiosi registrano ogni cosa della storia, della natura, della loro stessa anima. Sono conoscitori degli uomini, psicologi e sociologi e scrivono infine una sociologia della sociologia. Lì dove qualcosa non si svolge in maniera del tutto liscia, un’analisi sottile e spedita o una organizzazione atta allo scopo appiana subito l’inconveniente. Persino i poveri di quest’epoca, la massa di miserabili che non è altro che “un’ombra che zoppica verso il lavoro”, i milioni che desiderano la libertà, anch’essi si dimostrano figli di questo spirito che riduce ogni cosa alla formula della sia coscienza e non lascia spazio al mistero e al trasporto dell’anima. Volevano il cielo in terra, a Berlino, a Parigi o a New York, un cielo con doppi servizi, automobili e poltrone in pelle, la cui bibbia sarebbe l’orario ferroviario. Non volevano un dio dell’amore e della grazia, avevano “realizzato” tante cose sorprendenti, perché non avrebbero dovuto “realizzare” la costruzione della torre di un cielo terreno? Le cose più importanti, quelle decisive, erano infatti già secolarizzate. Il diritto era diventato potere, la fedeltà calcolo, la verità una correttezza generalmente riconosciuta, la bellezza buon gusto, il cristianesimo un’organizzazione pacifista. Un equivoco e una falsificazione generale dei valori dominava le anime. Al posto della distinzione fra bene e male subentrarono utilità e danno differenziati in maniera sublime.»

CARL SCHMITT, Theodor Däublers “Nordlicht”. Drei Studien über di Elemente, den Geist und die aktualität des Werkes, 1916.

«Tolkien commise una lunga infrazione alle regole, specie a quelle che presiedono all'ancora (per poco?) vigente studio accademico delle letterature antiche. Esse vogliono che il filologo o lo storico del gusto partecipi per la parte riservata al suo ufficio all'opera di schedatura universale, nel quadro d'una Burocrazia-come-Essere-che-si-svela-a-se-stesso. Guai a far rivivere l'antico (uccidendo il moderno). In The Lord of the Rings Tolkien viceversa riparla, in una lingua che ha la semplicità dell'anglosassone o del medioinglese, di paesaggi che pare d'aver già amato leggendo Beowulf o Sir Gawain o La Mort Arthur, di creature campate tra il mondo sublunare ed il terzo cielo, di essenze incarnate in forze fantastiche, di archetipi divenuti figure. Naturalmente le infrazioni di Tolkien non potevano che suscitare le reazioni coatte, sonnamboliche e feroci che si sanno di prammatica. “Non è la sua un'opera staccata dalla realtà? Non è forse un'evasione?”. Vi sono momenti di noncuranza, di distrazione, nei quali si tralascia l'ottimo consiglio di Nietzsche, che la vera critica sia un distogliere lo sguardo, e si parla perfino alla massa dannata. Avvenne a Tolkien in un saggio sulla fiaba (Tree and Leaf, 1964) di replicare che, certo, una fiaba è un'evasione dal carcere e aggiunse: chi getta come un'accusa questa che dovrebbe essere una lode commette un errore forse insincero, accomunando la santa fuga del prigioniero con la diserzione del guerriero, dando per scontato che tutti dovrebbero militare a favore della propria degradazione a fenomeni sociali. “Non si possono ignorare le realtà presenti, impellenti, inesorabili!”, dicono ancora i custodi della degradazione. Realtà transitorie, corregge Tolkien. Le fiabe parlano di cose permanenti: non di lampadine elettriche, ma di fulmine. Autore o amatore di fiabe è colui che non si fa servo delle cose presenti. Esiste una fiaba suprema, che non è una sottocreazione, come altre, ma il compimento della Creazione, il cui rifiuto conduce alla furia o alla tristezza: la vicenda evangelica, in cui storia e leggenda si fondono.»
ELÉMIRE ZOLLA, Introduzione a J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, 1970.

giovedì 4 dicembre 2014

Il chierico corrivo. Un articolo di Alessandro Gnocchi sugli intellettuali al seguito di una chiesa che rincorre il mondo e le sue idee



Pubblichiamo qui di seguito l'articolo di Alessandro Gnocchi apparso oggi ne il Foglio. Appare particolarmente interessante la denuncia delle elites intellettuali che, tradendo ogni volta, lungo corsi e ricorsi storici, il principio di realtà, favoriscono la progressiva dissoluzione delle istituzioni che spesso le ospitano. Fu il caso della chiesa rinascimentale, del Regno di Luigi XVI, ed è oggi il caso della chiesa misericordiosa di Francesco e dei suoi lacchè.

Ogni tanto si fa strada qualcosa di timidamente cattolico nelle cronache ecclesiali di questo inizio di millennio, ma non è un bel segno se diventa una notizia. Il parlare cattolico in casa cattolica è divenuto come il classico caso di scuola del bambino che morde il cane con cui vengono stupiti i praticanti giornalisti al primo giorno di redazione. Ma, per quanto arrivi anche in pagina, il bambino che morde il cane nella nuova chiesa di Francesco è pur sempre di una cosina da nulla, un ricamino a punto croce su una tunica lacera e rattoppata, destinato a divenire invisibile nessuno solo qualche giorno dopo.
E’ normale che vada così perché, a voler leggere il segni dei tempi nell’ermeneutica del “chi sono io per giudicare?”, il cane che morde il bambino, la non-notizia, sta nell’ossequioso inchinarsi al mondo. Cosicché sorprendono poco o nulla le scuse con le quali la curia di Milano ha sconfessato sull’altare laico di “Repubblica” un sacerdote preoccupato dall’incalzare della cultura gender o il licenziamento del professore di religione anti-aborto. Tanto che non vengono neppure citati in un’intera paginata di intervista sul “Corriere della Sera” alla vigilia del discorso di Sant’Ambrogio. Riescono a scandalizzare gli atei devoti al luminoso mistero della legge di ragione, qualche cattolico fuori moda e pochi altri ancora.
Ma, in questo prostrarsi della chiesa al cospetto della dittatura mondana la notizia ci sarebbe, e pure enorme. Pare impossibile che così pochi riescano a scorgere il relitto di una fede e di una cultura capaci di reggere la scena per due millenni rovesciato malamente sul fondale della storia. Eppure, la chiesa portatrice di una verità universale e libera da vocazioni minoritarie sulla cui esistenza si interroga Giuliano Ferrara è lì, impantanata nei bassifondi del mondo come la carcassa della “Concordia” dopo l’inchino davanti all’Isola del Giglio.
La chiesa postmoderna è statutariamente minoritaria perché ha scelto di esserlo nel momento in cui ha abbracciato il secolo invece che combatterlo per la sua redenzione. Con il Concilio Vaticano II, ha di fatto adottato per decreto i principi e l’agenda di un pensiero avverso portando a completa maturazione l’”Umanesimo integrale” sognato tre decenni prima da Jacques Maritain. Nel disegno del filosofo francese approdato al patto con la modernità dopo una fase antimoderna che lo aveva visto militare nell’Action Française di Charles Maurras c’era un cristianesimo minoritario, piccola parte di lievito destinata a far crescere la pasta mondana. Un disegno in evidente discontinuità con la vocazione maggioritaria e universale di cui la chiesa cattolica era sempre stata portatrice che suscitò qualificate resistenze. Il gesuita padre Antonio Messineo, nell’articolo “La filosofia della storia di Maritain” pubblicato nel 1956 su “La Civiltà cattolica”, diceva: “Il continuo appello al concetto evolutivo della storia fa sorgere spontaneamente la domanda, se la teoria del Maritain non abbia qualche punto in contatto con lo storicismo contemporaneo. (…) Sul piano della storia non opererebbe il Cristianesimo in quanto religione rivelata e trascendente, non il Vangelo nella sua purità originaria di parola divina trasmessa all’uomo, non l’ordine della grazia e delle realtà superiori in esso contenute, ma un cristianesimo e un Vangelo vuotati del loro contenuto soprannaturale e naturalizzati, temporalizzati. (…) Questi sarebbero, come li chiama Maritain, riflessi evangelici sul temporale. Sul significato di questa frase non può correre dubbio. Con essa si vuol dire che il Vangelo, nella sua essenza di lievito divino e soprannaturale, non fermenta direttamente la società e non entra tra i componenti della civiltà, di nessuna civiltà. Sul piano umano, in sua vece, agisce un surrogato che si ottiene mediante la perdita del suo carattere originario, mediante la trasformazione dei suoi princìpi in princìpi umani, temporali e limitati, di contenuto profano”.
Il sogno maritainiano, che solidificava gli intenti di desistenza fermentati da lungo tempo nel corpo ecclesiale, era destinato ad avere la meglio. E ciò fece del filosofo francese il modello dell’intellettuale cattolico, tanto che papa Paolo VI, suo debitore nel sentimento di apertura alla modernità, lo scelse come destinatario del messaggio agli uomini cultura e agli artisti sortito dal Vaticano II. In tal modo, Maritain divenne la soluzione all’inedito problema che il corpo ecclesiale si trovava ad affrontare, il rapporto con gli intellettuali.
Ai suoi inizi, la chiesa ha domato il mondo con il sangue dei martiri e non con l’inchiostro degli scrittori e dei pensatori. Poi ha avuto santi, papi, monaci, sacerdoti, teologi, filosofi, scienziati e, al tempo degli splendori della corte, scultori, poeti, pittori, musicisti: tutti illuminati da una chiarore che dovevano celebrare nei riflessi del loro genio o della loro santità, magari di tutte due insieme, a maggior gloria di Dio e per la salvezza del mondo.
La razza dell’intellettuale ha altra origine. E’ nata con la modernità e, anche se poi si accasa volentieri nelle stanze potere, in origine è fatta per le battaglia minoritarie. La sua formazione viene fatta risalire al XVIII secolo, con l’accendersi nel mondo dei lumi che avrebbero definitivamente travolto il cristianesimo e la sua rilevanza sociale. Ma il primo esemplare nasce due secoli prima dentro la chiesa con il monaco agostiniano Martino Lutero. Le sue “95 tesi” affisse nel 1517 a Wittemberg costituiscono un vero e proprio “manifesto”, atto intellettuale per eccellenza, il primo nella storia.
Da quel momento, la chiesa e la cultura cattolica hanno avuto in sospetto la figura del professionista delle idee e hanno potuto reggere l’urto fino a quando la presa sulla società non è stata minata nelle fondamenta. Meno di un secolo fa, Georges Bernanos riteneva “l’intellettuale moderno come l’ultimo degli imbecilli fino a quando non abbia fornito prova del contrario”. Ma la sua irrisione, per quanto fondata, era uno degli ultimi sussulti di un mondo destinato a soccombere. Sulla tolda di una nave che continuava a viaggiare, era difficile percepire la gravità della tragedia incombente, tanto che toccò a un ateo affascinato dalla forza civilizzatrice intrinseca alla chiesa cattolica come Maurras interrogarsi su “L’avvenire dell’intelligenza”. Era il 1927 e, apparentemente, poco lasciava presagire cosa sarebbe avvenuto nella chiesa e nel mondo nel giro di un secolo. Ma l’ateo francese che incappò nei fulmini di Pio XI aveva capito che uno stesso declino avrebbe accomunato cattolici e laici se non si fossero salvati gli intellettuali dall’essenza radicale che portavano nei geni fin dal loro nascere. “Noi parliamo dell’Intelligenza” diceva “come se ne parla a San Pietroburgo: del mestiere, della professione, del partito dell’Intelligenza”. E concludeva la sua analisi sostenendo che “Davanti a questo orizzonte sinistro, l’Intelligenza nazionale deve allearsi a coloro che tentano di fare qualche cosa di bello prima di naufragare. In nome della ragione e della natura, conformemente alle vecchie leggi dell’universo, per la salvezza dell’ordine, per la durata e i progressi di una civiltà minacciata, tutte le speranze sono riposte sulla nave di una Contro-Rivoluzione”.
Ma il processo di decadenza era ormai stato innescato con spietatezza irreversibile, come avrebbe mostrato quarant’anni più tardi il cattolico Marcel de Corte in un saggio titolato inequivocabilmente “L’intelligenza in pericolo di morte”. Il filosofo belga sosteneva che quando le elites del vecchio mondo tradiscono la loro consegna sostituendola “con un’altra meno austera, più brillante, più lusinghiera, la prima concezione vacilla. Basta qualche incrinatura nei punti nevralgici perché l’edificio crolli, anima e corpo. Quando l’alto clero si diverte a rinnegare Dio e a esaltare l’uomo nelle logge, quando l’aristocrazia va a scuola dai retori e dagli imbrattacarte, siano pure di talento, si può dire brutalmente che siamo alla fine”.
Giunta sul limitare del vecchio mondo, la chiesa ha preferito gettarsi nelle braccia del nuovo e si è dovuta inventare improvvisamente una figura di intellettuale che potesse dialogare con i novelli compagni di strada parlando la loro stessa lingua: Maritain era il prototipo perfetto. Ma, al di là dell’innegabile valore personale del filosofo francese, l’operazione ha dato vita a una sorta di ossimoro, un ruolo nato direttamente dall’istituzione invece che dalla libera necessità di maneggiare idee anche criticando l’istituzione stessa: invenzione di un clero senza più intelligenza, in debito di fede e quindi divenuto clericale. Accasato direttamente nelle stanze del potere senza essere passato nella palestra dell’antagonismo, l’intellettuale cattolico ha finito per copiare maldestramente i modelli mondani assumendone le idee, i comportamenti e persino i tic. Gli eredi di una tradizione che ha prodotto Dante e Manzoni, Giotto e Michelangelo, il canto gregoriano e il Palestrina si sono ridotti a scoprire la cattolicità del cinema neorealista, delle pagine di Pasolini o delle canzoni di De Andrè. Con l’unico mandato di assumere il Concilio Vaticano II come esclusivo criterio di interpretazione della realtà religiosa e profana: l’intera storia della chiesa e del mondo e la cronaca spicciola lette come anticipazione o come compimento del Concilio, con effetti comici se non fossero drammatici.
In tal modo, si è andata formando un’intellighentia clericale che, in parallelo alla corrispondenza di amorosi sensi con il mondo, tende all’emarginazione degli intellettuali cattolici non omologati. Sorti per germinazione spontanea senza debiti genetici nei confronti del modello laico e votati a un ruolo minoritario sono proprio costoro a essere riconosciuti come corpi estranei da un organismo la cui struttura di potere è in perenne cortocircuito. Votata da sempre a combattere con l’eresia, in epoca moderna e postmoderna la chiesa si è improvvisamente trovata al cospetto delle idee. Ma, non essendosi dotata di intellettuali capaci di vagliare il buono e gettare il cattivo, ha finito per assumere dal mondo le eresie valorizzandole come idee e per respingere al proprio interno le idee disprezzandole come eresie. Per questo motivo l’intervento critico dell’intellettuale cattolico non omologato può essere parzialmente tollerato derubricandolo a semplice atto d’amore senza riconoscergli lo statuto di atto dell’intelligenza. Il moto dell’intelletto è un gesto alieno nella chiesa del cuore e del sentimento, per questo i tempi della misericordia sono tanto spietati con il dissenso argomentato.
Eppure, se una riconquista è possibile, può passare solo attraverso l’antagonismo di quegli intellettuali che vedono la radice dell’insignificanza della chiesa postmoderna nell’adesione all’assunto fondamentale della modernità: la rinuncia al corretto rapporto con il vero e la realtà. In piena temperie illuminista, Joseph Joubert descriveva efficacemente l’esito di tale operazione nei suoi “Pensées”: “Le menti falsate non hanno il senso del vero, ma ne posseggono le definizioni. Guardano in se stesse invece che guardare davanti ai loro occhi. Nelle deliberazioni consultano le idee che si fanno delle cose e non le coste stesse”. Ma questa è un’evidenza che la chiesa di oggi non ha neanche la forza di sussurrare poiché si è inchinata al suo opposto. “Al limite di una tale perversione dell’intelligenza” scrive de Corte nel suo saggio “ci si trova davanti a una religione senza Dio, una religione in cui Cristo è riportato all’uomo, una religione dell’uomo. Ma poiché una religione dell’uomo è inevitabilmente una religione che erige l’uomo signore dell’universo e poiché l’azione più efficace è quella che sottrae l’uomo alla sua natura e ne opera un rimpasto radicale, i valori dell’azione cedono il passo ai valori della trasformazione demiurgica dell’uomo e del mondo, ai valori di creazione di un mondo nuovo e di autocreazione dell’uomo a opera dell’uomo. In altre parole: il solo cristianesimo che oggi sia ‘valevole’ è il cristianesimo rivoluzionario in cui il potere dell’uomo sul mondo, su se stesso, sugli altri si manifesta pienamente. Tale l’abisso in cui ruzzola il clero che subordina la contemplazione all’azione e l’azione alla volontà di potenza. In questo abisso di iniquità non v’è il più piccolo posto per l’intelligenza”.
Tale oscurità può essere illuminata dai lampi di quegli intellettuali che sappiano maneggiare le idee senza manipolarle, trattandole per quel valgono, in ossequio alla verità e non al potere, compreso quello clericale. Per fare “ritorno al reale”, come auspicava Gustave Thibon, è necessario affidarsi a menti così paradossali che, in questi tempi invertiti, si possono concedere l’eccentricità di cercare il vero nella casa della verità e di buttare l’errore nella sentina della falsità. “Di tanto in tanto” scrive G.K. Chesterton celebrando “L’uomo comune” “nella storia dell’umanità, ma soprattutto in epoche inquiete come la nostra, compare una certa classe di cose. Nel vecchio mondo si chiamavano eresie. Nel mondo moderno si chiamano mode. Talvolta sono utili per un certo periodo, altre volte sono invece totalmente nocive. In ogni caso si tratta sempre di una concentrazione impropria su una verità o mezza verità. E’ quindi giusto insistere sulla conoscenza di Dio, ma è eretico insistervi, come fece Calvino a spese del suo Amore; è quindi giusto desiderare una vita semplice, ma è eretico desiderarla a spese della bontà d’animo e delle buone maniere. L’eretico, come il fanatico, non è un uomo che ama troppo la verità, nessun uomo può amarla troppo. L’eretico è un uomo che ama la sua verità più della verità stessa”.
Una verità semplice che la chiesa non è più in grado di dire al mondo poiché si è privata di coloro che avrebbero potuto farlo con efficacia. Agli intellettuali, magari un po’ fastidiosi quando fanno onestamente il loro mestiere, ha preferito i paggetti che le reggessero lo strascico alle nozze con il mondo. Con la paradossale conseguenza di aver creato tanti cortigiani che, in tempi di populismo tanguero, rischiano di non avere più neanche la corte.
Fonte il Foglio (c) 4 dicembre 2014

lunedì 10 novembre 2014

Francesco e lo scisma. Brevi considerazioni all'indomani della rimozione del Cardinale Burke




Beatus vir, qui non abiit in consilio impiorum, et in via peccatorum non stetit, et in cathedra pestilentiae non sedit: sed in lege Domini voluntas eius, et in lege eius meditabitur die ac nocte. (Ps.I)

La rimozione del Cardinale Burke é l'ultimo atto dell'esecuzione di un progetto inaugurato con il primo Angelus in cui Francesco promosse il Cardinale Kasper a "teologo in gamba". Bergoglio suole abbozzare e poi dipingere il quadro aggiungendo particolari sempre più precisi. Anche ciò che appare dapprima assolutamente casuale, si può rivelare di lì a poco parte essenziale di un vasto disegno.

Così lo stesso Kasper, il "teologo in gamba", è divenuto, per volontà di Francesco, il regista di un sinodo che dovrebbe levare dal Concilio una nuova chiesa della misericordia. Francesco ha quindi espressamente auspicato uno sviluppo eterogeneo della dottrina cattolica in materia di matrimonio, famiglia e sessualità e cercato di coalizzare la componente progressista ed eterodossa convinto di potere "abbattere ogni bastione" tradizionale. La marcia del progressismo sinodale trova però oggi la resistenza di cardinali e vescovi cattolici, tra questi il Cardinale Burke (vedi qui e qui). Almeno per ora la resistenza è riuscita a frenare l'iniquità. La nemesi bergogliana contro coloro che "trasformano il pane in pietre" si è finalmente abbattuta ieri sull'antico Arcivescovo di Saint Louis.

Francesco ridicolizzando il suo Prefetto per la Dottrina della Fede ("...parlate liberamente, non abbiate paura del Cardinale Müller") e fomentando i fautori dell'eterodossia, che nel frattempo si producevano nella loro volgare e frenetica sfrenatezza, ha di fatto aperto uno scisma di ampissima portata. Per di più spinto e trascinato da un attrezzatissimo e potente spirito del tempo. Soprattutto in Europa (il caso tragico dell'Austria e del suo raffinato Primate dagli stravaganti modi praghesi è emblematico), in parte negli Stati Uniti e in Sudamerica c'è un episcopato - e con esso un clero e un popolo - sedicente "cattolico" ormai completamente indisposto a ritornare nell'ortodossia cattolica  (mentre l'Africa è notoriamente stata liquidata dal "teologo in gamba" come una vana terra di tabù). Aborto, comunione ai concubini, omosessualità hanno trovato in moltissimi luoghi accesso pastorale alle chiese, mentre il sacerdozio femminile è nel prossimo punto dell'ordine del giorno se è vero quel che afferma padre Pablo d'Ors, consigliere di Francesco, in un'intervista recente (vedi qui e qui e ancora qui). In tutti questi luoghi anche la dottrina ha accolto inaccettabili corruzioni.

Si tratta dunque di uno scisma inedito perché aperto e favorito da un Papa; di uno scisma che, a causa di una minoranza (o maggioranza silenziosa) cattolica, non è riuscito per ora a farsi completamente "nuova chiesa" universale (vedi però qui il senso del suo lungo sviluppo).
In realtà, nella logica sovrannaturale della fede cattolica e dell'ortodossia, a Bergoglio non restano ormai che due vie.  O proseguire nell'impresa disperata e  scontrarsi  rovinosamente, lui e la sua fazione non più cattolica, con la Chiesa di sempre, con il Corpo Mistico di NSGC, con il lato apostolico della Chiesa di Roma che inevitabilmente è e sarà rappresentato da nuovi dottori e difensori dell'ortodossia, da novelli Atanasio, Basilio, Gregorio. Oppure arrendersi allo Spirito Santo e a Colui di cui egli stesso è, nonostante tutto, il Vicario, e opporsi allo scisma dilagante. In questo caso Bergoglio potrebbe forse essere tentato di ritenere in cuor suo che non Francesco ma un nuovo Papa possa essere più degno della battaglia da muovere con urgenza all'eresia.

Ora più che mai bisogna pregare per il Papa affinché sappia esercitare fino in fondo il giusto discernimento degli spiriti.

giovedì 6 novembre 2014

Il custode dei doni. Riflessione di Alessandro Gnocchi sull'utilità e sul danno del cattolico tradizionalista





 Pubblichiamo la riflessione di Alessandro Gnocchi, apparsa oggi nel quotidiano il Foglio, sulla condizione del cattolico tradizionalista "in tempi di macerie e bastonate" e sul "virus tremendo" dell'"ipertrofia della cervice", comunque la si metta.

Parliamo del tradizionalista, un po’ come sett’anni fa Leo Longanesi diceva “Parliamo dell’elefante”. I vizi intellettuali non sono mutati e l’Italia a cavallo tra fascismo e antifascismo, che era comunque un po’ cattolica, apostolica e romana, assomiglia tremendamente alla chiesa di oggi, che è comunque sempre un po’ italiana. Allora, Longanesi metteva alla gogna i tic e le ipocrisie di una classe intellettuale che preferiva esibirsi in esotiche disquisizioni, amava “parlare dell’elefante” invece che dello sfacelo in cui era vittima e carnefice. Allo stesso modo, nella Chiesa d’oggi, fanno bella mostra coloro che preferiscono “parlare del tradizionalista” invece che prendere atto dell’allegro clima autodemolizione in cui, come usa dire, cantano e portano la croce.
Si fa presto a dire “tradizionalista” con la stessa levità del Duclos longanesiano. “Signori, parliamo dell’elefante” diceva l’ineffabile signore “è la sola bestia di una certa importanza di cui si possa parlare, in questi tempi, senza pericolo”. Ma il tradizionalista, a conoscerlo davvero, non è una bestia di cui si possa parlare ricorrendo ai servigi della banalità. Non è quello vituperato nei sermoni e nei tischreden di Santa Marta, non è quello degli imbonitori di rassegne stampa a onde medie, non è quello dei cultori di sociologia appesi all’attimo fuggente di un magistero in perenne evoluzione, non è quello dei vescovi che emanano poveri decreti di scomunica contro i fedeli che osano frequentare la buona Messa di una volta. Non è tutto questo e non è tanto altro ancora.
Il tradizionalista non è ciò che sembra. E’ misteriosa e inalienabile intimità con ciò che non ha più, è riparo per i legami tra cielo e terra ai tempi dell’oblìo decretato dalle voglie mondane penetrate nel tempio: è la sua stessa povertà, la sua stessa solitudine che si fanno luogo della carne e dell’anima dove è possibile incontrare grandezza o miseria, salvezza o perdizione. Lo scoglio su cui può salvarsi o fare naufragio è l’evangelico vivere nel mondo senza essere del mondo. La tentazione di ritirarsi altrove salvando una purezza terrena che non esiste è una sirena tremenda e vince con una troppa facilità. Così certi tradizionalisti preferiscono vivere in un mondo in bianco e nero quando il persino il colore è quasi passato di moda. Finiscono per coltivare un giardino nel quale gli altri, i moderni, non possono neanche guardare e, se anche lo facessero, non potrebbero godere dei tesori che vi crescono. Lo sdegno per una suor Cristina che imita Madonna, la cantante, dice poco o nulla se non si comprende dove e come nasce il fenomeno. Vivere nel mondo significa correre il rischio del contagio sapendo che l’antidoto sta nel non appartenergli. O si è contemporanei del proprio tempo pur combattendolo, o si diventa guardiani di un museo in cui il passato cessa di vivere e di essere tradizione poiché gli si sottrae il cuore.
Il destino del tradizionalista è in bilico come quello delle chiese che Proust proteggeva  dalla rapacità laica dello stato in un articolo che il 16 agosto 1904 il “Figaro” titolava “La morte delle cattedrali”: “Ebbene, meglio devastare una chiesa che dissacrarla. Finché vi si celebra la Messa, per mutilata che sia essa conserva ancora la sua vita. Dal giorno in cui viene dissacrata è morta, e se anche sia protetta come monumento storico di celebrazioni scandalose, non è più che un museo. (...) Quando il sacrificio della carne e del sangue del Cristo, il sacrificio della Messa, non sarà più celebrato nelle chiese, non vi sarà in esse più vita”.
D’altra parte, bisogna riconoscere che la sirena di ritrarsi altrove è tanto più ammaliante in quanto ora è la Chiesa stessa a essere dissacrata dai tradimenti dei suoi figli e dei suoi pastori. Il custode della tradizione oggi vive nel dramma dei primi versi del Salmo 11, “Salvum me fac, Dómine, quóniam deficit sanctus, quóniam diminúte sunt veritátes a filiis hóminum”, si misura con il momento in cui non vi sono più santi, la sincerità è venuta meno tra i figli degli uomini e chi dovrebbe custodire la castità del vero, parla con “lábia dolósa”.
È questa la radice della grande tentazione: porre la domanda del salmista a Dio rispondendo però da se stessi con le proprie parole. Il frangente che costituisce il tradizionalista come tale, la consaoevolezza di essere ciò che ha perso, è anche quello in cui deve decidere se amare ancora una Chiesa divenuta matrigna e infida oppure perdersi nel rimpianto zelante e amaro di quando era madre e maestra. Questo sans papiers de l’Église, non può sottrarsi alla scelta impostagli dal tempo in cui vive: tenere per sé il tesoro che custodisce nella sacca o riportarlo tra le navate, sotto gli archi, davanti all’altare da cui è stato cacciato. Se ha carità, dividerà con i fratelli il seme che ha saputo salvare. Se non ne ha, lo conserverà per se stesso, finendo irrimediabilmente per modellare quel tesoro a propria immagine e somiglianza e renderlo sterile.
Chi gli rimprovera di mutare i pani in pietre, di farsi duro di cuore, intellettualista, legalista ne ha poca pratica e lo scambia colpevolmente con la sua caricatura. Lo stregone che lancia sui suoi seguaci i precetti come fossero pietre non ha nulla a che fare con il custode della tradizione, ha ben altra origine. Lo testimoniano quei cattolici progressivi, liberi e disinibiti già negli anni Ottanta, che al momento di divorziare, vivevano come momento più drammatico “quello in cui dovevamo dirlo al padre”: quel “padre” duro e inflessibile era David Maria Turoldo, il profeta dei tempi nuovi e di una Chiesa nuova, che aveva trovato proprio nel sostegno al divorzio la chiave per predicare la sua religione al mondo. La morale e la misericordia, senza la verità, diventano sempre moralismo e violenza.
Nulla di più lontano dal reverendo Bournisien, oggi ridotto a vecchio arnese tradizionalista, il sacerdote che porta i sacramenti a madame Bovary sul letto di morte. “Il prete” racconta Flubert “si sollevò per prendere il crocefisso. Allora ella allungò il collo come un assetato e, premendo le labbra al corpo dell’Uomo-Dio, con le poche forze che le restavano vi depose il più grande bacio d’amore che mai avesse dato. Poi il prete recitò il Miserere e l’Indulgentiam, immerse il pollice della mano destra nell’olio e cominciò l’unzione. Prima sugli occhi che avevano bramato tutte le ricchezze terrene; poi sulle nari tanto avide di tiepida brezza e di profumi amorosi; poi sulla bocca che si era schiusa alla menzogna, che aveva avuto gemiti d’orgoglio e gridi di lussuria; poi sulle mani che avevano conosciuto la delizia dei contatti soavi, e infine sulla pianta dei piedi, così rapidi, un giorno, nel correre all’appagamento dei desideri e che ormai non avrebbero più camminato. Il prete si asciugò le dita, gettò nel fuoco i batuffoli d’ovatta intrisi d’olio e tornò a sedere presso la moribonda per dirle per dirle che ora ella doveva congiungere le proprie sofferenze con quelle di Gesù e abbandonarsi alla Misericordia divina”.
Questa sequenza di segni, così celesti e così concreti, “ad oculos, ad aures, ad nares, ad os comperssis labiis, ad manus, ad pedes” avrebbe efficacia anche se l’uomo non ci mettesse il cuore, perché sgorgano da quello di Dio. Ed è tragico che vengano imputati come prova di aridità a carico chi continua a tenerli vivi, quasi che la condiscendenza alle derive mondane possa essere più meritoria agli occhi del Signore. Non c’è nulla, sulla terra, che valga quanto la forma e la materia di un sacramento per santificare e letificare la vita e la morte degli uomini: “Ora Emma non era più così pallida e aveva sul volto un’espressione di serenità, quasi che il sacramento l’avesse guarita”. Proust, padre letterario degli atei devoti, era incantato dalla levità di queste righe. E fu forse lo splendore liturgico che vi riluceva a fargli serbare come ricordo tra i più amati un Rosario portatogli dalla Terra Santa, tanto da chiedere più volte alla governante di porglielo tra le mani in punto di morte. Ma, pur essendo custode di tale splendore e tale grandezza, il tradizionalista può cadere nel troppo umano e persino nel solo umano. Che non consiste nell’esibire una dottrina e una pastorale a cui ha sottratto il cuore, ma nel tenerle solo per sé, quasi fosse l’avanguardia di una rivoluzione al contrario e non, invece, soldato sotto gli stendardi del contrario della rivoluzione.
Tale tentazione è frutto dell’applicazione di categorie politiche al Corpo Mistico di Cristo: l’unico luogo di questo mondo in cui non hanno efficacia e sono destinate a fallire. La prova del Concilio Vaticano II, consegnato dal modernismo a una visione politicizzata, ha condotto certi tradizionalisti a cadere nel grande inganno rivoluzionario finendo in due finti opposti. Da un lato, si sostiene che un Concilio non può sbagliare e dunque, dal momento che alcuni documenti del Vaticano II suscitano difficoltà, il Papa che li ha promulgati e i successori che li hanno accettati hanno perso quanto meno “formalmente” la suprema autorità: sono Papi solo “materialmente”. Dall’altro, si dice che un Concilio non può sbagliare, dunque il Vaticano II non ha sbagliato, dunque non solo è un vero Concilio ma è il metro per giudicare tutto il Magistero precedente. Se per i primi il Vaticano II è tutto da buttare a prescindere, per i secondi è tutto da accettare a prescindere. Ma si tratta della stessa posizione che viene semplicemente capovolta.
Gli uni e gli altri, hanno perduto di vista il cristallino “Magnopere curandum est ut id teneatur quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est” distillato da San Vincenzo di Lerino nel suo “Commonitorium”: “Bisogna soprattutto preoccuparsi perché sia conservato ciò che in ogni luogo, sempre e da tutti è stato creduto”. Il tradizionalista si perde quando sottrae la conservazione e la trasmissione della fede all’esercizio della carità e la consegna in ostaggio alla propria intelligenza, al proprio ego. Cosicché, l’eccessiva raffinatezza della cervice teologica, a forza di rendere acuti i ragionamenti, finisce trasformarli in ottusi e incapaci di parlare al prossimo. Sia che viri verso il neoconservatorismo, sia che viri verso il sedevacantismo, il risultato è un tradizionalismo afasico, al limite dell’autismo, che si compiace della purezza propria e, forse ancor di più, dell’impurezza altrui. Sul piano pastorale, ne discende una degenerazione clericale: il sopruso e la condanna senza capacità di porgere perdono. Sul piano dottrinale, ne deriva il peccato d’orgoglio: alla condanna senza capacità di porgere la verità.
Ma sarebbe troppo semplice, troppo politico, applicare la teoria degli opposti estremismi al mondo tradizionale nel tentativo di salvare un centro buono e puro. L’ipertrofia della cervice è un virus tremendo che ama diffondersi ovunque vi sia attenzione alla ragione e alla dottrina e, nella fase di incubazione, si accontenta di poco. Gli basta che il ventricolo cerebrale del cattolico prenda a pulsare anche solo un po’ più forte e un po’ più fretta di quello caritatevole. Allora il tradizionalista, che giustamente e cattolicamente prova orrore al cospetto dell’ospedale da campo dove ogni male viene curato con il corazòn, rischia di dimenticare che gli uomini sono anime dentro a dei corpi. Perde di vista il senso con cui San Pio X ammoniva che “i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né novatori, ma tradizionalisti”.
E non è nell’incedere liturgico, nei paramenti pregiati, nelle suppellettili preziose che il tradizionalista trova ostacolo nel farsi amico del popolo. Chi sorride o si scandalizza della devozione a tanto splendore, non sa che quelle liturgie, quei paramenti, quelle suppellettili possono diventare la salvezza di Emma Bovary e della vecchina perennemente inginocchiata a dire il rosario, che possono accompagnare un re all’incoronazione o un sacerdote davanti al protone d’esecuzione dei rivoluzionari spagnoli e messicani. La grandi opere di assistenza e di mutuo soccorso sono nate nel cuore della chiesa ai tempi in cui il Santissimo passava sotto magnificenti baldacchini tra le folle inginocchiate. Il tradizionalista è amico del popolo proprio perché si fa tutt’uno con quell’incedere liturgico, quei paramenti pregiati, quelle suppellettili preziose, le offre a Dio e quindi non chiede nulla in cambio agli uomini.
Così può curarsi dei corpi senza dimenticare che racchiudono delle anime. Come Santa Teresa di Gesù Bambino, anima felice di essere forma di un corpo malato. Un giorno, durante la malattia che la accompagnò alla morte, la piccola Teresa ebbe in dono dalle consorelle una rosa. Invece che deporla in un vaso, la sfogliò sul Crocifisso con pietà e amore, quasi a lenire le piaghe di Cristo. “Nel mese di settembre” disse accompagnando il suo gesto “la piccola Teresa sfoglia ancora una rosa di primavera”. E poi “En éffeuillant pour Toi la rose printanière, je voudrais essuyer tes pleurs!”. Sfogliando per Te la rosa primaverile, vorrei asciugarti le lacrime”. E, siccome i petali cascavano per terra e rischiavano di andare persi, ormai morente si affrettò a invitare le consorelle a non sprecare tanta bellezza: “Raccoglieteli sorelline mie, vi saranno utili per fare dei piaceri più tardi, non ne perdete nessuno…”. Era il settembre 1897. Nel settembre 1910, uno di quei petali guarì il vecchio Ferdinand Aubry da un cancro alla lingua.
Il tradizionalista ha tra le mani petali come questi e, se non vuole perdere se stesso, deve perennemente fare memoria che non sono suoi. Solo così potrà trovare un luogo, anche piccolo, in una di quelle scene sacre che ammaliarono Proust, dalle vetrate delle cattedrali in procinto di essere dissacrate dallo stato francese. Immagini così cattoliche da accogliere tutti “Non soltanto la regina e il principe (...). O voi tutti, dalle vostre vetrate di Chartres, di Tours, di Bourges, di Sens, di Auxerre, di Troyes, di Clermond Ferrand, di Tolosa, bottai, pellai, speziali, pellegrini, bifolchi, armaioli, tessitori, tagliapietre, beccai, panierai, scarpari, cambiamonete, o voi, grande democrazia silenziosa, fedeli ostinati ad ascoltare l’uffizio, non smateriati ma più belli che ai giorni della vostra vita, nella gloria di cielo e di sangue della preziosa vetrata, non udrete più la Messa che vi eravate assicurata dando per l’edificazione della chiesa i vostri più limpidi scudi”. Il limpido scudo con cui il tradizionalista può assicurarsi un luogo tra questi fratelli è lucente di dottrina e liturgia, ma ha da ardere di carità.


Fonte il Foglio 6 novembre 2014